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Una puntata insolitamente interessante

Più volte ho ricordato, polemicamente, che l’Italia sembra essere più che una repubblica fondata sul lavoro, una repubblica fondata sui morti ammazzati.

E può darsi che prima o poi mi decida a proporre un articolo brutale, e persino crudele, dedicato esclusivamente alla raccapricciante speculazione che la propaganda politica compie sul numero e le modalità delle morti almeno da settanta anni  nel nostro paese.

La Rai è oggi impegnata a celebrare il 40° anniversario del terremoto dell’Irpinia, il terremoto più grande riscontrato in Italia negli ultimi 120 anni, dal tempo del terremoto di Messina, per numero di morti, quasi 3 mila, numero dei feriti oltre 8mila, numero delle case distrutte oltre 250mila.

Molto opportunamente Paolo Mieli ha voluto dedicare la puntata odierna della sua rubrica quotidiana ‘Passato e Presente’ al terremoto dell’Irpinia.  E la puntata si è rivelata tra le migliori che Paolo Mieli ci ha proposto su argomenti affrontati dal punto di vista storico sul passato recente.

Osservo che non sempre le puntate mi sono sembrate felici proprio sugli argomenti più recenti. Ci sono anche lacune sorprendenti. Che io ricordi, non una sola puntata è stata dedicata alla rivoluzione francese in un periodo in cui in Italia si è approvata con referendum la riduzione del numero dei parlamentari e si sta discutendo alla camera la riforma del parlamento.

Il merito principale della puntata odierna va allo storico interpellato  Giovanni De Luna, il quale ha esordito con due fondamentali osservazioni: la prima, che proprio nelle grandi catastrofi si rivela il carattere e la condizione politica di un paese, la seconda, che ogni terremoto italiano ha avuto una propria storia specifica.

Da questo punto di vista il terremoto dell’Irpinia ha rivelato innanzitutto l’estrema povertà, insieme alla grande solidarietà della sua popolazione.

La prospettiva è subito servita a contraddire un luogo comune proposto da Paolo Mieli, e cioè che lo Stato italiano sia sempre più sollecito a intervenire nel settentrione, come era accaduto nel terremoto del Friuli, che nel meridione.

In proposito, alcuni aspetti sono stati appena sfiorati o suggeriti dalle immagini: la posizione assolutamente impervia del paese, la fragilità delle sue strutture edilizie, la mancanza di vie di comunicazioni che in parte spiegano la differente situazione.

L’intervento di Sandro Pertini nelle zone terremotate, il suo duro attacco alla maggioranza politica che in dieci anni dalla costituzione della Protezione civile non aveva fatto nulla per renderla operativa  sono stati ricordati.

Ma si è detto anche che si deve a Pertini il cambiamento di ruolo e di importanza della Presidenza della Repubblica in Italia. In quella circostanza non mancò di assestare un duro colpo alla democrazia cristiana, di cui anche Enrico Berlinguer cercò di trarre profitto.

Mieli ha osservato che vennero aperte 137 inchieste da parte della magistratura, da cui peraltro nel  2002 tutti uscirono assolti, colpa della prescrizione secondo Mieli, mai della magistratura. Ha difeso però il povero Ciriaco De Mita attaccato da destra e da sinistra, essendo il principale boss democristiano dell’Irpinia.

Paolo Mieli ha ricordato che Oscar Luigi Scalfaro aveva organizzato e presieduto la commissione parlamentare sugli scandali derivati dal terremoto, ma non ha sottolineato abbastanza che quella funzione gli valse la presidenza della Repubblica, sia pure grazie anche al supporto ricevuto da Marco Pannella (il quale si è scusato per le ingiuste accuse mosse al Presidente Giovanni Leone, ma mai si è scusato per il secondo abbaglio).

Giovanni De Luna ha anche insistito sull’entità dei miliardi (30 o 50) dedicati alla ricostruzione, sottolineando tuttavia, da un lato, che in nessun modo si era provveduto a dotare la zona di strutture industriali capaci di fornire sostentamento alle popolazioni rimaste, dall’altro, che la zona beneficiata si era enormemente allargata fino a comprendere non  solo il salernitano ma anche l’intera Napoli.

E’ proprio da questi interventi assistenziali che si è avvantaggiata e rafforzata la camorra, dopo essere enormemente cresciuta, al pari di Mafia, Ndrangheta, ecc., negli anni sessanta e settanta del boom edilizio italiano.

Una piccola testimonianza in proposito: anche il Vomero negli anni sessanta e settanta ha subito un enorme sviluppo edilizio.  Fino al 1980 tuttavia dominavano ancora intonaci scrostati dei vecchi edifici, crepe e degrado nelle nuove costruzioni. Dopo il terremoto dell’Irpinia il suo patrimonio edilizio si è completamente rinnovato.

Per tornare alla premessa di questo articolo cito una dichiarazione del 19 novembre: “O i Benetton se ne vanno o va revocata subito la concessione. Se ne discuta nel prossimo consiglio dei ministri”. “Il governo ha una responsabilità davanti ai cittadini. Il Movimento 5 stelle ha preso degli impegni con le famiglie delle vittime del Ponte Morandi e li vuole rispettare”.

Qualunque sia la responsabilità della famiglia Benetton e della concessionaria autostrade, trovo grottesca questa dichiarazione del ministro degli esteri Luigi Di Maio, questo modo di fare politica, e condivido tutto  il disagio che ha dimostrato di recente il Presidente della Campania, Enzo De Luca, nei confronti di questo ‘ducetto’.

La condanna di Alemanno

E’ di ieri, 24 ottobre 2020, la notizia che Alemanno, ex leader del movimento sociale italiano ed ex sindaco di Roma, è stato condannato in appello a 6 anni di carcere per corruzione. Bene, è appena cominciata la gara per le elezioni del sindaco di Roma, si affacciano le prime candidature, Virginia Raggi, Carlo Calenda, Guido Bertolaso, e quindi ci voleva per completare il quadro il tradizionale intervento a gamba tesa della magistratura.

Un instancabile garantista, come il direttore del Il Riformista, Piero Sansonetti, non poteva perdere la buona occasione per un durissimo attacco alla magistratura. Se quanto sostiene in un video è veritiero, difficilmente si potrà affermare che non si tratti di sentenza politica, di sentenza politica da tribunale speciale, come dice lui. Premesso di essere un comunista e non certo un estimatore di Alemano, Sansonetti considera la sentenza ‘piena di misteri’ per i seguenti motivi:

 1) l’entità esorbitante della pena, per un’accusa di corruzione quantificabile in 200/250 mila euro, una pena che normalmente si dà per il reato di stupro.

 2) l’accusa ha chiesto una pena di 3 anni e 6 mesi, la Corte, dopo soltanto mezzora di camera di consiglio, ha raddoppiato la pena.

Alemanno era imputato nel grande processo Mafia capitale, a tutti noto, che ha come protagonista (e condannato) Salvatore Buzzi. La posizione di Alemanno è stata poi stralciata per un processo a parte. Il dolo consisterebe in una cifra di 250 mila euro, di cui per altro soltanto una parte sarebbe finita in una fondazione che fa capo al movimento sociale.

3) la sentenza rappresenta una sfida alla Cassazione, perché il processo di Mafia Capitale ha già superato i tre gradi di giudizio e la Cassazione ha sentenziato che non c’è stata corruzione, ma solo traffico di influenze. (il massimo della pena previsto per il primo reato è di sei anni, mentre per il secondo è solo tre anni e sei mesi).

4) la cifra di circa 260 mila euro in questione non è pervenuta direttamente ad Alemanno, ma è stata consegnata a un intermediario, Franco Panzironi, allora amministratore delegato dell’azienda di raccolta dei rifiuti Ama,e lo stesso Buzzi ha sostenuto in processo che la somma non sarebbe andata ad Alemanno.

Francamente conosco ben poco dell’inchiesta su Mafia capitale, né ho certo voglia di addentrarmi nei dettagli del processo. Per scrupolo tuttavia, mi sono andato a leggere il commento alla condanna di Alemanno de Il fatto quotidiano, l’esatto opposto de Il riformista di Sansonetti.

