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Previsioni elettorali

Perché non può vincere la destra

Comincerò con 2 previsioni elettorali, non dell’ultima ora, ma con date certificate dai messaggi scambiati con un amico.

Previsioni elettorali 24 settembre 2022: Ieri Concita De Gregory ha inaugurato in Onda la sua campagna elettorale in sostituzione della Gruber invitando Enrico Letta, l’eroico salvatore della patria contro  Cinque Stelle e Centro Destra, e salvatore dell’Europa contro i sovranisti.

Dal canto suo, Letta conta sul sistema maggioritario e sulla riduzione del numero dei parlamentari, che rende la Camera – son parole sue – ‘più stabile, più agile e più controllabile’, alla faccia della divisione dei poteri.

Tireranno in ballo pure la Resistenza. Fatica sprecata perché l’elettorato è in calo ed è soprattutto la Destra che se ne sta a casa. La Destra mica campa sui soldi della Stato, come i dipendenti di ogni tipo della pubblica amministrazione.

Ecco dimostrato che il Fascismo viene da sinistra (e verrà, con il 25% del 35% dei votanti). Perché i Comunisti o le loro varianti sono come le cozze. Prima si va al potere, poi si decide come mantenerlo. A destra, invece, ci sono i Fascisti e non aumentano. E ci sono la Meloni e Marine Le Pen, a dimostrare che le donne non sono meglio. 

Per fortuna, la sera stessa compro per scrupolo sul kindle  Io sono Giorgia che leggo in tre notti.

Previsioni elettorali giovedì 11 agosto 2022:  Annuncio al mio amico che importanti novità mi fanno cambiare previsioni. Parlo dell’incredibile balletto elettorale. Ovvia la premessa: PD e Conte corrano ciascuno per conto suo. Letta, accusato di aver fatto troppe concessioni a Calenda, reintegra tutta la sinistra estrema nella coalizione, obbligando Calenda a scappare.

 Letta annuncia di dimettersi dopo le elezioni, per aver detto ‘mai più con i Cinque Stelle’. Conte, in base al suo pensiero ‘intransigente ma flessibile’, sostiene che il suo partito si colloca a sinistra del PD, come un tramite verso la sinistra vera. Bonaccini dichiara, il giorno dopo, che con Conte 2 ha lavorato benissimo e in perfetta armonia.

Calenda è il cavallo di Troia regalato agli achei (il Centro-destra) per sottrarre voti al suo centro (Berlusconi) e lasciare isolata la destra. Come prevedible, Italia viva si allea a Calenda. Infine, ci saranno i botti giudiziari di cui parla Paolo Mieli.

Il che apre la strada alla prospettiva che, comunque vadano le cose, la destra non vincerà le elezioni, ma avremo il Conte 3 o il Bonaccini 1. Vada da sé che l’elettorato aumenti, persino al 50 o 60%.

Insomma, la destra maggioritaria perderà le elezioni e vincerà la sinistra, a conferma della tesi del sottoscritto che il fascismo può venire solo da sinistra.

PS 23 settembre 2022: Letta ha sbagliato la campagna elettorale oppure è un fantastico stratega? Ancora oggi molti se lo chiedono. Io propendo per una via di mezzo. Lo ha aiutato il suo odio viscerale verso la Meloni, visto che, come me, non gli ha perdonato tutti i danni arrecati all’Italia da Macron. Letta è quello che è, Macron lo ha spedito in Italia, come Stalin ha fatto con Tito in Serbia e Togliatti in Italia.

C’è un’altra ragione che mi spinge a prevedere che la destra non vincerà e che diventa palese solo negli ultimi giorni della campagna elettorale.

Il problema è che tutti i sondaggi sono taroccati. In quelli pubblici, sottostimare la percentuale del secondo partito costituisce uno stimolo rivolto agli elettori indecisi per andare a votare, tanto più se il primo partito, come accade per un partito della destra, è disprezzato. È già accaduto a Bologna nella farsa elettorale per l’elezione regionale. Si è cominciato a gridare che se in Emilia-Romagna avesse vinto la Lega sarebbe stata a rischio la democrazia in Italia. La farsa è nota, come le Sardine, e non merita dettagli.

Poi ci sono i sondaggi vietati, ma che proseguono imperterriti. Da qualche giorno, per esempio, Enrico Mentana ed Enrico Letta appaiono più rilassati, Marco Da Milano pure, e addirittura sfotte Giorgia Meloni che lamenta fischi ai suoi comizi, segno che anche a lei è arrivata qualche cattiva notizia. Alcuni sostengono che il suo comizio aveva a tratti accenti più cupi.

Quanto a Letta ieri ha definito Conte: ‘bello e determinato’. Come per dire, presentarsi uniti alle elezioni avrebbe solo diminuito gli elettori.

Il problema è che, nel tentativo di neutralizzare la campagna elettorale di Giuseppe Conte, a Salvini non basta condividere lo scostamento di bilancio, la vicinanza a Putin, l’urgenza delle trattative di pace, la critica all’invio delle armi.

Nulla può contro l’asso nella manica dell’avvocato di Foggia: il reddito di cittadinanza, che gli darà la vittoria nei collegi meridionali. Un elettorato che non potrebbe fregarsene di più delle infrastrutture promesse da Meloni, che non guarda oltre la propria famiglia; accattone per carattere, insomma, come ho già sentito dire.

Punti Fermi 3

I prossimi punti fermi saranno a rate, brevi e datati.

Bisogna convenire che pochi giornalisti abbiano a cuore la professione quanto Enrico Mentana; semmai i suoi consiglieri sono poco affidabili, come per l’Ucraina.

Oggi, venerdì 15 luglio 2022, a ora di pranzo, occorreva commentare la Crisi di governo. E chi c’era: ma naturalmente Antonio Padellaro, la grande firma del Fatto Quotidiano, il quale ha spiegato che, se cadrà il governo di Mario Draghi, Giuseppe Conte non c’entra nulla, la colpa sarà di Luigi  Di Maio, ma soprattutto di Matteo Salvini. Gli faceva eco il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari.

Oggi, sabato 16 luglio 2022, la colpa della Crisi di governo, secondo il Fatto quotidiano, non è né di Luigi  Di Maio, né di Matteo Salvini. La colpa è invece di Mario Draghi. Infatti, quando venerdì i 26 senatori pentastellati se ne sono andati a ramengo invece che in parlamento, non volevano affatto togliere la fiducia al Governo Draghi, ma semplicemente si rifiutavano di votare a favore di quella Porcata (il termine non è di Conte, né di Casalino, ma di Marco Travaglio) che è il Decreto Aiuti.

 Mercoledì 20 luglio, infatti, appena Draghi avrà chiarito i 9 punti del programma di Coco-cercacasa, Il governo riprenderà i suoi lavori, come del resto chiedono a gran voce sindaci, sindacati, e persino i potenti della terra.

Oggi 18 luglio 2022, nel corso del TG1 delle 13,30, Roberto Rustichelli, Presidente dell’AGCM, ha dichiarato che ‘l’approvazione del disegno di legge sulla concorrenza costituisce un passaggio strategico per il sistema Paese, non soltanto perché con esso l’Italia si conforma a precisi impegni assunti in sede europea con il PNRR, ma anche per dare i giusti segnali ai mercati e agli investitori internazionali‘.

Roberto Rustichelli è stato nominato Presidente dell’ Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, il 6 maggio 2019, scelto dal Presidente della Camera Roberto Fico e dal Presidente del Senato Elisabetta Castellati per la sua terzietà, competenza tecnica ed esperienza istituzionale tra ben 122 candidati, tra cui almeno 41 professori universitari, 21 magistrati, 10 PM. Pubblicazioni, curriculum vitae, e attività professionale confermano ampiamente questa eccellenza e attitudine a presiedere l’AGCM.

Senonché l’azione di controllo e giudiziaria della Autorità Antitrust  è strettamente limitata alla concorrenza  nazionale nella legge istitutiva del 10 ottobre 1990,n 287 – come del resto pretendeva la direttiva europea che ne chiedeva l’istituzione nei singoli stati – e  quindi Roberto Rustichelli non ha voce e titolo (né l’avrebbero avuta gli altri candidati) per raccomandare i criteri per una sana concorrenza a livello internazionale.  Restano gli impegni assunti in sede europea per ottenere i famosi aiuti di 80 miliardi e i prestiti connessi.

Oggi 21 luglio 2022, Antonio Capacchione, presidente del Sindacato Balneari – Confcommercio lamenta che ieri il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha più volte ripetuto che la riforma del settore rientra negli impegni del governo per l’attuazione del Pnnr. Tale connessione non è prevista dalla Commissione Europea e dal Consiglio Europeo, a meno di impegni non formali con gli organismi europei, che Mario Draghi  dovrebbe rivelare.

