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Pacifismi 1

La storia del pacifismo italiano dopo il 1945 è piuttosto curiosa. Si dicono pacifisti i comunisti italiani, Togliatti in testa, perché sono profondamente avversi all’ingresso dell’Italia nel Patto atlantico. Viene perciò creato un movimento per la pace, per attirare consensi esterni al partito comunista, e ha la sua acme, perciò, nel 1949 con l’ingresso dell’Italia nella Nato. Nel 1952 è assai debilitato e scompare nel 1955. Quindi è un pacifismo non proprio diritto, ma come dire inclinato a sinistra e bellicoso a destra. Un pacifismo non proprio pacifico.

Come avrebbe potuto essere altrimenti? C’è bisogno di ricordare che Lenin, nel timore di una repressione della rivoluzione, non solo spostò il governo da Pietroburgo a Mosca, ma pretese che i comunisti di tutta Europa, per salvare la rivoluzione in Russia, dovessero fondare un partito militarizzato e scissionista (subito rompere con i socialisti), che, se vogliamo, fu un modello per il partito fascista e per quello nazista: sto parlando del 1921, un anniversario festeggiato. Sicché l’ossessione dell’accerchiamento viene da lontano.

Una testimonianza personale: nel 1978, per andare con la famiglia in auto a Praga da Vienna, alla frontiera austriaca non ci hanno neppure fermati. Appena passato il confine, non solo le sbarre consuete, ma tutto cintato con una quantità di rotoli di filo spinato, cavalli di frisia a centinaia, torrette armate, soldati con mitra e cani lupi. Eppure il problema semmai era uscire, non certo entrare nell’ Europa orientale e l’Austria non era, come non è, neppure nella Nato.

In un articolo sul Riformista del 24 aprile 2022 Piero Sansonetti, di cui pure ho parlato assai bene in diversi articoli precedenti, critica giustamente il paragone con la Resistenza, ma poi sostiene che dopo le atomiche sul Giappone, l’olocausto, il bombardamento di Dresda e gli orrori del Vietnam bisogna condannare ogni guerra ed essere pacifisti. A parte che l’olocausto non c’entra niente, ogni guerra va dunque condannata a causa degli orrori prodotti dagli Stati Uniti.

Se l’orrore è prodotto dal numero dei morti e, in particolare, civili, ci sono altrettanti massacri nei periodi di pace. Se l’orrore è prodotto dal genere di morte, le guerre da sempre sono state micidiali. Al tempo dei Romani, conquistata una città, spesso si uccidevano i soldati avversari (non esisteva il prigioniero) e la popolazione civile diveniva tutta schiava.

Al tempo di Napoleone, i due avversari si sparavano a turno fucilate o cannonate contro schiere di fanti in piedi, in fila, stretti l’uno all’altro e ad ogni colpo ne morivano decine. Erano carneficine.

Se il problema è l’arma, almeno un milione di abitanti del Congo sono stati massacrati da coltelli o fucili. Mi dilungo su una questione così ovvia, perché l’argomento di Sansonetti non regge. Resta invece il fatto che anche questo è pacifismo non è diritto, ma inclinato.

C’è poi l’articolo 11 della Costituzione italiana: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Mi piace citarlo per la sua ambiguità: perché non vieta affatto di ricorrere alla guerra in caso di difesa della propria libertà, ma neppure in caso di difesa della libertà di altri popoli. Quanto al divieto di ricorrere alle armi come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, solo Dribba può pensare che l’invasione di uno Stato sia semplicemente una controversia. E chiamo Dribba Alessandro Di Battista, perché sarebbe stato un ottimo leader politico, se fosse nato almeno vent’anni prima del 1968.

D’altro canto, anche Putin potrebbe sottoscrivere l’articolo della Costituzione visto che la sua è una operazione speciale e non una guerra. Quanto al resto, in base alla formulazione sarebbe facile sia affermare, sia negare che ONU, Nato, Patto di Varsavia assicurino pace e giustizia fra le nazioni.

Ma il pacifismo è, per così dire, esploso, da quando Putin ha invaso l’Ucraina. Si tratta di un pacifismo variegato, perché diversamente motivato.

L’antipatia viscerale nei confronti di Zelenski è l’ingrediente non unico, ma fondamentale, del pacifismo, per esempio, di Selvaggia Lucarelli. Invitata dal subdolo Formigli (megasubdolo direbbero i bambini) a difendere il professore Orsini,dichiara che Zelenski, gli provoca inquietudine, un effetto straniante (Brecht), ma anche struggente (anti-Brecht) e trova un suo messaggio un po’ ingenuo … ma anche, come dire, eccessivamente furbo. Qui sentiamo più l’attrice che la giornalista. 

Un gruppo affine è quello capeggiato da Carlo Freccero, che è stato per molti anni direttore di Rai 2, è tornato ad esserlo tra il 2018 e il 2019. Su di lui mi limito a citare l’inizio di un articolo di Lorenzo De Cicco, pubblicato su La repubblica del 3 aprile 2022:

ROMA –Tutto si tiene, ma gli altri non ve lo dicono: la “guerra della Nato” e il Green Pass “olio di ricino postmoderno”; i vaccini “che modificano il dna”, come il 5G, e il “golpe in Ucraina” messo in atto da “paramilitari nazisti” addestrati dagli americani e foraggiati “dal finanziere Soros”; la resistenza “fiction” di Zelenski, “fantoccio degli Usa”, e le “zanne affilate dei generali”, mica di Putin, ma italianissimi, “come Figliuolo”.

Tutto si tiene, nel metaverso della Commissione DuPre (Dubbio e Precauzione), che in una saletta di convegni alla Città dell’Altra economia di Testaccio, Roma, celebra lo sposalizio tra le teorie sulla “dittatura sanitaria” da Covid e il nuovo fronte del dissenso, la narrazione del conflitto ucraino tendenza Mosca. “Ci sono elementi di continuità tra la gestione della pandemia in Occidente e la guerra della Nato”, assicura il professor Ugo Mattei– che con Carlo Freccero e Massimo Cacciari ha fondato a dicembre la commissione in nome del no al Green Pass – mentre tira le somme a valle di 4 ore e mezza di interventi.