Il breve articolo ha una struttura chiara: la notizia della condanna, la reazione di Alemanno che si scopre corrotto sena corruttori, i dettagli dell’accusa, i riscontri delle dazioni illecite dei carabinieri del Ros, i favori restituiti in cambio dal Sindaco e dal Comune di Roma.

L’aspetto più dettagliato di questo articolo riguarda la questione di merito, cioè i soldi che Alemanno avrebbe ricevuto. Le cifre del Ros sono precise: si tratta di 198.500 euro + 25.000, che fanno esattamente 223.500 euro.

Questi soldi sarebbero pervenuti tra il 2012 e settembre 2014; da dove? da ‘soggetti riconducibili a Buzzi’ (e Il Fatto Quotidiano elenca ben 6 cooperative) e ‘due soggetti economici’, che non sono riconducibili a Buzzi, ma (udite udite) ‘che in qualche modo, secondo gli inquirenti, agivano in accordo con il ras delle cooperative‘, cioè Buzzi.

Detto così vuol dire che nessuno è riuscito a dimostrare un piffero sui due soggetti economici, mentre le loro somme sono 60.000+15.000 = 75.000. Quindi 198.500- 75000= 123.500.

Questa somma, precisa il Ros, versata dal 4 gennaio 2012 al 3 settembre 2014. Se togliamo dalle cooperative che fanno capo a Buzzi, Formula sociale di cui riporta un bonifico regolare di 10 mila euro, restano113.500 euro.

Cioè Alemanno in tre anni si porta a casa una somma pari al canone Rai di un anno. Senonché il resoconto non può terminare qui, perché, stando sempre alla versione de Il fatto Quotidiano, secondo l’accusa, ‘una parte consistente dei soldi sarebbe arrivata nell’ottobre’, quindi da sottrarre dai 113 mila euro in tre anni.

Ma poiché Alemanno è stato condannato non solo per corruzione, bensì per corruzione e finanziamento illecito, vuoi vedere che Alemanno, come Marino del PD e tantissimi altri, è stato accusato di comprarsi le mutande con il Bancomat del suo partito?

A parte il pasticcio creato da Il fatto quotidiano, nel tentativo di giustificare la condanna, resta il fatto incredibile di un corrotto senza corruttori.

E qui non bastano le parole scritte, ma è necessario il video di Sansonetti, quando, nella sua insostituibile cadenza romanesca, afferma, che Alemanno è condannato in quanto ‘è un corrotto, profondamente corrotto, intrinsecamente corrotto, perché è un sindaco, un fascista, un ministro, un politico’.

Riferendosi ai due processi, Sansonetti conclude sconsolato che ‘in Italia la stessa giustizia non può stabilire ‘che una persona non ha commesso un reato e poi che ha commesso un reato’, e con il caso Palamara.

Cosa c’entra Palamara? Ma perché Palamara e Magistratopoli – esclama Sansonetti – ha dimostrato che la giustizia è la giustizia delle correnti, non riguarda l’illegalità e tanto meno la ricerca del vero.

Quando incontro circostanze che confermano quanto ho sostenuto in passato sono contento, non solo perché forse non ero in errore, ma forse avevo anche ragione a guardare più lontano.

Avevo scritto che in Italia la stessa persona in flagranza di reato viene condannata a Roma e assolta a Bologna. Nulla di strano, perché la famosa separazione dei poteri non è intesa come indipendenza dal potere politico o legislativo, ma come indipendenza di ogni magistrato.

Un’altra volta, avevo anche fatto un test tra amici,chiedendo se fosse più colpevole il corruttore o il corrotto, e tutti non hanno esitato a rispondere il corrotto, perché senza corrotti non ci sarebbero corruttori.

Quindi, caro Sansonetti, ha ragione la Corte d’appello e ha torto la Cassazione. Tanto più che il caso Palamara dimostra che più si va in alto e più l’illegalità e probabile. E qui i tre magistrati della Corte d’Appello potrebbero, come Saverio Borrelli, invocare la Resistenza.

C’è caso, caro Sansonetti, che forse la radice del problema non sia neppure soltanto Tangentopoli e la giustizia politica, bensì il sistema giudiziario. E a me, che a furia di studiare i filosofi, un po’ di filosofia mi è entrata in zucca, pare che alla radice del problema ci possa essere il carattere intrinseco del sistema giudiziario.

Che cosa? Ma è perché è il tappo dei tappi, è un sistema autoreferenziale. Poniamo che, per condannarlo, la Corte abbia affermato cose palesemente non vere. Che cosa può fare Alemanno se non ricorrere in Cassazione?

E’ questa, quella che ho appena chiamato il tritacarne, la macchina ferrigna della giustizia. Tutt’altro sarebbe, se Alemanno potesse far causa ai giudici delle Corte d’appello.

Ciò vale nel Penale come nel Civile (a dimostrazione che è un difetto del sistema). Se una persona viene condannata perché in sentenza il giudice asserisce il falso, non può citarlo in giudizio, può soltanto ricorrere in appello.

Si dirà, ma Palamara verrà giudicato a Perugia. Ma si tratta di altro reato. Contro la sentenza della Cassazione che lo ha radiato dalla magistratura, anche lui non può che far ricorso a un grado superiore di giudizio. E la corte superiore, in ogni caso, non potrà sanzionare, in alcun modo sostanziale, i magistrati della Cassazione che lo hanno condannato.

Palamara

Da giovane, un bel mattino, mentre attraversavo col verde un semaforo in uno stretto crocevia cittadino, l’anziano autista di un autonoleggio ha speronato la mia auto a cinquanta allora da sinistra, colpendo per buona sorte il vano motore, e non me.

Strani e disconnessi i ricordi: io a testa in giù, infilata nel vano per i piedi del sedile destro, dentro un’auto coricata su di un fianco, ma rombante, un professore che conosco solo di nome, lì per caso, che rampogna l’incauto e assonnato conducente, una radiografia di controllo in un ospedale prossimo alla Stazione di Bologna, un centro a quei tempi dedicato agli infortuni sul lavoro.

Ed è lì che, nelle attese, sono venuto a conoscenza di un infortunio non raro tra i macellai. Talvolta, dita, mani e braccio si aggrovigliano tra le spire del tritacarne elettrico, e ricevono soccorso con l’intera pesante macchina ferrigna attaccata al braccio.

Questa immagine impressionante mi si è ripresentata nel dormiveglia, ripensando alla condanna di Palamara: incauto macellaio incollato alla pesante macchina della giustizia da un trojan infilato per l’occasione nel suo cellulare.

Due anni sono bastati per la ricostruzione del ponte di Genova, sono una inezia invece per l’indagine della magistratura locale (ma questa è un’altra storia, da includere nella rubrica ricatti), altri crolli di ponti ostruiscono percorsi fluviali, così come scale mobili crollate, nel metro romano, attendono per essere sostituite i tempi delle procure.

Al contrario, la rapidità del processo a Palamara può riempire di orgoglio la banana republic, mostrando che quello che non si compie in anni, può essere compiuto in un paio di giorni. I giudici di cassazione hanno radiato dalla magistratura Palamara, il più giovane vicecapo del Consiglio superiore della magistratura (Capo è il Presidente della Repubblica, più onorario che attivo).

E che fa Palamara, lui che dall’inizio ha sostenuto di non voler essere il capro espiatorio di un sistema collaudato di governo della magistratura, e che aveva richiesto 100 e passa testimoni, per riceverne sei?

Ebbene proclama il suo attaccamento alla toga, che è nato magistrato e magistrato morrà (sacerdos in eternum), che rispetta la sentenza, perché ‘le sentenze vanno rispettate’, che attende di leggere le motivazioni (30, 60, 90 giorni? Chi scrive non se ne intende) per esperire tutti i procedimenti di ricorso, se capisco bene alla Cassazione a camere riunite, e poi alla Corte Costituzionale, e infine alla Corte Europea.

Ecco il senso del mio sogno. Ecco la macchina ferrigna della giustizia. Solo, come accade nei sogni, le cose procedono al contrario. La macchina della giustizia ha le sue spirali volte all’insù, ma Palamara non arresta il motore e infila le mani sempre più dentro, sempre più in alto.

