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Caratteri

Si è detto spesso in passato che la Rivoluzione Comunista, ben lontana dal maturare negli Stati con un alto sviluppo industriale e quindi un proletariato maturo come avrebbe dettato la teoria, aveva avuto successo presso paesi a larghissima prevalenza contadina.

Penso invece che il suo successo sia dipeso dal carattere e dalla storia dei paesi in cui si è realizzata: nel caso della Russia il comunismo ha avuto l’effetto di riabilitare e fornire nuova energia alla tradizione imperialistica della dinastia dei Romanoff che si era indebolita e risultata incapace di affrontare le complessità di uno stato moderno.

Similmente la Lunga Marcia di Mao nella Cina in dissoluzione dopo la caduta del dominio giapponese era stata capace di riorganizzare e rinvigorire una tradizione e una vocazione imperialistica che risaliva all’epoca della unificazione delle sette province che dividevano originariamente la Cina.

Sarà dunque importante comprendere se ci sono della caratteristiche specifiche dei popoli e della loro storia che hanno favorito la rinascita di questi imperi.

Proprio di recente è stato pubblicato da Emilio Mazza e Michela Nacci una studio assai documentato dal titolo piacevole ed ironico Paese che vai. I caratteri nazionali tra teoria e senso comune. Il testo ripercorre una tematica che ha i suoi inizi nel XVII secolo, quando si formano gli stati assoluti e ha la sua fioritura nel secolo XVIII, che vede tra i protagonisti della disputa Jean-Baptiste Du Bos, David Hume, Montesquieu.

Se sia il clima o piuttosto la simpatia a determinare il carattere dei popoli è questione apparentemente erudita, ma se a carattere sostituiamo termini più attuali come cultura per gli ottimisti del carattere e identità per i pessimisti, la questione diventa d’attualità.

Un amico molto competente e molto ironico a cui avevo chiesto se individuasse una virtù precipua nel popolo Russo e nel popolo Cinese aveva risposto: la riservatezza.

Difatti non c’è giornalista, politologo, studioso della strategie militari che non riconosca nelle testimonianze che ci arrivano dall’Ucraina o dalla Russia la differente qualità tra la stampa occidentale e la stampa orientale.

Per quanto riguarda il popolo Cinese azzerderei un’osservazione che supera i condizionamenti statali e ideologici di un Impero. Fioriscono in ogni città dell’Occidente comunità cinesi che prendono il nome di China-Town, a Berkeley in California come a Milano, Firenze o Bologna.

Sappiamo tutti dal più al meno che i poliziotti, per esempio, non amano addentrarsi nei loro territori, ma, al tempo stesso, che è assolutamente raro il caso in cui qualche episodio di cronaca nasca al loro interno.

Chi non ricorda la famosa Rivoluzione culturale Cinese, che per essere appunto culturale, era assolutamente pacifica, senza spargimento di sangue, come dicevano orgogliosi tanti nostri colleghi all’università. Oggi i morti di quella rivoluzione si stimano tra i 2 e i 6 milioni di morti, una cifra irrisoria, tuttavia, se confrontata con il miliardo e quattrocento milioni abitanti dell’Impero cinese.

Occorre tuttavia che l’elemento, come dire catalizzatore, che permetta di rinvigorire la vocazione imperialistica sia costituito da una Religione Civile che abbia un range universale di possibili credenti.

Le Religioni civili fiorirono dopo le sanguinose lotte intestine tra Cristiani di varie confessioni nel XVII secolo. Rispetto alle religioni tradizionali che prospettano un paradiso nell’aldilà, le Religioni Civili prospettano un paradiso nel futuro dell’umanità

Libertà, fraternità, uguaglianza ha sicuramente questa caratteristica. La liberazione del proletariato dalle proprie catene è un progetto condivisibile da tutto il genere umano; inoltre sin dal manifesto di Karl Marx aggiunge il carattere esclusivo (e autoritario) con cui si esprime il credo comunista; esclude infatti ogni possibile religione civile concorrente.

Potremmo aggiungere un’altra caratteristica di questa Religione Civile: il proletariato in quanto categoria  universale ha il vantaggio della mobilità, così utile nell’amministrazione di un Impero. Il destino della Crimea può costituire un esempio eloquente.