Pacifismi 2

Poi ci sono i giornalisti alla Fulvio Grimaldi, alla Capuozzo, i vignettisti alla Vauro e peggio.

Toni Capuozzo, per esempio, che è scatenato contro Zelenski e Biden, si è chiesto di recente quando mai gli Stati Uniti abbiano lasciato un paese meglio di come era prima. Peccato che si sia dimenticato come era l’Italia e, in generale, l’Europa liberata dagli americani e come era quella liberata dalla Russia. Sicuramente preferisce la Corea del Nord a quella del Sud, il Giappone di Pearl Arbour al Giappone democratico, la Cambogia dei Kmer Rossi alla Tailandia.

Seguono i pacifisti caritatevoli, come Laura Boldrini, che sostengono con fermezza che non bisogna inviare armi all’Ucraina, per non prolungarne l’agonia.

Ancora, ci sono i pacifisti alla Chamberlain, che temono il nostro coinvolgimento nella terza guerra mondiale. Un prolungamento piuttosto naturale di questo genere di pacifismo è l’idea che tutte le alleanze siano bellicose. Se l’Inghilterra non fosse stata alleata con la Polonia, non sarebbe entrata in guerra contro la Germania, perciò Hitler non avrebbe mai invaso la Francia.

Infine, ci sono i pacifisti che contraddicono il giornale su cui scrivono. E’ il caso dei giornalisti del Manifesto, un quotidiano fondato in acceso contrasto con la dirigenza del PCI, dopo l’invasione russa della Cecoslovacchia.

Ma ci sono anche i pacifisti dell’ANPI che ha il curioso monopolio di decidere quando, come e contro chi si deve ricorrere alle armi. E ha anche avuto il vantaggio di raccontare a suo modo la Resistenza, dimenticando in buona parte chi non era comunista.

Il vantaggio di un odio sviscerato verso gli Stati Uniti e di una ammirazione profonda per la Russia degli Zar, dei Soviet, di Putin, è costituito da una enorme dose di opportunismo. Non solo non c’è bisogno di mandare armi a Zelenski, ma neppure di spendere un euro per la nostra partecipazione alla Nato; per di più ci teniamo il gas della Russia. Persino l’innata italica generosità si è tradotta in un sussidio di 35 euro giornaliero a chi ospita una persona Ucraina.

C’è poi un gruppo permanente di attivisti di ogni parrocchia che ama sfilare nelle piazze per dimostrare di essere la maggioranza e quindi profondamente democratica.

Tra i pacifisti possiamo includere anche l’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, che il 25 aprile ha lodato Bologna, perché “da sempre contraria a tutti i nazionalismi”. Viceparroco alle parrocchia di Santa Maria in Trastevere e dal 2000 assistente ecclesiastico alla Comunità di Sant’Egidio, è un’autentica creatura di Papa Francesco che lo ha fatto vescovo, poi arcivescovo di Bologna, e infine Cardinale presbitero della Comunità di Sant’Egidio.

Se non gli piacciono le Nazioni, probabilmente preferisce gli Imperi. Dante, tuttavia, lo avrebbe messo nel girone infernale del Canto XVIII, che comprende ruffiani e adulatori e, guarda caso, Bolognesi in gran numero.

Da parte sua Papa Francesco, nel suo meritevole desiderio di implorare la pace e quanto meno una tregua, ha di recente abbracciato la tesi che l’accerchiamento della Russia da parte della Nato sia all’origine dell’invasione della Ucraina da parte di Putin.

In un recente sondaggio di Paglioncelli che vede favorevole all’invio delle armi all’Ucraina solo il 40% degli italiani, contro un 48% contrario, possiamo scorgere un carattere nazionale preciso e potremo dire, con il linguaggio della Critical Rice Theory, che l’Italia è, ed è sempre stata, un paeseintrinsecamente opportunista”.

Vale la pena pertanto di concludere questa rassegna con il massimo campione dell’opportunismo, un Presidente del Consiglio nominato motu proprio da Beppe Grillo, un comico che non vale una dantesca trombetta del comico Zelenski.

Stiamo parlando di Giuseppe Conte, il sedicente avvocato del popolo, in realtà avvocato di se stesso che, alla ricerca disperata di un partito politico per tornare in sella, ha da qualche settimana promesso a Zelenski “soprattutto grande sostegno in questo percorso di pace”. Specialista in queste roboanti dichiarazioni che non vogliono dire nulla, ha deciso che bisogna smettere di inviare (o promettere) armi all’Ucraina, e rifiutare qualsiasi spesa connessa alla nostra appartenenza alla Nato.

Pretenderebbe di controllare in ogni momento la condotta di governo, non perché l’attuale Presidente del Consiglio non sia coerente con gli impegni presi, ma perché si è passati dalla fase 1 alla fase 2. Cioè, grazie sempre al benevolo intervento di Beppe Grillo, Giuseppe Conte è ora il leader di un partito politico pentastellato che vale il 12% dell’elettorato.

Considera inoltre un’offesa personale l’intenzione del Presidente del Consiglio di porre un termine all’erogazione del superbonus 110%, che di fatto favorisce ingegneri e fiscalisti, piuttosto che condomini, gonfiando enormemente il debito pubblico.

L’alleanza Atlantica in Europa

Il titolo ufficiale di Nicola II, ultimo zar della dinastia dei Romanoff era: “Per grazia di Dio, imperatore e autocrate di tutte le Russie, zar di Polonia, di Mosca, di Kiev, di Vladimir, di Novgorod, di Kazan’, di Astrachan’ e della Siberia; granduca di Finlandia e di Lituania; erede di Norvegia; signore e sovrano di Iberia, dell’Armenia e del Turkestan; duca dello Schleswig-Holstein, dello Stormarn, di Dithmarschen e dell’Oldenburg”

Da tutto questo ben di Dio e da questa varietà di titoli comprendiamo che il titolo ufficiale di Nicola II è all’incirca una sintesi delle successive conquiste della lunga dinastia dei Romanoff. Ci interessa di questo elenco che era zar di Kiev, quanto di Mosca.