Possiamo immaginare come andrà a finire. La cassazione a camere riunite liquiderà la faccenda assai più rapidamente, come dettato dalla procedura (la giustizia più si sale e più è sbrigativa), la consulta dichiarerà inammissibile il ricorso evitando la noia di pronunciarsi, il ricorso all’Europa farà la sua lenta agonia negli affollati scaffali della Corte europea (che, immagino, non si attivi mai, se non ci sono interessi economici in gioco).

Salvo le debite eccezioni, il processo è stato considerato una farsa, e la farsa una necessità, se si vuole far dimenticare in fretta come funzionano il CSM e le correnti della magistratura; non uno scandalo perché il sistema non è una scoperta per nessuno.

Un incidente di percorso della procura di Perugia, che, se vuol condannare per corruzione Palamara, deve per forza riferirsi a cene come quella che vede Palamara e altri cinque membri del CSM discutere di candidature di procuratori romani con due politici, uno dei quali inquisito a Roma per analoghi motivi.

Mi tengo sul vago apposta, senza far nomi che pur son noti, perché non mi interessano i rei, ma, al solito il sistema, e la novità, rispetto alle intercettazioni del passato, del trojan che si insinua come un altoparlante nel cellulare di chiunque, stante l’obbligatorietà dell’azione penale.

Sicché, parlo da cittadino, perché abbiamo appreso che spetta al magistrato scegliere quali registrazioni sono inerenti o meno all’indagine; anzi molto peggio, perché spetta al magistrato decidere quando accendere o spegnere il trojan.

Chi mi ha letto in passato sa che circa la separazione tra i poteri o meglio dei conflitti tra i poteri penso che vinca sempre la magistratura, che insomma la magistratura faccia da tappo. Ora aggiungo: e che tappo! Basta inventarsi un reato con una lettera anonima per mettere nei guai chiunque esprima una qualsiasi opinione.

Naturalmente, chi ha voluto fermamente la legittimazione dei trojan nel processo, se non i Cinque Stelle, con in testa Bonafede, e gli ineffabili giornalisti de IL Fatto Quotidiano?

L’aspetto più bananiero della vicenda è che, secondo Palamara, il sistema è andato in tilt quando all’anzianità è stato sostituito il merito nella progressione della carriera. Giovani e meno giovani a quel punto si sono ritenuti meritevoli, i criteri meritocratici si sono moltiplicati, e il sistema si è enormemente complicato per accontentare tutte le correnti.

Milena Gabanelli e il coronavirus

Milena Gabanelli è una giornalista dal piglio sicuro, parla a raffica, sconcerta perché è in grado di mostrarci panorami di eccellenza assai lontani dalla nostra immaginazione.

Spesso addita soluzioni a problemi complessi del tutto rivoluzionari, ma basati su pochi semplici presupposti di buon senso e buona volontà.

Abbiamo imparato a conoscerla sulla rete di Rai tre.

Tuttavia occorre una buona memoria e, fortunatamente, selettiva per capire che non è tutto oro quel che luccica nei suoi magici servizi.

Una caratteristica delle sue inchieste è che spesso additano agli italiani soluzioni straniere di grande successo che risolverebbero efficacemente i nostri problemi.

Una delle risorse tipiche del suo giornalismo è che se si illustra un tema in un paese straniero, la Gabanelli si informa dalle sedi ufficiali. Poniamo, se ci si occupa di politiche del lavoro in Germania, ci si rivolge ai responsabili nel Governo, nei sindacati, nei Land della Germania.  Gli stessi temi trattati in Italia vengono invece illustrati attraverso ricerche condotte nell’opposizione, tra i Cobas, nel caporalato meridionale.

Ricordo un esemplare servizio sull’accoglienza dei lavoratori stranieri in Svezia e su quanto sindacati e associazioni di assistenza si adoperassero per far loro superare ogni difficoltà di insediamento.

Molto bene, tuttavia sono rimasto dopo un paio d’anni sorpreso alla notizia che i lavoratori mussulmani avevano messo a ferro e fuoco la città di Malmö, geograficamente dirimpettaia di Copenhagen.

Ricordo come altro esempio un servizio eccellente su come il governo spagnolo avesse risolto il problema della speculazione edilizia in Spagna, obbligando i costruttori a edificare abitazioni supplementari destinate ai non abbienti. Mi è sembrata un’ottima risorsa prima di conoscere la crisi edilizia in cui era precipitata la Spagna.

Si potrebbe continuare così. Ma il mio intento è altrove: spendere qualche parola sulla Sanità lombarda proprio perché non amo un giornalismo tanto d’effetto quanto gratuito. Di fatto la Gabanelli è l’ultima a sparare cannonate contro la Sanità lombarda, dopo che ci si sono provati in tanti a cominciare dal nostro beneamato Presidente del Consiglio.

La prima sciocchezza espressa dalla Gabanelli è l’idea che l’epidemia sia cominciata contemporaneamente in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. In Veneto infatti, senza voler togliere alcun merito al Presidente Zaia, l’epidemia era circoscritta a un solo paese di tremila abitanti; anche qui sono piovute dall’alto ogni tipo di critica e tra i grandi meriti di Zaia è quello di essersene fregato, anche perché ci ha fatto il callo. Per quanto riguarda l’Emilia la epidemia era circoscritta a Piacenza zona contigua a quella di Codogno.

Non sembra invece che la Regione Piemonte finisca sotto inchiesta da parte della Gabanelli, mentre verrebbe da chiedersi: ma non si sono svegliati un po’ in ritardo?

La seconda sciocchezza della Gabanelli è aver dimenticato che dal primo giorno il Presidente Fontana è stato sommerso dalle critiche. La prima delle quali è stata quella di fare troppi tamponi, con grande scandalo di giornalisti, avversari politici, virologi e epidemiologi di ogni razza: ‘tamponi persino agli asintomatici e ai morti!  Ma che figura ci facciamoall’estero!’ E vi ricordate l’epidemiologa che esclamava: ‘ma siamo matti a reagire a questo modo a una banale influenza!’

 Così come è stata accolto come una indegna provocazione e un insulto al Presidente del Consiglio il fatto che Attilio Fontana si sia presentato alla televisione con una mascherina in volto, mentre già si sapeva che una sua collaboratrice era contagiata. Tamponi e mascherine a tutto spiano oggi sono raccomandati da ogni governo, dall’organizzazione mondiale della sanità e dalla stessa Gabanelli in una comparsa recente.

Ho già ricordato nelle settimane passate che il Presidente Fontana è stato criticato, prima, per aver affidato i pazienti a un ospedale periferico e inadeguato come quello di Codogno, poi, per aver esportato il contagio a Milano  proponendo l’ospedale Sacco come centro per l’assistenza dei casi critici, infine, per aver trascurato l’uso e la disponibilità dei medici di base, mentre ricordo che inizialmente era assolutamente sconsigliato rivolgersi ai medesimi.

Scusate tanto, capisco che un pubblico giovanile abbia scarsa conoscenza di certe situazioni e che anche la Gabanelli abbia l’aria di donna energica che gode di ottima salute, ma di grazia siete mai stati in un ambulatorio dei medici di base o di pediatri? Qui le masse di covid-19 sarebbero state visibile a occhio nudo!

E con i loro mille/ millecinquecento assistiti che cosa si pensa avrebbero potuto fare anche i più volenterosi medici di base, che ricoprono ruoli più o meno analoghi in tutte le nazioni d’Europa in cui dilaga il corona virus e in cui l’assistenza sanitaria è un diritto di tutti i cittadini (da noi anche di tutti gli irregolari).

Per cui mi vien da ridere al pensiero che la Gabanelli spara in sincronia quelle che sono state le tre successive bordate contro il Presidente Fontana.

Mi fermo qui per oggi, ma tornerò sull’argomento, perché qui dietro cova l’idea di statalizzare (e meridionalizzare) la sanità italiana sottraendola alle Regioni, oltre quella di ‘cancellare Salvini’.

Se non ora, quando?

Da circa 20 giorni ho smesso di scrivere un diario sulla pandemia da coronavirus. I motivi sono tanti.