La Rivoluzione Russa ebbe tra le sue conseguenze la morte di circa duecentomila Ebrei. Stalin che non era antisemita e che si prodigò per distribuire nelle Repubbliche Sovietiche le popolazioni in base alle diverse etnie, ebbe un particolare progetto per gli Ebrei.

Gli Ebrei erano commercianti e artigiani, Stalin li trasformò in contadini e, approfittando di un massiccio finanziamento da parte di una associazione ebraica di New York, li destinò ad occupare la Crimea. L’impresa non funzionò per l’avversione degli abitanti verso questi concorrenti addirittura privilegiati.

Stalin allora decise un’altra destinazione della comunità ebraica, cercando una località che non avrebbe potuto suscitare disordini. Una regione montuosa e praticamente disabitata a ridosso di una delle Kraij che si affacciavano sul pacifico, costituì la destinazione ottimale, anche se si trovava a 8200 km dalla destinazione primitiva. Ancora oggi è possibile individuare sull’atlante l’Oblast Ebraica, anche se dei duecentomila Ebrei, non ne sono rimasti che 1600.

Di questa mobilità si è notoriamente approfittato l’impero cinese, che è solito trasferire milioni di abitanti da un luogo all’altro in base alle convenienze climatiche e produttive del momento.

Dovremmo aggiungere a questi caratteri un altro di grande importanza il Disprezzo, ma sebbene sia un elemento essenziale, non è esclusivo degli Imperi Comunisti. Tuttavia un recente video in cui Lucio Caracciolo e Dario Fabbri illustrano la Scuola di Limes, creata da circa un anno e promuovono la prossima iscrizione alla scuola, costituisce la prova più evidente che la riflessione sui caratteri nazionali è di grandissima attualità.

Radici

Aldo Ferrari, docente di storia alla Ca’ Foscari, ma anche politologo, specializzato in slavistica e armenistica, è autore di decine di libri sulla Russia.  In un video pervenuto dall’ISPI alle scuole, Aldo Ferrari esordisce così: ” il mio compito è presentare questo conflitto in una prospettiva storica perché questo conflitto pur essendo una questione di questi giorni ha dietro di se una storia molto lunga e più che millenaria.

A grandi linee bisogna ripercorrere questa lunga storia, perché altrimenti non si comprendono le ragioni di un conflitto terribile ma che senza poter essere giustificate devono essere comprese nella loro prospettiva storica.

Il primo stato russo nacque proprio intorno alla città di Kiev odierna capitale dell’Ucraina nell’anno 862,…. Non è solo una questione geografica, è una questione  di interpretazione storica, di comprensione delle diversi interpretazioni storiche.

Rus of Kiev, Russia di Kiev, è la citta madre; a rivendicare l’eredità di Kiev sono comprensibilmente gli ucraini ma anche i russi che in questa città vedono l’inizio della loro storia e della loro cultura. Quindi vediamo come l’interpretazione storica diventi cruciale anche nella comprensione del conflitto di oggi.

Non a caso tutto è cominciato con discorso di Putin proprio di carattere storico, discutibile, russo centrico quanto vogliamo, che negava all’Ucraina il diritto storico culturale di essere un paese indipendente e il giorno dopo l’esercito russo è entrato in Ucraina, quindi l’azione militare”.

A parte il fatto che i discorsi di Putin del 21 e del 23 febbraio sfiorano soltanto la questione storica, per altro proposta da Putin in molti altri discorsi, se la sua prospettiva è ‘russo centrica e discutibile’ non vedo perché non debba essere discussa e, se confutabile, confutata.

Difatti, la ricostruzione di Ferrari dimostra al contrario che la storia dell’Ucraina è assai diversa dalla storia russa. Per esempio, la struttura delle città stato lungo il corso del Dniepr e del Principato che ha origine nella figura leggendaria di Rurick non ha alcuna delle caratteristiche autocratiche che caratterizzano la Russia di Ivan il terribile e della ‘Terza Roma’, della dinastia del Romanoff, tantomeno le caratteristiche della Russia di Pietro il Grande o di Caterina ii, che tanto si è impegnata nella sottomissione dei territori imperiali.

Si deve aggiungere che quando lo Zar nel febbraio del 2017 abdicò, le prime nazioni che proclamarono la loro indipendenza furono l’Ucraina e la Lituania.