Ciò malgrado, dal 1915 la Russia era diventata, almeno a parole, una monarchia costituzionale come le altre in Europa e che la consorte dello zar era imparentata persino con la Regina Vittoria. Nel febbraio del 1917, durante la prima fase della rivoluzione, non appena lo zar abdica, l’Ucraina dichiara la propria indipendenza, il che è forse indizio che il paese non fosse molto affezionato al suo zar.

Dopo aver assaporato la rudezza nazista forse gli Ucraini hanno accolto a braccia semiaperte nuovamente l’armata rossa.  Ma, fosse anche vero, ciò non dimostra che l’Ucraina sia sempre stata russa come ha detto Putin e ripetuto anche il generale in pensione, ex capo dei servizi segreti e di Gladio dal 74 all’86, Paolo Inzerillo, uno che dice di avere ‘il pallino della storia e della geografia’, poveri noi. “La Russia, fin da quando era zarista, è sempre stato un Paese a disagio perché si è sempre sentita circondata, in qualche modo bloccata, sentivano di non avere libertà di movimento.

Se qualcuno ricorda la bagarre che fecero i comunisti nostrani quando scoprirono l‘esistenza di Gladio e le difficoltà del povero Cossiga, oggi c’è da ridere. Grammatica a parte, e sia pure in modo ridicolo, Inzerillo ha espresso due sacrosante verità, la perfetta continuità tra Russia zarista, Russia sovietica e Russia di Putin e soprattutto l’identità tra senso di accerchiamento e libertà di movimento

Notevole la coincidenza tra il linguaggio di Inzerillo e quello che illustra la carta dell’espansione della Nato di Laura Canali, pubblicata da Limes 10/19: “L’espansione a Est della Nato è inevitabilmente una fonte di preoccupazione per la Russia, che ora – a differenza dei tempi della guerra fredda – confina direttamente con paesi legati a un’alleanza militare nata proprio per contenere Mosca”. Insomma Zarista o comunista, Mosca è affetta da incontinenza, sente di non avere libertà di movimento.

Recentemente in un video, come al solito, Caracciolo ha sostenuto che se Svezia o Finlandia entrano nella Nato “il mar Baltico diventa un mare Atlantico”; “Kaliningrad viene circondata dal mare oltre che da terra”, “Putin quando si affaccia alla finestra vede la Nato”, “cambia completamente il fronte nord e la Russia si sente completamente circondata”.

Caracciolo riesce a essere più marcio di Orsini e ad accontentare tutti i pseudopacifisti nostrani. (tra l’altro, la precisazione oltre che da terra riguardo Kaliningrad forse sottintende che, prima del 1990, non era circondata in quanto la Polonia veniva considerata una conquista dell’armata rossa).

Affacciati alla finestra di Pietroburgo, infatti, si vede da sempre la Finlandia, piatto sempre prelibato della Russia. Norvegia e Danimarca chiudono dal 1949 il mare Baltico, cosa che mai ha impedito ai sottomarini russi di scorrazzare in lungo e in largo.

Come al solito la storia viene raccontata all’incontrario: A Yalta, Stalin rubò Könisberg alla Prussia, come le isole Kurili al Giappone, bottino di guerra; non solo, ma ha poi inviato tanti russi in Lettonia da costituire il 41% della popolazione. In questo modo ha aggiunto alla Pietroburgo inventata da Pietro il Grande, gli altri due porti migliori del Baltico, in modo da appropriarsi di un mare su cui si affacciano nove nazioni.

Non è un caso che Biden abbia inviato un buon numero di soldati americani a Riga per far capire a Putin, che i suoi manifesti appetiti sono indigesti. Ma sicuramente Caracciolo penserà che questo sia un atto ostile. Aggiungo che, come sempre, la Scuola di Limes non rispetta la geografia, perché metà della penisola finlandese già appartiene alla Russia, con tutti i porti necessari per scorrazzare nell’Oceano Atlantico.

In passato tutta la sinistra, come oggi Caracciolo e Diego Fabbri, considerava la NATO, un’organizzazione offensiva inventata dagli Stati Uniti per dominare i paesi europei. In clima di guerra fredda e di contrapposizione frontale fra Russia Sovietica e Stati Uniti, nel 1949 la Nato comprendeva tutti gli stati bagnati dall’Oceano Atlantico: USA e Canada sulla sponda occidentale e tutte gli Stati della sponda orientale.

Uniche eccezioni il Lussemburgo che non ha sbocco sul mare, la Spagna di Franco (caduto il regime la Spagna democratica vi aderisce nel 1982) e l’Irlanda che sono neutrali, la Danimarca che affaccia sul Mare del Nord, e naturalmente l’Italia.

Nel 1952 si aggiunsero Grecia e Turchia, nel 1955 la Germania federale, e dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 la Germania dell’est.

Enrico Berlinguer, forse il migliore dei leadr del PCI nel 1976 sosteneva che si sentiva più sicuro sotto la protezione della Nato, malgrado gli Stati Uniti fossero usciti soltanto l’anno prima dalla brutta avventura del Vietnam. Forse Berlinguer non aveva dimenticato i carri armati a Praga nel 1968, ma certamente considerava la Nato un’alleanza difensiva.

L’ulteriore ampliamento ha come premessa la crisi sostanziale della Russia. Primi ad uscire nel 1999 Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia, ossia i paesi che più avevano sofferto la dominazione sovietica. Entreranno nell’Unione europea solo nel 2004.

Nel 2004 di nuovo paesi che affacciano sul mare: la Lituania, la Lettonia e l’Estonia sul Baltico; la Bulgaria e la Romania sul Mar Nero. Inoltre la Slovacchia e la Slovenia. L’ingresso nell’ Unione Europea e nella Nato è contemporanea. Se non erro, Romano Prodi vanta la sua sollecitazione a questo ampliamento dell’Europa e della Nato.

