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La condanna di Alemanno

E’ di ieri, 24 ottobre 2020, la notizia che Alemanno, ex leader del movimento sociale italiano ed ex sindaco di Roma, è stato condannato in appello a 6 anni di carcere per corruzione. Bene, è appena cominciata la gara per le elezioni del sindaco di Roma, si affacciano le prime candidature, Virginia Raggi, Carlo Calenda, Guido Bertolaso, e quindi ci voleva per completare il quadro il tradizionale intervento a gamba tesa della magistratura.

Un instancabile garantista, come il direttore del Il Riformista, Piero Sansonetti, non poteva perdere la buona occasione per un durissimo attacco alla magistratura. Se quanto sostiene in un video è veritiero, difficilmente si potrà affermare che non si tratti di sentenza politica, di sentenza politica da tribunale speciale, come dice lui. Premesso di essere un comunista e non certo un estimatore di Alemano, Sansonetti considera la sentenza ‘piena di misteri’ per i seguenti motivi:

 1) l’entità esorbitante della pena, per un’accusa di corruzione quantificabile in 200/250 mila euro, una pena che normalmente si dà per il reato di stupro.

 2) l’accusa ha chiesto una pena di 3 anni e 6 mesi, la Corte, dopo soltanto mezzora di camera di consiglio, ha raddoppiato la pena.

Alemanno era imputato nel grande processo Mafia capitale, a tutti noto, che ha come protagonista (e condannato) Salvatore Buzzi. La posizione di Alemanno è stata poi stralciata per un processo a parte. Il dolo consisterebe in una cifra di 250 mila euro, di cui per altro soltanto una parte sarebbe finita in una fondazione che fa capo al movimento sociale.

3) la sentenza rappresenta una sfida alla Cassazione, perché il processo di Mafia Capitale ha già superato i tre gradi di giudizio e la Cassazione ha sentenziato che non c’è stata corruzione, ma solo traffico di influenze. (il massimo della pena previsto per il primo reato è di sei anni, mentre per il secondo è solo tre anni e sei mesi).

4) la cifra di circa 260 mila euro in questione non è pervenuta direttamente ad Alemanno, ma è stata consegnata a un intermediario, Franco Panzironi, allora amministratore delegato dell’azienda di raccolta dei rifiuti Ama,e lo stesso Buzzi ha sostenuto in processo che la somma non sarebbe andata ad Alemanno.

Francamente conosco ben poco dell’inchiesta su Mafia capitale, né ho certo voglia di addentrarmi nei dettagli del processo. Per scrupolo tuttavia, mi sono andato a leggere il commento alla condanna di Alemanno de Il fatto quotidiano, l’esatto opposto de Il riformista di Sansonetti.

Il breve articolo ha una struttura chiara: la notizia della condanna, la reazione di Alemanno che si scopre corrotto sena corruttori, i dettagli dell’accusa, i riscontri delle dazioni illecite dei carabinieri del Ros, i favori restituiti in cambio dal Sindaco e dal Comune di Roma.

L’aspetto più dettagliato di questo articolo riguarda la questione di merito, cioè i soldi che Alemanno avrebbe ricevuto. Le cifre del Ros sono precise: si tratta di 198.500 euro + 25.000, che fanno esattamente 223.500 euro.

Questi soldi sarebbero pervenuti tra il 2012 e settembre 2014; da dove? da ‘soggetti riconducibili a Buzzi’ (e Il Fatto Quotidiano elenca ben 6 cooperative) e ‘due soggetti economici’, che non sono riconducibili a Buzzi, ma (udite udite) ‘che in qualche modo, secondo gli inquirenti, agivano in accordo con il ras delle cooperative‘, cioè Buzzi.

Detto così vuol dire che nessuno è riuscito a dimostrare un piffero sui due soggetti economici, mentre le loro somme sono 60.000+15.000 = 75.000. Quindi 198.500- 75000= 123.500.

Questa somma, precisa il Ros, versata dal 4 gennaio 2012 al 3 settembre 2014. Se togliamo dalle cooperative che fanno capo a Buzzi, Formula sociale di cui riporta un bonifico regolare di 10 mila euro, restano113.500 euro.

Cioè Alemanno in tre anni si porta a casa una somma pari al canone Rai di un anno. Senonché il resoconto non può terminare qui, perché, stando sempre alla versione de Il fatto Quotidiano, secondo l’accusa, ‘una parte consistente dei soldi sarebbe arrivata nell’ottobre’, quindi da sottrarre dai 113 mila euro in tre anni.

