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Netflix 3

NETFLIX 3

1 Tra le serie americane ricordate in Netflix 2 ho dimenticato di segnalare Sex Education (2 stagioni) ed è un peccato, perché è molto divertente.

Può capitare che, tra liceali, nel difficile approccio sereno e ragionevole alle relazioni amorose, lo studente più inibito, diciamo pure terrorizzato dalle proprie pulsioni sessuali, possa diventare il confidente di compagni e compagne, con tanto successo da fornire consigli a pagamento?

Certo che no! Ma capita in questa serie in modo esilarante, a spese della psicologia, degli psicologi e di tutti i consiglieri scolastici dei licei americani.

2 Penso che i sudcoreani stiano diventando veramente bravi nel vasto campo delle arti visive. Ho visto da poco un film che si chiama in inglese Seoul Searching. Dal tempo della guerra di Corea e anche prima è avvenuta una fuga di massa dalla Corea nelle forme più disparate.

 Nel 1986, in un esperimento vero se non erro, il governo sudcoreano ha organizzato dei campi estivi per indurre i ragazzi coreani figli di rifugiati a ritrovare le proprie radici culturali. L’inizio è catastrofico: perché questi ragazzi non hanno nulla, ma proprio nulla, di coreano, e del resto l’oblio è stata spesso una condizione per la sopravvivenza.

Il film è divertente, ma anche i suoi momenti toccanti e ha il grandissimo pregio di narrare un tema non solo coreano, che riguarda tutti gli emigrati della terra. Un esempio per i tanti: può un ragazzo totalmente Punk scoprire che la severa educazione che sta ricevendo in Inghilterra da suo padre non è una manifestazione d’odio, ma di affetto?

3 Nel mondo asiatico, in India come in Cina, il matrimonio non è il (presunto) coronamento di una vicenda amorosa come nel nostro mondo, ma un affare di famiglia. Nei ceti benestanti coreani, per dirla tutta con franchezza, è un business, in cui non entrano solo prospettive economiche, ma anche livelli di prestigio sociale.

Se dell’India conosciamo il tema delle spose bambine e dei matrimoni combinati dai genitori, in Corea il problema è affrontato più tardi, diciamo dopo i sedici anni. One spring night racconta di una ragazza fidanzata, e in procinto di sposarsi, che incontra per caso uno splendido ragazzo in una farmacia notturna. La loro vita ne è sconvolta, perché il rapporto è problematico anche per il farmacista.

 Ciò che rende superlativa la serie è la lotta tra l’intimo innamoramento della coppia e le rigide regole della vita matrimoniale e prematrimoniale coreane. Non sono regole esterne, ma interiorizzate da tutti i bravissimi attori della serie.

Un incauto recensore italiano ha trovato esagerati gli ostacoli affrontati dalla coppia. Ma un’amica coreana mi ha spiegato, almeno quindici anni fa, che esiste una vera pressione ambientale, al punto che una ragazza di 24 o 25 anni che non sia sposata è considerata una zitella, come forse accadeva da noi un secolo fa, e che la lingua coreana contempla parole diverse per indicare l’arredo della stanza del padre da quella dei figli.

Cito solo un esempio, che si potrà facilmente trovare in Internet. Mentre noi abbiamo un solo termine per designare un cognato, i coreani ne hanno ben tredici che precisano la relazione di parentela; ciò che implica quindi una concezione ben più ampia e complicata della famiglia.

In breve, non ci sono soltanto Montecchi e Capuleti in grado di rendere immortale un amore. Le vicende di questo innamoramento è un’autentica gara ad ostacoli e di bellezza fra i due protagonisti – se per bellezza intendiamo, come oggi, quella che si suggerisce parlando di una ‘bella persona’. In un ambiente per di più ricco di solide amicizie.

Un’amica non solo ha sentito il bisogno, dopo qualche episodio, di ringraziarmi vivamente per averle segnalato la serie; a serie conclusa suo marito mi ha poi telefonato preoccupato, perché la moglie vorrebbe trasferirsi in Corea.

Scherzi a parte, a mio avviso c’è un filo immaginario che collega una serie perfetta come questa al modo esemplare con cui i sudcoreani hanno affrontato il coronavirus. Al punto che mi sento razzista alla rovescia: invidio questi 51 milioni di sudcoreani che vivono in fondo a una penisola estesa come un terzo dell’Italia, con una densità demografica che supera di un quinto quella dell’affollata Lombardia.

Francamente, nel confronto, mi vergogno non poco di essere italiano: per il governo che ho e per la gente che ho intorno.

Netflix 2

Ho detto che Netflix ha un buon numero di serie coreane, cinesi, giapponesi. Personalmente ho apprezzato serie romantiche con protagonisti giovani. Potranno sembrare piuttosto sdolcinate, ma a me piace il loro ritmo e anche la loro particolare concezione estetica, della natura come delle persone. Potrei sbagliarmi del tutto, ma ho come l’impressione che le serie siano tutte condizionate, in senso positivo, dalla tradizione teatrale cinese o giapponese, quasi che gli eventi vadano narrati rispettando rigide regole formali, come quadri da ammirare, ma anche su cui meditare.

Tra le prime che ho apprezzato è Meteor Garden: i protagonisti sono ragazzi e ragazze che frequentano l’università. Anche qui, come nelle analoghe serie americane, ci sono ragazzi o ragazze più o meno adorati o idolatrati dalla maggioranza, ma i fighi americani sono spesso bulli atletici e sprezzanti, qui invece, in apparenza schizzinosi e distanti, rivelano le migliori qualità umane. E’ una sola stagione, ma di 49 episodi.

In questo momento sto guardando una serie dal titolo strano, ma azzeccato: It’s okay to not be okay. Anche qui c’è una lunga storia di innamoramento che avanza lentamente tra molti ostacoli. Ma l’ambiente è quello di un piccolo ospedale psichiatrico, il cui direttore non ha nulla di convenzionale. La protagonsita è una scrittrice di favole per bambini di grande successo; è molta bella, ma dispotica ed egocentrica; le sue favole contraddicono le più note favole della tradizione, come significato e come illustrazione.

Tutta la vicenda è all’insegna della contraddizione, non solo rispetto all’universo della fiaba, ma anche rispetto all’universo della malattia mentale. Ha una sua lentezza e non permette il binging, va gustata a piccole dosi. Ma solo in una serie asiatica potrete vedere amanti o aspiranti tali, guardarsi in volto immobili per lunghi minuti, e riproposti, alla fine di ogni episodio, in momenti significativi della vicenda.