Altri, come Corrado Augias e Alessandro Barberi, considerano almeno triplice la gestazione di quella che Augias chiama l’anima russa. In un video discorrono agevolmente sul tema, non senza scivoloni. Alessandro sostenendo che la repressione di Pinochet fu condannata solo a posteriori, Corrado attribuendo alla Russia una spiritualità, presente anche in Putin, visto che in Guerra e pace le armate dello Zar si inginocchiano di fronte al quadro della Madonna esibito dal Patriarca.

Perciò mi sento autorizzato anche io a qualche divagazione. Il periodo rivoluzionario, tanto nel caso della Rivoluzione francese, quanto della Rivoluzione russa, è un lasso di tempo estremamente limitato. La Rivoluzione francese dura non oltre sei anni. Prima e dopo la Francia non cambia carattere. Anzi si può dire che Napoleone Bonaparte interpreta assai meglio di Luigi XIV la concezione dello Stato come entità suprema che non è disposta a condividere il potere.

Quanto alla Rivoluzione russa, il periodo propriamente rivoluzionario, in cui è incerta la vittoria di uno qualsiasi dei contendenti, dura al massimo quattro anni. Ma si può dire che dopo quattro anni, i tre determinatissimi fanatici, Lenin a Pietroburgo per controllare le alterne vicende della Duma, Stalin a sedare qualsiasi moto antirivoluzionario nella Russia, Trotskij a rincorrere zaristi e menscevichi nei territori a occidente della Russia, l’estensione della Russia Sovietica coincide con l’estensione della Russia dello Zar.

Punti Fermi

Diciamo la verità: la guerra in Ucraina non ci voleva a noi italiani. Avevamo appena finito di litigare sui vaccini e assaporato la fine delle restrizioni che arriva Volodymyr Zelenski a romperci le scatole. E siccome le disgrazie non arrivano mai sole, avevamo appena celebrato la vittoria nel campionato Europeo che la Macedonia del Nord ci scaccia dai prossimi mondiali.

Adesso il morale è a pezzi e la confusione agli estremi. Si va da Massimo Cacciari, che dice che siamo sulla soglia dell’abisso e invoca una nuova Jalta, a Luciana Littizzetto, che sciorina cartelli su cartelli a Tempo che fa, per dire che le guerre fan tutte schifo (quindi anche questa). Tragici o comici, gli italiani vogliono una sola cosa, la pace ad ogni costo, costi quel che costi (agli altri).

Punti Fermi era il titolo che Giovanni Spadolini dava ai suoi editoriali quando dirigeva il Resto del Carlino di Bologna. Manifestava l’intenzione di stabilire principi e fatti incontrovertibili, mentre ospitava personalissime opinioni del direttore.

Spero perciò che si capisca il carattere ironico del titolo, visto che mi è venuta voglia di dire come la vedo io, dal momento che tanti in pubblico e, immagino, tanti di più in privato, ne parlano.

Comincerò da qualche mia opinione geografica. Una legittima ragione di Vladmir Putin per invadere l’Ucraina, è che, si dice, non sopporta l’idea di missili balistici a 380 chilometri da Mosca.

Mi sbaglierò, ma Mosca è a 700 chilometri da Karchiv e 850 da Kiev, giusto il doppio, ciò che dovrebbe dimezzare l’angoscia di Putin. Mentre se l’Ucraina ritorna sotto l’influenza di Putin, sarà l’Italia a essere a 950 chilometri dai missili.

Aggiungi che non saranno i missili di Zelenski, ma quelli supersonici di Putin. In qualche articolo passato mi mostravo un po’ preoccupato sulle strisce pedonali, perché sfrecciano silenziosissime, come i missili di Putin, biciclette contromano. Ora sono un po’ più sereno, perché con Putin non c’è rischio che finisca in ospedale.

Ma c’è una mia opinione geografica personalissima, visto che, non solo la vispa Lilli Gruber, ma tutti i pro Putin, trovano naturale che la Russia si prenda il Don Bass per raggiungere la sua Crimea.

Eppure, mi sarò distratto, ma proprio nessuno, neanche Paolo Mieli, Mario Calabresi, oppure il sempre presente e paziente Lucio Caracciolo, direttore e fondatore della rivista Limes, ha mai obiettato che la Crimea dista solo 20 chilometri dalla Russia, e ci si arriva in treno come in macchina o in autotreno.