Se il presidente del Sib leggesse questo articolo tre capoversi più indietro, vedrebbe che Roberto Rustichelli, presidente  dell’ Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, il 18 luglio ha fatto la stessa affermazione e detto di peggio, e ha raccomandato nel 2020 la riforma delle concessioni balneari, sempre senza averne titolo.

Il presidente del SIB dovrebbe inoltre chiedersi perché non c’è partito o parlamentare, al governo o all’opposizione, che abbia espresso la sua contrarietà, e  perché esista da mesi  una commissione che dovrebbe attuare il piano di questa liberalizzazione entro il 2022. Spiegarci , infine, perché gli stessi sindacati balneari abbiano manifestato la loro opposizione a Roma il 10 marzo scorso.

Chi poi leggesse i miei primi due lunghi articoli intitolati Viva la Nato e Abbasso l’Unione Europea, pubblicati il 6 giugno 2022, avrebbe molto da apprendere sulla vicenda delle concessioni balneari e come, ancora una volta, ci siano magistrati che remano contro gli interessi degli italiani. Si accorgerebbe, inoltre, che forse l’unico a protestare contro le direttive della Commissione Europea sia stato Giulio Tremonti sin dal 2011.

Infine non capisco perché il Presidente Capacchione non rivolga la medesima domanda a Giuseppe Conte che ha condotto personalmente le trattative con l’Unione europea nel 2020. In proposito  si legga il mio articolo intitolato La repubblica delle banane del 29 settembre 2020, che racconta come gli 80 miliardi a fondo perduto ci siano costati anziché 70 miliardi da restituire a partire dal 2027, come previsto, ben 128 miliardi.

Viva la Nato e abbasso l’Unione Europea

Mentre in Europa le persone di buon senso sono indignate e spaventate all’idea che un fanatico della statura di Putin rubi alla nazione Ucraina tutte le coste che affacciano sul Mar Nero, l’Italia si accinge a regalare a un altro Impero il bene più prezioso in suo possesso, cioè la sua invidiabile posizione come penisola che si affaccia sul mare più bello del mondo, il Mare Mediterraneo, una penisola che vanta  8000 chilometri di coste e spiagge!

Tutte le generazioni passate, presenti e future malediranno l’intera compagine finanziaria e politica, governativa e amministrativa che sta vendendo l’Italia all’Unione Europea per 80 miliardi, neppure un ventesimo del suo prodotto interno lordo.

Della Nato in Europa parlo dopo, perché più importante, urgente e deleterio è il rapporto tra Italia e l’Unione europea.

Giulio Tremonti, sempre più bravo e interessante all’opposizione che al governo, invoca carte e trattati per impedire che le licenze balneari vengano azzerate e messe all’asta in base al principio della concorrenza europea. Giustamente oppone all’approvazione della direttiva Bolkestein del 2006 il Trattato europeo del 2007 sulla base della prevalenza giuridica della legge più recente.

Contraddicendo il Trattato, sostiene Tremonti, il diritto europeo sta pian piano azzerando le competenze – e quindi le sovranità nazionali: “La globalizzazione ha portato a una quasi illimitata estensione dell’ideologia del mercato. È vero che, in questi termini, la Bolkestein sublima l’ideologia mercatista concentrandola nella formula della concorrenza, ma restano tuttavia insuperabili i principi costituzionali contenuti nel Trattato e nella Costituzione.

Tra l’altro va notato che l’art. 117, primo comma, prevede la concorrenza come competenza esclusiva dello Stato. In questi termini un precedente fortemente indicativo è comunque quello costituito dalla sentenza della Corte costituzionale spagnola (numero 223 del 2015). Una sentenza che, in Spagna, ha escluso l’applicazione della Bolkestein alle concessioni demaniali”.

Un amico a cui avevo inviato la bozza di questo articolo ha obiettato, indignato, che Tremonti, quando era al governo, voleva addirittura vendere coste e spiagge, che il costo delle licenze balneari è scandalosamente basso, e che, giustamente, l’Europa chiede che vengano azzerate e riproposte in regime di concorrenza.

Poiché queste critiche riflettono le motivazioni correnti nell’opinione pubblica e parlamentare, mi permetto di osservare che preoccupazione permanente di Tremonti era la riduzione del debito pubblico, una cura che non ha mai sfiorato per esempio il governo Conte e i pentastellati, che non saprebbero altrimenti come alimentare il reddito di cittadinanza, fiore all’occhiello delle loro campagne elettorali.

Innanzitutto, Tremonti era ed è tanto consapevole del livello irrisorio dei costi delle licenze balneari, da aver richiesto nel 2002, come prima misura efficace per il risanamento del bilancio, l’aumento del 300% dei prezzi delle licenze, una proposta che ebbe come risultato lo sciopero generale di tutti i gestori dei servizi balneari.

Contro la successiva proposta di vendere alcuni ben demaniali, comprese alcune spiagge, tra gli applausi della Margherita, DL- l’Ulivo il deputato Gnudi affermò: “deve essere riaffermata una distinzione netta tra i beni del patrimonio disponibile, i beni del demanio e i beni del patrimonio indisponibile, … noi potremmo trovarci domani nella situazione di vedere alienati beni che appartengono solo nominalmente allo Stato ma in realtà sono beni pubblici propri della collettività. Evidentemente il PD oggi ha cambiato idea.

Quanto alla vendita di beni demaniali, in un articolo del 28 luglio 2012 pubblicato sul Corriere della Sera, Sergio Rizzo osserva che “risale al 1992 il primo elenco di beni demaniali messi in vendita. Una lista sterminata che comprendeva 114 caserme, la casa del fascio di Salò, campi di volo, spiagge, perfino un borgo terremotato dalle parti di Sanremo. Risultati? chi li ha visti?”

 In realtà nell’articolo Rizzo cita diversi casi di beni demaniali che sono stati venduti e di altri che continuano a essere messi in vendita, talvolta con successo e beneficio pubblico, assai più spesso con un danno per l’erario, e cita qualche caso scandaloso, in cui una pubblica amministrazione dopo aver venduto un edificio, ha dovuto riprenderlo in affitto per le sue esigenze amministrative.

Il problema fondamentale è la messa all’asta delle licenze balneari. Il criterio è questo: Coste e spiagge sono un territorio demaniale inalienabile. L’Europa ragiona così: siccome è un bene pubblico dello Stato X, diviene automaticamente un bene pubblico della Unione europea. In base al principio della concorrenza ogni altro stato Y dell’Unione può concorrere alle gare di appalto dei servizi, in base alle regole che si dà l’Unione, e quindi tutti i cittadini dell’unione europea possono partecipare alle aste.

A me questo modo, per così dire, esteso, di intendere territori demaniali e servizi ricorda, per ragionamento inverso, l’inclinazione di Putin a chiamare le guerre operazioni speciali. Significa a ben vedere che una nazione viene equiparata a un territorio, e presuppone che il concetto di servizio non comporti alcuna modifica non solo del bene demaniale, ma anche del territorio che lo circonda. Un lustrascarpe non mi porta via le scarpe, semmai le lucida e le rende più brillanti. Ma è così?

Ma il principio di concorrenza è accettabile solo perché implica condizioni di equità. Se l’equità non c’è, non c’è neppure concorrenza.  Diventa evidente allora che non tutte le nazioni europee sono identiche: L’Italia è una penisola, Germania, Francia e Spagna, per parlare solo delle nazioni più popolate, non lo sono.  L’Italia è a sud e la Svezia, pure essendo in parte una penisola, è a Nord.

Ci sono caratteristiche climatiche e marine che distinguono drasticamente le nazioni del Nord Europa dalla Nazioni che affacciano in modo esteso sul mediterraneo. Le coste e le spiagge del Nord Europa non sono neppure lontanamente paragonabili alle coste italiane. Le coste della Bretagna e della Normandia hanno il loro fascino, ma niente a che vedere con le coste amalfitana o sorrentina. né è possibile godersi lo stesso uso della spiaggia e del mare: durata del bel tempo, temperatura dell’acqua e dell’aria, altezza delle maree e conseguenti correnti lo impediscono. 

Non ci può essere un’equa concorrenza, infine, se nel Nord Europa esiste letteralmente Fame di sole.

Qualcuno penserà che esageri. Dopo la dissoluzione della Russia, milioni di giovani e meno giovani dell’Europa orientale, polacchi in testa, hanno invaso le coste della Croazia, stendendosi a prendere il sole persino sulle strade asfaltate. La Germania ogni giugno si riversa sulla costiera romagnole in cerca di sole e di birra, più che di mare.

In estate, se a Edimburgo capitava una giornata particolarmente calda e assolata, severe studiose che affollavano la biblioteca universitaria, all’ora di pranzo, si liberavano dei vestiti e si stendevano allegre in mutande e reggiseno a godersi il sole nel giardino della biblioteca, altre signore altrettanto serie e gentili ricevevano a casa gli ospiti in bikini.