Assai più mosso nel suo ritmo è Crash landing on you. Narra di una ricca, giovane e lanciatissima stilista, appasionata di deltaplano. Piuttosto temeraria, si ostina a volare malgrado l’imminenza di un uragano, che la porterà a varcare la soglia del 42° parallelo e atterrare tra le braccia di un solerte capitano che vigila con la sua pattuglia su eventuali ingressi di spie sudcoreane.

I momenti divertenti sono tanti, ma l’aspetto più apprezzabile è la garbata ironia con cui si descrive la vita quotidiana dei poveri nord coreani; a cominciare da una paradossale parata di donne che vanno al lavoro inneggiando al comunismo. Nel seguito non mancano le critiche e le ironie sullo stile di vita sudcoreano.

Un grandissimo successo spagnolo, che in molti modi risente della lezione almodovariana, è la Casa di Carta. La rapina del secolo consiste nell’occupazione della Zecca di stato, con ladri che possono stampare moneta assolutamente legale. Ricca di colpi di scena, non è solo una serie di azione. Vi renderete conto seguendola che è anche una descrizione di tante e diverse vicende amorose.

Una deliziosa serie francese è Emily in Paris. Una neolaureata americana non perde l’insperata occasione di uno stage presso una casa francese di promozione di moda. Non conosce una parola di francese, eppure si lancia ostinata nei tentativi di trovare clientela per la ditta, pur essendo snobbata da tutto il personale, in particolare dalla caporeparto a cui è stata affidata, che non la sopporta e non digerisce i suoi successi fortunosi nell’acquisire nuovi clienti. Il meglio della commedia francese in questa serie.

Ovviamente abbondano e sono molto varie le serie degli Stati Uniti.

Tredici non è certo allegro, visto che 13 sono le ragioni mostrate in altrettanti video (ed episodi) da una studentessa che, prima del suicidio, lascia in eredità ai suoi compagni. Ce ne è abbastanza per essere tutti lacerati dai sensi di colpa, persino il ragazzo perdutamente innamorato di lei, anche se la ragione non è neppure dalla parte di lei; in ogni caso il racconto non è moralistico, né banale.

Anche Skins mostra ragazzi di una scuola superiore americana, i loro drammi e il loro disagio. Ci sono ragazzi di tutte le specie, bulli predatori come un ragazzo talmente coscienzioso, da dover guarire dalla pretesa di aiutare tutti.

Riverdale è un’altra serie di scuola superiore americana, ma inserita in una cittadina in cui esistono rivalità sociali ed economiche tra gruppi di abitanti, che rendono la convivenza assai più drammatica.

Pretty Little Liars, narra soprattutto segreti di ragazze liceali assai meno innocenti di quanto non appaiano sulle prime.

E a proposito di segreti e pettegolezzi, prima a scuola, poi a livello universitario, propongono molti colpi di scena le stagioni di GossipGirl, il titolo del giornale scolastico che ama rivelare particolari inquietanti di questi adolescenti. Ma la serie merita interesse perché descrive la distanza economica e sociale tra una elite estremamente ricca, ma anche moralmente disinvolta, e il resto della società sostanzialmente onesto, ma continuamente attratto (e respinto) da quella elite.

In tempi di elezioni presidenziali, consiglio anche The politician (2 stagioni) che ha per protagonista un ragazzo che, fin da bambino, si è messo in testa di diventare presidente degli Stati Uniti, una pretesa meno assurda e pretestuosa di quanto appare se si tien conto dello spirtito competitivo americano. Tappa obbligata è diventare rappresentante degli studenti liceali.

 La competizione è serrata e gli inganni e le trappole che si tendono gli aspiranti sono esilaranti. E’ come una estensione, garantita dallo spettacolo audiovisivo, del racconto di Edgar Alan Poe in cui, in un dialogo, uno deve rispondere in modo inatteso da parte dell’altro. Ma siccome l ‘altro è altrettanto furbo e si attende una risposta spiazzante, il primo è indotto a proporre la risposta più ovvia. Ma anche l’altro può ripercorrere il ragionamento e …così via.

 Qui quello che ne esce fuori con le ossa rotte è il discorso pubblico dei politici americani, insieme al loro political correct, e al linguaggio di condivisione di cui parla a vanvera, scimmiottando, il nostro Zingaretti.   La stagione seconda è dedicata alla seconda tappa del Politician, diventare senatore nello stato di New York, una guerra ancora più insidiosa, tanto più che persino la madre, dai gusti erotici molto sofisticati, è impegnata dall’altra parte del paese in California nella medesima impresa.

NETFLIX

La pandemia ci costringe a casa soprattutto a sera e dopo cena. Tanto vale parlare di un’ottima risorsa. Mi rivolgo soprattutto a quelli che non ne sanno ancora nulla e sono tanti.

Non so che cosa ne pensino gli altri, ma io divento sempre più indisposto verso programmi televisivi colmi di pubblicità. E’ una perversione insopportabile proporre un film decente, senza interruzioni per 20/30 minuti, colmarlo progressivamente di inserti pubblicitari, via via che ci si avvicina alla fine.

La Rai in particolare è colpevole di sadismo. Qualche esempio: aggiungere in  Rai play inserti pubblicitari non è giustificabile, visto che trasmette programmi archiviati; proporre a Rai2 episodi di serial polizieschi, nei tre quarti d’ora che precedono il Telegiornale della sera, dedicando 30’ minuti all’episodio di turno e 15’ minuti alla pubblicità. Non aggiungo altro, perché non vedo altro.

Tra l’altro, gli inserti pubblicitari sono anche regrediti dal punto di vista della novità e dello stile. L’ultimo davvero sorprendente e piacevole che io ricordi è stato proposto da Air France: in un vasto salone nobil donne d’altri tempi si dondolavano su numerose altalene collocate molto in alto, al suono di una musica rilassante. Geniale, perché suggeriva volo, conforto, piacere e persino privilegio. Persino colto, visto che nel Settecento l’altalena era un rimedio all’isterismo e non poteva mancare nei giardini signorili. Ben presto, purtroppo, è stato rovinato sostituendo ragazzotti d’oggi alle dame belle ed eleganti. Una idea sciocca, probabilmente di manager preoccupati per la concorrenza dei voli low cost.