Difatti Putin nel 2014 s’è preso la Crimea, nel 2016 ha cominciato a costruire il ponte e nel 2018 l’ha inaugurato. Se si pensa che la Crimea è poco più grande della Sicilia e ha circa 2 milioni di abitanti, la velocità è stata encomiabile, nella costruzione di un’autostrada di 22 metri di larghezza e una ferrovia, benché assai facilitata dalla lunga isola che quasi chiude il Mar d’Azof.

Al ponte di Crimea si accede dal Krasnodar Kraij , uno dei nove kraj della Russia, un territorio che costeggia il Mar Nero con una buona reputazione turistica. La città omonima ha circa 900 mila abitanti e si classifica spesso tra le 5 città della Russia con il migliore tenore di vita.

Talk Shows 1

LA7 è un canale televisivo privato italiano di proprietà del gruppo Cairo Communication. Detto più alla buona è una Tv commerciale che, sapendo come sia difficile far concorrenza alla Rai senza almeno tre canali televisivi, si dedica soprattutto a televendite, intervallate da Talk shows di argomento politico, che sono addirittura più economici di certi programmi di intrattenimento dedicati alla cucina o alla moda.

Limitandomi ai dibattiti televisivi che allietano la sera di La 7, vorrei indicare alcune caratteristiche di questi programmi. Durano circa tre ore e oltre. Un aspetto non trascurabile, perché è probabile che chi si dispone a questa faticata sia lui stesso un politico di professione, un giornalista, un opinionista, se invitato abituale.

 In ogni caso gli aspetti più attraenti del programma, purtroppo quelli in cui la pubblicità è più densa e aggressiva, vengono riservati alla prima ora e sono dominati dalla ferrea regola dell’audience. Comincerei da Propaganda Live trasmesso il venerdì.

Propaganda Live è uno dei pochi programmi per cui vale la pena guardare la tv. Ma anche di spegnerla. E poi c’è il conduttore: Diego Bianchi, in arte Zoro. C’è chi lo adora, e sono molti. E chi cambia canale appena lo vede, e sono anche di più.
Propaganda Live è l’unico programma dove ti puoi ritrovare a ridere e a piangere nella stessa serata. E non è detto sia una cosa positiva.
Zoro e i suoi lo scriviamo senza ironia sono fantastici. E chi non lo pensa è un salviniano ignorante populista sovranista sessista bianco omofobo meloniano neocolonialista e potenziale stupratore. Sono tre citazioni che rubo da un ottimo articolo di Luigi Mascheroni, docente di scienze della comunicazione, e che tutti dovrebbero leggere pubblicato il 28 giugno 2021 sul Giornale. Si adatta perfettamente anche la serata di venerdì  5 marzo che mi sono imposto di vedere per intero.

Chiaramente impegnato nel recupero di voti da parte del PD o comunque della sinistra è il talk show Di martedì diretto da Giovanni Floris. Esemplare, per esempio, è stato l’intervento, acuto ed elegante come sempre, di Pier Luigi Bersani: si apre con un consenso all’invio di armi dettato dalla congiuntura di governo più che da personale convinzione; difatti si affretta a sostenere che non va demonizzata la posizione di chi è contrario, e che comunque non si tratta di una posizione né-né.

Aggiunge che è troppo comodo star seduti in poltrona a guardare la guerra in Ucraina, e qui la logica gli fa difetto, perché è fin troppo facile ritorcere l’argomento sugli avversari. In breve: una posizione con-con, che svicola dall’evento bellico per tornare al tema del lavoro e alle abituali lenzuolate, se la sinistra vuole migliorare i sondaggi. La mimica e le evoluzioni tonali della loquela emiliana aiutano ampiamente l’applauso.

Contraria mi pare Concita de Gregorio che, con l’aiuto di Davide Parenzo, considera dominante la posizione né-né e aggiunge che, malgrado il tanto discutere, non ci si capisce niente. Il loro talk show  In onda, sostituisce il sabato e domenica, in modo riflessivo e arioso, il martellante Otto e mezzo dei giorni feriali.

Tuttavia anche Concita, che come conduttrice si propone sotto tono e sotto voce – e questa è una novità positiva – manifesta con decisione la sua targa politica, se l’ospite è Giulio Tremonti, come è successo il 19 marzo 22.