In primo luogo, i pochi che presumo abbiano letto quel diario non hanno mostrato interesse, né condiviso le mie considerazioni. Qualcuno mi ha accusato di presunzione (in generale per tutti gli articoli) senza per altro motivare neppure vagamente l’accusa. Qualcuno mi ha accusato di non saper trovare i dati e le spiegazioni che esisterebbero. Qualcuno mi ha ammonito: guarda che la situazione è seria…. È troppo seria per … scrivere un blog? Per dire quel che si pensa? Non è meglio parlare? Si ha paura di dire in pubblico quello che si pensa in privato?  Allora davvero la situazione è seria! Si è troppo spaventati per aver voglia di parlare? Oppure, non sapendo che pensare, e qualche volta che fare, si cerca dappertutto una o l’altra notizia, si interroga questa o quella autorità … senza sosta, … senza quiete?

In secondo luogo, questa situazione è troppo seria per dire in pubblico quello che si pensa in privato, se, uscendo dalla sfera di parenti, amici e conoscenze, ci si rivolge alle istituzioni, alle autorità regionali, statali, alla Protezione civile, all’Istituto Superiore della Sanità e agli italiani di qualsiasi regione? Non diventa ancora più seria, tanto seria da diventare un alibi per qualsiasi azione sconsiderata? L’ha ben sintetizzato proprio il nostro Presidente del consiglio citando dalla peste del  Manzoni “del senno di poi son piene le fosse”.  Ragion per cui, second lui, non è il momento di fare dei bilanci.

Eh no: il Presidente del consiglio era un avvocato e continua a fare l’avvocato, non del popolo ma di se stesso, difendendo un operato indifendibile. L’epidemia è nata in Cina e le autorità cinesi, coreane, forse anche giapponesi, ci avevano indicato come affrontare la situazione. Giuseppe Conte e il suo governo – soprattutto, ma non solo, i Cinque Stelle – era in ritardo su tutto. Mentre l’epidemia scoppiava anche in Italia, alla fine di febbraio, occorreva ancora licenziare il decreto ‘mille proroghe’, che qualsiasi governo (persino il governo francese) chiude il 31 dicembre. Un ritardo per includere una legge sull’abolizione della prescrizione che solo un ministro presuntuoso, pericoloso e incompetente poteva vantare come una conquista di civiltà.

Il presidente del Consiglio ha sostenuto che solo procedendo per gradi, con tre decreti successivi, poteva condurre gli italiani a una simile restrizione delle libertà e attività personali, alla chiusura di musei, cinema, ristoranti, parchi, scuole, università. Davvero? Non potevamo permetterci quello che può fare il capo del comunismo cinese? Ma Sud Corea e Giappone sono paesi democratici e lo hanno fatto.

Ma non parliamo dell’Oriente che, come ho già detto nel mio diario, ha più rispetto per il prossimo di tutto l’Occidente cristiano. Il governatore delle California (uno stato di 41 milioni di abitanti) ha deciso in un solo giorno di adottare le misure di contenimento dell’epidemia che il nostro governo ha deciso in tre settimane. E in tre giorni è stato imitato da tutti i Governatori della costa nord-orientale degli Stati Uniti e da molti altri Governatori, ragion per cui oltre un terzo dei 330 milioni di ‘americani’ si sono trovati chiusi in casa. Presto altri adotteranno le stesse misure, malgrado il fatto incredibile che il Presidente degli Stati Uniti abbia continuato a minimizzare l’epidemia e a caldeggiare l’idea, a dir poco demenziale, che gli Stati Uniti non sono un paese propenso allo shutdown.

I disordini dell’8 marzo nelle carceri erano assolutamente prevedibili, data la sospensione totale dei colloqui con le famiglie, i provvedimenti del 17 marzo (Decreto Legge n. 18) propongono vantaggi per una ristretta minoranza e si scontrano con le lungaggini della magistratura di sorveglianza. Per il resto della popolazione carceraria si ricorrerà a videochiamate quotidiane, dicono i giornali. Preferisco invece attenermi al testo del decreto legge:       

Art. 83 comma 16: ‘Negli istituti penitenziari e negli istituti penali per minorenni, a decorrere dal 9 marzo 2020 e sino alla data del 22 marzo 2020, i colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati a norma degli articoli 18 della legge 26 luglio 1975, n. 354, 37 del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230, e 19 del decreto legislativo 2 ottobre 2018, n. 121, sono svolti a distanza, mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l’amministrazione penitenziaria e minorile o mediante corrispondenza telefonica, che puo’ essere autorizzata oltre i limiti di cui all’articolo 39, comma 2, del predetto decreto del Presidente della Repubblica n. 230 del 2000 e all’articolo 19, comma 1, del decreto legislativo n. 121 del 2018.

Questo articolo è indecente per le seguenti ragioni: vengono citati tre articoli di legge (per l’esattezza una legge del 1975, un decreto presidenziale e un decreto legislativo ) in cui si parla di colloqui con famiglie e avvocati, delle loro modalità e frequenza. Si limita invece il diritto solo a colloqui a distanza con apparecchiature, se esistenti, o piuttosto alla sola corrispondenza telefonica (che è termine giuridico per indicare una telefonata di x minuti). Si può autorizzare in questo caso una frequenza o una durata maggiore rispetto alle leggi esistenti.  133 parole (delle oltre 45000 del presente decreto legge n. 18 del 17 marzo 2020) per indicare un divieto retroattivo! e una possibilità di ricorrere alle telefonate per altri 5 giorni! Un articolo tanto indecente da far pensare che sia stato scritto direttamente dal Ministro della giustizia, che, vale la pena di ripeterlo, considera l’abolizione della prescrizione una conquista civile.

Come avevo previsto nel mio diario, la rivolta nelle carceri è stata generale per l’abolizione sine die dei colloqui e contatti con familiari e avvocati, con danni quantificati in questo decreto in 20 milioni di euro. Credo che, forse meglio di molte altre critiche, la citazione di questo comma dia la misura del valore di questo decreto di 45000 parole. Decretare inoltre la sospensione dei colloqui il 17 marzo, a partire dal 9 marzo, significa che l’ordine di abolire i colloqui è partito dall’alto (ho verificato quella notte stessa che tutte le carceri italiane venivano chiuse) e che si intende ‘mettere una pezza’ a una palese violazione della legge.

Ugualmente prevedibili erano le disastrose situazioni degli anziani nelle case di riposo e delle residenze per disabili. Ci giunge notizia soltanto che i gestori abbiano interrotto ogni rapporto tra gli anziani e le famiglie e non informino neppure i parenti dello stato di salute dei propri cari. Neanche in questo caso governo e protezione civile hanno adottato misure degne di nota.

Ma qui mi voglio soffermare su una puntata di Piazza pulita del 26 marzo 2020 in cui Corrado Formigli ha intervistato Matteo Salvini (tutt’ora visibile in Streaming). Che il conduttore ci tenesse a criticare sotto ogni punto di vista la Sanità lombarda e Salvini era abbastanza scontato, ma c’è una domanda incredibile fatta da Formigli che un giornalista certamente fazioso ma avveduto come lui non avrebbe dovuto fare: ‘Il coronavirus non conosce confini, nessun paese di destra o di sinistra è stato risparmiato, è la fine dell’utopia sovranista?’ Salvini risponde che la domanda è bizzarra. Ognuno può pensare quello che vuole di questa intervista, ma la domanda merita di essere incorniciata negli annali della stupidità giornalistica italiana. Perché il Corona virus nulla ha che vedere con il sovranismo, e semmai è vero il contrario: è l’effetto della globalizzazione, e della globalizzazione più selvaggia. Bill Gates, e molti altri compreso Bill Clinton, sosteneva già nel 2018 che una pandemia era inevitabile e proponeva di attuare misure di emergenza.

Formigli si corregge e dice: volevo dire che non possiamo sconfiggerlo senza l’aiuto dell’Europa. Personalmente ho scritto nel mio diario che in realtà il Coronavirus ha prodotto la ‘libera circolazione del sovranismo’. Non solo l’Europa non aiuta, ma ciascuno Stato va per conto suo, a cominciare da Svezia e Regno Unito, ma anche la Germania, la Francia, Il Belgio, l’Olanda e persino tutti gli Stati che non hanno l’euro si oppongono a qualsiasi accordo comune per fronteggiare l’emergenza. 