Già altrove ho suggerito che, rispetto alla riduzione del numero dei parlamentari, un risparmio assai più significativo si sarebbe potuto ottenere per tutti gli italiani, abolendo il canone Rai, non giustificato neppure dalla qualità e imparzialità del servizio pubblico.

Dunque, è da qui che vorrei cominciare: Netflix propone ore di intrattenimento vario e piacevole e niente pubblicità. A che prezzo? Attualmente è un po’ cresciuto, 12 euro al mese, 144 all’anno. Più caro, dunque dei 108 euro della Rai? Niente affatto, perché un solo abbonamento è fruibile da tre famiglie diverse abitanti anche a distanza, se non sono cambiate le regole.

Il prezzo è basso, perché, soprattutto in America, c’è molta concorrenza tra PayTV: Hulu, Disney, Prime Video, CBS, e le nuove HBO Max, Peacock della NBC, per citarne alcune.

Quindi, se ci si abbona a Netflix, si dimostra anche impegno politico e civile, perché automaticamente si abbassa l’audience della Rai.

Per chiarire che ‘non mi manda Netflix’, avverto subito che non apprezzo, invece, la proposta di abbonarsi a Skai e Netflix per soli 19 euro al mese. Attenzione a quel che non vien detto, ma è scritto: ‘per il primo anno’. Sono trappole!

Tra i pregi di Netflix metterei al primo posto la capacità di acquistare o produrre serie o film in ogni parte del mondo. In questo modo con Netflix apriamo i nostri orizzonti. Mentre molte serie americane sono state acquistate e noleggiate dalla Rai, per esempio, il mondo asiatico ci è quasi completamente sconosciuto.

Netflix ha cura di proporre film e serie dei singoli paesi, soprattutto europei: cinema spagnolo, francese, inglese, tedesco, italiano, come, ovviamente, divisi per genere: horror, poliziesco, d’azione, romantico, commedia, dramma, per famiglia, ecc. Film e serie sono doppiate o sottotitolate nella lingua selezionata dall’utente.

Anzi, per la precisazione, il programma chiede, automaticamente, il nome della persona, nel gruppo degli utenti relativo all’abbonamento, che vuole connettersi a Netflix; prima di tutto per distinguere bambini e adulti, ma anche perché conserva memoria dei gusti di ciascuno, suggerendo spesso titoli di ‘altri contenuti simili’.

Dedico spesso la serata dopo cena agli spettacoli di Netflix. Ne segnalo alcuni, cominciando dalle serie che ho apprezzato particolarmente. naturalmente, in base ai miei gusti e alle mie idiosincrasie.

Nelle riviste americane, come Time, si trovano spesso recensioni di bingeworthy shows (può darsi anche in quelle italiane, ma non le compro). Intanto spiego il neologismo: spettacoli degni di binging.

Il binging è il passatempo di chi, per esempio il sabato o la domenica, non guarda soltanto uno o due episodi di un serial, ma persino una intera stagione, ore e ore di visione. Un uso un po’ perverso, si dirà, ma diffuso e particolarmente gradito in tempo lockdown.

Come prima serie, segnalo Stranger things, apprezzata da tutti, con una bambina protagonista di una bravura incredibile e un’ambientazione notturna tra i boschi assolutamente particolare. La disperazione dipinta sul viso della bimba e la tristezza di un bosco disadorno si riverberano l’una nell’altro e forniscono lo sfondo della vicenda.

La storia contempla una risorsa datata della fantascienza, quello degli universi paralleli. Ma, lo dico soprattutto per chi non ama la fantascienza, non è una serie di fantascienza. Solitudine, paure, sfruttamento di bimbi, ma anche nuove amicizie e solidarietà, è quanto riserva la serie.

Aggiungo che questo titolo, più di ogni altro, dimostra che la narrazione a episodi è spettacolo assolutamente diverso dal film, dal teatro, dal teleromanzo in TV, determinato innanzitutto dalla sua durata, che è sempre arbitraria e connessa alla qualità della sceneggiatura, del regista, degli attori.

Il romanzo ottocentesco sta alle puntate pubblicate in precedenza nei magazzini popolari, come la stagione di un serial sta agli episodi trasmessi in TV. L’unità della narrazione è data dalla stagione, la durata è variabile, ma spesso si aggirano tra 8 e 16 episodi, di 30/50 minuti ciascuno.

La critica impietosa e talvolta persino radicale della democrazia, dei pregiudizi, del costume, delle storture della vita americana è quasi esclusivamente affidata al cinema americano, e credo che spesso sia il mezzo più efficace per cambiare giudizi e atteggiamento dei suoi cittadini.

Questa premessa per segnalare una serie di grande successo Orange is the new black. Se non sbaglio il titolo significa che l’arancione, il colore dei detenuti, è il nuovo nero, cioè il nuovo orrore. Val la pena di ricordare che in un paese di 330 milioni di abitanti, i detenuti sono 2 milioni e trecentomila.  Una percentuale analoga richiederebbe in Italia 420 mila detenuti.   L’ambiente è quello delle carceri femminili di minima sorveglianza, assai spesso private.

Protagoniste sono le detenute americane, spesso afroamericane o immigrate ispaniche, in competizione etnica, ma sempre proposte come persone con una personalità definita. C’è chi sostiene che, fin dalla prima stagione, questo mondo di donne emarginate ha cambiato l’intera TV americana. Ovviamente la polizia penitenziaria non ci fa una bella figura, peggio ancora quanti speculano sulla detenzione carceraria.

Dicono che la serie italiana della Piovra abbia cambiato l’atteggiamento di molti italiani nei confronti della mafia. L’arancione è il nuovo nero potrebbe cambiarlo nei confronti della reclusione carceraria. Per dire, durante il lockdown di questo inverno l’interruzione sine die dei colloqui con familiari, amici, avvocati – l’evento più importante e più atteso dai carcerati – apparirebbe per quello che è veramente stato: una stupida e incivile iniziativa autoritaria di governanti sprovveduti.

Personalmente ho visto in TV persone lamentarsi della chiusura delle RSA. Non mi pare che qualche marito o moglie, figlio o figlia di detenuto sia riuscito a esprimere il proprio disagio in TV. Ho visto piuttosto scene raccapriccianti di repressione, richieste indignate di raddoppiare le pene di quanti hanno partecipato alla rivolta violenta e distruttiva, nessuna protesta per reazioni assolutamente prevedibili.