Ma poiché Alemanno è stato condannato non solo per corruzione, bensì per corruzione e finanziamento illecito, vuoi vedere che Alemanno, come Marino del PD e tantissimi altri, è stato accusato di comprarsi le mutande con il Bancomat del suo partito?

A parte il pasticcio creato da Il fatto quotidiano, nel tentativo di giustificare la condanna, resta il fatto incredibile di un corrotto senza corruttori.

E qui non bastano le parole scritte, ma è necessario il video di Sansonetti, quando, nella sua insostituibile cadenza romanesca, afferma, che Alemanno è condannato in quanto ‘è un corrotto, profondamente corrotto, intrinsecamente corrotto, perché è un sindaco, un fascista, un ministro, un politico’.

Riferendosi ai due processi, Sansonetti conclude sconsolato che ‘in Italia la stessa giustizia non può stabilire ‘che una persona non ha commesso un reato e poi che ha commesso un reato’, e con il caso Palamara.

Cosa c’entra Palamara? Ma perché Palamara e Magistratopoli – esclama Sansonetti – ha dimostrato che la giustizia è la giustizia delle correnti, non riguarda l’illegalità e tanto meno la ricerca del vero.

Quando incontro circostanze che confermano quanto ho sostenuto in passato sono contento, non solo perché forse non ero in errore, ma forse avevo anche ragione a guardare più lontano.

Avevo scritto che in Italia la stessa persona in flagranza di reato viene condannata a Roma e assolta a Bologna. Nulla di strano, perché la famosa separazione dei poteri non è intesa come indipendenza dal potere politico o legislativo, ma come indipendenza di ogni magistrato.

Un’altra volta, avevo anche fatto un test tra amici,chiedendo se fosse più colpevole il corruttore o il corrotto, e tutti non hanno esitato a rispondere il corrotto, perché senza corrotti non ci sarebbero corruttori.

Quindi, caro Sansonetti, ha ragione la Corte d’appello e ha torto la Cassazione. Tanto più che il caso Palamara dimostra che più si va in alto e più l’illegalità e probabile. E qui i tre magistrati della Corte d’Appello potrebbero, come Saverio Borrelli, invocare la Resistenza.

C’è caso, caro Sansonetti, che forse la radice del problema non sia neppure soltanto Tangentopoli e la giustizia politica, bensì il sistema giudiziario. E a me, che a furia di studiare i filosofi, un po’ di filosofia mi è entrata in zucca, pare che alla radice del problema ci possa essere il carattere intrinseco del sistema giudiziario.

Che cosa? Ma è perché è il tappo dei tappi, è un sistema autoreferenziale. Poniamo che, per condannarlo, la Corte abbia affermato cose palesemente non vere. Che cosa può fare Alemanno se non ricorrere in Cassazione?

E’ questa, quella che ho appena chiamato il tritacarne, la macchina ferrigna della giustizia. Tutt’altro sarebbe, se Alemanno potesse far causa ai giudici delle Corte d’appello.

Ciò vale nel Penale come nel Civile (a dimostrazione che è un difetto del sistema). Se una persona viene condannata perché in sentenza il giudice asserisce il falso, non può citarlo in giudizio, può soltanto ricorrere in appello.

Si dirà, ma Palamara verrà giudicato a Perugia. Ma si tratta di altro reato. Contro la sentenza della Cassazione che lo ha radiato dalla magistratura, anche lui non può che far ricorso a un grado superiore di giudizio. E la corte superiore, in ogni caso, non potrà sanzionare, in alcun modo sostanziale, i magistrati della Cassazione che lo hanno condannato.

Il lodo Contebis

Molti siti Web venerdì 14 febbraio davano per approvato dalla maggioranza il lodo (Federico) Contebis sulla prescrizione, del resto quasi annunciato dalla senatrice Malvezzi. La notizia tuttavia non è stata riportata dai telegiornali Rai. Immagino che ciò dipenda dal fatto che non si sia trovata ancora una stesura decente della nuova legge sulla prescrizione, né ci sia l’accordo sulla riforma del processo.

Quello che è sicuro è che mentre la sottosegretario Malpezzi raccomanda, come il suo capo, un discorso di condivisione, i Cinque Stelle hanno piantato la loro bandierina identitaria. Del resto come avrebbero potuto fare altrimenti, visto che reddito di cittadinanza e legge Spazzacorrotti erano alcune delle attrattive fondamentali della campagna elettorale del comico movimento ispirato dal comico fondatore? Sicché i telegiornali Rai hanno mostrato una piazza affollata che applaude l’abbraccio appassionato tra Bonafede e DI Maio su di un palco. (To’, neanche a loro basta più la centralità del parlamento e la piattaforma Rousseau).