Del resto, se Mario Cuomo nella città e nello stato di New York si è attirato la simpatia dei cittadini, mettendo in atto restrizioni simili a quelle italiane, quando Trump ha proposto di mettere in quarantena gli Stati di New York, New Jersey, Connecticut, Michigan e California, (tutti democratici),  Cuomo ha detto che sarebbe un ‘atto di guerra contro gli Stati’. Trump ci ha rinunciato, ma non mi sembra encomiabile la pretesa di Cuomo , che da un lato mette in quarantena  i propri concittadini, dall’altro esige la loro libera circolazione negli altri Stati.

Ma c’è qualcosa di molto più importante che riguarda il nostro paese: se La Repubblica reca il titolone “Cancellare Salvini” fa il suo mestiere mediatico. Siccome lo ha sempre desiderato e proposto, è semmai una esortazione rivolta ai colleghi delle altre testate giornalistiche. Ma intanto la Regione Lombardia e il suo sistema sanitario è sotto attacco: le si è rimproverato, prima, di portare i contagiati in ospedali periferici non attrezzati (Conte: ‘la falla di Codogno’), poi, di aver lasciato in abbandono i medici di base che sono in prima linea (questa puntata di Formigli) e, infine, (oggi 3 aprile 2020) di aver portato il virus da Codogno negli ospedali di Milano. Proprio oggi invece negli Stati Uniti si esprime apprezzamento e interesse per l’Italia che sembra ‘appiattire la curva’ dell’aumento dei contagi.

Si dirà di storie ce ne sono tante e non vale la pena di perderci il sonno. Ma la realtà è che si intende approfittare dell’emergenza per togliere la sanità alle autonomie regionali, come vuole persino il ministro Orlando del Pd. Quindi ha torto Matteo Salvini quando dice, come ha detto a Formigli, che non è il momento dei bilanci e delle polemiche. Noi anziani ci ricordiamo come era la sanità prima delle autonomie regionali, e come è tutt’ora nel Sud. Del resto il matto che li comanda non vorrebbe anche lui approfittare della pandemia per rendere universale il reddito di cittadinanza? Ha detto proprio così universale e non planetario, pensando probabilmente ai diritti degli alieni.

Concludo con una notizia buona e una cattiva:
la notizia buona è che Nicola Zingaretti è guarito.
La notizia cattiva è che Nicola Zingaretti è guarito. Per cui, lui che antepone all’interesse di partito il bene pubblico. come vuole il presidente Conte, continuerà a fare disastri.

 Ma c’è anche una seconda notizia buona e una cattiva.
La notizia buona è che Nicola Porro è guarito.
La notizia cattiva è che Nicola Porro è guarito e pretenderà di festeggiare la Pasquetta ‘fuori Portaì insieme a Matteo Renzi.

Un saluto infine a Paolo Mieli: in un articolo molto equilibrato ha aggiunto “Bene ha fatto il nostro Presidente del Consiglio a non tornare alla  normalità per la Pasqua”; e che altro avrebbe potuto fare? non c’è bisogno di essere così bolognese, nel senso dantesco del termine, Signor Mieli.

Prescrizione

Pensavo di continuare l’articolo sulla separazione dei poteri, ma preferisco soprassedere perché non sfumi dal mio dormiveglia il recente ricordo di un Post successivo al telegiornale della sera di RaiDue. L’encomiabile direttore Gennaro San Giuliano o chi per lui aveva organizzato un dibattito di approfondimento circa la recente legge sulla prescrizione entrata in vigore dal 1 Gennaio 2020, di cui menano vanto i Cinque Stelle e soprattutto il ministro della giustizia Alfonso Bonafede.

E’ così che ho assistito divertito a un ennesimo monologo del notissimo e gettonatissimo direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che con la testa stravolta verso l’alto, come in un quadro caravaggesco di San Paolo caduto da cavallo sulla via di Damasco e folgorato dallo Spirito santo, recitava: ci fosse stata questa legge, Andreotti sarebbe stato condannato per mafia e Berlusconi avrebbe avuto sette condanne per corruzione di politici, testimoni e quant’altro. Tanto che mi sono chiesto se Travaglio sia un nome d’arte, per uno sempre incinta di monologhi e volumi manettari.

L’intervento di Travaglio era un inno all’abolizione della prescrizione, perché è solo uno strumento che permette agli avvocati di mandare assolti i loro potenti assistiti. Invero, uno studio ha mostrato che le dilazioni degli avvocati hanno effetto solo nel 3% dei casi, ma immagino che Travaglio obietterebbe: appunto 1% gli Andreotti, 2% i Berlusconi, mentre la prescrizione non salva mai i poveri diavoli coi difensori di ufficio.

Poiché la giustizia non è una religione in cui magistrati e avvocati che la gestiscono fanno la parte dei chierici e il popolo che la subisce fa la parte dei laici, poiché nelle vicende della giustizia prima o poi ci finiamo tutti, cercherò di parlarne evitando il più possibile i tecnicismi giuridici.

In uno studio della Camera dei Deputati si dice: ‘La prescrizione del reato è la rinuncia dello Stato a far valere la propria pretesa punitiva, in considerazione del tempo trascorso dalla commissione del reato e trova fondamento nel fatto che, a distanza di molto tempo, si ritiene che venga meno l’interesse dello Stato sia a punire un comportamento penalmente rilevante, sia a tentare il reinserimento sociale del reo’. (cos’è questa aggiunta? un inchino a Beccaria?)

Qui già siamo in un campo discutibile che, per comodità e brevità, dirò che divide tendenze garantiste e manettare. Perché, avendo una discreta autonomia nell’organizzazione dei processi, procuratori e giudici finiscono per decidere quando l’interesse dello Stato viene meno. Ecco dunque l’ennesima invasione di campo del potere giudiziario nel potere legislativo.

Di fatto, poiché la costituzione prescrive nell’art. 111 la ragionevole durata dei processi e la parità tra accusa e difesa, la prescrizione può essere considerata intrinsecamente garantista. Ragion per cui a chi ama lo slogan: ‘non ci si difende dai processi ma nei processi‘, bisogna rispondere che il processo è un incubo per l’imputato, esattamente come la prescrizione è un incubo per giudici e pubblici ministeri.

Ricorriamo come Hume alla simpatia mettendoci nei panni dell’imputato. Pensiamo al processo come alla cottura in forno. L’imputato è il pollo. La prescrizione stabilisce i tempi di cottura a seconda della pena massima connessa al reato, il corso della prescrizione è il timer ticchettante. Quando il timer si arresta l’imputato è cotto, sia che torni a casa assolto e frastornato o, peggio, prescritto, sia che venga inghiottito dal carcere come colpevole. Capita che si dimentichi un ingrediente: si ferma il timer, si apre il forno, si rimedia alla meglio, e si fa riprendere il timer. Ecco il concetto di sospensione della prescrizione, da non confondere con la sua interruzione, un termine giuridico inopportuno, perché la prescrizione viene interrotta solo per farla ricominciare da principio. 

Siamo in grado adesso di affrontare la modifica in questione nella legge ‘spazzacorrotti’, come la chiama correttamente Bonafede:

Art. 1
1) Al codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:
……….
e) all’articolo 159 (che regola la sospensione della prescrizione): 1) il secondo comma è sostituito dal seguente: “Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna”; 2) il terzo e il quarto comma sono abrogati;
v)   …
2. Le disposizioni di cui al comma 1, lettere d), e), f) , entrano in vigore il 1° gennaio 2020.
3…

Per chiarire la modifica basta dire che il primo comma riguarda in sostanza i preliminari del processo, che la condanna per decreto riguarda le sole pene pecuniarie, che una sentenza diventa esecutiva quando il processo è terminato. Nel nostro sistema giudiziario la prescrizione non esiste per i reati di mafia, per quelli che prevedono l’ergastolo, e, adesso, per tutti gli altri reati dalla pronunzia della sentenza di primo grado.