Eppure, l’Italia è stata richiamata più volte da autorità europee per condizioni di vita inaccettabili nelle nostre carceri, persino per detenuti di mafia; l’indifferenza della maggior parte degli italiani dovrebbe far riflettere sul nostro livello complessivo di inciviltà: gente che non sopporta la mascherina sul viso, o la restrizione della propria libertà di movimento o di frequentazione, non si è mai fermata un secondo a considerare la vita quotidiana di un recluso.

Forse nessun’altra serie ha tanta potenzialità di progresso civile per gli spettatori. Disegna senza moralismi e buonismi, in modo crudo ma coinvolgente, una realtà che ci è estranea e indigesta.

Coronavirus, un diario

6 marzo 2020

Dedicherò questo articolo agi effetti che l’epidemia del Coronavirus provoca nei campi più disparati, guidato soltanto dalle riflessioni che le notizie mi hanno suggerito. Già da adesso viene in mente a me, come penso a molti altri, il proverbio ‘Non tutto il male viene per nuocere’. Fantastici i brani dedicati alla Peste di Londra del 1665 nei diari di Samuel Pepys e di John Evelyn.

Meritano di essere riprese alcune riflessioni già presenti negli articoli precedenti. Prima di tutto sulla stupida euforia dell’ultimo week end in cui prevalevano, tra esperti, politici, giornalisti, una ventata liberatoria di euforia del tipo ‘ma siamo matti a seminare il panico, per una epidemia influenzale come tante altre?’ Le mamme dell’Emilia raggianti, perché i figli il 3 marzo sarebbero tornati a scuola, il presidente del Consiglio a litigare con il governatore Fontana per la falla sanitaria prodotta a Codogno; gli esperti virologi, i ricercatori del genoma, epidemiologi, pneumologi a esprimere una vasta gamma di opinioni contraddittorie; il ministro della salute che, preso in contropiede, perché per settimane aveva sostenuto che tutto era pronto nella sanità italiana per il Coronavirus; (Senza per la verità alcun riguardo per quanto consigliavano i medici cinesi), gli esperti dell’informazione a tuonare contro la mania dei tamponi ‘ma che immagine dell’Italia trasmettiamo?’Gli esperti della finanza e dell’economia già da subito a proporre contromisure economiche per il rilancio della produzione e delle esportazioni. Un Oscar particolare – nella diffusa demenza – va ai magistrati che hanno aperto un fascicolo, spero contro ignoti, sia sull’ospedale di Codogno, sia su Vò.

Per fortuna il covid-19 (coronavirus disease-2019) ci ha messo meno di una settimana a farci rinsavire con il suo implacabile contagio e il suo puntare ogni giorno al raddoppio di contagiati (e di morti), meglio di qualsiasi fanatico della roulette.

Abbiamo imparato che la scienza e gli scienziati non sono e non devono essere tutti d’accordo.

Abbiamo imparato che il Virus si diffonde soprattutto negli ospedali e nei pronto-soccorso, come da molte settimane ci dicevano i medici e le autorità cinesi. Dove fioriscono tra l’altro – lo sappiamo da tanto – i più agguerriti batteri resistenti agli antibiotici.

Abbiamo imparato che fare molti tamponi non è un danno d’immagine per l’Italia. Vale la pena che racconti un aneddoto in proposito: alla rubrica del TG3 Linea notte un/a giornalista deplorava che in Italia si fossero fatti 20000 tamponi e indicava a modello gli Stati Uniti che ne aveva fatti solo 500. Non più tardi di 10 minuti dopo, l’inviato della Rai negli Stati Uniti, convocato dal conduttore, lo/la smentiva comunicando che si erano già fatti 4500 tamponi e che si disponevano a farne migliaia.

Perché il covid-19 fa rinsavire tutti. Ma abbiamo sentito che laggiù il costo di un tampone è 3200 dollari. Un medico mi ha detto che, se il paziente risulta contagiato, paga lo Stato, in caso contrario deve pagarlo lui.

 Quando penso che a Vò si dispongono a ripetere il test per tutti e duemila residenti, con una disponibilità di soli 150.000 euro, mi viene da augurare agli Stati Uniti tutto il contagio possibile. Chissà che in tal caso non vinca le primarie Bernie Sanders e riesca a fare per la sanità americana quello che non è riuscito a fare Obama. Forse il Presidente Trump, con le sue folli sottovalutazioni, darà una mano alla provvidenza.

Contro gli esperti di economia e finanza (e molti noti esponenti del PD) voglio io proporre per un Oscar o per un Nobel il più acuto invitato a Linea notte, Francesco Cancellato, vicedirettore di Fanpage.it, un giornale on line, pensate un po’, fondato a Napoli nel 2011. La tesi che ha proposto è tanto semplice quanto intelligente: non dobbiamo immaginare che l’emergenza sanitaria e l’emergenza economica contemplino interessi che confliggono. Riuscire a contenere il contagio costituisce il più importante risultato economico che l’Italia possa attendersi. Su che base? La posta in gioco di tutte queste misure draconiane è la capacità di contenere il contagio nei limiti delle capacità del nostro sistema sanitario e la speranza di una limitata diffusione in regioni meno attrezzate dal punto di vista sanitario rispetto alle regioni del Nord.

Confortavano questa prospettiva pochi altri, come il professore di igiene all’Università di Pisa Marcello Tavio, Presidente del SIMIF (Società italiana per le malattie infettive, se non erro). Le sue assennate risposte alle domande dei giornalisti mostravano inoltre che, se il governo può dare le direttive generali, soltanto le regioni sono in grado di fornire risposte conformi alle proprie specificità.

Qualcuno ha osservato che gli ospedali periferici come Codogno sono svantaggiati; altri con più logica hanno osservato che non tutti gli ospedali possono offrire le cure più costose in una medicina che per essere eccellente è diventata specialistica. La nostra sanità del resto, per essere efficiente, non ha margini disponibili per rispondere immediatamente a una situazione di emergenza. Tradotto in pillole: posti letto, infermieri, dottori sono proporzionali alla richiesta normale di cura da parte della popolazione.