 Li abbiamo anche visti, a turno, seduti più tardi a fianco e a guardia del Presidente del Consiglio. Il quale, sempre distante e distaccato dalle liti che comporta la sua maggioranza, ha sepolto questo venerdì nero della giustizia proponendo un piano decennale per il Mezzogiorno (vuol durare tanto?), 32 miliardi di stanziamento e financo la realizzazione dell’Alta Velocità Napoli-Reggio Calabria (e la Sicilia?). Mamma mia! Quante promesse, mentre è ancora da terminare il rifacimento dell’autostrada Napoli-Reggio Calabria, ancora non è chiaro il destino dell’Alta Velocità in Val di Susa, né il destino di Alitalia, Air Italy, Whirpool e dei duecento tunnel autostradali da mettere in sicurezza, mentre l’Ilva di Taranto diverrà statale.

Quantunque apprezzi da una vita gli interventi di Pietro Sansonetti nei dibattiti televisivi, quantunque sappia che ha fondato un giornale come Il Dubbio (un titolo che sarebbe piaciuto anche a Hume) da cui peraltro è stato cacciato, come ha detto sconsolato in una intervista, ancora quantunque il Travaglio-sempre- incinto abbia appreso con disappunto la rinascita sia pure solo on line de Il Riformista,  definendolo il giornale che vuole abolire le carceri (mentre sarebbe giusto, immagino, introdurvi i lavori forzati  come vuole Gratteri), malgrado tutto ciò,  sono molto più pessimista di lui sulle sorti della civiltà giuridica italiana.

Perché di grazia, se la costituzione garantisce il giusto processo e la sua durata ragionevole (art. 111), non siamo tutti uguali di fronte alla legge?  Allora come si può giustificare che i reati di mafia, con i loro ambigui addentellati come il concorso esterno in associazione mafiosa o l’aggravante del metodo mafioso, oppure i reati che prevedono l’ergastolo non prevedono la prescrizione? Non è affatto chiaro, infatti, se la prescrizione sia prevista o meno, nel caso che qualcuno venga accusato del reato di appartenenza alla mafia o di un reato che prevede l’ergastolo.

Bonafede, contraddicendo con esattezza il suo cognome, ha nascosto i commi d e f che riguardano l’abolizione totale della prescrizione in una legge che è soprattutto dedicata ai reati contro la pubblica amministrazione, una truffa usuale, ma sempre deplorata e spesso cancellata.

Io non voglio lasciare queste questioni agli esperti e neppure al Presidente delle Camere Penali come vorrebbe Renzi, perché, non voglio fidarmi più di una associazione di avvocati più di quanto mi fidi dei magistrati inquirenti o giudicanti, visto che tutti hanno assimilato gli stessi codici, le stesse ambiguità, le stesso storture.

E’ arrogante la mia pretesa? Ma non ho detto da quando scrivo questi articoli che siamo overwhelmed, sopraffatti, dall’informazione? Proprio il venerdì 14 febbraio in Passato e presente di Rai 3 è stato ricordato Giuseppe Zanardelli, questo liberale di sinistra, autore del codice omonimo, che abolì la pena di morte, garantì il diritto di sciopero e che pretendeva che ‘le leggi fossero comprensibili anche per le persone scarsa cultura’. Immagino che se potesse leggere anche un solo trimestre dell’attuale Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, non solo si rivolterebbe nella tomba, me le sue povere ossa comincerebbe un moto vorticoso fino alla loro definitiva consunzione.

In mancanza di un testo ufficiale sull’accordo di governo, commento brevemente il lodo (Federico) Conte in base a qualche fonte di stampa (Corriere-Ansa e IlSole 24 Ore). In entrambi i casi è difficile una valutazione, per oscurità delle fonti. I casi sono due: o i giornalisti, come accade quando fanno divulgazione scientifica, spiegano al lettore quello che non hanno capito, oppure è il ministero della giustizia a non avere idee o dati chiari, o entrambi i casi.

Ho già detto altrove che la legge Bonafede non riguarda il 75% delle prescrizioni che precedono i processi penali di primo grado. Il Sole 24 Ore, sulla base dei dati forniti dal Ministero della giustizia per il 2018, afferma che in primo e secondo appello ci sono state 303000 pronunce e, mediante le percentuali relative, illustra le conseguenze del lodo Conte.