Questo lento ampliamento progressivo della Nato dimostra semmai la spontanea adesione delle nazioni europee e il suo carattere difensivo.

L’unico caso in cui la Nato è intervenuta in un conflitto in Europa è connesso con la tormentata dissoluzione della Jugoslavia tra il 1992 e il 1998, che si configura in parte come una guerra civile e in parte come una guerra di secessione. Ma la Jugoslavia di Tito aveva solo garantito con le armi la tradizionale dominazione delle Serbia sui paesi limitrofi.

la separazione dei poteri 2

La risoluzione della Suprema Corte Costituzionale degli Stati Uniti del 2008 è meticolosa e occupa 64 pagine fitte, ricche di note. In aggiunta c’è il testo dei due  principali dissenzienti rispetto alla corte. Inoltre nelle note è spesso discusso e confutato il parere del dissenziente.

Tanta meticolosità non va ricordata semplicemente come una strenua difesa di un diritto del cittadino, occorre ricordare che dalla decisione dipendono in gran parte, i profitti  e le perdite delle industrie belliche americane e le sorti della più importante e ricca associazione americana che le favorisce, la NRA, la National Rifle Association.

Chi pensasse che questa mia affermazione sia tendenziosa, dovrebbe ricordare, per esempio, che durante la seconda guerra mondiale l’industria bellica americana conservò la sua autonomia rispetto all’esercito americano, fino al punto di sacrificare la vita di molti aeronauti all’esigenza del profitto. Per esempio, non apportando modifiche necessarie alle fortezze volanti, prima dell’acquisto da parte dell’esercito dell’intera produzione meno sicura.

 O potrei ricordare che anche l’etica è un business negli Stati Uniti, mediante un altro esempio plateale. Tutti ricordano che da moltissimi anni i reati di pedofilia da parte di preti cattolici , e le colpe dei vescovi nel non perseguirli, sono stati oggetto di ripetute denunce nella stampa anglosassone, anche americana, ma anche di risarcimenti milionari.

 Diversamente la pubblicazione di un testo che mostrava la dimensione della diffusione della pedofilia e dei connessi abusi nelle associazioni degli Scout non ha avuto più seguito. Perché? Perché immediatamente l’associazione americana degli Scout ha dichiarato bancarotta, prevedendo richieste di risarcimento da capogiro come quelle presentate alla ricca chiesa cattolica americana. Del resto,  per restare all’oggi, Harvey Weintein non sarebbe sotto processo come il peggiore stupratore americano dando origine a una nuova forma di outing, me too, se non fosse anche uno dei più ricchi produttori cinematografici di Hollywood, che ha già sborsato  risarcimenti milionari. 

PS Una volta tanto faccio autocritica: non vorrei sembrare troppo facinoroso, come ha detto un amico. Circa il secondo paragrafo, sono in gioco i profitti delle industrie delle armi, ma ci sono anche più validi motivi per la meticolosità della Corte Suprema. Circa il terzo paragrafo il riferimento alla storia delle fortezze volanti (B 52), tratto dalla English Wikipedia, è da verificare, ma certamente è vera l’autonomia della industria bellica degli Stati Uniti rispetto all’esercito americano anche durante la II guerra mondiale. Circa il quinto paragrafo la notizia sugli Scout è tratta da Time, non sono assolutamente contrario al movimento me too, anzi del tutto favorevole in linea di principio e di pratica. Ma sono abbastanza convinto che la morale cambia in Occidente soprattutto per opera dei tribunali e del sistema giudiziario americano. E non sto affatto dicendo che sia un male.

Mi si chiederà: ma perché allora non l’ho riscritta o cancellata? Ma non ho detto dall’inizio che mi tratto come un esperimento, palesando per esempio i mie pregiudizi, o esagerando talvolta per sottolineare qualche scoperta? Lo faceva anche Hume!

La separazione dei poteri che bella favola

La separazione dei poteri  -si sa –  è un principio fondamentale dello stato moderno, parzialmente teorizzato da John Locke e perfezionato da Montesquieu. La divisione dei poteri legislativo, esecutivo, giudiziario sarebbe alla base delle moderne costituzioni degli stati. Oggi altri studiosi più realisti sarebbero propensi a credere che sia fonte di garanzia democratica di uno stato il bilanciamento dei poteri, l’esistenza cioè di più poteri e contropoteri, in modo che il potere non sia accentrato in un sola autorità politica o di governo. Tanto varrebbe allora usare un termine meno eufemistico e parlare di conflitto tendenziale nello stato moderno tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.

Invece i Travaglio, i Gomez e i giornalisti de Il Fatto quotidiano stanno sempre a sventolare l’indipendenza della magistratura. Talmente indipendente che io ho letto testualmente anni fa su Il resto del Carlino che un giudice aveva assolto un ladro operante a Bologna, arrestato in flagranza di reato, in precedenza arrestato e giudicato colpevole invece a Roma. Il giudice bolognese si ere difeso sostenendo che appunto un giudice è indipendente da qualsiasi altro giudice, non solo dal potere politico o legislativo

Per essere brevi: il conflitto dei poteri è permanente. Possiamo immaginare l’ambiente in cui si svolge questo conflitto come un imbuto. Ebbene in fondo a questo imbuto c’è sempre il potere giudiziario che mette il tappo e chiude il conflitto, a meno che non ci sia una rivoluzione, cioè una guerra civile. Non siamo affatto troppo lontani dal giudizio di Dio in vigore in Germania nell’età medievale.

Non occorre del resto la mente di un genio per comprendere che se esiste questo conflitto tendenziale, le probabilità maggiori di successo cioè di prevaricazione di un potere sull’altro spettano al potere giudiziario.

La ragione è semplice, perché se è vero che le assemblee elettive del popolo fanno le leggi e i giudici le applicano, è anche vero che un giudice nell’applicare la legge la interpreta e se la interpreta evidentemente si prende una certa fetta di potere legislativo. 