Resta in ogni caso una fondamentale ambiguità: l’abolizione riguarda tutte le sentenze di primo grado o solo quelle di colpevolezza? Solo queste ultime decreta Travaglio; l’art. 129 del codice penale obbliga il giudice ad assolvere, non a prescrivere. Si obietta: ma questo vale soltanto quanto ci sono ragioni evidenti per sostenere che il fatto non sussiste, o non è un reato, o comunque non è stato commesso dall’imputato.

Per dirimere la questione occorre ricordare che un anno prima già il ministro della giustizia Orlando aveva modificato questo secondo comma: Quando si pronunzia una sentenza si ha tempo per depositare la motivazione. L’ art. 544 del codice di procedura penale, in caso di sentenze di condanna, prescrive un termine massimo di 30 giorni, poi di 90 per sentenze complicate, e in casi specialissimi di 180 giorni. Naturalmente è ovvio che senza motivazione completa non è possibile ricorrere in appello.

Ebbene che cosa ha fatto Orlando? Un regalo immotivato ai giudici, triplicando i tempi massimi di sospensione (un anno e mezzo) sia per la condanna in primo sia per la condanna in secondo grado. Quindi Bonafede intendeva riferirsi proprio alle sentenze di condanna quando sostituisce i commi 1 e 2 di Orlando e abroga i successivi due che ne sono la conseguenza. Soltanto che la scrive male.

O forse intenzionalmente, altrimenti la condanna tra primo o secondo grado, (è il caso del sindaco Marino dell’articolo precedente) creerebbe una disparità di trattamento per lo stesso reato.

Resta da chiarire perché si disponga alla lettera 1,d)e)f) quello che alla lettera v,2 –  in un pasticcio di lettere e numeri – si fa entrare in vigore un anno dopo. Si tratterebbe di una concessione ottenuta dalla Lega per mettere in campo una riforma complessiva del diritto processuale e civile, secondo Rai News. Ma è noto che Rai News lavora in tandem con Rai Tre ed è targata PD.

 Perciò quando il primo gennaio 2020 Bonafede ha dichiarato: ‘sono molto orgoglioso che da oggi la prescrizione come siamo abituati a conoscerla non esiste più; ora ci dobbiamo mettere al lavoro per la riduzione dei tempi del processo giusto che abbia una durata breve e ragionevole non solo nel penale ma anche nel civile e promette per il 2020 una drastica riduzione nei tempi del processo‘ è a lui e non alla Lega che dobbiamo chiedere perché abbia aspettato 11 mesi per mettersi al lavoro.

Sarà comunque difficile, dopo aver spazzato via gli imputati, riuscire a spazzar via giudici e pubblici ministeri, visto che per gli anni tra il 2004 e il 2015 ci sono oltre un milione e seicentomila cause arretrate, semmai aumentate negli anni successivi. Di queste un milione e duecentomila riguardano i preliminari del processo, cioè il 75% non toccato dalla legge, solo il 16% il primo grado e l’8% il secondo. In ogni caso, visto che la differenza sta tra tendenze manettare intere, o mezzo manettare come quelle del ministro Orlando, ciò fra presagire l’eventualità di un compromesso tra PD e Cinque Stelle.

C’è da meravigliarsi tuttavia che il Presidente della Repubblica non abbia fatto obiezione rispetto a un comma che tra l’altro sarebbe entrato in vigore 11 mesi dopo e c’è da meravigliarsi che Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio, abbia espresso un ampio encomio per l’operato del Presidente nel 2019, il migliore del suo settennato, ‘giustizia a parte’. Ma forse era un titolo ironico.

Conclusione:

Si narra che Cristoforo Colombo si sia vantato di poter drizzare un uovo su uno dei suoi poli e che abbia persuaso gli scettici, schiacciandone un poco il guscio da un polo. Tuttavia, se avesse spiaccicato il guscio sulla tavola, sarebbe passato per un imbecille o un buffone. C’è dell’analogia con chi ha preteso di regolare la prescrizione sopprimendola.

La separazione dei poteri che bella favola

La separazione dei poteri  -si sa –  è un principio fondamentale dello stato moderno, parzialmente teorizzato da John Locke e perfezionato da Montesquieu. La divisione dei poteri legislativo, esecutivo, giudiziario sarebbe alla base delle moderne costituzioni degli stati. Oggi altri studiosi più realisti sarebbero propensi a credere che sia fonte di garanzia democratica di uno stato il bilanciamento dei poteri, l’esistenza cioè di più poteri e contropoteri, in modo che il potere non sia accentrato in un sola autorità politica o di governo. Tanto varrebbe allora usare un termine meno eufemistico e parlare di conflitto tendenziale nello stato moderno tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.

Invece i Travaglio, i Gomez e i giornalisti de Il Fatto quotidiano stanno sempre a sventolare l’indipendenza della magistratura. Talmente indipendente che io ho letto testualmente anni fa su Il resto del Carlino che un giudice aveva assolto un ladro operante a Bologna, arrestato in flagranza di reato, in precedenza arrestato e giudicato colpevole invece a Roma. Il giudice bolognese si ere difeso sostenendo che appunto un giudice è indipendente da qualsiasi altro giudice, non solo dal potere politico o legislativo

Per essere brevi: il conflitto dei poteri è permanente. Possiamo immaginare l’ambiente in cui si svolge questo conflitto come un imbuto. Ebbene in fondo a questo imbuto c’è sempre il potere giudiziario che mette il tappo e chiude il conflitto, a meno che non ci sia una rivoluzione, cioè una guerra civile. Non siamo affatto troppo lontani dal giudizio di Dio in vigore in Germania nell’età medievale.

Non occorre del resto la mente di un genio per comprendere che se esiste questo conflitto tendenziale, le probabilità maggiori di successo cioè di prevaricazione di un potere sull’altro spettano al potere giudiziario.

La ragione è semplice, perché se è vero che le assemblee elettive del popolo fanno le leggi e i giudici le applicano, è anche vero che un giudice nell’applicare la legge la interpreta e se la interpreta evidentemente si prende una certa fetta di potere legislativo. 

Proporrò due esempi soltanto per chiarire la questione. Qualche anno fa, nell’ambito della legge che permetteva il finanziamento pubblico dei partiti, era invalso all’interno dei partiti l’uso di attribuire a questo o quel personaggio politico una carta di credito o un bancomat. Ora è parsa corretta ai giudici l’interpretazione che tale finanziamento essendo pubblico, fosse ancora nella disponibilità dello stato italiano, una sorta di carta prepagata per permettere agli esponenti di partiti di organizzare eventi intrinseci alla vita dei partiti, comizi, affitto di locali per dibattiti politici ecc.

Ovviamente quando è risultato che i politici si pagavano i biglietti del treno o la benzina per recarsi al proprio collegio elettorale, o in particolari emergenze persino i calzini o le mutande, una grandinata di ridicolo con cui la nostra buona stampa accompagna sempre le imprese di giudici e pubblici ministeri ha coperto l’intera classe politica a tutto vantaggio del prestigio del potere giudiziario, ma anche di quei partiti che fanno delle manette una fonte di successo elettorale. Mi aspetto le critiche e in punta di diritto mi verrà spiegato che quei soldi erano soldi pubblici, da giustificare pubblicamente per scopi pubblici. Mi accontento di rispondere: che fine hanno fatto tutti quei processi e per citare solo un caso: l’ex sindaco di Roma, signor Ignazio Marino, non è stato appena assolto per insussistenza del reato?

L’altro esempio sembrerebbe più semplice, ma anche assai più importante ai fini di una civile convivenza in una nazione assai più grande e potente della nostra. Negli Stati Uniti Il commercio e il possesso delle armi da parte di singoli cittadini è consentito in base al secondo emendamento della Costituzione, presentato nel 1787 e promulgato nel 1791.  Esso recita:

II. A well regulated Militia being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed.

II– Essendo necessaria, per la sicurezza di uno Stato libero, una Milizia ben organizzata, non sarà violato il diritto del popolo di possedere e portare armi.

Ora sembrerebbe che il diritto della gente di possedere e portare delle armi non può essere violato, ma precisamente per potere costituire, come è diritto di un libero stato, una milizia non solo ben organizzata ma anche ben regolata, cioè ordinata.