Il lodo Conte distingue con la chiarezza che è mancata a Bonafede tra sentenze di colpevolezza e di assoluzione. Rispetto al primo grado di giudizio Il Sole indica 160.000 sentenze di condanna, pari al 53% del totale, che comportano la sospensione del corso della prescrizione fino alla fine del processo.  Non scatterebbe la sospensione per le 63.000 sentenze di assoluzione, pari al 21% del totale. Basta sommare questi numeri e queste percentuali per arrivare a 223.000 pronunce e 74% del totale. E il 26% mancante? E’ chiaro che non ha molto senso calcolare percentuali sul totale delle pronunce per valutare l’entità della modifica del lodo Conte. In breve, sul totale delle sentenze di primo grado, 223.000, l’abolizione della prescrizione voluta Da Bonafede resta  nel 72% dei casi,  e non nel 53%. La differenza è rilevante, non già poco più della metà, bensì assai più dei due terzi.

Nell’85% dei casi queste condanne sono confermate in appello, in tutto o in buona parte. Solo nel 15% dei casi un’assoluzione segue una condanna di primo grado e resta incerto capire se non ci sia comunque un allungamento del processo.

In caso di assoluzione in primo grado (63000, pari al 28%), sarà sufficiente al pubblico ministero richiedere entro un anno l’appello (che dovrebbe essere una garanzia per l’imputato e non una rivalsa per il sostituto procuratore), per tentare di recuperare l’abolizione della prescrizione. A questo punto in caso di colpevolezza nel secondo grado ci sarà una piccola compensazione relativa al corso della prescrizione di incerta valutazione.

In caso di doppia assoluzione, ‘scatta una nuova sospensione in vista della Cassazione’, ossia la prescrizione è di nuovo abolita.

Circa la riforma del processo si fissano i seguenti tempi: 12/18 mesi per le indagini preliminari, 1/3 anni per il primo grado, 2 per l’appello , 1 per la Cassazione. In sintesi da 5 a 7 e mezzo, a seconda della gravità del reato e del numero degli imputati. Se così fosse, come sosteneva Sansonetti, non ci sarebbe alcun bisogno di modificare la prescrizione, semmai di abrogare l’attuale legge Bonafede. Come prevedevo, il Ministro minaccia provvedimenti disciplinari Spazzamagistrati, scatenando la protesta dell’Associazione Nazionale Magistrati, come in precedenza quella degli avvocati. Ma nessuno crede all’applicabilità delle sanzioni, che dovrebbero essere propinate, immagino, dal Consiglio Superiore della Magistratura.

Che dire dell’auspicato compromesso? Ebbene, c’è un pragmatismo americano, che, oltre ad essere una nota corrente filosofica. è anche mentalità e costume, flessibile, capace di semplificazione creativa, efficienza.  Ma c’è anche un pragmatismo sovietico o russo, se vogliamo intimamente connesso con l’ideologia comunista, che ha la peculiarità di manifestarsi sulle questioni di principio, come nell’accordo tra nazismo e comunismo sovietico per la spartizione della Polonia, o nell’articolo 7 della Costituzione coi suoi patti lateranensi, per citare due esempi noti a tutti.

Avevo già previsto il compromesso tra manettari (Cinque Stelle) e mezzo-manettari (PD), senza tener conto che Liberi ed Eguali, per stimarsi più comunisti dei precedenti, sono anche più acquiescenti nei compromessi.

Poscritto: la Commissione Europea ha giudicato l’abolizione della prescrizione in linea con le raccomandazioni europee. L’ex PM Gian Carlo Caselli su Il Fatto Quotidiano gongola. La redazione de Il Foglio che, in odio al sovranismo, prenderebbe qualsiasi calcio in faccia dall’Europa, come richiede del resto il Partito Democratico, si accontenta di definire il giudizio di Caselli un ‘sovranismo a fasi alterne’.

Personalmente sono andato a vedere: la prescrizione esiste in Germania, solo è più lunga e loro sono più bravi a fare i processi. In Francia ci sarebbe, ma ricorrono molto alla interruzione per cui non scatta mai; tuttavia l’interruzione si verifica quando ci sono eventi processuali ed è indizio di buona lena. E’ anche vero che nel 2012 c’è stata una certa involuzione nella giustizia francese. In Inghilterra la rapidità dei processi non è raffrontabile con il Continente. Non cito le mie fonti? Eh no. Fatevi un giro in Internet anche voi!