Proporrò due esempi soltanto per chiarire la questione. Qualche anno fa, nell’ambito della legge che permetteva il finanziamento pubblico dei partiti, era invalso all’interno dei partiti l’uso di attribuire a questo o quel personaggio politico una carta di credito o un bancomat. Ora è parsa corretta ai giudici l’interpretazione che tale finanziamento essendo pubblico, fosse ancora nella disponibilità dello stato italiano, una sorta di carta prepagata per permettere agli esponenti di partiti di organizzare eventi intrinseci alla vita dei partiti, comizi, affitto di locali per dibattiti politici ecc.

Ovviamente quando è risultato che i politici si pagavano i biglietti del treno o la benzina per recarsi al proprio collegio elettorale, o in particolari emergenze persino i calzini o le mutande, una grandinata di ridicolo con cui la nostra buona stampa accompagna sempre le imprese di giudici e pubblici ministeri ha coperto l’intera classe politica a tutto vantaggio del prestigio del potere giudiziario, ma anche di quei partiti che fanno delle manette una fonte di successo elettorale. Mi aspetto le critiche e in punta di diritto mi verrà spiegato che quei soldi erano soldi pubblici, da giustificare pubblicamente per scopi pubblici. Mi accontento di rispondere: che fine hanno fatto tutti quei processi e per citare solo un caso: l’ex sindaco di Roma, signor Ignazio Marino, non è stato appena assolto per insussistenza del reato?

L’altro esempio sembrerebbe più semplice, ma anche assai più importante ai fini di una civile convivenza in una nazione assai più grande e potente della nostra. Negli Stati Uniti Il commercio e il possesso delle armi da parte di singoli cittadini è consentito in base al secondo emendamento della Costituzione, presentato nel 1787 e promulgato nel 1791.  Esso recita:

II. A well regulated Militia being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed.

II– Essendo necessaria, per la sicurezza di uno Stato libero, una Milizia ben organizzata, non sarà violato il diritto del popolo di possedere e portare armi.

Ora sembrerebbe che il diritto della gente di possedere e portare delle armi non può essere violato, ma precisamente per potere costituire, come è diritto di un libero stato, una milizia non solo ben organizzata ma anche ben regolata, cioè ordinata.

La ‘Militia’ è termine che indica una formazione armata composta dai cittadini medesimi di uno stato con compiti di difesa tanto da nemici esterni quanto interni, in un tempo in cui una polizia efficiente a protezione di tutti i cittadini non esiste ancora neppure a Londra, ne è indicata con chiarezza nelle pagine di Adam Smith. Il termine si chiarisce nella sua opposizione al termine Standing Army, cioè come esercito di leva contrapposto a un esercito permanente di militari professionisti. Insomma la milizia ben regolata di cui qui si parla è un esercito di coscritti che possono essere chiamati alle armi in caso di pericolo, capace semmai di mantenere l’ordine pubblico in modo permanente. Questa interpretazione può apparire meno semplicistica, se si pensa che con la dichiarazione di indipendenza del 1776 gli americani si stavano liberando, ma in quanto federazione di Liberi stati, dalla condizione di colonia del Regno britannico, e che gli emendamenti alla costituzione del 1787 vennero proposti per timore di prevaricazione da parte di qualcuno dei tredici stati.

Se vi piace, potremmo dire che i singoli stati erano già tendenzialmente sovranisti. Ma, come si vedrà nel seguito, prevarrà una interpretazione contraria da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti.

Elite e antielite

In una lettera giovanile David Hume (i miei amici sostengono che non ho studiato altro nella vita, ma sono molto pungenti, come in genere tutti gli amici) confessa di essere poco incline a sottomettersi a qualsiasi autorità nei suoi studi. Anche per questo mi è simpatico e ho sempre avuto una spiccata inclinazione ad andare controcorrente su qualsiasi vicenda quotidiana. Se c’è qualche cosa di cui mi pento nella vita è di aver sprecato troppo tempo nella lettura dei giornali, e di una sofferta e passiva partecipazione politica, tanto più che non avevo alcun interesse a un impegno attivo in essa.

 Quando ero giovane c’erano autori alla casa editrice Il Mulino che si rifiutarono di inserire Rousseau nei Classici della democrazia, non senza destare molte polemiche, e sono convinto che neppure per un’ora Jean-Jacques avrebbe potuto sopportare la partecipazione democratica diretta che caldeggiava nel suo Contratto sociale. Probabilmente ce l’aveva con l’arroganza e il fanatismo delle assemblee degli anziani della plumbea calvinistica Ginevra. David Hume per altro considerava Julie ou la Nouvelle Héloïsela sua opera migliore, proprio Hume che invitava le signore a lasciare perdere i romanzi per leggere di storia!  (ma Hume aveva anche l’intelligenza di considerare Laurence Sterne il migliore romanziere inglese e il buon gusto di andare a spasso con l’Aminta di Torquato Tasso nella tasca).  Tutte queste divagazioni per concludere col dire che la piattaforma Rousseau è il peggio che ci potesse capitare.

Church in danger! gridavano preti di ogni risma e setta agli inizi del Settecento in Inghilterra sotto la marea di deismo che li assediava, Democrazia in pericolo gridano oggi i benpensanti di ogni estrazione. Sta di fatto che come la chiesa non affondava tre secoli fa, era soltanto che la gente nell’isola britannica non era più disposta a perderci il sonno e magari la vita per andarle dietro, come aveva fatto nel tormentato secolo passato, così oggi la democrazia non sta affondando; è solo che il mondo va dove lo porta la globalizzazione, le multinazionali, la competizione nella rete e, in breve, politici e governi non sanno bene come comportarsi. Per dire, in una giornata di bora a Trieste, è inevitabile che si sollevino certe sottane o qualcheduno ruzzoli per terra malgrado si sia avvinghiato alle funi. Solo che, mentre nessuno a Trieste si sognerebbe di dar la colpa al sindaco o ai vigili urbani, i democratici più fanatici hanno preso a dar la colpa ai loro avversari politici, a trovar divisivo ogni loro discorso, eversivo ogni loro comportamento.