A posteriori sembrano piuttosto ridicole e inopportune le visite in massa degli esponenti del PD al quartiere cinese di Milano, e i pranzi e le cene ai ristoranti cinesi di Milano e Bologna. Cominceranno adesso a mostrare la loro solidarietà ai gestori italiani di ristoranti, trattorie, fast-food di Milano e Bologna? Ci sono cascato anche io, quando commosso guardavo il Presidente Mattarella in visita in una scuola elementare frequentata da molti splendidi bimbi cinesi, pensando che fosse stata la più bella idea del Presidente. Ancora oggi – in ritardo – Corrado Augias in TV leggeva il brano dei Promessi Sposi quando Renzo a Milano, a causa della peste, viene accolto col forcone come un untore. La sinistra è sinistra (e non è una tautologia) ripeto dentro di me, e non smette mai di fare propaganda.

Lasciatemi gridare una volta tanto: cara professoressa Nadia Urbinati, ‘accoglienza’ ormai è un termine ideologico in bocca alla sinistra, in bocca a papa Francesco è ‘propaganda fide’.

Tanti hanno ricordato le pesti, fino a quella di Atene, in questi giorni. Nessuno ha ricordato la Spagnola. Eppure è quasi il centenario, visto che è scoppiata a fine del 1918 e nel 1919, con un numero di morti nel mondo che oggi si stimano tra i cinquanta e i cento milioni. Non voglio affatto seminare il panico. La Spagnola faceva vittime proprio tra gli adulti sani, al contrario del Coronavirus.

Facendo lo zapping tra un TG e l’altro, ho notato che, da quando è stato detto che la mascherina non protegge chi la porta, ma piuttosto chi ci sta intorno, raramente ho visto un Italiano (o un Europeo) usare la mascherina, a parte il personale sanitario negli ospedali. Al contrario in tutti i paesi asiatici colpiti o meno dal Coronavirus l’uso della mascherina è generale. In parte sarà dovuto alla difesa dallo smog, ma credo che la causa principale sia un ancestrale rispetto per il prossimo, evidenziato spesso dall’inchino del capo o analoghe espressioni quando ci si incontra. Una lezione per l’occidente cristiano.

Sabato 7 marzo 2010

Colazione. Il conduttore della rubrica sulla salute di Rai 3 ha pensato bene di aprire la trasmissione sull’ansia, intervistando un professore di Psichiatria dell’Università di Tor Vergata a Roma.  Quasi subito una Signora, telefonando dalla zona rossa del Lodigiano, ha detto che in realtà lì sono molto tranquilli e inventano filastrocche sul Coronavirus per i bambini. Ovviamente l’ansia è generata da ciò che è futuro e incerto assai più che da ciò che conosciamo; in altre parole più dalla globalizzazione che dal Coronavirus. Proprio sulla diffusione universale attuale dell’ansia, soprattutto tra i giovani e i meno giovan,i la trasmissione è stata carente.

Microsoft News: a conferma del detto che ‘tutto il mondo è paese’, negli Stati Uniti c’è stata una replica del litigio Presidente Conte-governatore Fontana, tra il Presidente Trump e il governatore dello Stato di Washington- (costa occidentale, a Nord della California) dove si registrano 13 dei 17 morti per Coronavirus negli USA. Soltanto che i toni sono stati molto più accesi, come si confà a un grande paese e soprattutto a un weird President: Trump, che già non aveva buoni rapporti con il governatore Jay Inslee, si è limitato a definirlo a Snake, un serpente. Gli 8 miliardi e passa già stanziati per fronteggiare il contagio non sono merito suo, ma frutto di decisioni prese in Parlamento.

Il Post offre ogni giorno notizie accurate sul Coronavirus. Ieri 6 marzo ha ripreso un rapporto dell’ISS sulle prime 105 vittime italiane con le seguenti percentuali: 42.2% ottuagenari, 32,4% settuagenari, 14,1 % nonagenari, 8,4% sessagenari, 2,8 cinquantenari. A occhio, a me sembrano coerenti con l’indice ordinario di mortalità in rapporto con l’età. (ovviamente non è che i nonagenari godano di salute migliore, è che sono molti meno!)

Circa ‘non tutto il male vien per nuocere’, un amico ha detto che il suo aereo da Parigi era quasi vuoto, che ci sarà meno inquinamento nei cieli, meno inquinamento industriale, meno domanda di petrolio, in breve un vantaggio per il clima. Già, ma ci si muove più in auto che con mezzi pubblici. Penso invece che ai genitori faccia bene stare di più con i figli; per tutti un po’ più di considerazione per le fatiche degli insegnanti, una buona opportunità per i più avveduti.

Che danno può fare il dolore straziante e l’accorata partecipazione alle Esequie affollate di un caro estinto, se portatore del Coronavirus, come è successo a San Marco in Lamis, nel Foggiano ! Con l’augurio a tutti di una pronta guarigione …non posso trattenermi dal sorridere per l’insipienza.

Sabato notte 7 marzo
Erano giorni che guardavo in TV codazzi affollati di politici aggirarsi senza alcun rispetto per le stesse regole che il governo raccomandava, con aggiunta di strette di mano. Adesso spunta Zingaretti che dice sorridente “Sono positivo. Sto Bene. Lavoro da casa”. A Repubblica non pare vero di imbastire un bella lista di politici beneauguranti e solidali con il capo del Partito Democratico.

Apre la lista Renzi, il più incontinente: ‘Forza Nicola, tutti con te e grazie ai medici, infermieri, farmacisti, ricercatori. Tutti insieme, tutti’. Un ‘Forza Zingaretti’ anche di Gentiloni e a seguire la sindaca Raggi, Salvini, il governatore Fontana; Teresa Belloni, il ministro Gualtieri, e altri fino a Molliconi di Fratelli d’Italia. Berlusconi anche è solidale ma non c’è. Quando un comune cittadino è positivo cercano di ricostruire tutti i suoi percorsi. Qui un segretario di partito che dovrebbe dire: ‘sono positivo, chiedo scusa per aver dato il cattivo esempio, chiedo scusa specialmente a medici, infermieri… .’ Meglio il ministro Orlando che ha detto soltanto. ‘Farò un controllo anch’io’.

domenica 8 marzo
Quando ero un liceale circolava una barzelletta sull’Europa come paradiso e l’Europa come inferno. Nell’Europa come inferno i poliziotti erano tedeschi, la cucina era inglese, agli Italiani toccava l’amministrazione. Fermiamoci qui. Sarà stata dimenticata, per non rendere l’unione ancora più difficile. Non per questo sembra tanto lontana dalla realtà.