Prescrizione

Pensavo di continuare l’articolo sulla separazione dei poteri, ma preferisco soprassedere perché non sfumi dal mio dormiveglia il recente ricordo di un Post successivo al telegiornale della sera di RaiDue. L’encomiabile direttore Gennaro San Giuliano o chi per lui aveva organizzato un dibattito di approfondimento circa la recente legge sulla prescrizione entrata in vigore dal 1 Gennaio 2020, di cui menano vanto i Cinque Stelle e soprattutto il ministro della giustizia Alfonso Bonafede.

E’ così che ho assistito divertito a un ennesimo monologo del notissimo e gettonatissimo direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che con la testa stravolta verso l’alto, come in un quadro caravaggesco di San Paolo caduto da cavallo sulla via di Damasco e folgorato dallo Spirito santo, recitava: ci fosse stata questa legge, Andreotti sarebbe stato condannato per mafia e Berlusconi avrebbe avuto sette condanne per corruzione di politici, testimoni e quant’altro. Tanto che mi sono chiesto se Travaglio sia un nome d’arte, per uno sempre incinta di monologhi e volumi manettari.

L’intervento di Travaglio era un inno all’abolizione della prescrizione, perché è solo uno strumento che permette agli avvocati di mandare assolti i loro potenti assistiti. Invero, uno studio ha mostrato che le dilazioni degli avvocati hanno effetto solo nel 3% dei casi, ma immagino che Travaglio obietterebbe: appunto 1% gli Andreotti, 2% i Berlusconi, mentre la prescrizione non salva mai i poveri diavoli coi difensori di ufficio.

Poiché la giustizia non è una religione in cui magistrati e avvocati che la gestiscono fanno la parte dei chierici e il popolo che la subisce fa la parte dei laici, poiché nelle vicende della giustizia prima o poi ci finiamo tutti, cercherò di parlarne evitando il più possibile i tecnicismi giuridici.

In uno studio della Camera dei Deputati si dice: ‘La prescrizione del reato è la rinuncia dello Stato a far valere la propria pretesa punitiva, in considerazione del tempo trascorso dalla commissione del reato e trova fondamento nel fatto che, a distanza di molto tempo, si ritiene che venga meno l’interesse dello Stato sia a punire un comportamento penalmente rilevante, sia a tentare il reinserimento sociale del reo’. (cos’è questa aggiunta? un inchino a Beccaria?)

Qui già siamo in un campo discutibile che, per comodità e brevità, dirò che divide tendenze garantiste e manettare. Perché, avendo una discreta autonomia nell’organizzazione dei processi, procuratori e giudici finiscono per decidere quando l’interesse dello Stato viene meno. Ecco dunque l’ennesima invasione di campo del potere giudiziario nel potere legislativo.

Di fatto, poiché la costituzione prescrive nell’art. 111 la ragionevole durata dei processi e la parità tra accusa e difesa, la prescrizione può essere considerata intrinsecamente garantista. Ragion per cui a chi ama lo slogan: ‘non ci si difende dai processi ma nei processi‘, bisogna rispondere che il processo è un incubo per l’imputato, esattamente come la prescrizione è un incubo per giudici e pubblici ministeri.

Ricorriamo come Hume alla simpatia mettendoci nei panni dell’imputato. Pensiamo al processo come alla cottura in forno. L’imputato è il pollo. La prescrizione stabilisce i tempi di cottura a seconda della pena massima connessa al reato, il corso della prescrizione è il timer ticchettante. Quando il timer si arresta l’imputato è cotto, sia che torni a casa assolto e frastornato o, peggio, prescritto, sia che venga inghiottito dal carcere come colpevole. Capita che si dimentichi un ingrediente: si ferma il timer, si apre il forno, si rimedia alla meglio, e si fa riprendere il timer. Ecco il concetto di sospensione della prescrizione, da non confondere con la sua interruzione, un termine giuridico inopportuno, perché la prescrizione viene interrotta solo per farla ricominciare da principio. 