Un uomo per nulla incolto e inesperto di politica come il fondatore de il Foglio, qualche mese fa tuonava: è giusto e sacrosanto l’impeachment per Trump e le elites devono comandare.  Conoscendolo, non sono sicuro che non pensasse il contrario, ma se va inteso alla lettera, ci si può permettere qualche dubbio. Senza neppure avvicinarmi alla soglia della vicenda giudiziaria di Trump, l’accusa è di aver favorito una ingerenza straniera nella democrazia americana. My God! (come ha imparato a dire mio nipote) il crimine di Trump è perpetrato dagli Stati Uniti verso tutti i paesi dotati di un sistema elettorale. Da quando? da sempre, fate voi. 

Quanto alle elites di chi sta parlando Ferrara? Di quelle europee? Ancora di quelle americane?

 Certamente Trump non solo è, ma vuole apparire prepotente, volgare e antipatico rispetto alla gentilezza e alla eleganza dialettica di un Obama.  Trump è in tutto e per tutto anti-elite. E’ un tycoon che probabilmente ha fatto i soldi anche in modo losco, che ha familiari, donne, amici solo a pagamento, che racconta balle, che pensa di trattare i capi di stato come tratta gli uomini d’affari, che si vanta di poter risolvere complicate crisi internazionali, ma poi non risolve nulla.

Tutto ciò per me non esonera la elite americana (e anglosassone in generale) da tutte le colpe che penso abbia. Ed è una elite che fa danni, tantissimo ipocrita, ma altrettanto arrogante nella realtà. Trump è una meteora. L’elite rimane, è un danno permanente. Insomma anche per la elite tutto è una questione di soldi, anche se invoca in continuazione i sani principi. i diritti umani, i valori democratici, i principi della costituzione, l’eccellenza scientifica, il primato delle sue università, ecc ecc. Ma queste elites americane chi sono? Ignora Ferrara che si muovono molte accuse a questa elite, e in primo luogo di essere diventata piuttosto ereditaria?

Monica Levinsky – per dire – non è mai stata popolare, ma recentemente, a una donna che le ha chiesto di brutto come mai non abbia mai pensato di cambiare cognome, ha risposto prontamente: perché, Clinton lo ha fatto? Penso che solo per questo meriterebbe anche lei una copertina come person of the year, un Oscar, insomma un gran premio e per lo meno una seria riflessione da parte di tanti sedicenti democratici.

Anzi propongo da subito <perché, Clinton lo ha fatto?> dovrebbe diventare un motto da usare fuori dal contesto d’origine, rivolto a chi tenta per esempio di darci lezioni di democrazia. Immaginiamoci per esempio Lilli Gruber che rivolge al suo ospite di turno una domanda in modo che debba rispondere per forza dichiarando che Salvini è un farabutto. Se l’ospite, poniamo, è Marco Damilano, la farà contenta nel migliore dei modi, ma se è un giornalista o un politico appena un po’ distante dal Corriere, dal Sole 24 ore, dal Fatto quotidiano, dovrebbe darmi retta e rispondere soltanto ‘perché, Clinton lo ha fatto?’

Mi raccomando fatelo, e se vi chiedono spiegazioni, ripetete all’infinito ‘perché, Clinton lo ha fatto’? Basteranno pochi casi e diventeremo famosi in due. E ho già pronta una rubrica del mio blog per farmi compagnia.

Femminismo e bidet

Non solo nei paesi anglosassoni, ma in generale nei paesi del Nord-Europa, in Canada, e persino in Francia  a cui dobbiamo l’invenzione, il bidet non arreda la stanza da bagno. 

Quanto a femminismo non sembra che le donne negli Stati Uniti siano seconde a nessuno. Sicché mi è sempre parsa un’anomalia che non abbiano mai fatto richiesta di un simile dispositif, per dirla alla francese. 

Femminismo a parte, io stesso, (come del resto familiari e conoscenti,maschi e femmine),  ho sempre fatto uso del bidet e mi sono trovato in imbarazzo tutte le volte che ho dovuto soggiornare nei paesi citati. 

Per prudenza, prima di scrivere questo articolo, ho inserito in internet il suo titolo. Così ho appreso che Jacques Bidet non è l’inventore del suddetto, ma un autore che si occupa assai seriamente di femminismo. Per il resto quasi niente, salve un titolo di una rubrica femminista: Vade retro bidet. Il succo del pezzo era che la vagina è autopulente, i lavaggi sono antigienici e sconsigliati dai medici. Se necessario, con acqua fredda, perché il calore favorisce la candida.

Ora solo da pochi anni ho saputo che anche le gengive sono autopulenti, (e da pochissimo che i campi non richiedono l’aratura), ma questo non è considerato un buon motivo per non lavarsi i denti. Scene di un uso abbondante e accurato di dentifricio e di filo interdentale è consueto nei film e nei serial americani ed è praticato non solo per combattere le carie, ma anche nella prospettiva di un evento mondano o di un rapporto sessuale.

Quando a circa vent’anni ho trascorso un mese a Parigi  con amici nella centralissima e vecchiotta rue St Denis, in un hotel davvero economico e caratteristico il nostro stanzone aveva due letti a due piazze, con il tipico guanciale a rotolo. Troneggiavano in mezzo due enormi bidet ottocenteschi in cui avrebbero potuto fare il bagno due bimbi di cinque/sei anni, che ci facevano molto ridere e che confermavano quanto già sapevamo:  lo scopo primario del dispositivo era riservato alle pratiche delle prostitute. Questo spiegava perché mancasse nelle case delle signore per bene. Figuriamoci allora nelle puritane dimore della borghesia britannica o nord-americana. Insomma più della vasca da bagno, del lavabo, o persino del water, il dispositivo allude all’idea sconveniente che abbiamo apparati genitali e… un sedere. 

Se questo si congiunge con l’opinione – comune per la verità a tutti gli italiani incontrati in Inghilterra o Scozia in soggiorni di varia durata -, che gli abitanti dell’isola sono veramente un po’ zozzoni si capisce che il dispositivo possa sembrare totalmente superfluo. 