La ‘Militia’ è termine che indica una formazione armata composta dai cittadini medesimi di uno stato con compiti di difesa tanto da nemici esterni quanto interni, in un tempo in cui una polizia efficiente a protezione di tutti i cittadini non esiste ancora neppure a Londra, ne è indicata con chiarezza nelle pagine di Adam Smith. Il termine si chiarisce nella sua opposizione al termine Standing Army, cioè come esercito di leva contrapposto a un esercito permanente di militari professionisti. Insomma la milizia ben regolata di cui qui si parla è un esercito di coscritti che possono essere chiamati alle armi in caso di pericolo, capace semmai di mantenere l’ordine pubblico in modo permanente. Questa interpretazione può apparire meno semplicistica, se si pensa che con la dichiarazione di indipendenza del 1776 gli americani si stavano liberando, ma in quanto federazione di Liberi stati, dalla condizione di colonia del Regno britannico, e che gli emendamenti alla costituzione del 1787 vennero proposti per timore di prevaricazione da parte di qualcuno dei tredici stati.

Se vi piace, potremmo dire che i singoli stati erano già tendenzialmente sovranisti. Ma, come si vedrà nel seguito, prevarrà una interpretazione contraria da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti.

Elite e antielite

In una lettera giovanile David Hume (i miei amici sostengono che non ho studiato altro nella vita, ma sono molto pungenti, come in genere tutti gli amici) confessa di essere poco incline a sottomettersi a qualsiasi autorità nei suoi studi. Anche per questo mi è simpatico e ho sempre avuto una spiccata inclinazione ad andare controcorrente su qualsiasi vicenda quotidiana. Se c’è qualche cosa di cui mi pento nella vita è di aver sprecato troppo tempo nella lettura dei giornali, e di una sofferta e passiva partecipazione politica, tanto più che non avevo alcun interesse a un impegno attivo in essa.

 Quando ero giovane c’erano autori alla casa editrice Il Mulino che si rifiutarono di inserire Rousseau nei Classici della democrazia, non senza destare molte polemiche, e sono convinto che neppure per un’ora Jean-Jacques avrebbe potuto sopportare la partecipazione democratica diretta che caldeggiava nel suo Contratto sociale. Probabilmente ce l’aveva con l’arroganza e il fanatismo delle assemblee degli anziani della plumbea calvinistica Ginevra. David Hume per altro considerava Julie ou la Nouvelle Héloïsela sua opera migliore, proprio Hume che invitava le signore a lasciare perdere i romanzi per leggere di storia!  (ma Hume aveva anche l’intelligenza di considerare Laurence Sterne il migliore romanziere inglese e il buon gusto di andare a spasso con l’Aminta di Torquato Tasso nella tasca).  Tutte queste divagazioni per concludere col dire che la piattaforma Rousseau è il peggio che ci potesse capitare.

Church in danger! gridavano preti di ogni risma e setta agli inizi del Settecento in Inghilterra sotto la marea di deismo che li assediava, Democrazia in pericolo gridano oggi i benpensanti di ogni estrazione. Sta di fatto che come la chiesa non affondava tre secoli fa, era soltanto che la gente nell’isola britannica non era più disposta a perderci il sonno e magari la vita per andarle dietro, come aveva fatto nel tormentato secolo passato, così oggi la democrazia non sta affondando; è solo che il mondo va dove lo porta la globalizzazione, le multinazionali, la competizione nella rete e, in breve, politici e governi non sanno bene come comportarsi. Per dire, in una giornata di bora a Trieste, è inevitabile che si sollevino certe sottane o qualcheduno ruzzoli per terra malgrado si sia avvinghiato alle funi. Solo che, mentre nessuno a Trieste si sognerebbe di dar la colpa al sindaco o ai vigili urbani, i democratici più fanatici hanno preso a dar la colpa ai loro avversari politici, a trovar divisivo ogni loro discorso, eversivo ogni loro comportamento.

Un uomo per nulla incolto e inesperto di politica come il fondatore de il Foglio, qualche mese fa tuonava: è giusto e sacrosanto l’impeachment per Trump e le elites devono comandare.  Conoscendolo, non sono sicuro che non pensasse il contrario, ma se va inteso alla lettera, ci si può permettere qualche dubbio. Senza neppure avvicinarmi alla soglia della vicenda giudiziaria di Trump, l’accusa è di aver favorito una ingerenza straniera nella democrazia americana. My God! (come ha imparato a dire mio nipote) il crimine di Trump è perpetrato dagli Stati Uniti verso tutti i paesi dotati di un sistema elettorale. Da quando? da sempre, fate voi. 

Quanto alle elites di chi sta parlando Ferrara? Di quelle europee? Ancora di quelle americane?

 Certamente Trump non solo è, ma vuole apparire prepotente, volgare e antipatico rispetto alla gentilezza e alla eleganza dialettica di un Obama.  Trump è in tutto e per tutto anti-elite. E’ un tycoon che probabilmente ha fatto i soldi anche in modo losco, che ha familiari, donne, amici solo a pagamento, che racconta balle, che pensa di trattare i capi di stato come tratta gli uomini d’affari, che si vanta di poter risolvere complicate crisi internazionali, ma poi non risolve nulla.

Tutto ciò per me non esonera la elite americana (e anglosassone in generale) da tutte le colpe che penso abbia. Ed è una elite che fa danni, tantissimo ipocrita, ma altrettanto arrogante nella realtà. Trump è una meteora. L’elite rimane, è un danno permanente. Insomma anche per la elite tutto è una questione di soldi, anche se invoca in continuazione i sani principi. i diritti umani, i valori democratici, i principi della costituzione, l’eccellenza scientifica, il primato delle sue università, ecc ecc. Ma queste elites americane chi sono? Ignora Ferrara che si muovono molte accuse a questa elite, e in primo luogo di essere diventata piuttosto ereditaria?

Monica Levinsky – per dire – non è mai stata popolare, ma recentemente, a una donna che le ha chiesto di brutto come mai non abbia mai pensato di cambiare cognome, ha risposto prontamente: perché, Clinton lo ha fatto? Penso che solo per questo meriterebbe anche lei una copertina come person of the year, un Oscar, insomma un gran premio e per lo meno una seria riflessione da parte di tanti sedicenti democratici.

Anzi propongo da subito <perché, Clinton lo ha fatto?> dovrebbe diventare un motto da usare fuori dal contesto d’origine, rivolto a chi tenta per esempio di darci lezioni di democrazia. Immaginiamoci per esempio Lilli Gruber che rivolge al suo ospite di turno una domanda in modo che debba rispondere per forza dichiarando che Salvini è un farabutto. Se l’ospite, poniamo, è Marco Damilano, la farà contenta nel migliore dei modi, ma se è un giornalista o un politico appena un po’ distante dal Corriere, dal Sole 24 ore, dal Fatto quotidiano, dovrebbe darmi retta e rispondere soltanto ‘perché, Clinton lo ha fatto?’

Mi raccomando fatelo, e se vi chiedono spiegazioni, ripetete all’infinito ‘perché, Clinton lo ha fatto’? Basteranno pochi casi e diventeremo famosi in due. E ho già pronta una rubrica del mio blog per farmi compagnia.

Technology sex and power e nudità negli Stati Uniti

I millennials sono la generazione americana nata nell’ultimo decennio del secolo scorso, divenuti protagonisti nel bene e nel male, in questi ultimi anni.  Il magazine Time dello 11 novembre 2019 narra la triste vicenda di Katie Hill, entrata giovanissima nel parlamento americano, grazie alla tecnologia digitale, ma costretta prestissimo alle dimissioni, per alcune foto apparse in rete che la propongono nuda e svelerebbero i suoi rapporti sessuali con una donna impegnata nella sua campagna elettorale  e con un consulente legale del suo staff. Il giornale sentenzia: la tecnologia digitale ha cambiato il sesso, il sesso ha cambiato il potere, e il potere è nuovamente vulnerabile, per sviluppi tecnologici che non esistevano dieci anni fa. Tra parentesi Katie è bisessuale, ammette la prima relazione, ma nega la seconda e considera il tutto una montatura orchestrata dal marito durante la fase del divorzio.