Siamo in grado adesso di affrontare la modifica in questione nella legge ‘spazzacorrotti’, come la chiama correttamente Bonafede:

Art. 1
1) Al codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:
……….
e) all’articolo 159 (che regola la sospensione della prescrizione): 1) il secondo comma è sostituito dal seguente: “Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna”; 2) il terzo e il quarto comma sono abrogati;
v)   …
2. Le disposizioni di cui al comma 1, lettere d), e), f) , entrano in vigore il 1° gennaio 2020.
3…

Per chiarire la modifica basta dire che il primo comma riguarda in sostanza i preliminari del processo, che la condanna per decreto riguarda le sole pene pecuniarie, che una sentenza diventa esecutiva quando il processo è terminato. Nel nostro sistema giudiziario la prescrizione non esiste per i reati di mafia, per quelli che prevedono l’ergastolo, e, adesso, per tutti gli altri reati dalla pronunzia della sentenza di primo grado.

Resta in ogni caso una fondamentale ambiguità: l’abolizione riguarda tutte le sentenze di primo grado o solo quelle di colpevolezza? Solo queste ultime decreta Travaglio; l’art. 129 del codice penale obbliga il giudice ad assolvere, non a prescrivere. Si obietta: ma questo vale soltanto quanto ci sono ragioni evidenti per sostenere che il fatto non sussiste, o non è un reato, o comunque non è stato commesso dall’imputato.

Per dirimere la questione occorre ricordare che un anno prima già il ministro della giustizia Orlando aveva modificato questo secondo comma: Quando si pronunzia una sentenza si ha tempo per depositare la motivazione. L’ art. 544 del codice di procedura penale, in caso di sentenze di condanna, prescrive un termine massimo di 30 giorni, poi di 90 per sentenze complicate, e in casi specialissimi di 180 giorni. Naturalmente è ovvio che senza motivazione completa non è possibile ricorrere in appello.

Ebbene che cosa ha fatto Orlando? Un regalo immotivato ai giudici, triplicando i tempi massimi di sospensione (un anno e mezzo) sia per la condanna in primo sia per la condanna in secondo grado. Quindi Bonafede intendeva riferirsi proprio alle sentenze di condanna quando sostituisce i commi 1 e 2 di Orlando e abroga i successivi due che ne sono la conseguenza. Soltanto che la scrive male.

O forse intenzionalmente, altrimenti la condanna tra primo o secondo grado, (è il caso del sindaco Marino dell’articolo precedente) creerebbe una disparità di trattamento per lo stesso reato.

Resta da chiarire perché si disponga alla lettera 1,d)e)f) quello che alla lettera v,2 –  in un pasticcio di lettere e numeri – si fa entrare in vigore un anno dopo. Si tratterebbe di una concessione ottenuta dalla Lega per mettere in campo una riforma complessiva del diritto processuale e civile, secondo Rai News. Ma è noto che Rai News lavora in tandem con Rai Tre ed è targata PD.

 Perciò quando il primo gennaio 2020 Bonafede ha dichiarato: ‘sono molto orgoglioso che da oggi la prescrizione come siamo abituati a conoscerla non esiste più; ora ci dobbiamo mettere al lavoro per la riduzione dei tempi del processo giusto che abbia una durata breve e ragionevole non solo nel penale ma anche nel civile e promette per il 2020 una drastica riduzione nei tempi del processo‘ è a lui e non alla Lega che dobbiamo chiedere perché abbia aspettato 11 mesi per mettersi al lavoro.

Sarà comunque difficile, dopo aver spazzato via gli imputati, riuscire a spazzar via giudici e pubblici ministeri, visto che per gli anni tra il 2004 e il 2015 ci sono oltre un milione e seicentomila cause arretrate, semmai aumentate negli anni successivi. Di queste un milione e duecentomila riguardano i preliminari del processo, cioè il 75% non toccato dalla legge, solo il 16% il primo grado e l’8% il secondo. In ogni caso, visto che la differenza sta tra tendenze manettare intere, o mezzo manettare come quelle del ministro Orlando, ciò fra presagire l’eventualità di un compromesso tra PD e Cinque Stelle.

C’è da meravigliarsi tuttavia che il Presidente della Repubblica non abbia fatto obiezione rispetto a un comma che tra l’altro sarebbe entrato in vigore 11 mesi dopo e c’è da meravigliarsi che Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio, abbia espresso un ampio encomio per l’operato del Presidente nel 2019, il migliore del suo settennato, ‘giustizia a parte’. Ma forse era un titolo ironico.

Conclusione:

Si narra che Cristoforo Colombo si sia vantato di poter drizzare un uovo su uno dei suoi poli e che abbia persuaso gli scettici, schiacciandone un poco il guscio da un polo. Tuttavia, se avesse spiaccicato il guscio sulla tavola, sarebbe passato per un imbecille o un buffone. C’è dell’analogia con chi ha preteso di regolare la prescrizione sopprimendola.