Facciamo un esempio terra terra: supponiamo che una famiglia dell’isola d’Elba che gestisca da decenni i servizi di spiaggia perda la gara per la licenza. In base al principio della concorrenza potrà sempre partecipare a una gara per l’appalto dei servizi sulle spiagge della Bretagna, della Normandia, della Svezia? Scherziamo: dovrà trasferirsi in Francia o in Svezia?  Direte che sono uno stupido. Potrà continuare a offrire i servizi di spiaggia, ma alle dipendenze del soggetto vincitore della gara.

Secondo il rapporto spiagge 2021 di Legambiente, in base a dati aggiornati del Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti, le concessioni demaniali riguardano 1432 km (il 43% di tutte le spiagge), sono circa 12000, e sono rilasciate dai Comuni.  Esiste cioè una estrema parcellizzazione d questo bene, dato che ogni concessione riguarda in media 120 metri di spiaggia.

Coste e spiagge sono il motivo e il traguardo fondamentale della vacanza o della villeggiatura. State certe che la Francia, per esempio, ha competenze legali, digitali, e strutture del credito necessarie a vincere tutte le gare di appalto delle concessioni demaniali.

Ma ottenuto l’appalto dei servizi di spiaggia, ci sono a monte necessità di vitto e alloggio. La francese Carrefour è la più grande catena di supermercati d’Europa; è così difficile immaginare che si troverà in condizioni dominanti rispetto agli altri supermercati alimentari? Lo stesso varrà per la francese Accor-Hotels, una delle più grandi catene alberghiere d’Europa, con hotels per tutte le tasche. Vinci, Sodexo, Saint-Gobain monopolizzerebbero l’edilizia.

Inoltre, le prenotazioni di lettini e ombrelloni molto spesso in Italia avvengono persino nell’inverno o nell’anno precedente e si trascinano dietro ovviamente le prenotazioni dei servizi alberghieri, un vantaggio fondamentaleper i vincitori dell’appalto. E non c’è ragione o convenienza economica per le multinazionali per non favorire le popolazioni del Nord Europa rispetto agli italiani.

In breve, l’Isola d’Elba diventerebbe più francese della Corsica.

Una puntata insolitamente interessante

Più volte ho ricordato, polemicamente, che l’Italia sembra essere più che una repubblica fondata sul lavoro, una repubblica fondata sui morti ammazzati.

E può darsi che prima o poi mi decida a proporre un articolo brutale, e persino crudele, dedicato esclusivamente alla raccapricciante speculazione che la propaganda politica compie sul numero e le modalità delle morti almeno da settanta anni  nel nostro paese.

La Rai è oggi impegnata a celebrare il 40° anniversario del terremoto dell’Irpinia, il terremoto più grande riscontrato in Italia negli ultimi 120 anni, dal tempo del terremoto di Messina, per numero di morti, quasi 3 mila, numero dei feriti oltre 8mila, numero delle case distrutte oltre 250mila.

Molto opportunamente Paolo Mieli ha voluto dedicare la puntata odierna della sua rubrica quotidiana ‘Passato e Presente’ al terremoto dell’Irpinia.  E la puntata si è rivelata tra le migliori che Paolo Mieli ci ha proposto su argomenti affrontati dal punto di vista storico sul passato recente.

Osservo che non sempre le puntate mi sono sembrate felici proprio sugli argomenti più recenti. Ci sono anche lacune sorprendenti. Che io ricordi, non una sola puntata è stata dedicata alla rivoluzione francese in un periodo in cui in Italia si è approvata con referendum la riduzione del numero dei parlamentari e si sta discutendo alla camera la riforma del parlamento.

Il merito principale della puntata odierna va allo storico interpellato  Giovanni De Luna, il quale ha esordito con due fondamentali osservazioni: la prima, che proprio nelle grandi catastrofi si rivela il carattere e la condizione politica di un paese, la seconda, che ogni terremoto italiano ha avuto una propria storia specifica.

Da questo punto di vista il terremoto dell’Irpinia ha rivelato innanzitutto l’estrema povertà, insieme alla grande solidarietà della sua popolazione.

La prospettiva è subito servita a contraddire un luogo comune proposto da Paolo Mieli, e cioè che lo Stato italiano sia sempre più sollecito a intervenire nel settentrione, come era accaduto nel terremoto del Friuli, che nel meridione.

In proposito, alcuni aspetti sono stati appena sfiorati o suggeriti dalle immagini: la posizione assolutamente impervia del paese, la fragilità delle sue strutture edilizie, la mancanza di vie di comunicazioni che in parte spiegano la differente situazione.

L’intervento di Sandro Pertini nelle zone terremotate, il suo duro attacco alla maggioranza politica che in dieci anni dalla costituzione della Protezione civile non aveva fatto nulla per renderla operativa  sono stati ricordati.

Ma si è detto anche che si deve a Pertini il cambiamento di ruolo e di importanza della Presidenza della Repubblica in Italia. In quella circostanza non mancò di assestare un duro colpo alla democrazia cristiana, di cui anche Enrico Berlinguer cercò di trarre profitto.

Mieli ha osservato che vennero aperte 137 inchieste da parte della magistratura, da cui peraltro nel  2002 tutti uscirono assolti, colpa della prescrizione secondo Mieli, mai della magistratura. Ha difeso però il povero Ciriaco De Mita attaccato da destra e da sinistra, essendo il principale boss democristiano dell’Irpinia.

Paolo Mieli ha ricordato che Oscar Luigi Scalfaro aveva organizzato e presieduto la commissione parlamentare sugli scandali derivati dal terremoto, ma non ha sottolineato abbastanza che quella funzione gli valse la presidenza della Repubblica, sia pure grazie anche al supporto ricevuto da Marco Pannella (il quale si è scusato per le ingiuste accuse mosse al Presidente Giovanni Leone, ma mai si è scusato per il secondo abbaglio).

Giovanni De Luna ha anche insistito sull’entità dei miliardi (30 o 50) dedicati alla ricostruzione, sottolineando tuttavia, da un lato, che in nessun modo si era provveduto a dotare la zona di strutture industriali capaci di fornire sostentamento alle popolazioni rimaste, dall’altro, che la zona beneficiata si era enormemente allargata fino a comprendere non  solo il salernitano ma anche l’intera Napoli.

E’ proprio da questi interventi assistenziali che si è avvantaggiata e rafforzata la camorra, dopo essere enormemente cresciuta, al pari di Mafia, Ndrangheta, ecc., negli anni sessanta e settanta del boom edilizio italiano.

Una piccola testimonianza in proposito: anche il Vomero negli anni sessanta e settanta ha subito un enorme sviluppo edilizio.  Fino al 1980 tuttavia dominavano ancora intonaci scrostati dei vecchi edifici, crepe e degrado nelle nuove costruzioni. Dopo il terremoto dell’Irpinia il suo patrimonio edilizio si è completamente rinnovato.

Per tornare alla premessa di questo articolo cito una dichiarazione del 19 novembre: “O i Benetton se ne vanno o va revocata subito la concessione. Se ne discuta nel prossimo consiglio dei ministri”. “Il governo ha una responsabilità davanti ai cittadini. Il Movimento 5 stelle ha preso degli impegni con le famiglie delle vittime del Ponte Morandi e li vuole rispettare”.

Qualunque sia la responsabilità della famiglia Benetton e della concessionaria autostrade, trovo grottesca questa dichiarazione del ministro degli esteri Luigi Di Maio, questo modo di fare politica, e condivido tutto  il disagio che ha dimostrato di recente il Presidente della Campania, Enzo De Luca, nei confronti di questo ‘ducetto’.

La condanna di Alemanno

E’ di ieri, 24 ottobre 2020, la notizia che Alemanno, ex leader del movimento sociale italiano ed ex sindaco di Roma, è stato condannato in appello a 6 anni di carcere per corruzione. Bene, è appena cominciata la gara per le elezioni del sindaco di Roma, si affacciano le prime candidature, Virginia Raggi, Carlo Calenda, Guido Bertolaso, e quindi ci voleva per completare il quadro il tradizionale intervento a gamba tesa della magistratura.

Un instancabile garantista, come il direttore del Il Riformista, Piero Sansonetti, non poteva perdere la buona occasione per un durissimo attacco alla magistratura. Se quanto sostiene in un video è veritiero, difficilmente si potrà affermare che non si tratti di sentenza politica, di sentenza politica da tribunale speciale, come dice lui. Premesso di essere un comunista e non certo un estimatore di Alemano, Sansonetti considera la sentenza ‘piena di misteri’ per i seguenti motivi:

 1) l’entità esorbitante della pena, per un’accusa di corruzione quantificabile in 200/250 mila euro, una pena che normalmente si dà per il reato di stupro.