Il nuovo decreto di questa notte scontenta il Piemonte che vorrebbe la zona rossa estesa a tutta le regione, il Veneto che vorrebbe sottratte le sue province alla zona rossa. Non è solo una rivendicazione di autonomia; molto dipende dal carattere impreciso o ambiguo delle disposizioni che ammettono una interpretazione più severa, e allora si lamenta il Veneto, o meno severa, e allora è il Piemonte a volere estendere la zona rossa. Ma forse la vaghezza era richiesta per arrivare a un accordo tra le parti a Roma.

Perciò in Piemonte erano tutti a sciare, chiuse le piste invece nel Trentino. Piscine e palestre chiuse solo in Emilia e Romagna. Tutti scandalizzati a Milano non tanto per l’assalto ai treni nella notte, quanto per la fuga di notizie. Eppure i treni potevano essere fermati o comunque prevista la situazione. La chiusura delle carceri è stata generale e per tutta la settimana. Non erano del tutto prevedibili le rivolte? E anche la giornata delle donne non poteva essere rinviata, a tutto vantaggio delle sue manifestazioni?

Ritorno alla mia fissa di sabato sera. Sale affollate in attesa del decreto e i giornalisti pigiati guancia a guancia con i microfoni in mano, mentre si raccomanda a tutti gli italiani di evitare gli affollamenti e di rispettare le distanze tra le persone. Altri sono indifferenti a queste incongruenze; meglio prendersela con il disgraziato che a Bologna ha taciuto di essere contagiato pur di fare subito il suo intervento a urologia. Sicché l’autore del crono-programma, poteva esortare all’auto-responsabilità, mentre prosegue la caconomìa.

lunedì 9 marzo 2020 ore 19
Domenica mattina, appena letto della rivolta al carcere di Salerno, dopo aver visitato vari siti, ho scritto ‘la chiusura delle carceri è stata generale e per tutta la settimana. Non erano del tutto prevedibili le rivolte?’ Adesso alcuni personaggi incivili incitano alla chiusura delle celle e al raddoppio delle pene e mostrano video indegni del peggiore stato del mondo. Tutti sanno che le nostre carceri sono le più affollate d’Europa, tutti dovrebbero sapere che i carcerati aspettano il giorno e l’ora dei colloqui come l’evento più importante delle loro settimane. Tutti i carcerati avranno visto in TV la richiesta di evitare gli affollamenti. Io penso che quanti non hanno previsto reazioni assai prevedibili debbano essere rimossi e che certamente il Ministro della Giustizia va rimosso, a meno che non dimostri di aver diramato qualche istruzione in proposito che è stata disattesa.

Martedì 10 marzo 2020 ore 9
Apro il cellulare e vedo un Travaglio furioso che chiede che vengano individuati e puniti quanti hanno lasciato trapelare notizie sul decreto in preparazione la notte dell’8 marzo. Alcuni affermano che i capitoli sulla peste dei Promessi Sposi siano di una sconcertante attualità. Ebbene Travaglio è un eloquente rappresentante, non l’unico certo, dell’attuale caccia all’untore, alla ricerca di qualcuno da mettere in galera come responsabile della diffusione del contagio.
Benedetto Croce bollò come moralistica e priva di validità storica la Storia delle colonna infame di Alessandro Manzoni. Direi piuttosto che tale storia difetta di storicismo crociano. Se ha ragione Croce quando osserva che il cardinale Borromeo è responsabile di torture verso gli accusati, ha torto se considera i monatti i veri untori, e ancora più torto nella totale giustificazione dei giudici, sulla scorta della concezione della giustizia e delle norme giuridiche del tempo. Quasi che giudizi morali non esistessero allora, mentre vediamo che oggi sono costanti su tutti gli eventi connessi al Coronavirus.

Un accurata indagine mostra che a Seattle, il portatore 0 del contagio si è comportato nel più saggio e responsabile dei modi, notificando subito il suo malessere e analogamente si sono comportati medici e autorità nell’isolarlo e nella ricerca dei suoi contatti. Malgrado tutto ciò, il focolaio infettivo si è esteso ugualmente nella città e nello Stato di Washington. Avrebbe più senso invece trovare i responsabili che hanno chiuso a tempo indeterminato le carceri italiane. Qui il Coronavirus non c’entra nulla, c’entra una concezione barbarica e manettara della giustizia.

mercoledì 11marzo ore 16
La libera circolazione del sovranismo.
Informazione e trasparenza dovrebbero essere requisiti fondamentali degli stati autenticamente democratici. La globalizzazione avrebbe dovuto estendere e arricchire la conoscenza e la collaborazione tra i paesi. Populismo e sovranismo erano i deplorevoli, anzi i vergognosi attributi di una destra ignorante, miope e autoritaria. Per essere sbrigativi, fascista. L’Unione Europea ricerca soluzioni condivise con spirito collaborativo tra i paesi che la compongono.

I fatti: L’informazione più precisa e dettagliata, quotidiana, sull’epidemia del coronavirus è stata fornita dalla Cina. Non sembra uno stato democratico. A seguire dalla Corea del Sud e dall’Italia. Spesso accompagnata dalla disapprovazione di menti esperte e illuminate.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima a tutt’oggi 113/114 mila contagi e 4.000 morti. In che modo? Riceve dati puntuali dagli 80/100 paese colpiti dal virus? Si basa su criteri di probabilità? Non è dato sapere.

Queste 3 righe sono errate. Soprattutto che non è dato sapere. Probabilmente le mie scarse informazioni erano basate sul sito della OMS, la quale anche oggi 12 marzo parla di 125 000 casi. Un sito della Johns Hopkins University, suggeritomi da un amico e citato anche da l Sole 24 ore fornisce dati assai più precisi e dettagliati per il mondo: 127.000 circa….

11 marzo 2011 ho scritto:
Veniamo all’Europa. La Francia qualche cifra la dà, 1000/1500 casi, un certo numero di morti. Più che altro si diffonde sui metodi di contenimento dell’epidemia fase 3, fase 2, vietati eventi con + di 5000 persone, poi con + di mille persone. Per dare il senso di un paese forte, ordinato, lungimirante. La Grandeur, la Grandeur! o il ridicolo?  (Oggi 14 marzo ricordo solo la bravata dei 3500 intrepidi che hanno sfidato in massa il coronavirus).

Mercoledì 11 marzo avevo scritto
La palma forse la merita la Germania. C’è qualcuno che ha capito quanto è ampio il contagio in Germania? 4000 anziani invitati a stare a casa nella regione North Reno -Westfalia, 1000 casi di contagio in tutto il paese, ma nessuna vittima, anzi forse 2. (?), Son medici tedeschi, mica far paragoni! Quanto alle misure: divieto assoluto di esportare ogni genere di materiale sanitario, a cominciare da quello connesso con il coronavirus. L’importante è non far trapelare notizie che potrebbero nuocere all’economia del paese; Merkel proprio come Macron.