Perché i medesimi abitanti non se ne adontino come di un volgare pregiudizio indicherò alcuni fatti incontrovertibili: 1) fino al termine del secolo scorso Inglesi e Scozzesi avevano distinti rubinetti per la calda e per la fredda, persino nei bagni di lusso. Li guidava probabilmente l’idea che far scorrere acqua calda e fredda sia un inutile spreco. La doccia era assente. 2) a conferma, nei pub boccali, tazze e piattini per decenni sono stati puliti con il detersivo e solo di recente sciacquati con acqua. I medesimi pub sono molto belli e confortevoli rispetto ai nostri bar, ma sicuramente a scapito di una reale pulizia e disinfestazione. Nei medesimi locali è possibile notare che il contenuto di latte, caffè, birra che immancabilmente si riversa sul piattino – dato che i recipienti sono usati come unità di misura – viene riversato dai clienti dal piattino nella tazza o al boccale. 3) l’uso domestico costante di moquette e tappeti, materiale molto adatto allo sviluppo di una flora batterica 4) la ripetuta raccomandazione fatta dalle amiche a mia moglie: ‘per carità non accettare un invito per un lunch a due, ti toccherà mangiare l’insalata dell’orto dietro casa con tutta la sua terra’ 5) l’uso degli adolescenti maschi a riversare il risultato dei loro esercizi solitari in un calzerotto, tanto che il grido ‘fatti una sega nel calzino!’ è la risposta consueta di qualsiasi compagna di scuola malamente importunata 6) mi fermo qui, ma se non basta, vi ricordo che proprio il popolarissimo Johnson, quando era sindaco di Londra, si vantava di non tirare mai l’acqua ogni volta che andava in bagno per i bisogni minori.

To be fair, vi accontenterò deplorando che gli italiani, se sono più puliti a casa propria, non sono in grado di lasciare un gabinetto pubblico decente. Penso che dovremmo essere considerati un popolo veramente incivile, fino a quando i nostri locali pubblici (bar, scuole, ospedali) non saranno dotati di un numero sufficiente e adeguato di toilette immacolate.

Tutta questa diatriba per proporre ai popoli del Nord-Europa e soprattutto alle loro donne di esigere finalmente i bidet nelle loro toilette. I Britannici, del resto, hanno fatto recentemente enormi passi nella rubinetteria, tanto da essere all’avanguardia nell’uso di miscelatori e di docce. 

Accattateve o bidet! ve lo supplico in napoletano. 

O per lo meno discutetene! Non c’è neppure bisogno di farne tema di un dibattito di gender, perché almeno il sedere lo abbiamo tutti!

Technology sex and power e nudità negli Stati Uniti

I millennials sono la generazione americana nata nell’ultimo decennio del secolo scorso, divenuti protagonisti nel bene e nel male, in questi ultimi anni.  Il magazine Time dello 11 novembre 2019 narra la triste vicenda di Katie Hill, entrata giovanissima nel parlamento americano, grazie alla tecnologia digitale, ma costretta prestissimo alle dimissioni, per alcune foto apparse in rete che la propongono nuda e svelerebbero i suoi rapporti sessuali con una donna impegnata nella sua campagna elettorale  e con un consulente legale del suo staff. Il giornale sentenzia: la tecnologia digitale ha cambiato il sesso, il sesso ha cambiato il potere, e il potere è nuovamente vulnerabile, per sviluppi tecnologici che non esistevano dieci anni fa. Tra parentesi Katie è bisessuale, ammette la prima relazione, ma nega la seconda e considera il tutto una montatura orchestrata dal marito durante la fase del divorzio.

La weaponization of nude images, cioè la trasformazione in armi  capaci di distruggere la reputazione di un avversario è un crimine sessuale che i politici al potere non hanno saputo affrontare, commenta la giornalista Charlotte Alter. Anche in clima di Me-Too non è facile spiegare quale meccanismo abbia costretto Katie alle dimissioni. Secondo questo nuovo codice etico il consenso sessuale è impossibile quando c’è differenza di potere tra i partners. E tuttavia Charlotte Alter si chiede: basta la differenza di potere per rendere il rapporto una colpa? Non c’è stata nessuna accusa di coercizione, assalto, o abuso.  Simili interrogativi e altre considerazioni completano l’articolo senza soluzione. ‘Nessuno è perfetto, si scusa la deputata dimissionaria, ma non avrei mai pensato che le mie imperfezioni potessero venire usate come armi per distruggermi’.

 E per me ritorna la domanda perché le sue immagini nude le considera imperfezioni? Sono semplici immagini di nudità o piuttosto inequivocaboli video che testimoniano il rapporto? Al che mi pare di capire che persino la giornalista scrive il suo pezzo in una vaga atmosfera di tabu e autocensura.

In ogni caso, perché la vita sessuale di un politico non è un affare privato, ma piuttosto argomento di valutazione della sua moralità, nel paese che più di tutti ha considerato una assidua pratica sessuale indizio di buona salute e magari un esercizio salutare come il jogging o il nuoto in piscina?

Immunità legale dei fabbricanti di armi

Per una lunga consuetudine sono propenso a credere che i tentativi di rendere attuale il pensiero di un filosofo del passato ha prodotto più male che bene, almeno per la corretta interpretazione del filosofo in questione. Per aver dedicato gran parte dei miei studi al pensiero di David Hume e al background della sua istruzione filosofica mi capita tuttavia di imbattermi in un articolo del Time 4 November 2019 dedicato al Protection of Lawful Commerce in Arms Act (PLCAA), ragguardevole legge non a caso firmata nel 2005 da George Bush junior, un presidente americano che ha inteso rinverdire la concezione tradizionale della giustizia americana secondo le encomiabili tradizioni del Far West. L’articolo (pp. 20-21) firmato da Melissa Chan, che non trascura il carattere eccezionale di questa legge, è la causa prossima di quanto scrivo nel seguito.