Entrando in un dettaglio, tuttavia non trascurabile, del bisticcio con Tremonti, lasciare alle regioni l’adozione o meno dell’energia nucleare è stata ed è una idea talmente bislacca e insensata che, anche se (per assurdo) fosse una scelta imposta dalla Costituzione, sarebbe un buon motivo per modificare la Costituzione, che diventa sacra soltanto in funzione di chi la maneggia. Ed è incredibile che il Pd, tanto nemico del sovranismo in Europa, lo appoggi e lo pratichi nelle regioni in Italia.

Talk shows 2

Quasi a rimediare al caos del martedì, in cui Giovanni Floris finisce sommerso dall’eccessivo numero di invitati, provvede, di lunedì, Non è l’arena.

In apertura, sull’enorme fondo scuro di una vasta piazza ucraina colma di detriti, emerge e si ingrandisce lentamente la figura di Massimo Giletti, a cui mancano soltanto le fondine ed Ennio Morricone, per suggerire al pubblico chi comanda il Talk Show e i duelli alla pistola che seguiranno. Aggiungo, dopo l’ultima puntata, che, alla faccia di Bersani, ha diretto il talk show dall’Ucraina.

Corrado Formigli – è scritto nella biografia – è un giornalista e un autore di programmi televisivi che non appartiene a nessun partito politico. E’ scrupoloso nel manifestare questa imparzialità nel suo talk show. Però…

Ammetto che, tra i tanti stimoli a pubblicare qualcosa, le comparse della filosofa Donatella Di Cesare a Piazza Pulita sono state le più impellenti. Apprendo dalla rete che è professoressa di filosofia teoretica alla Sapienza Università di Roma, e che ha trascorso circa venti anni in Germania a studiare Heidegger.

Invitata tre volte a Piazza Pulita per spiegarci le ragioni dell’altro, ha esordito così ‘la pace vien prima della guerra’. Più appassionato di Hume che di Heidegger, non ho compreso la verità recondita e profonda della sentenza, se non dall’aria ispirata della filosofa (occhi chiusi e labbra serrate in circolo, come quando si fischia) e mi sono subito detto. ’vero, verissimo, tanto è vero che la pace viene anche dopo la guerra’: pace-guerra-pace, insomma è come il problema dell’uovo e della gallina. Guido Crosetto ha purtroppo sommerso i suoi interventi.

Ostinato, Corrado Formigli la terza volta l’ha fatta sedere a tavolino con alleato Alessandro Orsini, professore alla Luiss ed esperto di organizzazioni terroristiche. Di rimpetto I giornalisti Paolo Mieli e Mario Calabresi. La questione è, se si deve aiutare con armi o soldi l’Ucraina di Volodymyr Zelensky, oppure no.

 Esordisce Paolo Mieli con un breve discorso sulla guerra in Ucraina. Risponde Donatella: mi meraviglio che lei faccia delle semplificazioni, ci sono due nazioni in conflitto tra loro. No, dice Mieli, una ha invaso l’altra. Questa è propaganda, ribatte lei, al che Mieli si inalbera e la prende come offesa personale.

Imperterrita lei: ‘sono due paesi indipendenti in conflitto con due eserciti regolari, …veramente c’è una formazione paramilitare dell’Ucraina di cui sappiamo poco, chi sono? chi la finanzia? che cosa vuole? …..

Ancora Mieli: è giusto che gli ucraini cerchino di resistere. Donatella: lei parla di Resistenza, ma la Resistenza era una guerra civile (io concordo) invece qui c’è un conflitto fra due stati, sono appena tornata dalla Germania e lì nessuna parla di Resistenza (e che dovrebbero fare, il harakiri?)

Conclude alla fine: bisogna che Zelensky risponda di tutto questo … che è il responsabile di questa guerra. In breve il quesito non è stato neppure affrontato, ma mi ha fatto ridere. Se Donatella non fosse a Roma, ma in una cantina di Mariupol, penserei a una variante della Sindrome di Stoccolma.

In ogni caso la questione non è accantonata e non è un caso che la puntata si sia conclusa con gli interventi di Alessandro Orsini e Alberto Negri. Alberto Negri, giornalista del Manifesto, molto gettonato a Piazza Pulita come a Rai Tre, la prima volta che ha parlato di Ucraina ha detto pressappoco: ‘però gli ucraini sono piuttosto loschi, basti pensare che hanno mandato ai lager un milione e quattrocentomila ebrei’.