 2) l’accusa ha chiesto una pena di 3 anni e 6 mesi, la Corte, dopo soltanto mezzora di camera di consiglio, ha raddoppiato la pena.

Alemanno era imputato nel grande processo Mafia capitale, a tutti noto, che ha come protagonista (e condannato) Salvatore Buzzi. La posizione di Alemanno è stata poi stralciata per un processo a parte. Il dolo consisterebe in una cifra di 250 mila euro, di cui per altro soltanto una parte sarebbe finita in una fondazione che fa capo al movimento sociale.

3) la sentenza rappresenta una sfida alla Cassazione, perché il processo di Mafia Capitale ha già superato i tre gradi di giudizio e la Cassazione ha sentenziato che non c’è stata corruzione, ma solo traffico di influenze. (il massimo della pena previsto per il primo reato è di sei anni, mentre per il secondo è solo tre anni e sei mesi).

4) la cifra di circa 260 mila euro in questione non è pervenuta direttamente ad Alemanno, ma è stata consegnata a un intermediario, Franco Panzironi, allora amministratore delegato dell’azienda di raccolta dei rifiuti Ama,e lo stesso Buzzi ha sostenuto in processo che la somma non sarebbe andata ad Alemanno.

Francamente conosco ben poco dell’inchiesta su Mafia capitale, né ho certo voglia di addentrarmi nei dettagli del processo. Per scrupolo tuttavia, mi sono andato a leggere il commento alla condanna di Alemanno de Il fatto quotidiano, l’esatto opposto de Il riformista di Sansonetti.

Il breve articolo ha una struttura chiara: la notizia della condanna, la reazione di Alemanno che si scopre corrotto sena corruttori, i dettagli dell’accusa, i riscontri delle dazioni illecite dei carabinieri del Ros, i favori restituiti in cambio dal Sindaco e dal Comune di Roma.

L’aspetto più dettagliato di questo articolo riguarda la questione di merito, cioè i soldi che Alemanno avrebbe ricevuto. Le cifre del Ros sono precise: si tratta di 198.500 euro + 25.000, che fanno esattamente 223.500 euro.

Questi soldi sarebbero pervenuti tra il 2012 e settembre 2014; da dove? da ‘soggetti riconducibili a Buzzi’ (e Il Fatto Quotidiano elenca ben 6 cooperative) e ‘due soggetti economici’, che non sono riconducibili a Buzzi, ma (udite udite) ‘che in qualche modo, secondo gli inquirenti, agivano in accordo con il ras delle cooperative‘, cioè Buzzi.

Detto così vuol dire che nessuno è riuscito a dimostrare un piffero sui due soggetti economici, mentre le loro somme sono 60.000+15.000 = 75.000. Quindi 198.500- 75000= 123.500.

Questa somma, precisa il Ros, versata dal 4 gennaio 2012 al 3 settembre 2014. Se togliamo dalle cooperative che fanno capo a Buzzi, Formula sociale di cui riporta un bonifico regolare di 10 mila euro, restano113.500 euro.

Senonché il resoconto non può terminare qui, perché, stando sempre alla versione de Il fatto Quotidiano, secondo l’accusa, ‘una parte consistente dei soldi sarebbe arrivata nell’ottobre’, quindi da sottrarre dai 113 mila euro in tre anni.

Ma poiché Alemanno è stato condannato non solo per corruzione, bensì per corruzione e finanziamento illecito, vuoi vedere che Alemanno, come Marino del PD e tantissimi altri, è stato accusato di comprarsi le mutande con il Bancomat del suo partito?

A parte il pasticcio creato da Il fatto quotidiano, nel tentativo di giustificare la condanna, resta il fatto incredibile di un corrotto senza corruttori.

E qui non bastano le parole scritte, ma è necessario il video di Sansonetti, quando, nella sua insostituibile cadenza romanesca, afferma, che Alemanno è condannato in quanto ‘è un corrotto, profondamente corrotto, intrinsecamente corrotto, perché è un sindaco, un fascista, un ministro, un politico’.

P.S. 18 febbraio 2022 dopo la sentenza della Cassazione che aveva annullato l’accusa di Corruzione, la condanna è ridotta a un anno e dieci mesi. Sarebbe bello saperne di più, ma come al solito, la stampa italiana è dettagliata quando un politico subisce una condanna, totalmente evasiva quando è assolto o quando l’accusa e la condanna visibilmente ridotta.

Riferendosi ai due processi, Sansonetti conclude sconsolato che ‘in Italia la stessa giustizia non può stabilire ‘che una persona non ha commesso un reato e poi che ha commesso un reato’, e con il caso Palamara.

Cosa c’entra Palamara? Ma perché Palamara e Magistratopoli – esclama Sansonetti – ha dimostrato che la giustizia è la giustizia delle correnti, non riguarda l’illegalità e tanto meno la ricerca del vero.

Quando incontro circostanze che confermano quanto ho sostenuto in passato sono contento, non solo perché forse non ero in errore, ma forse avevo anche ragione a guardare più lontano.

Avevo scritto che in Italia la stessa persona in flagranza di reato viene condannata a Roma e assolta a Bologna. Nulla di strano, perché la famosa separazione dei poteri non è intesa come indipendenza dal potere politico o legislativo, ma come indipendenza di ogni magistrato.

Un’altra volta, avevo anche fatto un test tra amici,chiedendo se fosse più colpevole il corruttore o il corrotto, e tutti non hanno esitato a rispondere il corrotto, perché senza corrotti non ci sarebbero corruttori.

Quindi, caro Sansonetti, ha ragione la Corte d’appello e ha torto la Cassazione. Tanto più che il caso Palamara dimostra che più si va in alto e più l’illegalità e probabile. E qui i tre magistrati della Corte d’Appello potrebbero, come Saverio Borrelli, invocare la Resistenza.

C’è caso, caro Sansonetti, che forse la radice del problema non sia neppure soltanto Tangentopoli e la giustizia politica, bensì il sistema giudiziario. E a me, che a furia di studiare i filosofi, un po’ di filosofia mi è entrata in zucca, pare che alla radice del problema ci possa essere il carattere intrinseco del sistema giudiziario.

Che cosa? Ma è perché è il tappo dei tappi, è un sistema autoreferenziale. Poniamo che, per condannarlo, la Corte abbia affermato cose palesemente non vere. Che cosa può fare Alemanno se non ricorrere in Cassazione?

E’ questa, quella che ho appena chiamato il tritacarne, la macchina ferrigna della giustizia. Tutt’altro sarebbe, se Alemanno potesse far causa ai giudici delle Corte d’appello.

Ciò vale nel Penale come nel Civile (a dimostrazione che è un difetto del sistema). Se una persona viene condannata perché in sentenza il giudice asserisce il falso, non può citarlo in giudizio, può soltanto ricorrere in appello.

Si dirà, ma Palamara verrà giudicato a Perugia. Ma si tratta di altro reato. Contro la sentenza della Cassazione che lo ha radiato dalla magistratura, anche lui non può che far ricorso a un grado superiore di giudizio. E la corte superiore, in ogni caso, non potrà sanzionare, in alcun modo sostanziale, i magistrati della Cassazione che lo hanno condannato.

Palamara

Da giovane, un bel mattino, mentre attraversavo col verde un semaforo in uno stretto crocevia cittadino, l’anziano autista di un autonoleggio ha speronato la mia auto a cinquanta allora da sinistra, colpendo per buona sorte il vano motore, e non me.

Strani e disconnessi i ricordi: io a testa in giù, infilata nel vano per i piedi del sedile destro, dentro un’auto coricata su di un fianco, ma rombante, un professore che conosco solo di nome, lì per caso, che rampogna l’incauto e assonnato conducente, una radiografia di controllo in un ospedale prossimo alla Stazione di Bologna, un centro a quei tempi dedicato agli infortuni sul lavoro.

Ed è lì che, nelle attese, sono venuto a conoscenza di un infortunio non raro tra i macellai. Talvolta, dita, mani e braccio si aggrovigliano tra le spire del tritacarne elettrico, e ricevono soccorso con l’intera pesante macchina ferrigna attaccata al braccio.

Questa immagine impressionante mi si è ripresentata nel dormiveglia, ripensando alla condanna di Palamara: incauto macellaio incollato alla pesante macchina della giustizia da un trojan infilato per l’occasione nel suo cellulare.

Due anni sono bastati per la ricostruzione del ponte di Genova, sono una inezia invece per l’indagine della magistratura locale (ma questa è un’altra storia, da includere nella rubrica ricatti), altri crolli di ponti ostruiscono percorsi fluviali, così come scale mobili crollate, nel metro romano, attendono per essere sostituite i tempi delle procure.