E’ stato una sorpresa per me sapere che esiste una legge americana che rende praticamente immuni tutte le industrie americane che costruiscono e commerciano le armi da ogni causa in tribunale prodotta dalle vittime di ogni omicidio, più o meno di massa, sul suolo degli Stati Uniti. Ragione per cui è possibile portare in tribunale poteri del calibro di Google o Facebook e persino i poliziotti che hanno messo fine alla strage uccidendo l’autore o rendendolo inoffensivo, ma impossibile far causa ai fabbricanti di armi.

La legge in questione, a testimonianza dell’elevato e raffinato sentimento giuridico della nazione americana, non è tale da non ammettere eccezioni, rispetto alla protezione del legittimo commercio delle armi. Delle 6 eccezioni previste mi interessa la quinta che qui riporto per intero:

An action for death, physical injuries or property damage resulting directly from a defect in design or manufacture of the product, when used as intended or in a reasonably foreseeable manner, except that where the discharge of the product was caused by a volitional act that constituted a criminal offense, then such act shall be considered the sole proximate cause of any resulting death, personal injuries or property damage.

Giffords Law Center: “Gun Industry Immunity”

E’ facile vedere che questa eccezione si riferisce a danni accidentali derivanti da un difetto nella progettazione o fabbricazione del prodotto, come può accadere per danni prodotti da automobili o da utensili di cucina, ma è facile notare che questa quinta eccezione contiene a sua volta una eccezione: discharge è una bella parola inglese che si può intendere tanto in senso commerciale (per esempio quando un container viene scaricato da una nave) e in senso lato come distribuzione del prodotto, quanto in senso specifico come scarica di proiettili da una pistola, un fucile o un mitra. Se la scarica del prodotto, cioè se lo sparo è stato causato da un atto volontario che costituisce offesa criminale, allora questo atto deve essere considerato l’unica causa prossima di ogni morte o danno conseguente. Cioè l’eccezione dell’eccezione elimina l’eccezione.

Ma che cosa c’entra Hume? Eh no, non lasceremo le cause prossime nelle mani dei giuristi: sono questioni che hanno interessato per millenni i filosofi e si sa che David Hume ha scritto l’intero primo dei tre libri del Treatise of Human Nature sulla causalità.

Ora c’è un problema, anzi due: Hume faceva esplicitamente professione di scetticismo, ma il caso vuole che gli interpreti preferiscano parlare di scetticismo mitigato, per attribuire a Hume dottrine esenti da ogni dubbio. In secondo luogo Hume pubblicò il terzo libro del trattato, sulla morale e sulla politica, un anno e mezzo dopo i primi due libri, quando ormai era deciso ad accantonare un suo tema privilegiato: l’associazione delle idee.

Premesso ciò, è ragionevole sostenere che Hume considera l’invenzione della giustizia un preliminare necessario alla convivenza pacifica degli uomini e – con rincrescimento di alcuni interpreti -fa consistere la giustizia nella costituzione della proprietà privata. Tuttavia nell’esaminare le regole della tradizione giusnaturalistica relative all’acquisizione di una proprietà e alla stabilità del possesso Hume semina dubbi (‘consumando forse più di una vendetta verso gli studi imposti per dovere’ (David Hume’s moral scepticism) p. 173) e non sa se ricorrere al criterio dell’utilità o alle regole associative dell’ìmmaginazione. Questo perché ‘no questions in philosophy are more difficult, than when a number of causes present themselves for the same phenomenon, to determine which is the principal and predominant’ Treatise book 3 sect. iii, nota. Per citare un suo esempio (ivi, pp. 507-508 ,n.), (tratto forse dalla sofistica greca) quando due colonie rivali intendono appropriarsi di una citta abbandonata dai suoi abitanti, chi va considerato il primo occupante? Il delegato che tocca la porta della città, o quello che lo anticipa scagliando una lancia sulla medesima? For my part – dice Hume – I find the dispute impossible to be decided, and that because the whole question hangs upon the fancy…e si diffonde sulle molte cause.

Torniamo alla nostra legge e alle nostre eccezioni e vediamo un caso concreto di applicazione .

One young boy was playing with his father’s gun and accidentally shot his friend.

Adames v. Sheehan, 909 N.E.2d 742 (Ill. 2009)

La famiglia dell’ucciso fece causa alla fabbrica della pistola, sulla base della quinta eccezione. La pistola era sostanzialmente pericolosa e difettosa, perché mancava di un dispositivo di sicurezza capace di impedire a bambini di sparare, né includeva adeguate avvertenze relative al prevedibile uso della pistola da parte di bambini. Il querelante quindi considerava applicabile la quinta eccezione, ma la corte suprema dell’Illinois ritenne che non potesse essere applicata perché la morte del bambino ‘was caused by a volitional act that constituted a criminal offense’. L’unica causa della morte da considerare è la causa prossima, la causa prossima è premere volontariamente il grilletto di una pistola rivolta verso una persona o i suoi bene. Di per se questo è un reato e quindi l’eccezione quinta è inapplicabile. Uno che abbia letto Hume potrà nutrire qualche dubbio e chiedersi perché debba considerarsi unicamente la causa prossima, e se del caso, non potrebbe essere la causa più prossima l’improvvisa comparsa dell’amico di fronte alla pistola, o ancora, non è lecito chiedersi se il bambino conosce le conseguenze del suo atto e, soprattutto, è in grado di avere la benché minima nozione giuridica di criminal offense?

A ben vedere il ragionamento della suprema corte è abbastanza conseguente. Le pistole servono per uccidere le persone, basta premere un grilletto. Uccidere le persone è un reato. A meno che… non si è autorizzati. In questo caso si può far causa a una fabbrica di armi solo se la pistola si inceppa, o il fucile spara storto. Questa è la corretta interpretazione della quinta eccezione.

In attesa che i politici americani decisi a cancellare questa legge diventino abbastanza numerosi, i parenti delle vittime dovrebbero organizzarsi. Una giornata della memoria, tre cimiteri negli Usa, a New York, a Los Angeles e a Washington dove raccogliere, letteralmente o simbolicamente, l’intera popolazione delle vittime.