C’è chi mi corregge rinviandomi soprattutto a quanto il 10 marzo ha sostenuto il ministro della salute Jens Spahn. Il ministro ha detto che l’80% delle infezioni sono state miti.  Inoltre il virologo Christian Drosten della Charité di Berlino ha fornito due ragioni per giustificare un indice così basso di mortalità in Germania. In primo luogo la situazione in Germania è stata subito affrontata.  In secondo luogo la Germania è al comando per quanto riguarda la diagnostica. Ciò è dovuto al fatto che i test erano disponibili fin da gennaio , che i loro laboratori sono molto diffusi, bene equipaggiati  tecnicamente  con regole procedurali molto flessibili, che la loro associazione ufficiale per l’assicurazione della salute aveva già introdotto una procedura per questi test in Gennaio, il che significa che gli assicuratori sono supportati dal punto di vista finanziario..(Our laboratories are technically very well equipped, our regulations for the introduction of new test procedures are very flexible and our statutory health insurance association already introduced a code for these tests in January, which means that (insurers) are financially supported), testo originale in The local),

 Un ‘ultima motivazione è che gli infettati erano giovani che tornavano dalle vacanze e lavoratori.  A chi gli chiede se la mortalità aumenterà il ministro afferma che secondo Drosten la situazione è molto seria. Come in Francia al momento sono vietati assembramenti di più di mille persone-

Dopo queste dichiarazioni ho motivo di modificare quanto ho detto? La situazione nella zona del North Reno-Westfalia viene descritta come una gara di solidarietà e di saggezza.  Certo nessuno nega che i tedeschi siano più disciplinati e meno individualisti degli italiani. Ma i casi sono passati da i 1300 ai 2200 di oggi 12 marzo e i morti rimangono 3. Inoltre qualcuno ha visto descritto un tampone su una dottoressa tedesca, in cui veniva prelevato solo del muco sull’orlo interno delle narici, insomma in modo ben diverso da quanto si fa in Italia.

Altre fonti mi fanno comprendere che il sistema sanitario tedesco è diverso da quello italiano e credo anche spagnolo e francese e presenta caratteristiche simili al sistema americano. Leggo che secondo le autorità tedesche ‘le compagnie di assicurazione sanitaria sono state pagate per il test del coronavirus a partire dal 28 febbraio 2020’ ‘Tuttavia un dottore deve confermare che il paziente venga sottoposto al test’.  La quarantena volontaria è diffusa e raccomandata dall’Istituto Robert Koch nel caso di essere stati vicini a contagiati. La quarantena richiesta dalle autorità comporta controlli severi e pene fino a 2 anni di carcere o multe. 

Dopo di che mi permetto di dubitare ancora sulla veridicità dell’informazione e sulla validità delle misure adottate, almeno fino al 12 di marzo, dalla Germania ed esclamo con Orazio ‘credat Judeus Apella / non Ego..’

Avevo anche scritto qualche riga sull’Inghilterra. Mi sembrava che Johnson sottovalutasse i rischi connessi con il coronavirus, ma al tempo stesso – un po’ lugubramente – chiedesse che venissero ampliati gli spazi nei cimiteri. In un paese dedito da molto tempo alla cremazione.
Ricordo però che qualcuno temeva la diffusione del virus nelle carceri, dato l’affollamento e le scarse condizioni igieniche.

Mi fermo qui e rimetto oggi 14 marzo nel mio diario quanto ho scritto l’11 marzo, con qualche correzione e aggiornamento.

Multiculturalism

La globalizzazione comporta diffusione di usanze. Non certo per la generazione di mio figlio, ma certo per quella di mio nipote nato nel terzo millennio, Halloween, importato dall’America è un must, occorre travestirsi nel modo più orrido possibile. (La passione per l’horror invece è nata molto prima, coinvolgeva anche la generazione degli anni 70). Gli zombi, folle di umani risuscitati che di solito attraversano lentamente a piedi  le strade delle città e si nutrono di cervelli umani, sono gli idoli principali dei bimbi di Halloween.

Il natale per converso si sta trasformando nella ricorrenza dei buoni sentimenti, quindi anche della tolleranza, e di necessità del multiculturalismo.

Per esempio nella mia Bologna è per lo meno da un ventennio che il presepe è diventato oggetto di dibattito. Si deve fare o non si deve fare negli asili e nelle scuole primarie? Una soluzione assai praticata nelle chiese consiste nel mettere accanto alla stalla di Betlemme, e alle casupole dei pastori, interessanti minareti, a prescindere dei quasi sei secoli che distanziano la nascita di Gesù e quella di Maometto. Questa non è certo una notizia.

Ma in un recente  film di natale (i film  di Natale sono un genere ormai) proposto da Netflix, Let it snow, in una cittadina dell’Illinois  in cui felicemente è arrivata la neve per festeggiare meglio il Natale e accadono tra i giovani molti episodi di riconciliazione,  nella chiesa è stata allestita una sorta di scena di animazione e canto, con la partecipazione di re magi, ma anche di uno strano grosso cane rosso luminescente, di cui mi sfugge la simbologia. Gesù è rappresentato adulto, immobile e ieratico – stile bizantino – ma alla sua sinistra appare imponente con vesti sfarzose tipicamente indiane e sei braccia in continuo movimento una divinità indiana, di quelle primordiali che fanno doni all’umanità. Il dono in questione è appunto Gesù e l’atmosfera natalizia. Tra i devoti che affollano la chiesa c’è qualche sorpresa e persino il noto giovanissimo star della canzone, tra i protagonisti del film, trova piuttosto strana la novità, a significare che gli sceneggiatori sanno di osare fin troppo e temono la disapprovazione del pubblico. Io penso tuttavia che il dado è tratto, che Netflix pensi al suo mercato indiano, e quello che oggi a noi occidentali può apparire una stranezza tra vent’anni non sorprenderà più nessuno come i minareti nei presepi delle chiese cattoliche.