La weaponization of nude images, cioè la trasformazione in armi  capaci di distruggere la reputazione di un avversario è un crimine sessuale che i politici al potere non hanno saputo affrontare, commenta la giornalista Charlotte Alter. Anche in clima di Me-Too non è facile spiegare quale meccanismo abbia costretto Katie alle dimissioni. Secondo questo nuovo codice etico il consenso sessuale è impossibile quando c’è differenza di potere tra i partners. E tuttavia Charlotte Alter si chiede: basta la differenza di potere per rendere il rapporto una colpa? Non c’è stata nessuna accusa di coercizione, assalto, o abuso.  Simili interrogativi e altre considerazioni completano l’articolo senza soluzione. ‘Nessuno è perfetto, si scusa la deputata dimissionaria, ma non avrei mai pensato che le mie imperfezioni potessero venire usate come armi per distruggermi’.

 E per me ritorna la domanda perché le sue immagini nude le considera imperfezioni? Sono semplici immagini di nudità o piuttosto inequivocaboli video che testimoniano il rapporto? Al che mi pare di capire che persino la giornalista scrive il suo pezzo in una vaga atmosfera di tabu e autocensura.

In ogni caso, perché la vita sessuale di un politico non è un affare privato, ma piuttosto argomento di valutazione della sua moralità, nel paese che più di tutti ha considerato una assidua pratica sessuale indizio di buona salute e magari un esercizio salutare come il jogging o il nuoto in piscina?

La centralità del Parlamento

Ieri, 20 agosto 2019, agli italiani è stata solennemente ricordata la centralità del Parlamento  — agli italiani connessi con la RAI , con LA Sette, o connessi (sempre meno) ai grandi quotidiani nazionali: la politica non si fa nelle piazze o peggio sulle spiagge, come appare (stesse le fonti) nei flash con al centro il testone di Salvini. E certamente è vero che l’annuncio da parte del leader della lega era apparso fuori tempo massimo dopo la chiusura agostana del Parlamento. In una campagna ben orchestrata, giornalisti cartacei e televisivi , con l’aiuto dei soliti opinionisti (meglio se costituzionalisti) ci hanno proposto e riproposto il fondamento della nostra convivenza politica: la centralità del Parlamento, culminata non solo nello speciale di Mentana (che, privo di ogni senso del ridicolo, ha chiuso il medesimo con un flash sul macchinone del presidente del consiglio che varca di notte il portone del Quirinale per deporre le proprie dimissioni ai piedi o tra le braccia del Presidente della repubblica, quasi fosse Armstrong che mette piede sulla luna!), ma in un inedita e lunghissima diretta di Rai 2, ci ha regalato per intero discorso e replica del Presidente Conte e interventi di tutti i rappresentati dei partiti.

Ora vien da ridere davvero su questa scoperta: da parte della sinistra che sulle piazze e sulle adunanze possibilmente oceaniche c’è stata sempre, quando ha vinto e quando ha perso le elezioni, quando ha voluto inaugurare o far cadere i governi; da parte dei pentastellati che di solito hanno lasciato il Parlamento in sospeso in attesa della consultazione informatica della base. Sicché questa repubblica virtuale dei trentamila che tanto pesantemente condizionano la vita di sessanta milioni di italiani, scoprono oggi la centralità del Parlamento!

 Vediamola questa giornata e questa diretta televisiva. Cominciamo a notare come l’ imparziale Conte ha trattato Salvini. Come lo ha trattato? ‘noi siamo sempre stati leali e rispettosi con te e tu vieni a chiedere la sfiducia’, facendo finta di non sapere (‘apprendo dalle agenzie…’) che non è in gioco la sfiducia, ma solo una regolazione dei conti con il suo avversario. Se ci fosse bisogno di una prova di quanto fosse equanime Conte, basta confrontare il suo intervento con quello fotocopia del capogruppo dei Cinque stelle.  E come siamo stati lusingati da questa diretta: pare che tutti gli intervenuti non fossero esponenti di questo o quel partito o frazione di partito;no, tutti hanno parlato in nome dell’ interesse del paese, mancava che citassero il bene comune di San Tommaso e dei sinodi vescovili.

Invece Salvini, ci ha spiegato indignato Conte, ha rotto il contratto di Governo anteponendo all’interesse nazionale l’interesse personale o del suo partito. Come fosse un malfattore che ha rubato dall’erario della nazione! Come se i cinque stelle, con Di Maio in testa, non avessero scandito ogni giorno dei loro 14 mesi di governo, ogni atto, progetto o dichiarazione di intenti come aspetto della propaganda politica quotidiana, in una maniera ossessiva che ci ha fatto rimpiangere l’annuncite di Renzi. Come se potessimo dimenticare che, proprio alla vigilia di questa giornata, persino la giornata della memoria del ponte di Genova è stata condotta (come gli interi lavori connessi) secondo la sapiente regia dei pentastellati! In questa nostra triste Repubblica che non riesce a fondarsi se non su gli uni o gli altri morti.

Ma questo Presidente del consiglio, così preoccupato per i fondamenti della nostra costituzione e della nostra vita politica, scandita dalle somme regole delle istituzioni, così avvinghiato alla somma idea della centralità del Parlamento, che cosa fa in definitiva? Dà le dimissioni, senza che il Parlamento, tanto centrale, si sia pronunciato e abbia votato per fiduciare o sfiduciare il suo governo. E con molta eleganza riduce la questione a una questione personale: tu Salvini non hai le palle per chiedere il voto di fiducia, ma io ho le palle per dimettermi da capo del governo, facendo l’ultimo regalo a Grillo, Di Maio e ai cinque stelle tutti.

Dimenticavo di ricordare che i Cinque stelle vogliono chiudere Radio Radicale che da venti o trent’anni trasmette in diretta i dibattiti parlamentari.

Postscritto:

Tanto per precisare la differenza di quanto è mediatico e quanto è parlamentare.

L’occasione è stata data dalla giornata in cui Toninelli ha presentato in parlamento una mozione per annullare la costruzione della Tav, dopo che il Presidente del consiglio aveva accettato la prosecuzione dei lavori. Dunque una mozione del ministro dei trasporti contro una decisione del proprio governo, votata da tutti i Cinque stelle, ma bocciata, mentre venivano accolta dal Parlamento le  mozioni contrarie dell’opposizione. A questo punto e solo a questo punto, Salvini ha dichiarato che non esisteva più una maggioranza di governo. Per dire che se i Cinque stelle facevano propria una posizione antigovernativa, solo per pararsi il sedere di fronte all’aristocrazia informatica della piattaforma Rousseau, evidentemente veniva a mancare l’appoggio al governo in carica.

Ma con la promessa di una mozione di sfiducia, è stato proprio Salvini a richiedere che la questione venisse discussa in Parlamento e a chiedere ai parlamentari di tornare dalle vacanze. E’ dunque Salvini Il vero assertore della centralità del parlamento, se ne ha richiesto la convocazione sfidando un migliaio di vacanzieri furibondi.

La vicenda è stata quindi vissuta e raccontata al contrario proprio dalla maggioranza dei vacanzieri che non l’hanno perdonata a Salvini! Non essendoci da votare una fiducia o sfiducia al governo, Il Signor Conte, avvocato con le palle, avrebbe dovuto spiegare perché un ministro del suo governo avesse presentato una mozione antigovernativa, per di più fatta proprio dal partito di maggioranza del suo governo. Avrebbe dovuto deplorare l’iniziativa e cercare di rassicurare Salvini sulla tenuta del governo. Semmai lui stesso avrebbe dovuto chiedere una controprova proponendo un voto di fiducia. Ma aveva troppe palle per un simile atto di coraggio.

Il problema peggiore è che tutto questa farsa è stata proposta in diretta agli italiani e sostenuta da tutta, propria tutta, la stampa italiana.

Quello che non capisco è perché Salvini non abbia fatto cenno a tutto ciò. Ma Salvini si sa non ha questa abilità dialettica. Del resto per scacciare un simile, non dico velo, ma piumone invernale di ipocrisia ci sarebbe voluto il talento di Shakespeare.