Al contrario, la rapidità del processo a Palamara può riempire di orgoglio la banana republic, mostrando che quello che non si compie in anni, può essere compiuto in un paio di giorni. I giudici di cassazione hanno radiato dalla magistratura Palamara, il più giovane vicecapo del Consiglio superiore della magistratura (Capo è il Presidente della Repubblica, più onorario che attivo).

E che fa Palamara, lui che dall’inizio ha sostenuto di non voler essere il capro espiatorio di un sistema collaudato di governo della magistratura, e che aveva richiesto 100 e passa testimoni, per riceverne sei?

Ebbene proclama il suo attaccamento alla toga, che è nato magistrato e magistrato morrà (sacerdos in eternum), che rispetta la sentenza, perché ‘le sentenze vanno rispettate’, che attende di leggere le motivazioni (30, 60, 90 giorni? Chi scrive non se ne intende) per esperire tutti i procedimenti di ricorso, se capisco bene alla Cassazione a camere riunite, e poi alla Corte Costituzionale, e infine alla Corte Europea.

Ecco il senso del mio sogno. Ecco la macchina ferrigna della giustizia. Solo, come accade nei sogni, le cose procedono al contrario. La macchina della giustizia ha le sue spirali volte all’insù, ma Palamara non arresta il motore e infila le mani sempre più dentro, sempre più in alto.

Possiamo immaginare come andrà a finire. La cassazione a camere riunite liquiderà la faccenda assai più rapidamente, come dettato dalla procedura (la giustizia più si sale e più è sbrigativa), la consulta dichiarerà inammissibile il ricorso evitando la noia di pronunciarsi, il ricorso all’Europa farà la sua lenta agonia negli affollati scaffali della Corte europea (che, immagino, non si attivi mai, se non ci sono interessi economici in gioco).

Salvo le debite eccezioni, il processo è stato considerato una farsa, e la farsa una necessità, se si vuole far dimenticare in fretta come funzionano il CSM e le correnti della magistratura; non uno scandalo perché il sistema non è una scoperta per nessuno.

Un incidente di percorso della procura di Perugia, che, se vuol condannare per corruzione Palamara, deve per forza riferirsi a cene come quella che vede Palamara e altri cinque membri del CSM discutere di candidature di procuratori romani con due politici, uno dei quali inquisito a Roma per analoghi motivi.

Mi tengo sul vago apposta, senza far nomi che pur son noti, perché non mi interessano i rei, ma, al solito il sistema, e la novità, rispetto alle intercettazioni del passato, del trojan che si insinua come un altoparlante nel cellulare di chiunque, stante l’obbligatorietà dell’azione penale.

Sicché, parlo da cittadino, perché abbiamo appreso che spetta al magistrato scegliere quali registrazioni sono inerenti o meno all’indagine; anzi molto peggio, perché spetta al magistrato decidere quando accendere o spegnere il trojan.

Chi mi ha letto in passato sa che circa la separazione tra i poteri o meglio dei conflitti tra i poteri penso che vinca sempre la magistratura, che insomma la magistratura faccia da tappo. Ora aggiungo: e che tappo! Basta inventarsi un reato con una lettera anonima per mettere nei guai chiunque esprima una qualsiasi opinione.

Naturalmente, chi ha voluto fermamente la legittimazione dei trojan nel processo, se non i Cinque Stelle, con in testa Bonafede, e gli ineffabili giornalisti de IL Fatto Quotidiano?

L’aspetto più bananiero della vicenda è che, secondo Palamara, il sistema è andato in tilt quando all’anzianità è stato sostituito il merito nella progressione della carriera. Giovani e meno giovani a quel punto si sono ritenuti meritevoli, i criteri meritocratici si sono moltiplicati, e il sistema si è enormemente complicato per accontentare tutte le correnti.

Milena Gabanelli e il coronavirus

Milena Gabanelli è una giornalista dal piglio sicuro, parla a raffica, sconcerta perché è in grado di mostrarci panorami di eccellenza assai lontani dalla nostra immaginazione.

Spesso addita soluzioni a problemi complessi del tutto rivoluzionari, ma basati su pochi semplici presupposti di buon senso e buona volontà.

Abbiamo imparato a conoscerla sulla rete di Rai tre.

Tuttavia occorre una buona memoria e, fortunatamente, selettiva per capire che non è tutto oro quel che luccica nei suoi magici servizi.

Una caratteristica delle sue inchieste è che spesso additano agli italiani soluzioni straniere di grande successo che risolverebbero efficacemente i nostri problemi.

Una delle risorse tipiche del suo giornalismo è che se si illustra un tema in un paese straniero, la Gabanelli si informa dalle sedi ufficiali. Poniamo, se ci si occupa di politiche del lavoro in Germania, ci si rivolge ai responsabili nel Governo, nei sindacati, nei Land della Germania.  Gli stessi temi trattati in Italia vengono invece illustrati attraverso ricerche condotte nell’opposizione, tra i Cobas, nel caporalato meridionale.

Ricordo un esemplare servizio sull’accoglienza dei lavoratori stranieri in Svezia e su quanto sindacati e associazioni di assistenza si adoperassero per far loro superare ogni difficoltà di insediamento.

Molto bene, tuttavia sono rimasto dopo un paio d’anni sorpreso alla notizia che i lavoratori mussulmani avevano messo a ferro e fuoco la città di Malmö, geograficamente dirimpettaia di Copenhagen.

Ricordo come altro esempio un servizio eccellente su come il governo spagnolo avesse risolto il problema della speculazione edilizia in Spagna, obbligando i costruttori a edificare abitazioni supplementari destinate ai non abbienti. Mi è sembrata un’ottima risorsa prima di conoscere la crisi edilizia in cui era precipitata la Spagna.

Si potrebbe continuare così. Ma il mio intento è altrove: spendere qualche parola sulla Sanità lombarda proprio perché non amo un giornalismo tanto d’effetto quanto gratuito. Di fatto la Gabanelli è l’ultima a sparare cannonate contro la Sanità lombarda, dopo che ci si sono provati in tanti a cominciare dal nostro beneamato Presidente del Consiglio.

La prima sciocchezza espressa dalla Gabanelli è l’idea che l’epidemia sia cominciata contemporaneamente in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. In Veneto infatti, senza voler togliere alcun merito al Presidente Zaia, l’epidemia era circoscritta a un solo paese di tremila abitanti; anche qui sono piovute dall’alto ogni tipo di critica e tra i grandi meriti di Zaia è quello di essersene fregato, anche perché ci ha fatto il callo. Per quanto riguarda l’Emilia la epidemia era circoscritta a Piacenza zona contigua a quella di Codogno.

Non sembra invece che la Regione Piemonte finisca sotto inchiesta da parte della Gabanelli, mentre verrebbe da chiedersi: ma non si sono svegliati un po’ in ritardo?

La seconda sciocchezza della Gabanelli è aver dimenticato che dal primo giorno il Presidente Fontana è stato sommerso dalle critiche. La prima delle quali è stata quella di fare troppi tamponi, con grande scandalo di giornalisti, avversari politici, virologi e epidemiologi di ogni razza: ‘tamponi persino agli asintomatici e ai morti!  Ma che figura ci facciamoall’estero!’ E vi ricordate l’epidemiologa che esclamava: ‘ma siamo matti a reagire a questo modo a una banale influenza!’

 Così come è stata accolto come una indegna provocazione e un insulto al Presidente del Consiglio il fatto che Attilio Fontana si sia presentato alla televisione con una mascherina in volto, mentre già si sapeva che una sua collaboratrice era contagiata. Tamponi e mascherine a tutto spiano oggi sono raccomandati da ogni governo, dall’organizzazione mondiale della sanità e dalla stessa Gabanelli in una comparsa recente.

Ho già ricordato nelle settimane passate che il Presidente Fontana è stato criticato, prima, per aver affidato i pazienti a un ospedale periferico e inadeguato come quello di Codogno, poi, per aver esportato il contagio a Milano  proponendo l’ospedale Sacco come centro per l’assistenza dei casi critici, infine, per aver trascurato l’uso e la disponibilità dei medici di base, mentre ricordo che inizialmente era assolutamente sconsigliato rivolgersi ai medesimi.

Scusate tanto, capisco che un pubblico giovanile abbia scarsa conoscenza di certe situazioni e che anche la Gabanelli abbia l’aria di donna energica che gode di ottima salute, ma di grazia siete mai stati in un ambulatorio dei medici di base o di pediatri? Qui le masse di covid-19 sarebbero state visibile a occhio nudo!

E con i loro mille/ millecinquecento assistiti che cosa si pensa avrebbero potuto fare anche i più volenterosi medici di base, che ricoprono ruoli più o meno analoghi in tutte le nazioni d’Europa in cui dilaga il corona virus e in cui l’assistenza sanitaria è un diritto di tutti i cittadini (da noi anche di tutti gli irregolari).