Dello stesso parere sono del resto gli israeliani, risentiti recentemente, e e giustamente, del paragone proposto da Zelensky tra l’Ucraina e l’Olocausto. Tuttavia se gli ucraini sono loschi per questo motivo allora sono loschi anche polacchi, olandesi, francesi, italiani.

 Del resto,  almeno dall’Ottocento,  nei paesi danubiani i pogrom erano una sport tanto diffuso quanto oggi il calcio in Europa.  Mi diverte però l’idea che i giornalisti del Manifesto sono bravi a fare le copertine, ma, dopo aver lasciato il Partito per protesta contro i carri armati in Piazza San Venceslao, sono rimasti gli unici comunisti italiani.

L’orientamento di Alberto Orsini è troppo noto per richiedere un commento. Tuttavia i suoi argomenti variano di volta in volta: l’ho sentito una volta sostenere che Putin è caduto in una trappola geniale di Joe Biden, una seconda volta che l’Europa è come un corpo umano in cui l’Italia ha la funzione di ospitare tutti i bambini scampati dall’Ucraina, una terza volta, dopo gli insulti di Biden, che non bisogna demonizzare Putin, ma umanizzarlo, riconoscerlo come persona, altrimenti ‘disperato ci sventra tutti’.

Talk shows 3

Tante parole solo per dire che Corrado Formigli è un subdolo. Ma c’è una caratteristica che lo accomuna con Lilli Gruber e preferisco parlare di lei, perché è più diretta. Non si può dire che Otto e mezzo manchi di ritmo.

 Lilli Gruber è famosa perché non solo fa ai suoi ospiti le domande, ma fornisce anche le risposte. E’ del resto così sicura di come stanno le cose, e in questo assomiglia al suo beniamino Marco Travaglio, che il suo Talk Show è in realtà un monologo e gli ospiti sono lì per garantirlo.

Questo da sempre, ma in questo frangente è ansiosa e come ossessionata dalle trattative per la soluzione della guerra. Così quando ha invitato nientemeno che la vice di Zelensky, Iryna Vereshchuk, la interroga così: ‘Sono accettabili queste condizioni …Crimea e Donbass alla Russia e una neutralità internazionale?’

 L’ospite, chiaramente irritata, dice pressappoco: vorrei vedere con che faccia Zelensky potrebbe presentarsi agli ucraini con una proposta del genere. Al che Lilli, rivolgendosi sconsolata ai suoi ospiti: sarà difficile trovare un compromesso.

Qualcuno dovrebbe fare a Lilli Gruber la seguente domanda: Signora Gruber, ci dica per favore di che colore sono oggi le sue mutande? E’ una domanda inopportuna, idiota, indecente?

 Sicuro, ma non è più idiota o indecente che pretendere una risposta dalla vice di Zelensky sui possibili accordi per la pace. Invece la Gruber (e Formigli) si comporta come se stesse lei al tavolo delle trattative, proprio come le quote rosa pretese da Laura Boldrini e Luciana Littizzetto.

Termino con Atlantide storie di uomini e di mondi, il programma in onda il Mercoledì, dal 2017 diretto da Andrea Purgatori . Non è un Talk Show, ma piuttosto un programma di approfondimento culturale. Le puntate dedicate rispettivamente a Zelensky e a Putin sono state eccellenti dal punto di vista dell’informazione.

Altrettanto lodevole è Presa Diretta diretto da Riccardo Iacona, in onda su Rai 3 il lunedì sera, spesso riproposto la domenica. Terribili come i video della Crimea, infatti, sono quelli che provengono dal sud del Madagascar. Gli abitanti, tra i più poveri del pianeta sono tormentati tanto da alluvioni, quanto da una siccità che ha distrutto le coltivazioni, e costringe a ricercare l’acqua potabile scavando nel letto del fiume a secco.

 Ma anche le spiagge e le ricche dimore di Miami sono destinate a sparire sotto l’oceano nel giro di qualche decina d’anni. Ne saranno testimoni quanti sono nati intorno al duemila.

P.S. Lilli Gruber supera se stessa. Questa sera ha intervistato giuliva l’eccellente negoziatore di Zelensky Alexander Rodnyansky. Contrariata come al solito che gli ucraini non vogliano rinunciare alla integrità territoriale (mentre, secondo Lilli, va da sé che Germania e Italia non rinuncino al gas russo) chiede alla fine quanto tempo dovranno durare i negoziati.