Del resto a pensarci bene il mondo è assai cambiato. Il povero Hume  poteva pensare delle tre religioni monoteiste che ciascuna demolisse l’altra: se  una è vera le altre due sono false si diceva confortato. Al contrario sappiamo oggi che ciascuna affida al soccorso e alla sopravvivenza della concorrente la propria. Tuttavia la pluralità degli dei è l’ultimo scoglio che il commercio globalizzato deve abbattere. Un pensiero rassicurante per chi per esempio segue la rinascita dell’induismo come eredità identitaria degli indiani, fortemente supportata dal premier Modi, a costo di nuove terribili sviluppi conflittuali con il Pakistan , il Cashemire, e il Bangladesh mussulmani.

Post scriptum.

Un ombra tuttavia di pessimismo ha attraversato questa notte il mio dormiveglia: in Let it snow la vicenda principale coinvolge il giovanissimo cantante e una liceale appena diplomata, dilaniata dal dilemma: restare nella sua cittadina per assistere e confortare la mamma gravemente malata o recarsi a New York per laurearsi alla Columbia University, dalla quale ha appena ricevuto la prestigiosa ammissione?  Ora, padroni di Netflix, francamente non vorremmo sostituire alle divinità che millenni di storia ci hanno regalato divinità effimere come le mitologiche università dell’Elite americana.

Lo scetticismo è paralizzante, ma fa riflettere

Tra i grandi scettici moderni, c’è un filo rosso che collega Bayle, Mandeville e Hume.

Mandeville è tra i primi a osservare che non ci sono solo mode nel vestiario, ma anche nei costumi e nelle idee: correnti di pensiero che sembrano aver successo e conquistare di volta in volta le maggioranze.

Negli anni sessanta, quando io avevo tra i venti e i trenta anni, uno dei temi più assillanti e preoccupanti nel mondo scientifico era la crescita esponenziale della popolazione umana. In un imponente convegno internazionale, se non erro tenuto a Roma, il rimedio sembrava essere la limitazione delle nascite. Del resto in Cina venne presto adottato il criterio di un solo figlio per famiglia. In una società prevalentemente contadina la soluzione è stata disastrosa, visto che era già costume abituale liberarsi delle nascite femminili per ovvi motivi. Oggi le donne sono merce rara e avvengono molti matrimoni tra consanguinei.

L’edizione del 1966 dell’Enciclopedia britannica (vol 18, p. 233- 234) riportava la cifra di 3 miliardi per l’anno 1960 (stima ONU), un incremento annuo del 2% (contro lo 0,3 nel 18° secolo, lo 0,6 alla metà del 19°) e stimava che la popolazione mondiale sarebbe raddoppiata per l’anno 2000. Previsione abbastanza corretta visto che abbiamo raggiunto i 7 miliardi e 100 milioni di persone, e si prevedono 9 miliardi per il 2040. La stima relativa all’Africa era di un passaggio dai 140 milioni di abitanti del 1920 ai 240 milioni del 1960 (ibidem vol. I, p. 307).

Nel numero del 23 settembre 2019 di Time interamente dedicato al cambiamento climatico della terra e in particolare al riscaldamento del pianeta non è riportato il dato relativo alla intera popolazione africana, tuttavia si prevede, solo con riferimento al recente inurbamento degli africani, che si passerà dai 400 milioni attuali a 1 miliardo e 260 milioni nel 2040, vale a dire tra soli 20 anni.

Curiosamente, dico curiosamente per me che sono anziano, non per altri e tantomeno per gli autori di questo documentatissimo numero di Time, non c’è nessun accenno problematico all’aumento vertiginoso della popolazione mondiale. Eppure, per fare un solo esempio, l’allevamento bovino costituisce un problema e in più di un luogo in questo numero, e in tanti analoghi interventi, la necessità di ridurre drasticamente la carne bovina come componente della catena alimentare è data per scontata. Misure drastiche – come il passaggio da una alimentazione carnivora che passi dalla bistecca agli insetti – vengono proposte come indiscutibili. In breve i bovini sono un problema e una minaccia seria per il riscaldamento del pianeta e la sua sopravvivenza, gli umani, che sono la causa non principale ma unica dell’affollamento dei bovini, no.

Un altro elemento che caratterizza la corrente di pensiero attuale rispetto a quella della mia giovinezza è che allora era evidente un certo catastrofismo, oggi tutt’altro. Il problema è serio ma risolubile. Al punto che Time comincia con un articolo in cui si immagina un reportage del 2050 in cui si descrive come la terra è sopravissuta, How earth survived, benchè gli obbiettivi di contentimento del riscaldamento previsti non verranno raggiunti.
L’ottimismo si unisce con l’idea di assecondare la natura. Sembra che all’aratura tradizionale si debba preferire l’azione dei lombrichi, presenti in numero esorbitante nel terriccio superficiale e capaci di rivoltare migliaia di tonnellate di terriccio. Per altro si fa presente che la produzione naturale di energia, solare ed eolica, è ormai più conveniente rispetto all’estrazione e trasformazione dei prodotti fossili, e si prevede che in pochi anni Stati dell’estensione della California non useranno più petrolio, anche grazie ai progressi nella conservazione della produzione solare ed eolica.

Nella mia ignoranza scientifica avrei gradito qualche informazione specifica del tipo: quante are o ettari di terreno (o anche di superfice marina) da riservare agli impianti eolici o fotovoltaici sono necessari per produrre un kilowatt di energia elettrica o un gallone di benzina?

L’ottimismo scientifico dei climatatologi e l’ottimismo sociale politico dei medesimi del resto è talmente estremo, che il boom della campagna per lo sviluppo sostenibile mediante una riconversione totale industriale e civile del pianeta ha fatto gridare al complotto – di cui pure la giovane Greta sarebbe un innocente e inconsapevole strumento. Quale sarà nel frattempo il destino economico e sociale di quelle nazioni che oggi affidano la propria sopravvivenza all’industria petrolifera? Ma -soprattutto – come mai nessuno pensa più alla limitazione delle nascite?

E… tuttavia, avevo da pochi giorni terminato di scrivere queste povere riflessioni sullo sviluppo sostenibile e i problemi del riscaldamento del pianeta, che un telegiornale del mattino mi ha annunciato l’iniziativa di un folto gruppo di scienziati australiani, contraddicendomi.

Infatti, come ultima ma inderogabile richiesta ai politici della terra è proposta la stabilizzazione attuale della popolazione del pianeta, un eufemismo per tornare alla richiesta della limitazione delle nascite.

Il che mi induce a nuove inquiete e inquietanti riflessioni, ma questa è un’altra storia…