Per cui mi vien da ridere al pensiero che la Gabanelli spara in sincronia quelle che sono state le tre successive bordate contro il Presidente Fontana.

Mi fermo qui per oggi, ma tornerò sull’argomento, perché qui dietro cova l’idea di statalizzare (e meridionalizzare) la sanità italiana sottraendola alle Regioni, oltre quella di ‘cancellare Salvini’.

Se non ora, quando?

Da circa 20 giorni ho smesso di scrivere un diario sulla pandemia da coronavirus. I motivi sono tanti.

In primo luogo, i pochi che presumo abbiano letto quel diario non hanno mostrato interesse, né condiviso le mie considerazioni. Qualcuno mi ha accusato di presunzione (in generale per tutti gli articoli) senza per altro motivare neppure vagamente l’accusa. Qualcuno mi ha accusato di non saper trovare i dati e le spiegazioni che esisterebbero. Qualcuno mi ha ammonito: guarda che la situazione è seria…. È troppo seria per … scrivere un blog? Per dire quel che si pensa? Non è meglio parlare? Si ha paura di dire in pubblico quello che si pensa in privato?  Allora davvero la situazione è seria! Si è troppo spaventati per aver voglia di parlare? Oppure, non sapendo che pensare, e qualche volta che fare, si cerca dappertutto una o l’altra notizia, si interroga questa o quella autorità … senza sosta, … senza quiete?

In secondo luogo, questa situazione è troppo seria per dire in pubblico quello che si pensa in privato, se, uscendo dalla sfera di parenti, amici e conoscenze, ci si rivolge alle istituzioni, alle autorità regionali, statali, alla Protezione civile, all’Istituto Superiore della Sanità e agli italiani di qualsiasi regione? Non diventa ancora più seria, tanto seria da diventare un alibi per qualsiasi azione sconsiderata? L’ha ben sintetizzato proprio il nostro Presidente del consiglio citando dalla peste del  Manzoni “del senno di poi son piene le fosse”.  Ragion per cui, second lui, non è il momento di fare dei bilanci.

Eh no: il Presidente del consiglio era un avvocato e continua a fare l’avvocato, non del popolo ma di se stesso, difendendo un operato indifendibile. L’epidemia è nata in Cina e le autorità cinesi, coreane, forse anche giapponesi, ci avevano indicato come affrontare la situazione. Giuseppe Conte e il suo governo – soprattutto, ma non solo, i Cinque Stelle – era in ritardo su tutto. Mentre l’epidemia scoppiava anche in Italia, alla fine di febbraio, occorreva ancora licenziare il decreto ‘mille proroghe’, che qualsiasi governo (persino il governo francese) chiude il 31 dicembre. Un ritardo per includere una legge sull’abolizione della prescrizione che solo un ministro presuntuoso, pericoloso e incompetente poteva vantare come una conquista di civiltà.

Il presidente del Consiglio ha sostenuto che solo procedendo per gradi, con tre decreti successivi, poteva condurre gli italiani a una simile restrizione delle libertà e attività personali, alla chiusura di musei, cinema, ristoranti, parchi, scuole, università. Davvero? Non potevamo permetterci quello che può fare il capo del comunismo cinese? Ma Sud Corea e Giappone sono paesi democratici e lo hanno fatto.

Ma non parliamo dell’Oriente che, come ho già detto nel mio diario, ha più rispetto per il prossimo di tutto l’Occidente cristiano. Il governatore delle California (uno stato di 41 milioni di abitanti) ha deciso in un solo giorno di adottare le misure di contenimento dell’epidemia che il nostro governo ha deciso in tre settimane. E in tre giorni è stato imitato da tutti i Governatori della costa nord-orientale degli Stati Uniti e da molti altri Governatori, ragion per cui oltre un terzo dei 330 milioni di ‘americani’ si sono trovati chiusi in casa. Presto altri adotteranno le stesse misure, malgrado il fatto incredibile che il Presidente degli Stati Uniti abbia continuato a minimizzare l’epidemia e a caldeggiare l’idea, a dir poco demenziale, che gli Stati Uniti non sono un paese propenso allo shutdown.

I disordini dell’8 marzo nelle carceri erano assolutamente prevedibili, data la sospensione totale dei colloqui con le famiglie, i provvedimenti del 17 marzo (Decreto Legge n. 18) propongono vantaggi per una ristretta minoranza e si scontrano con le lungaggini della magistratura di sorveglianza. Per il resto della popolazione carceraria si ricorrerà a videochiamate quotidiane, dicono i giornali. Preferisco invece attenermi al testo del decreto legge:       

Art. 83 comma 16: ‘Negli istituti penitenziari e negli istituti penali per minorenni, a decorrere dal 9 marzo 2020 e sino alla data del 22 marzo 2020, i colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati a norma degli articoli 18 della legge 26 luglio 1975, n. 354, 37 del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230, e 19 del decreto legislativo 2 ottobre 2018, n. 121, sono svolti a distanza, mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l’amministrazione penitenziaria e minorile o mediante corrispondenza telefonica, che puo’ essere autorizzata oltre i limiti di cui all’articolo 39, comma 2, del predetto decreto del Presidente della Repubblica n. 230 del 2000 e all’articolo 19, comma 1, del decreto legislativo n. 121 del 2018.

Questo articolo è indecente per le seguenti ragioni: vengono citati tre articoli di legge (per l’esattezza una legge del 1975, un decreto presidenziale e un decreto legislativo ) in cui si parla di colloqui con famiglie e avvocati, delle loro modalità e frequenza. Si limita invece il diritto solo a colloqui a distanza con apparecchiature, se esistenti, o piuttosto alla sola corrispondenza telefonica (che è termine giuridico per indicare una telefonata di x minuti). Si può autorizzare in questo caso una frequenza o una durata maggiore rispetto alle leggi esistenti.  133 parole (delle oltre 45000 del presente decreto legge n. 18 del 17 marzo 2020) per indicare un divieto retroattivo! e una possibilità di ricorrere alle telefonate per altri 5 giorni! Un articolo tanto indecente da far pensare che sia stato scritto direttamente dal Ministro della giustizia, che, vale la pena di ripeterlo, considera l’abolizione della prescrizione una conquista civile.

Come avevo previsto nel mio diario, la rivolta nelle carceri è stata generale per l’abolizione sine die dei colloqui e contatti con familiari e avvocati, con danni quantificati in questo decreto in 20 milioni di euro. Credo che, forse meglio di molte altre critiche, la citazione di questo comma dia la misura del valore di questo decreto di 45000 parole. Decretare inoltre la sospensione dei colloqui il 17 marzo, a partire dal 9 marzo, significa che l’ordine di abolire i colloqui è partito dall’alto (ho verificato quella notte stessa che tutte le carceri italiane venivano chiuse) e che si intende ‘mettere una pezza’ a una palese violazione della legge.

Ugualmente prevedibili erano le disastrose situazioni degli anziani nelle case di riposo e delle residenze per disabili. Ci giunge notizia soltanto che i gestori abbiano interrotto ogni rapporto tra gli anziani e le famiglie e non informino neppure i parenti dello stato di salute dei propri cari. Neanche in questo caso governo e protezione civile hanno adottato misure degne di nota.

Ma qui mi voglio soffermare su una puntata di Piazza pulita del 26 marzo 2020 in cui Corrado Formigli ha intervistato Matteo Salvini (tutt’ora visibile in Streaming). Che il conduttore ci tenesse a criticare sotto ogni punto di vista la Sanità lombarda e Salvini era abbastanza scontato, ma c’è una domanda incredibile fatta da Formigli che un giornalista certamente fazioso ma avveduto come lui non avrebbe dovuto fare: ‘Il coronavirus non conosce confini, nessun paese di destra o di sinistra è stato risparmiato, è la fine dell’utopia sovranista?’ Salvini risponde che la domanda è bizzarra. Ognuno può pensare quello che vuole di questa intervista, ma la domanda merita di essere incorniciata negli annali della stupidità giornalistica italiana. Perché il Corona virus nulla ha che vedere con il sovranismo, e semmai è vero il contrario: è l’effetto della globalizzazione, e della globalizzazione più selvaggia. Bill Gates, e molti altri compreso Bill Clinton, sosteneva già nel 2018 che una pandemia era inevitabile e proponeva di attuare misure di emergenza.

Formigli si corregge e dice: volevo dire che non possiamo sconfiggerlo senza l’aiuto dell’Europa. Personalmente ho scritto nel mio diario che in realtà il Coronavirus ha prodotto la ‘libera circolazione del sovranismo’. Non solo l’Europa non aiuta, ma ciascuno Stato va per conto suo, a cominciare da Svezia e Regno Unito, ma anche la Germania, la Francia, Il Belgio, l’Olanda e persino tutti gli Stati che non hanno l’euro si oppongono a qualsiasi accordo comune per fronteggiare l’emergenza. 

Del resto, se Mario Cuomo nella città e nello stato di New York si è attirato la simpatia dei cittadini, mettendo in atto restrizioni simili a quelle italiane, quando Trump ha proposto di mettere in quarantena gli Stati di New York, New Jersey, Connecticut, Michigan e California, (tutti democratici),  Cuomo ha detto che sarebbe un ‘atto di guerra contro gli Stati’. Trump ci ha rinunciato, ma non mi sembra encomiabile la pretesa di Cuomo , che da un lato mette in quarantena  i propri concittadini, dall’altro esige la loro libera circolazione negli altri Stati.

Ma c’è qualcosa di molto più importante che riguarda il nostro paese: se La Repubblica reca il titolone “Cancellare Salvini” fa il suo mestiere mediatico. Siccome lo ha sempre desiderato e proposto, è semmai una esortazione rivolta ai colleghi delle altre testate giornalistiche. Ma intanto la Regione Lombardia e il suo sistema sanitario è sotto attacco: le si è rimproverato, prima, di portare i contagiati in ospedali periferici non attrezzati (Conte: ‘la falla di Codogno’), poi, di aver lasciato in abbandono i medici di base che sono in prima linea (questa puntata di Formigli) e, infine, (oggi 3 aprile 2020) di aver portato il virus da Codogno negli ospedali di Milano. Proprio oggi invece negli Stati Uniti si esprime apprezzamento e interesse per l’Italia che sembra ‘appiattire la curva’ dell’aumento dei contagi.

Si dirà di storie ce ne sono tante e non vale la pena di perderci il sonno. Ma la realtà è che si intende approfittare dell’emergenza per togliere la sanità alle autonomie regionali, come vuole persino il ministro Orlando del Pd. Quindi ha torto Matteo Salvini quando dice, come ha detto a Formigli, che non è il momento dei bilanci e delle polemiche. Noi anziani ci ricordiamo come era la sanità prima delle autonomie regionali, e come è tutt’ora nel Sud. Del resto il matto che li comanda non vorrebbe anche lui approfittare della pandemia per rendere universale il reddito di cittadinanza? Ha detto proprio così universale e non planetario, pensando probabilmente ai diritti degli alieni.

Concludo con una notizia buona e una cattiva:
la notizia buona è che Nicola Zingaretti è guarito.
La notizia cattiva è che Nicola Zingaretti è guarito. Per cui, lui che antepone all’interesse di partito il bene pubblico. come vuole il presidente Conte, continuerà a fare disastri.

 Ma c’è anche una seconda notizia buona e una cattiva.
La notizia buona è che Nicola Porro è guarito.
La notizia cattiva è che Nicola Porro è guarito e pretenderà di festeggiare la Pasquetta ‘fuori Portaì insieme a Matteo Renzi.

Un saluto infine a Paolo Mieli: in un articolo molto equilibrato ha aggiunto “Bene ha fatto il nostro Presidente del Consiglio a non tornare alla  normalità per la Pasqua”; e che altro avrebbe potuto fare? non c’è bisogno di essere così bolognese, nel senso dantesco del termine, Signor Mieli.

Prescrizione

Pensavo di continuare l’articolo sulla separazione dei poteri, ma preferisco soprassedere perché non sfumi dal mio dormiveglia il recente ricordo di un Post successivo al telegiornale della sera di RaiDue. L’encomiabile direttore Gennaro San Giuliano o chi per lui aveva organizzato un dibattito di approfondimento circa la recente legge sulla prescrizione entrata in vigore dal 1 Gennaio 2020, di cui menano vanto i Cinque Stelle e soprattutto il ministro della giustizia Alfonso Bonafede.

E’ così che ho assistito divertito a un ennesimo monologo del notissimo e gettonatissimo direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che con la testa stravolta verso l’alto, come in un quadro caravaggesco di San Paolo caduto da cavallo sulla via di Damasco e folgorato dallo Spirito santo, recitava: ci fosse stata questa legge, Andreotti sarebbe stato condannato per mafia e Berlusconi avrebbe avuto sette condanne per corruzione di politici, testimoni e quant’altro. Tanto che mi sono chiesto se Travaglio sia un nome d’arte, per uno sempre incinta di monologhi e volumi manettari.

L’intervento di Travaglio era un inno all’abolizione della prescrizione, perché è solo uno strumento che permette agli avvocati di mandare assolti i loro potenti assistiti. Invero, uno studio ha mostrato che le dilazioni degli avvocati hanno effetto solo nel 3% dei casi, ma immagino che Travaglio obietterebbe: appunto 1% gli Andreotti, 2% i Berlusconi, mentre la prescrizione non salva mai i poveri diavoli coi difensori di ufficio.

Poiché la giustizia non è una religione in cui magistrati e avvocati che la gestiscono fanno la parte dei chierici e il popolo che la subisce fa la parte dei laici, poiché nelle vicende della giustizia prima o poi ci finiamo tutti, cercherò di parlarne evitando il più possibile i tecnicismi giuridici.

In uno studio della Camera dei Deputati si dice: ‘La prescrizione del reato è la rinuncia dello Stato a far valere la propria pretesa punitiva, in considerazione del tempo trascorso dalla commissione del reato e trova fondamento nel fatto che, a distanza di molto tempo, si ritiene che venga meno l’interesse dello Stato sia a punire un comportamento penalmente rilevante, sia a tentare il reinserimento sociale del reo’. (cos’è questa aggiunta? un inchino a Beccaria?)

Qui già siamo in un campo discutibile che, per comodità e brevità, dirò che divide tendenze garantiste e manettare. Perché, avendo una discreta autonomia nell’organizzazione dei processi, procuratori e giudici finiscono per decidere quando l’interesse dello Stato viene meno. Ecco dunque l’ennesima invasione di campo del potere giudiziario nel potere legislativo.

Di fatto, poiché la costituzione prescrive nell’art. 111 la ragionevole durata dei processi e la parità tra accusa e difesa, la prescrizione può essere considerata intrinsecamente garantista. Ragion per cui a chi ama lo slogan: ‘non ci si difende dai processi ma nei processi‘, bisogna rispondere che il processo è un incubo per l’imputato, esattamente come la prescrizione è un incubo per giudici e pubblici ministeri.

Ricorriamo come Hume alla simpatia mettendoci nei panni dell’imputato. Pensiamo al processo come alla cottura in forno. L’imputato è il pollo. La prescrizione stabilisce i tempi di cottura a seconda della pena massima connessa al reato, il corso della prescrizione è il timer ticchettante. Quando il timer si arresta l’imputato è cotto, sia che torni a casa assolto e frastornato o, peggio, prescritto, sia che venga inghiottito dal carcere come colpevole. Capita che si dimentichi un ingrediente: si ferma il timer, si apre il forno, si rimedia alla meglio, e si fa riprendere il timer. Ecco il concetto di sospensione della prescrizione, da non confondere con la sua interruzione, un termine giuridico inopportuno, perché la prescrizione viene interrotta solo per farla ricominciare da principio. 

Siamo in grado adesso di affrontare la modifica in questione nella legge ‘spazzacorrotti’, come la chiama correttamente Bonafede:

Art. 1
1) Al codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:
……….
e) all’articolo 159 (che regola la sospensione della prescrizione): 1) il secondo comma è sostituito dal seguente: “Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna”; 2) il terzo e il quarto comma sono abrogati;
v)   …
2. Le disposizioni di cui al comma 1, lettere d), e), f) , entrano in vigore il 1° gennaio 2020.
3…

Per chiarire la modifica basta dire che il primo comma riguarda in sostanza i preliminari del processo, che la condanna per decreto riguarda le sole pene pecuniarie, che una sentenza diventa esecutiva quando il processo è terminato. Nel nostro sistema giudiziario la prescrizione non esiste per i reati di mafia, per quelli che prevedono l’ergastolo, e, adesso, per tutti gli altri reati dalla pronunzia della sentenza di primo grado.

Resta in ogni caso una fondamentale ambiguità: l’abolizione riguarda tutte le sentenze di primo grado o solo quelle di colpevolezza? Solo queste ultime decreta Travaglio; l’art. 129 del codice penale obbliga il giudice ad assolvere, non a prescrivere. Si obietta: ma questo vale soltanto quanto ci sono ragioni evidenti per sostenere che il fatto non sussiste, o non è un reato, o comunque non è stato commesso dall’imputato.

Per dirimere la questione occorre ricordare che un anno prima già il ministro della giustizia Orlando aveva modificato questo secondo comma: Quando si pronunzia una sentenza si ha tempo per depositare la motivazione. L’ art. 544 del codice di procedura penale, in caso di sentenze di condanna, prescrive un termine massimo di 30 giorni, poi di 90 per sentenze complicate, e in casi specialissimi di 180 giorni. Naturalmente è ovvio che senza motivazione completa non è possibile ricorrere in appello.

Ebbene che cosa ha fatto Orlando? Un regalo immotivato ai giudici, triplicando i tempi massimi di sospensione (un anno e mezzo) sia per la condanna in primo sia per la condanna in secondo grado. Quindi Bonafede intendeva riferirsi proprio alle sentenze di condanna quando sostituisce i commi 1 e 2 di Orlando e abroga i successivi due che ne sono la conseguenza. Soltanto che la scrive male.

O forse intenzionalmente, altrimenti la condanna tra primo o secondo grado, (è il caso del sindaco Marino dell’articolo precedente) creerebbe una disparità di trattamento per lo stesso reato.

Resta da chiarire perché si disponga alla lettera 1,d)e)f) quello che alla lettera v,2 –  in un pasticcio di lettere e numeri – si fa entrare in vigore un anno dopo. Si tratterebbe di una concessione ottenuta dalla Lega per mettere in campo una riforma complessiva del diritto processuale e civile, secondo Rai News. Ma è noto che Rai News lavora in tandem con Rai Tre ed è targata PD.

 Perciò quando il primo gennaio 2020 Bonafede ha dichiarato: ‘sono molto orgoglioso che da oggi la prescrizione come siamo abituati a conoscerla non esiste più; ora ci dobbiamo mettere al lavoro per la riduzione dei tempi del processo giusto che abbia una durata breve e ragionevole non solo nel penale ma anche nel civile e promette per il 2020 una drastica riduzione nei tempi del processo‘ è a lui e non alla Lega che dobbiamo chiedere perché abbia aspettato 11 mesi per mettersi al lavoro.

Sarà comunque difficile, dopo aver spazzato via gli imputati, riuscire a spazzar via giudici e pubblici ministeri, visto che per gli anni tra il 2004 e il 2015 ci sono oltre un milione e seicentomila cause arretrate, semmai aumentate negli anni successivi. Di queste un milione e duecentomila riguardano i preliminari del processo, cioè il 75% non toccato dalla legge, solo il 16% il primo grado e l’8% il secondo. In ogni caso, visto che la differenza sta tra tendenze manettare intere, o mezzo manettare come quelle del ministro Orlando, ciò fra presagire l’eventualità di un compromesso tra PD e Cinque Stelle.

C’è da meravigliarsi tuttavia che il Presidente della Repubblica non abbia fatto obiezione rispetto a un comma che tra l’altro sarebbe entrato in vigore 11 mesi dopo e c’è da meravigliarsi che Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio, abbia espresso un ampio encomio per l’operato del Presidente nel 2019, il migliore del suo settennato, ‘giustizia a parte’. Ma forse era un titolo ironico.

Conclusione:

Si narra che Cristoforo Colombo si sia vantato di poter drizzare un uovo su uno dei suoi poli e che abbia persuaso gli scettici, schiacciandone un poco il guscio da un polo. Tuttavia, se avesse spiaccicato il guscio sulla tavola, sarebbe passato per un imbecille o un buffone. C’è dell’analogia con chi ha preteso di regolare la prescrizione sopprimendola.

La separazione dei poteri che bella favola

La separazione dei poteri  -si sa –  è un principio fondamentale dello stato moderno, parzialmente teorizzato da John Locke e perfezionato da Montesquieu. La divisione dei poteri legislativo, esecutivo, giudiziario sarebbe alla base delle moderne costituzioni degli stati. Oggi altri studiosi più realisti sarebbero propensi a credere che sia fonte di garanzia democratica di uno stato il bilanciamento dei poteri, l’esistenza cioè di più poteri e contropoteri, in modo che il potere non sia accentrato in un sola autorità politica o di governo. Tanto varrebbe allora usare un termine meno eufemistico e parlare di conflitto tendenziale nello stato moderno tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.

Invece i Travaglio, i Gomez e i giornalisti de Il Fatto quotidiano stanno sempre a sventolare l’indipendenza della magistratura. Talmente indipendente che io ho letto testualmente anni fa su Il resto del Carlino che un giudice aveva assolto un ladro operante a Bologna, arrestato in flagranza di reato, in precedenza arrestato e giudicato colpevole invece a Roma. Il giudice bolognese si ere difeso sostenendo che appunto un giudice è indipendente da qualsiasi altro giudice, non solo dal potere politico o legislativo

Per essere brevi: il conflitto dei poteri è permanente. Possiamo immaginare l’ambiente in cui si svolge questo conflitto come un imbuto. Ebbene in fondo a questo imbuto c’è sempre il potere giudiziario che mette il tappo e chiude il conflitto, a meno che non ci sia una rivoluzione, cioè una guerra civile. Non siamo affatto troppo lontani dal giudizio di Dio in vigore in Germania nell’età medievale.

Non occorre del resto la mente di un genio per comprendere che se esiste questo conflitto tendenziale, le probabilità maggiori di successo cioè di prevaricazione di un potere sull’altro spettano al potere giudiziario.

La ragione è semplice, perché se è vero che le assemblee elettive del popolo fanno le leggi e i giudici le applicano, è anche vero che un giudice nell’applicare la legge la interpreta e se la interpreta evidentemente si prende una certa fetta di potere legislativo. 

Proporrò due esempi soltanto per chiarire la questione. Qualche anno fa, nell’ambito della legge che permetteva il finanziamento pubblico dei partiti, era invalso all’interno dei partiti l’uso di attribuire a questo o quel personaggio politico una carta di credito o un bancomat. Ora è parsa corretta ai giudici l’interpretazione che tale finanziamento essendo pubblico, fosse ancora nella disponibilità dello stato italiano, una sorta di carta prepagata per permettere agli esponenti di partiti di organizzare eventi intrinseci alla vita dei partiti, comizi, affitto di locali per dibattiti politici ecc.

Ovviamente quando è risultato che i politici si pagavano i biglietti del treno o la benzina per recarsi al proprio collegio elettorale, o in particolari emergenze persino i calzini o le mutande, una grandinata di ridicolo con cui la nostra buona stampa accompagna sempre le imprese di giudici e pubblici ministeri ha coperto l’intera classe politica a tutto vantaggio del prestigio del potere giudiziario, ma anche di quei partiti che fanno delle manette una fonte di successo elettorale. Mi aspetto le critiche e in punta di diritto mi verrà spiegato che quei soldi erano soldi pubblici, da giustificare pubblicamente per scopi pubblici. Mi accontento di rispondere: che fine hanno fatto tutti quei processi e per citare solo un caso: l’ex sindaco di Roma, signor Ignazio Marino, non è stato appena assolto per insussistenza del reato?

L’altro esempio sembrerebbe più semplice, ma anche assai più importante ai fini di una civile convivenza in una nazione assai più grande e potente della nostra. Negli Stati Uniti Il commercio e il possesso delle armi da parte di singoli cittadini è consentito in base al secondo emendamento della Costituzione, presentato nel 1787 e promulgato nel 1791.  Esso recita:

II. A well regulated Militia being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed.

II– Essendo necessaria, per la sicurezza di uno Stato libero, una Milizia ben organizzata, non sarà violato il diritto del popolo di possedere e portare armi.

Ora sembrerebbe che il diritto della gente di possedere e portare delle armi non può essere violato, ma precisamente per potere costituire, come è diritto di un libero stato, una milizia non solo ben organizzata ma anche ben regolata, cioè ordinata.

La ‘Militia’ è termine che indica una formazione armata composta dai cittadini medesimi di uno stato con compiti di difesa tanto da nemici esterni quanto interni, in un tempo in cui una polizia efficiente a protezione di tutti i cittadini non esiste ancora neppure a Londra, ne è indicata con chiarezza nelle pagine di Adam Smith. Il termine si chiarisce nella sua opposizione al termine Standing Army, cioè come esercito di leva contrapposto a un esercito permanente di militari professionisti. Insomma la milizia ben regolata di cui qui si parla è un esercito di coscritti che possono essere chiamati alle armi in caso di pericolo, capace semmai di mantenere l’ordine pubblico in modo permanente. Questa interpretazione può apparire meno semplicistica, se si pensa che con la dichiarazione di indipendenza del 1776 gli americani si stavano liberando, ma in quanto federazione di Liberi stati, dalla condizione di colonia del Regno britannico, e che gli emendamenti alla costituzione del 1787 vennero proposti per timore di prevaricazione da parte di qualcuno dei tredici stati.

Se vi piace, potremmo dire che i singoli stati erano già tendenzialmente sovranisti. Ma, come si vedrà nel seguito, prevarrà una interpretazione contraria da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti.