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Previsioni elettorali

Perché non può vincere la destra

Comincerò con 2 previsioni elettorali, non dell’ultima ora, ma con date certificate dai messaggi scambiati con un amico.

Previsioni elettorali 24 settembre 2022: Ieri Concita De Gregory ha inaugurato in Onda la sua campagna elettorale in sostituzione della Gruber invitando Enrico Letta, l’eroico salvatore della patria contro  Cinque Stelle e Centro Destra, e salvatore dell’Europa contro i sovranisti.

Dal canto suo, Letta conta sul sistema maggioritario e sulla riduzione del numero dei parlamentari, che rende la Camera – son parole sue – ‘più stabile, più agile e più controllabile’, alla faccia della divisione dei poteri.

Tireranno in ballo pure la Resistenza. Fatica sprecata perché l’elettorato è in calo ed è soprattutto la Destra che se ne sta a casa. La Destra mica campa sui soldi della Stato, come i dipendenti di ogni tipo della pubblica amministrazione.

Ecco dimostrato che il Fascismo viene da sinistra (e verrà, con il 25% del 35% dei votanti). Perché i Comunisti o le loro varianti sono come le cozze. Prima si va al potere, poi si decide come mantenerlo. A destra, invece, ci sono i Fascisti e non aumentano. E ci sono la Meloni e Marine Le Pen, a dimostrare che le donne non sono meglio. 

Per fortuna, la sera stessa compro per scrupolo sul kindle  Io sono Giorgia che leggo in tre notti.

Previsioni elettorali giovedì 11 agosto 2022:  Annuncio al mio amico che importanti novità mi fanno cambiare previsioni. Parlo dell’incredibile balletto elettorale. Ovvia la premessa: PD e Conte corrano ciascuno per conto suo. Letta, accusato di aver fatto troppe concessioni a Calenda, reintegra tutta la sinistra estrema nella coalizione, obbligando Calenda a scappare.

 Letta annuncia di dimettersi dopo le elezioni, per aver detto ‘mai più con i Cinque Stelle’. Conte, in base al suo pensiero ‘intransigente ma flessibile’, sostiene che il suo partito si colloca a sinistra del PD, come un tramite verso la sinistra vera. Bonaccini dichiara, il giorno dopo, che con Conte 2 ha lavorato benissimo e in perfetta armonia.

Calenda è il cavallo di Troia regalato agli achei (il Centro-destra) per sottrarre voti al suo centro (Berlusconi) e lasciare isolata la destra. Come prevedible, Italia viva si allea a Calenda. Infine, ci saranno i botti giudiziari di cui parla Paolo Mieli.

Il che apre la strada alla prospettiva che, comunque vadano le cose, la destra non vincerà le elezioni, ma avremo il Conte 3 o il Bonaccini 1. Vada da sé che l’elettorato aumenti, persino al 50 o 60%.

Insomma, la destra maggioritaria perderà le elezioni e vincerà la sinistra, a conferma della tesi del sottoscritto che il fascismo può venire solo da sinistra.

PS 23 settembre 2022: Letta ha sbagliato la campagna elettorale oppure è un fantastico stratega? Ancora oggi molti se lo chiedono. Io propendo per una via di mezzo. Lo ha aiutato il suo odio viscerale verso la Meloni, visto che, come me, non gli ha perdonato tutti i danni arrecati all’Italia da Macron. Letta è quello che è, Macron lo ha spedito in Italia, come Stalin ha fatto con Tito in Serbia e Togliatti in Italia.

C’è un’altra ragione che mi spinge a prevedere che la destra non vincerà e che diventa palese solo negli ultimi giorni della campagna elettorale.

Il problema è che tutti i sondaggi sono taroccati. In quelli pubblici, sottostimare la percentuale del secondo partito costituisce uno stimolo rivolto agli elettori indecisi per andare a votare, tanto più se il primo partito, come accade per un partito della destra, è disprezzato. È già accaduto a Bologna nella farsa elettorale per l’elezione regionale. Si è cominciato a gridare che se in Emilia-Romagna avesse vinto la Lega sarebbe stata a rischio la democrazia in Italia. La farsa è nota, come le Sardine, e non merita dettagli.

Poi ci sono i sondaggi vietati, ma che proseguono imperterriti. Da qualche giorno, per esempio, Enrico Mentana ed Enrico Letta appaiono più rilassati, Marco Da Milano pure, e addirittura sfotte Giorgia Meloni che lamenta fischi ai suoi comizi, segno che anche a lei è arrivata qualche cattiva notizia. Alcuni sostengono che il suo comizio aveva a tratti accenti più cupi.

Quanto a Letta ieri ha definito Conte: ‘bello e determinato’. Come per dire, presentarsi uniti alle elezioni avrebbe solo diminuito gli elettori.

Il problema è che, nel tentativo di neutralizzare la campagna elettorale di Giuseppe Conte, a Salvini non basta condividere lo scostamento di bilancio, la vicinanza a Putin, l’urgenza delle trattative di pace, la critica all’invio delle armi.

Nulla può contro l’asso nella manica dell’avvocato di Foggia: il reddito di cittadinanza, che gli darà la vittoria nei collegi meridionali. Un elettorato che non potrebbe fregarsene di più delle infrastrutture promesse da Meloni, che non guarda oltre la propria famiglia; accattone per carattere, insomma, come ho già sentito dire.

Punti fermi 8

Io vedo lontano, nel senso che non sono miope e speso vedo in anticipo

Io vedo lontano su Marta De Vivo. L’articolo che gli pubblica il 30 agosto scorso Huffington post è un assalto da bloggerista provetta contro Giorgia Meloni. Il che dimostra come il precedente articolo fosse un falso e lei un’ennesima prova che la sinistra è sinistra.

Io vedo lontano anche su Mattia Santori e suoi amichetti .  Il 10 settembre le Sardine si rivedono a Roma per dimostrare che il fascismo può venire da sinistra cantando ‘bella ciao’.

Io vedo lontano e sono riuscito a mostrare quanto il supposto prete di strada Matteo Zuppi fosse disponibile ad adulare il potere, il giorno prima che Bergoglio lo nominasse presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Io vedo lontano su il riformista e il suo direttore Piero Sansonetti . Tante volte ho apprezzato i suoi interventi sulla giustizia e il suo giornale come una voce fuori dal coro, ma quando dichiarò che non poteva stare dalla parte di Zelenski, ho subito notato che il suo pacifismo era targato a sinistra e in sostanza contro la Nato. Oggi Il riformista è sempre più sdraiato sulle posizioni del PD e fa la sua brava e assidua campagna elettorale contro la destra.

io vedo lontano su Paolo Mieli. Adesso dicono di Paolo Mieli che vede un po’ di rosso anche su questi leader del PD ex-democrstiani. Ma Paolo Mieli è da un pezzo che, a Passato e presente, racconta la storia in modo diverso.

Per esempio, parlando del risveglio negli anni venti-trenta della rivolta araba contro il colonialismo, ha sottolineato insieme alla sua ospite che l’anticolonialismo si accompagnava alla diversa affermazione identitaria di ciascuna nazione araba; inoltre, che la lega araba ha sempre rispettato questo atteggiamento. Insomma, il contrario di quello che succede nella Unione Europea franco-tedesca e che sarebbe piaciuto a Giorgia Meloni.

 In un’altra occasione Paolo Mieli sottolineava, quasi stupefatto, il voltafaccia nelle alleanze realizzato dall’Italia in meno di sei mesi alla vigilia della Prima guerra mondiale. In un’altra trasmissione ho visto trattare dal suo ospite il maresciallo Tito per quello che era veramente. Potrei continuare, ma mi interessa notare che almeno il Corriere della Sera, con il suo direttore Luciano Fontana, non consente alla sinistra di significare qualcosa solo perché è sinistra.

Del resto Paolo Mieli ha dichiarato di aver provato un grande imbarazzo per la visita dei premier di Francia, Germania e Italia da Zelenski. Paolo Mieli è diplomatico e prudente, ma si è trattato della peggiore gufata che Zelenski abbia dovuto sopportare, in cui si prometteva un generoso piano Marshall europeo a favore dell’Ucraina a patto di accettare l’accordo di pace richiesto da Putin.

Il politologo di Firenze Mauro Campus è autore di un libro sulla mitologia del piano Marshal in cui, tra l’altro, mostra come il piano sia convenuto assai più agli Stati Uniti che all’Europa sul piano economico, insieme al grave torto dell’americanizzazione e del predominio atlantico sul piano politico e sociale. Perché un libro vecchio di 14 anni. sia riapparso il 15 aprile sotto forma di articolo bisognerebbe chiederlo agli editori del Sole24ore.

Io vedo lontano su Claudio Cerasa. ‘Le catene della Destra, l’ultimo libro di Claudio Cerasa, direttore del  Foglio, con un sottotitolo che offre già la chiave per leggerlo: Scienza, guerra, giustizia, giovani, complottismo: l’ascesa degli impostori. Inchiesta su un grande imbroglio, è un’inchiesta vibrante, serrata, colta, sulla consistenza dell’area politica che viene celebrata in anticipo come ineluttabilmente vittoriosa il 25 settembre’, scrive da promoter Pino Pisicchio, questo scampolo della Sinistra democristiana, che dopo Moro e Donat Cattin, ha militato in tutte le sigle possibili dell’area centrista, riuscendo a collezionare 24 anni di vita parlamentare fino al 2018, grazie alla sua eccellente reputazione giuridica.

Tuttavia dipingere Cerasa come ‘liberale di solido impianto e certamente non aduso a fare sconti a correnti ideologiche e partiti di sinistra’ è quanto meno un refuso, anche se ha scritto un un’analoga inchiesta Le catene della sinistra; di tutt’altro genere, tuttavia, perché Cerasa ha ereditato la direzione del Foglio già iscritto al PD da giovanissimo, , tanto che io rimasi un po’ sorpreso dalla scelta di Giuliano Ferrara.

Nel 2019, Cerasa aveva appena scritto un articolo per dimostrare che Salvini si era fatto fuori da solo dal Governo con Conte, che è un modo elegante, ma spocchioso, di snobbare l’avversario. (I Democratici americani hanno scritto qualcosa di analogo su Trump e l’impeachment). Un articolo, tuttavia, in cui non ci fanno una bella figura né il Presidente Sergio MattarellaNicola Zingaretti.

Cerasa raccontava qualche balla su Salvini e faceva sfoggio di un incredibile amore per Macron, trascurando ogni sua prepotenza verso l’Italia.  Condivideva l’idea che il coronavirus fosse poco più di una influenza, persino la tesi idiota che ‘in Italia ci sono troppi contagiati perché si fanno troppi tamponi’.

Condivideva totalmente le accuse dei Cinque Stelle contro Attilio Fontana, Presidente della Regione Lombardia, mentre, col benestare della sinistra, Bonafede e Giuseppe Conte si portavano a casa non solo l’abolizione della prescrizione, ma anche l’estensione dell’uso dei trojan a tutta la cittadinanza a discrezione dei pubblici ministeri, e persino l’ idea imbecille della riduzione del numero dei parlamentari. Sono tutte rimostranze che manifestavo a Cerasa in una mail che conservo.

Quindi oggi è lo stesso Cerasa di tre anni fa. Di più c’è, a detta di Pisicchio, la scienza contro ‘l’antiscientismo dell’incultura dominante, alimentato dal pensiero elementare dei cospirazionisti che gli psicologi sociali americani studiano da sessant’anni’ e questa destra è la destra ‘del qualunquismo digitale, dei social complottisti, delle teorie della cospirazione studiate da Barkun.

Ora mi permetto due brevi osservazioni.  La prima su Gerald Bronner, autore della ‘Democrazia dei creduloni’ citato da Cerasa, soltanto per notare che il sociologo francese non ama neanche un po’ la scienza che circola nelle università, che deriva ottusità dalla richiesta di pubblicare ad ogni costo.

Quanto alla destra ‘del qualunquismo digitale dei social complottisti, delle teorie della cospirazione studiate da Michael Barkun’, non so se Cerasa ne parla, o se lei si è lasciato prendere la mano, ma, cacchio Pisicchio!, né lei, né Barkun potete affibbiare alla destra quello che non vi piace, perché il più imponente ed importante esempio di teoria complottista è quella relativa a Bin Laden e all’ 11 Settembre su cui non occorre soffermarci, ma che certamente è una teoria della sinistra, e certamente meno plausibile della teoria della cospirazione di Trump.

Punti fermi 7

11 agosto 2022. L’Huffington Post, impegnatissimo nella campagna elettorale della sinistra grazie a Gianni Del Vecchio e al suo direttore Mattia Feltri, ha pubblicato oggi un articolo che non avrebbe destato il mio interesse se Enrico Letta, invece di insistere sulla solita accusa di fascismo nei confronti di Giorgia Meloni, non avesse introdotto l’altro asso della campagna elettorale del PD: noi siamo il futuro.

Quando l’approvazione del decreto legislativo Zan è stata arrestata in Senato, Letta ha cinguettato, o piuttosto tuonato. su Twitter:   ‘Hanno voluto fermare il futuro. Hanno voluto riportare l’Italia indietro. Sì, oggi hanno vinto loro e i loro inguacchi, al Senato. Ma il Paese è da un’altra parte. E presto si vedrà’.

L’articolo in questione, una sorta di manifesto elettorale, in perfetta obbedienza e armonia con il suo capo, recita:

Una giovane ventenne come me non può votare Giorgia Meloni per un motivo semplice: è rimasta indietro con le lancette della storia. Non ne faccio nemmeno una questione di ‘passato scomodo’ (non ha ancora fatto i conti con il fascismo per quanto cerchi di accaparrarsi consensi con dichiarazioni fatte all’ultimo minuto in vista delle elezioni) ma ne faccio una questione di attualità e futuro.

Giorgia Meloni e il suo partito hanno una visione anacronistica del presente; non vogliono fare riforme coraggiose che facciano evolvere il nostro paese, ma vogliono regredire. Non hanno una visione globale, sono convinti che la globalizzazione e l’Europa ci abbiano solo penalizzato, quando in realtà grazie al libero scambio e alle contaminazioni culturali oggi noi giovani abbiamo molte più opportunità e prospettive rispetto a prima.

 Sono contrari ai diritti civili e ritengono che non siano una priorità, quando è chiaro a tutti che i diritti siano l’unica cosa che conta davvero all’interno di una comunità, meno diritti vuol dire anche avere una società che produce di meno e quindi cresce di meno

Mi fermo qui e accenno solo alle critiche successive: ‘Giorgia Meloni non sostiene le giovani donne e questo è uno degli elementi che mi fa più dispiacere’. Vuole che siano sottomesse all’uomo che è il re della casa, mentre a lei tutto è concesso, compreso il fatto che ‘non è sposata, ma ha una figlia, e tra i due nella coppia è quella più famosa e potente’.

 Infine ‘ha un registro verbale violento e diseducativo sia per le giovani leader donne che si stanno facendo strada, ma anche per tutti i più giovani che si stanno affacciando alla politica’. Insomma ‘Giorgia Meloni è rimasta indietro, non so se per scelta tattica o per convinzione,,,,’,, Un ventenne non può votare un’idea di Paese vecchia, perché non è lui  stesso vecchio, guarda naturalmente al futuro e sostiene che vuole un’Italia all’avanguardia,(un avanguardista dunque?)  che abbia uno sguardo sul mondo e tuteli i diritti‘.

Sono tutte critiche che non val la pena smentire, e tuttavia trovo incredibile che, una volta di più, si contesti alla Meloni, come una contraddizione e chissà quale privilegio, il fatto di non essere sposata, di avere una figlia e un partner meno potente.  La legge 76 del 2016 distingue tre istituti che regolano la vita in comune tra due persone, il matrimonio tra coppie eterosessuali, l’unione civile tra coppie omosessuali, e infine la convivenza di fatto. Quest’ultima è la condizione che di solito le coppie eterosessuali preferiscono rispetto al matrimonio.

L’articolo è prima apparso su OPEN e firmato da Marta De Vivo ed è utile sapere chi è: Leggo su Linkedin che questa bella ragazza, è ‘nata nel 2001, vive a Venezia, è bilingue inglese e frequenta il Corso in Relazioni Internazionali e Diritti Umani presso l’Università degli Studi di Padova‘.

Per collaborazione a testale giornalistiche prestigiose, per le numerose interviste a personaggi di spicco italiani e stranieri, per la stretta collaborazione con Huffpost, per la partecipazione a numerose trasmissioni radiofoniche e iniziative giornalistiche, questa ventunenne nuota col suo blogger, che vanta cinquecento collegamenti, nel grande mondo pubblico e sotterraneo delle reti informatiche fin da bambina.

Per comprendere la sua visione del mondo e le tematiche che più le stanno a cuore dovrei leggere il suo profilo su Instagram e Tiktok. Non solo vive nel mondo dei social, ma è anche molto attiva nella vita pubblica. Ha co-fondato un movimento per la difesa delle donne afghane e un movimento studentesco che si chiama Studente in movimento, che intende rivoluzionare insegnamento e contenuti delle scuole dalle primarie all’università.

Ha promosso la conoscenza del Museo M9 di Mestre, sulla   storia dei cambiamenti del secolo scorso. Ha persino fatto un TedX sulla relazione tra democrazia e tecnologia per il 75° anniversario della Repubblica. Fare un TedX, se capisco bene, è vedersi assegnato uno spazio di 18 minuti per una riflessione su un tema di propria scelta nel Gota della più importante e prestigiosa associazione della rete informatica del mondo.

Completa il suo attivismo la fondazione della sua BeDream academy  che offre consulenze di social strategy per aziende e privati e servizi per lo sviluppo della brand identity, immagino non gratuiti.  Insomma, se non si è esperti nel mondo dei social influenzer, dei role model, dei testimonial, dei focus group, non si è in grado di apprezzare l’intensità e laboriosità di una ventunenne come Marta De Vivo.

Invece la ventunenne che qui esprime la sua impossibilità di votare per Giorgia Meloni perché, non sa se per scelta politica o tattica elettorale, non vuol mettersi al passo con la storia, è una ragazza come tante che manifesta una legittima cultura da liceale, che non tradisce nessuna familiarità con il mondo dell’informatica, come del resto il ventenne maschio che compie una analoga riflessione.  Al massimo trasmette l’idea che voglia affermarsi come leader nel mondo della politica.

Il manifesto rispetta bene questi limiti ed è ben confezionato. Ottimo il suo carattere ripetitivo, l’aspetto vago delle aspirazioni, l’insistenza sui diritti, insomma una personcina buona e preoccupata, che non fa che riprendere le critiche correnti nel suo partito di appartenenza. Del resto l’argomento fondante è tautologico: chi appartiene al futuro non regredisce al passato.

Solo qualche piccolo scivolone: quando intende esprimere il suo grado di avversione per la Meloni, inizia con un linguaggio troppo accorato e intimistico: Giorgia Meloni non sostiene le giovani donne e questo è uno degli elementi che mi fa più dispiacere’. E, nel criticarne il linguaggio, definirlo registro verbale  implica una familiarità con la linguistica che non ci aspetteremmo dalla ventenne.

Resta il fatto tuttavia che questo manifesto elettorale è un falso, scritto forse su commissione, oppure ‘per scelta tattica e convinzione‘, a conferma del mio principio n.1 che la sinistra è sinistra e  non   è una tautologia.

Ma è tempo di tornare sull’affermazione iniziale e vedere  se davvero il dlZan sia il futuro.

Punti fermi 6

    12 agosto 2022. Sullo schermo del mio cellulare questa mattina è comparso un articolo sulla fiamma tricolore che caratterizzava dalla nascita il movimento sociale italiano. Giorgia Meloni pensa di toglierlo dal simbolo dei Fratelli d’Italia. Questa è la notizia.  ‘Perché è vero che la presidente di Fratelli d’Italia sta lavorando per rassicurare l’elettorato, i mercati, e gli altri paesi sulla abiura dal fascismo.(opinione di Open), ma per la definitiva operazione di pulizia ci vuole un Congresso e quindi la cancellazione è rinviata a dopo le elezioni del 25 settembre, come del resto fece colui che la volle ministra della ‘Gioventù’ (sic) e cioè Gianfranco Fini‘.

Senonché OPEN vi costruisce sopra un articolo che su un quotidiano occuperebbe molte colonne e sul mio cellulare una quantità di schermate. In che modo?  Partendo dalla richiesta di Andrea Orlando di togliere la fiamma tricolore e dalle accuse di fascismo di Laura Boldrini,

riprendendo lunghi brani da quotidiani come Repubblica e il Messaggero relativi a Fratelli di Italia e la fiamma tricolore,

citando per intero una frase dell’indispettito autore di Fan Page  ‘Meloni ha cambiato idea  diventando molto velocemente liberale conservatrice europeista atlantista? legittimo ci mancherebbe, allora tolga definitivamente la fiamma tricolore missina e neofascista per simbolo del suo nuovo partitone sistemico moderato’.

Senza mai accusare di fascismo direttamente Giorgia Meloni, OPEN ricorda costantemente e ostinatamente al lettore che Giorgia Meloni è fascista, intrinsecamente fascista, che il cambiamento di Fratelli d’Italia è un tentativo dell’ultima ora come quello di Fini e non può ingannare l’elettorato.

A prova di ciò non mancano altre velenose stilettate: presentare in Italia nello scorso marzo il suo partito come il partito conservatore l’aiuta meglio a relazionarsi con Trump.

Ricordare in chiusura che Giorgia Meloni si astenne nelle votazioni sul Pnrr due volte nel 2020 e una volta nel 21. Dunque non proprio ieri, ma soprattutto Dio le renda merito per tanta lucidità.

OPEN ‘è edita da una società a impresa sociale fondata da Enrico Mentana  con lo scopo di costruire un giornale on line che valorizzi i giovani, negli ultimi anni tagliati fuori anche dal giornalismo’. Non c’è dubbio che abbiano appreso dal loro fondatore e modello quale carico di ipocrisia può sopportare e nascondere il political Correct.

Punti Fermi 5

Prima di affrontare io sono Giorgia, voglio elencare alcuni principi, che chiamo motti miei, di varia natura, che ho accumulato via via che scrivevo o studiavo per scrivere i miei articoli, proprio per la loro affinità con il testo di Giorgia.

Motti miei:

  1. La sinistra è sinistra e non è una tautologia.
  2. L’Italia è una repubblica democratica fondata sui morti ammazzati, (art.1).
  3. Il fascismo può venire solo da sinistra, (di solito cantando Bella ciao).
  4. Di un leader, di un partito, di un provvedimento – quando lo è – non basta dire che è antidemocratico o autoritario, occorre dire che è fascista, perché il termine aggiunge il disprezzo. (altrimenti a sinistra non capiscono, chissà perché).
  5. Se Hitler avesse previsto la Germania e l’Europa odierna, non avrebbe scatenato la Seconda guerra mondiale (sua abbreviazione: Se Hitler avesse saputo…).
  6. Il Political correct è un modo per rendere il pensiero sanzionabile in tribunale. Uccide la libertà di pensiero, soprattutto nell’ambito della morale, della politica, del costume.
  7. Teorie come la Gender Theory o la Critical Race Theory hanno aperto la strada alla dittatura delle minoranze.
  8. La Cancelling Culture è una deprecabile barbarie e fomenta l’ignoranza. Precedenti: Talebani; prima ancora: Guardie Rosse (e il  Libretto Rosso contenente le citazioni di Mao Tse Tung).

E’ facile notare che i primi quattro principi hanno un ambito di applicazione europeo, o specificamente italiano, e che gli ultimi tre hanno un ambito di applicazione americano, o se si vuole anglosassone. Indicano rispettivamente una minaccia reale presente e futura per la democrazia, come ovviamente il quinto. Ma sarà possibile capire più avanti anche che gli ambiti di applicazione si intrecciano, tra Europa e America.

Sono costretto tuttavia a una interruzione.

OGGI 2 GIUGNO 2022  FESTA DELLA REPUBBLICA ORE 12.40

Giorgio Zanchini, in un contesto in cui vuole presentare un libro di Paolo Pagliaro – il giornalista che con il suo Punto chiude ogni sera il programma di Lilli Gruber – prima osserva che, diversamente dal Patto di stabilità, il Pnrr  è lo strumento con cui l’Europa costringe l’Italia a rispettare gli accordi sull’uso delle risorse, poi introduce la questione delle concessioni balneari. Inizia con un’affermazione assolutamente campata in aria, a dimostrazione della propria ignoranza: sette mila chilometri di coste di cui la metà sono date in concessione. Continua con un filmato in cui un ignoto personaggio ripete la nota tiritera che a fronte di un costo complessivo delle concessioni balneari di cento milioni di euro c’è un giro d’affari stimato in 15 miliardi l’anno, sottolinea la protesta quasi  generale dei titolari delle concessioni, lascia infine la parola a Paolo Pagliaro che dice testualmente: noi siamo affezionati ai nostri bagnini con cui trascorriamo le nostre vacanze, ma i bandi vanno fatti e non perché ce lo chiede l’Europa, ma perché il principio della concorrenza va rispettato. Termina augurando ai bagnini di vincere le gare.

Nessuno dei due fornisce all’ignaro ascoltatore l’informazione fondamentale: si tratta di aprire le nostre spiagge non già alla concorrenza italiana, ma alla libera concorrenza europea.

L’inciso di Paolo Pagliaroe non perché ce lo chiede l’Europa” significa che il giornalista ritiene che, siccome una concessione demaniale è un bene pubblico dell’ Italia, automaticamente diviene bene pubblico della Unione Europea. Il che dimostra, o che ha una concezione assai distorta di che cosa sia l’Unione europea, piuttosto simile a quella di Putin sulla Federazione Russa, o che è in totale malafede.  Io ho scritto abbastanza sull’argomento negli ultimi cinque articoli e non mi ripeto. Mi hanno rovinato la festa della Repubblica e spengo il televisore.

PUNTI FERMI 4

Ieri, 28 luglio 2020, Il Sole 24 Ore ha pubblicato l’elenco delle regole vigenti sulle concessioni balneari in molti, ma non tutti, i paesi europei. Si tratta di un documento del governo che dovrebbero servire a giustificare di fronte all’opinione pubblica la decisione di mettere all’asta le licenze balneari a partire dal primo gennaio 2024.

Non penso di peccare di presunzione, se dico che i miei due lunghi articoli pubblicati il 6 giugno sulla questione, intitolati Viva la Nato e abbasso l’Unione europea, se venissero letti, fornirebbero al pubblico un’informazione assai più completa e assai più attenta alle probabili conseguenze funeste di questa decisione del governo.

Mario Draghi resta in carica ‘per il disbrigo degli affari correnti’ e, data la vaghezza di questa prassi amministrativa, difficilmente qualche costituzionalista potrebbe contestare la decisione di rendere operante la legge sulle concessioni balneari. Tra l’altro, se ho capito bene dalle sue dichiarazioni, c’è una porzione dei miliardi del Pnrr che verrà resa disponibile per l’Italia solo quando il governo avrà varato la legge. Se così fosse, sarebbe bello saperlo, per farci una idea assai più realistica (e assai più desolante) dell’Unione Europea.

Una volta di più, dal lontano 1922, i magistrati si sono dati da fare per remare contro gli interessi degli italiani, come spiego negli articoli citati. Il Consiglio di Stato è un nome roboante per un ibrido che ci ha regalato la costituzione più bella del mondo, che funziona ‘sia come consulente del governo, sia come organo giurisdizionale’, ed è divenuto tribunale d’appello rispetto alle sentenze dei Tribunali Regionali (TAR). Per capirci, alla faccia della divisione di poteri, potrebbe annullare o ribaltare ogni sentenza di primo grado che contrasti con l’azione di governo.

 Partendo da una valutazione che condivido, in base alla quale ‘il patrimonio costiero nazionale’ ‘per conformazione, ubicazione geografica, condizione climatiche e vocazione turistica’ è uno ‘dei più rinomati e attrattivi del mondo’, sostiene che va messo all’asta perché, dal punto di vista economico, ha ‘una indiscutibile capacità attrattiva verso le imprese di altri Stati membri’. Tanto vale mettere all’asta anche il Colosseo, Notre Dame e la Tour Eiffel, ed è possibile che lo chieda la prossima volta la Commissione Europea, a noi, non ai francesi.

Un’altra roboante istituzione, l’ Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha dichiarato che ‘l’approvazione del disegno di legge sulla concorrenza costituisce un passaggio strategico per il sistema Paese, non soltanto perché con esso l’Italia si conforma a precisi impegni assunti in sede europea con il Pnrr, ma anche per dare i giusti segnali ai mercati e agli investitori internazionali‘. Una dichiarazione che esula dalle sue competenze, come spiego in Punti fermi 3, ma che ricordo  di nuovo per l’ennesimo riferimento al Pnrr, di cui una buona volta Giuseppe Conte dovrà render conto.

Qui si trascura intenzionalmente che si tratta di libera concorrenza europea, non italiana. Ora persino quell’orribile e discutibile trattato internazionale che è il TFUE (Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea, ratificato dell’Italia il 2 agosto 2008) nella versione del 2012, tra i principi ispiratori del suo Preambolo propone l’equilibro negli scambi, e la lealtà nella concorrenza.

 E, a mio modo di vedere la concorrenza non è leale se non è equanime, se c’è un’assoluta disparità tra i beni in concorrenza, come è il caso tra le coste italiane e la stragrande maggioranza delle coste europee.

22 luglio 1922.  Siamo in campagna elettorale. Si fanno tante previsioni elettorali, e adesso faccio la mia. Intanto Concita (che più PD di così non potrebbe essere; non a caso dirigeva l’Unità), che sostituisce la Gruber (ecco perché) tutta l’estate, ha aperto ieri sera la campagna elettorale del PD invitando naturalmente Enrico Letta.

Ovviamente la  puntata  si apre con il video dei commossi ringraziamenti di Mario Draghi che fanno di Enrico l’autentico salvatore della patria contro Pentastellati e Centro-Destra, anzi Destra si corregge subito Letta. Come se l’opposizione non fosse sempre Far Right in campagna elettorale. Sicuramente Meloni e Salvini sono fascisti, Berlusconi pure, e comunque è un puttaniere. Si tratta di salvare l’Europa contro i sovranisti (da notare che i sovranisti della Polonia hanno sostenuto e sostengono tutto il peso dell’invasione dell’Ucraina).

Tireranno in ballo pure la Resistenza  e le Sardine verranno mobilitate.  Fatica sprecata, perché l’elettorato è in calo ed è soprattutto la destra che se ne sta a casa. Loro mica campano sui soldi della Stato, come i dipendenti di ogni tipo della pubblica amministrazione.

Letta faceva fatica a far capire a Concita e Parenzo quale rivoluzione copernicana fosse avvenuta   nella strategia della campagna elettorale. E ci credo, non può assicurarsi i voti dei 5 stelle, né continuare la campagna acquisti con ius soli, ius scholae e Dl Zan.

Ma intanto gli venivano le lacrime agli occhi di piacere, pensando al sistema maggioritario (ma non voleva abolirlo appena arrivato dalla Francia, dicendone tutto il male possibile?) e – son parole sue- pensando alla riduzione ad un terzo dei parlamentari: ‘questo rende la camera più stabile, più agile, più controllabile’.  Alla faccia della Rivoluzione francese!

 Devo ripetere che una camera con soli 400 deputati non c’è mai stata, né dopo né prima del fascismo? Ecco dimostrato che il fascismo viene da sinistra (e verrà, con il 25% del 35% dei votanti). Perché i comunisti o le loro varianti sono come le cozze. Prima si va al potere, poi si decide come mantenerlo. (Notavo di recente che Rai 3 offre solo salari a tempo indeterminato ai suoi dipendenti, si chiamino pure Ghezzi, Augias, Fazio, Berlinguer, eccetera).

Perciò Rampini non se la prenda: grazie alla riduzione del numero dei parlamentari e al premio di maggioranza si vince o si perde tutto, meglio non parlare di contenuti che potrebbero scontentare qualche elettore. A meno che non si tratti di comprarsi l’elettorato, come hanno fatto i 5 stelle con il reddito di cittadinanza. C’è tuttavia la risorsa manettara: mandare a casa tutti i partiti politici, un privilegio che resta loro e al quotidiano che li sostiene.

Per puro caso, solo scorrendo le offerte delle cooperative librarie, mi sono imbattuto in ‘io sono Giorgia’, e m’è venuto in mente di comprare non dico il libro, ma almeno la sua versione digitale. Prima non avevo mai letto un testo del partito fascista.

Ed è stata una piacevole sorpresa, tanto che in tre giorni mi sono letto le sue  315 pagine nelle veglie notturne, ( di solito la lettura stanca gli occhi e concilia il sonno).

Elezioni comunali

Perché, per la prima volta, non vado a votare.

Da un pezzo ho smesso di scrivere articoli su questo sito. Se faccio una eccezione, è perché stiamo per vivere una bella pagina di democrazia, come direbbe, (e ridirà) un cinico a tutti noto. Appena si è affacciato Matteo Lepore, un anno fa, e si è capito che era il candidato ufficiale del PD, si è anche capito come andava a finire.

Per le recenti elezioni del Presidente della regione, ho votato davvero Matteo Salvini, per sfottere gli amici preoccupati, tanto ero sicuro che tra Stefano Bonacini e Lucia Borgonzoni ci sarebbero stati almeno 10 punti di scarto. Ma davvero qualcuno pensa che il più longevo partito comunista d’Europa possa finire come per incantesimo?

Davvero qualcuno ha pensato che Lucia Borgonzoni potesse essere un’alternativa possibile?  Una che iniziava la sua campagna elettorale ossequiando il Buon Governo del PD?

Il mito del Buon Governo:

Cominciamo da qualche grande opera: la nuova stazione dedicata all’alta velocità. Chi la utilizza è impressionato dalla altezza/profondità dell’opera. Eppure, il livello percorribile dalle auto è talmente basso da impedire l’ingresso dei vigili del fuoco e da obbligarli a un presidio permanente.

L’idea della ciclabile riservata, contraria al senso unico di Via Carracci, è insensata (con la valigia sulla canna?) e ha impedito un percorso a due corsie. Via Carracci è soggetta a un traffico intenso e vien da ridere, perché i taxi o le auto in uscita dalla stazione vengono bloccate a ridosso del semaforo del Ponte di Galliera. Mentre non c’è alcuna rientranza di fronte all’ingresso per salire o scendere dalle auto.

La nuova stazione non è opera del Comune, ma certamente nulla è stato fatto senza il suo consenso.

L’idea di buon governo che anima da decenni i governanti di Bologna è che la soluzione al traffico cittadino consista nello scoraggiare con qualsiasi mezzo l’uso dell’automobile. Un capolavoro in questo senso è la sistemazione della piazza Medaglie d’oro, con il carosello delle auto di fronte all’ingresso principale della stazione ferroviaria.  E se qui, nonostante tutto, possono transitare auto, autobus e taxi, è solo perché il Buon governo non ci ha messo le mani.

Ricorderò qualcuna delle numerose soluzioni destinate a scoraggiare l’uso delle auto. Tra i tragitti a imbuto, il percorso che da Piazza dei Martiri conduce alla stazione è davvero esilarante: sempre più stretto e attraversato da passaggi pedonali conduce, prima a un parcheggio sempre pieno, poi a una strettoia per immettersi sui viali di circonvallazione a Porta Galliera.  Altrettanto stretto e accidentato è il loro attraversamento per le auto da via Indipendenza al Ponte di Galliera.

Certamente si tratta di un incrocio complesso. Ma perché, allora, complicarlo ulteriormente con l’idea assolutamente balzana di un tram, con costruzione di corsia riservata, da Corticella a Piazza dei Martiri? Solo perché sono arrivati i soldi da Roma si vogliono far lavorare le cooperative di riferimento?

Tra gli imbuti geniali mi piace sottolineare sui viali di circovallazione, in direzione nord sud, il passaggio da 3 a 2 corsie all’incrocio di Via San Vitale. Ma è una zona piena di sorprese. Chi proviene da Porta Santo Stefano, deve entrare in Via San Vitale, dopo aver sostato ai semafori: 1) Strada Maggiore, 2) Ospedale Sant’Orsola, 3) porta San Vitale, 4) arresto per svolta a U, 5) incrocio di Via Belmeloro, 6) Porta San Vitale. Totale: 9 minuti di sosta per l’unico ingresso al centro storico nel quadrante sud-est.

In direzione contraria, sempre all’incrocio di Via San Vitale, un’auto privata che voglia entrare, alla successiva Porta Zamboni, in via Irnerio, deve prima allontanarsi per Via Zanolini raggiungendo la ex Stazione della Ferrovia Veneta per poi riavvicinarsi attraverso la Via Malaguti.

La soluzione ha costretto, ovviamente, a deviare anche le auto che da Via San Donato intendono entrare in Via Irnerio. All’ultima rotonda di Via San Donato le si fa allontanare da Porta Zamboni verso Nord (verso Porta Mascarella) per riaccoglierle sui viali, in direzione opposta, centinaia di metri più a Nord.

Per essere più chiari e sintetici, le auto che dai viali potrebbero semplicemente voltare a sinistra per entrare nel centro storico a Porta San Vitale e a Porta Zamboni, debbono farlo da destra dopo un lungo giro, per un totale di un paio di chilometri.

Naturalmente, l’ampia Via Enrico Berlinguer che dalla rotonda di Via San Donato conduce alla Via Malaguti è riservata alla circolazione degli autobus. Questa strada ha una storia ragguardevole: ricavata dall’interramento dei binari della Stazione Veneta, hanno cominciato a costruirla da entrambi i lati. Sarà lunga al massimo trecento metri, eppure, a strada terminata e asfaltata c’era, a metà, un dislivello di 10 centimetri! Hanno rimediato? Macché, sempre per farci ridere, hanno lasciato il dislivello nell’asfalto, segnalando il salto con un pittura a scacchi per chi sale, ma invisibile per chi scende. Povero Berlinguer!

Non dico una parola su Via Irnerio, Via dei Mille e Via Marconi, un tempo grandi vie di scorrimento del traffico, oggi conciate per le feste.

Sicuramente lo scopo è stato raggiunto, senza per questo ridurre code e intasamenti. Meno auto, stesso caos.

elezioni comunali 2

(continua da elezioni comunali)

Ma da 5/10 anni a questa parte i bolognesi, almeno quelli sotto i 50/60 anni, hanno trovato una diversa soluzione: la moto, la bici, e infine il monopattino. 

La soluzione ha scoraggiato ancora di più gli automobilisti, perché ormai le moto sfrecciano a destra e sinistra di ogni vettura, senza qualsiasi rispetto per il codice della strada. D’altra parte, i semafori, tutti, durano 90 secondi (in compenso solo 3 secondi per il giallo). I motociclisti ne approfittano per portarsi avanti – come si dice oggi – scavalcando auto, taxi e segnaletica orizzontale.

Per di più sono diventati piuttosto aggressivi. Suonano il clacson all’impazzata, se ritengono che qualcuno rallenti la loro marcia a 50 all’ora attraverso il centro storico. D’altra parte, almeno da tre anni, le moto sono dotate di nuove marmitte o nuove cilindrate producendo un chiasso infernale, visto che l’inquinamento acustico è ignoto al legislatore italiano.

Ma a tutto c’è un compenso. Infatti le biciclette sono assolutamente silenziose (una volta esisteva il campanello) e il senso unico per loro non esiste: schizzano contro mano e sotto i portici come frecce, fanno lo slalom intorno ai pedoni sulle strisce pedonali, oppure, senza rallentare, le attraversano perpendicolarmente (ogni tanto ne muore qualcuno). Credo che, proprio tutti i ciclisti, ignorino il codice della strada che gli intima di fermarsi, quando il pedone attraversa sulle strisce.

Come ho già scritto in passato, Stefano Bonaccini ha una responsabilità particolare per questa situazione, e non solo a Bologna, ma in tutta Italia.

Il PD di Bonaccini che fa? Li adora tutti, ma soprattutto i motociclisti. Loro rappresentano la soluzione del traffico cittadino, e, dappertutto,  si sono moltiplicati i loro parcheggi a pettine, rubando spazio alle auto e persino ai pedoni.

Il centro storico il sabato e la domenica assomiglia ormai a Casoria nel giorno dello strusscio, patria del sindaco Virginio Merola. Happy hours, ristoratori improvvisati, dehors sono la soluzione alla disoccupazione giovanile, e soltanto le due ruote la consentono. Matteo Lepore, da parte sua, promette nuove piccole isole pedonali a macchia di leopardo qua e là, visto che non bastano i ristoranti aperti in mezzo alle strade o sotto i portici.

Ed ecco l’ultima trovata del PD. Provate a girare il centro storico e non troverete l’ombra di un vigile urbano. D’altra parte, è già imbarazzante (e forse anticostituzionale) che siano giovanotti assunti da TPER a fare le multe per divieto di sosta; non possono mica dargli una divisa per sostituirsi ai vigili. Chissà, col tempo forse.

Passiamo ora da una partecipata all’altra, e parliamo di Hera. Qui la grande opera da segnalare sono i nuovi strumenti per la raccolta dei rifiuti. Da molti anni per spiegare a qualche ospite come funziona Bologna, dicevo che è una città lacustre. Il lago non c’è, ma è il centro storico, (una volta dicevano che era il più grande d’Europa, oggi lo dice il PD di Torino) e quindi per attraversare la città si può solo girarci attorno, come se fosse Como o Lugano.

Hera, invece, immagina il centro storico come fosse una nave e l’ha riempita di stive sotterranee e boccaporti. Lo si poteva prevedere, dopo i fumaioli costruiti in Piazza Carducci.

Per essere brevi, le piazzole dedicate al vetro e all’organico sono un insulto permanente all’estetica, all’igiene, ad Archimede, all’intelligenza, e alla pazienza dei cittadini. In aggiunta, macchine mastodontiche per il loro faticoso svuotamento, opere di disinfezione, pedali di apertura che si rompono una settimana sì e una no. Ma, per la raccolta del vetronon funzionavano meglio le campane pre-esistenti? E, visto che è stato aggiunto un cassonetto per l’indifferenziata, tanto valeva proporre due cassonetti.

Per finire:

L’idea, comune a tutti i leader del PD, che, se a Bologna vincesse la destra, la democrazia sarebbe in pericolo in Italia, è l’ennesima speculazione sulla Resistenza. La più infame. Da Carlo Marx fino a Putin e Xi Jinping, passando per Lenin, Stalin e Mao Tse-tung, il comunista è stato sempre un partito autoritario e totalitario.

Sul fenomeno delle Sardine non mi ripeto. Ma a Mattia Santoro voglio dire: ammesso e non concesso che la tassa per chi possiede due auto sia una bella idea, sarebbe equa soltanto se fosse estesa a chi possiede un’auto e una moto.

In realtà le autonomie regionali, per i loro sistemi elettorali, la pletora di finti candidati, rappresentano una minaccia autoritaria. 

In proposito, vorrei ricordare che l’Italia ha avuto una Camera dei deputai ridotta a 400 eletti soltanto durante il fascismo, dal 1929 al 1943.  Prima ne aveva oltre 500, con una popolazione che non era neppure la metà dell’attuale. Eppure, il PD ha promosso e votato la nuova riforma delle camere.

Per finire davvero, propongo due riforme che costerebbero assai poco ai futuri sindaci:

Impedite le soste a ogni mezzo, pubblico o privato, almeno 30 metri prima delle strisce pedonali, con segnaletica orizzontale evidente e sanzioni ragguardevoli e veloci. Badate, è l’unico modo per rendere le strisce pedonali davvero sicure e funzionanti. Nei paesi civili, quando un pedone mette un piede sulle strisce, si fermano pure gli autotreni.

In Emilia come in Toscana, ma forse solo a Bologna e Pisa, a ogni crocevia vengono indicati con apposite targhe e pali di sostegno i nomi delle vie laterali. Ma quasi sempre manca il nome della strada che si sta percorrendo. Di solito è la strada principale. Ed è frustrante sia per l’automobilista che la sta percorrendo, sia per il povero ciclista o pedone che, venendo da una strada laterale, non può sapere se ha imboccato la via giusta.

Perlomeno a Roma, sono sicuro che i palazzi d’angolo tra due strade recano sempre sui muri una bella targa con entrambi i nomi delle strade. Una soluzione assai meno costosa.

LA REPUBBLICA DELLE BANANE 2

I giornalisti diversamente intelligenti e modesti de Il fatto quotidiano lanciano una campagna per una nuova legge elettorale e una raccolta di firme con un ottimo titolo: Ora i parlamentari vogliamo sceglierli noi.

Dove il noi sembra essere noi elettori, ma conoscendoli ormai da anni, significa noi de il fatto quotidiano.

Ma anche vuol dire guai a farli scegliere dai Partiti, con il che si ritorna alla vecchia solfa dell’antipolitica  e della vocazione manettara cara a Il fatto quotidiano. E si sa, l’unico partito che preferiscono è il movimento Cinque stelle, che nelle sue campagne elettorali considerava strame tutti gli altri partiti.

E, certamente, le liste bloccate sono uno schifo, i capi presenti in molte circoscrizioni, pure, ma guardiamo che cosa c’è toccato, come alternativa. Facciamo qualche nome? Di Maio, Fico, Gibba, Bonafede, e potrei continuare con gli altri esimi ministri, tutti scelti dal popolo, con un numero preferenze …. cinquecento ? novecento?

Ma non abbiamo un deputato, grazie a voi soprattutto, ogni 152.000 abitanti? E il deputato in una democrazia parlamentare, non sulla piattaforma  Rousseau, non li dovrebbe rappresentare tutti?

Non c’è cascato addosso, come piovuto dal cielo, Giuseppe Conte come presidente del consiglio con la sola preferenza, e reiterata, del comico Grillo? Un esempio di democrazia diretta, cioè diretta dal direttore.

E se andassimo alle urne senza dar retta a nessun partito, ma proprio nessuno, non possiamo esser sicuri che Giuseppe  Conte  sarebbe eletto con una valanga di voti , visto che il nostro servizio pubblico ce lo ha ammannito tutte le mattine e tutte le sere, di fronte e di profilo, immobile e nel suo quotidiano andirivieni nelle stanze di palazzo Ghigi?

  Oh, io una proposta ce l’avrei: alle prossime elezioni dovrebbe essere vietato a tutti gli attuali parlamentari di candidarsi, visto che tutti hanno votato una riduzione del numero dei deputati che non ha eguali in tutta Europa. Una eccezione la faremmo per la Bonino e i radicali, naturalmente.

Ma per essere seri, anche se la repubblica è la repubblica delle banane, con quali criteri Tizio, Caio, Sempronio dovrebbero scegliere il proprio candidato? E’ più facile scegliere Miss Italia o Miss Mondo!

Per la verità, di solito al mio seggio, leggo i nomi di tutte le liste e non conosco nessuno; ma poi penso a quelli che non ci sono e che conosco. Li vorrei votare? E perché?

Oppure potremo decidere: politici no, ma neppure magistrati, giornalisti, finanzieri, Ceo famosi, attori, EPPOI: neppure parenti di politici, magistrati, giornalisti, attori ……… oddio…e perché mai, come vogliono gli americani, gli influenzer? La quantità dei Like può essere un criterio ragionevole?

Vi lascio al vostro gioco scemo, quindi,….e non sottoscrivo.

Tanto litigheranno fino a fine legislatura e, una volta di più, le regole delle prossime elezioni saranno quelle dettate dall’attuale coalizione. Una prassi che piace tanto alla sinistra!

Referendum: un’appendice

In merito all’imminente referendum confermativo i membri della corte costituzionale, – quali e quanti non ci è concesso sapere, ma sicuramente la maggioranza – hanno dimostrato una volta di più che considerano Gesù una brava persona, ma hanno ben altra stima per Ponzio Pilato. D’altra parte, il direttore del Fatto quotidiano, Travaglio, persona diversamente intelligente che predilige argomenti diversamente logici, ha accusato i giornalisti di Repubblica di essere dei voltagabbana, schierandosi per il no al referendum. In realtà l’ex direttore Ezio Mauro esprimeva in un articolo molti dubbi e perplessità sulla riduzione del numero dei parlamentari. La considerava tuttavia giustificata per una duplice situazione: l’unione europea da un lato e le regioni dall’altro hanno acquisito un ruolo molto più ampio nella produzione di leggi rispetto al parlamento nazionale.

Tuttavia, è proprio su questa premessa che mi sembra il caso di dissentire. In regioni con consigli regionali di 40-60 consiglieri in pratica è il governatore che fa le leggi. Altrettanto ristretto è l’organo che governa l’Europa e fa le leggi. Si aggiunga che nel parlamento italiano le leggi che giungono a discussione sono tutte direttamente proposte dal governo, cioè dall’esecutivo. Infine, si consideri, come si è detto, l’abuso di potere che sulla base dell’emergenza sanitaria ci ha riempiti di decreti del presidente del consiglio, di decreti legge approvati con voto di fiducia. In sostanza il parlamento, e in particolare la camera dei deputati, non solo ha perso la funzione legislatrice, ma anche il potere di controllo e di rettifica e persino di contrasto di leggi più o meno ispirate da involuzione autoritaria.  

E’ così difficile capire che chi governa tende a produrre leggi e regole che tendono a conservare il proprio potere, a favorire gli interessi dei partiti o dei singoli che lo compongono?

Sono tutte premesse che semmai suggerirebbero l’aumento dei deputati. In una repubblica con 400 deputati, di cui duecento dieci/duecento cinquanta riservati alla maggioranza (di cui 50 ministri o sottosegretari) restano 150 eroici deputati a contrastare la deriva autoritaria attuale e potenziale. La riduzione di un terzo delle due camere è proprio ispirato a questo disegno malvagio. Guardate la Polonia (38 milioni di abitanti) che ha subito mezzo secolo di regime comunista: adesso ha 460 deputati e 100 senatori, una proporzione simile alla Germania.

Da notare che l’unico referendum confermativo che ha avuto successo è quello sul titolo v, sulla devoluzione di molti poteri e ambiti legislativi dallo stato centrale alle regioni. Approvato con una partecipazione al voto di un terzo soltanto degli italiani. Se la costituzione propone il referendum popolare, quando non si raggiunge la maggioranza dei due terzi in entrambe le camere, l’aver permesso la mancanza di un quorum per il referendum confermativo dimostra solo che anche i padri fondatori sono stati un po’ ingenui, forse sull’onda di fiducia che il popolo sarebbe corso alle urne come nel 1946. Anzi un bel po’.

Qualche storico decente sostiene che fascismo e nazismo sono fenomeni marginali nella vita democratica odierna dell’Europa. Questo non ci salva assolutamente da peggiori involuzioni autoritarie prodotte dalla globalizzazione e dalla rete informatica. La prima costituisce enormi potentati economici capaci di contrastare qualsiasi stato nazionale. Quanto alla seconda, finché i criteri di diffusione e selezione dell’informazione sono quelli adottati da Google, Facebook, Instagram, Twitter, e persino dalla meritocrazia accademica delle Università americane, il futuro democratico di quei paesi che non conoscono ancora la dittatura comunista è assolutamente incerto. Istituzioni autenticamente democratiche non possono trovare consenso con i metodi con cui si raccomanda e si promuove, che so, la cucina vegana. o con cui le star della canzone si conquistano il successo.

Nessuno ci ha spiegato perché solo 400 deputati, perché uno su 150 mila abitanti! Senza riscontro in alcuna nazione europea. Imbonitori come il direttore del Foglio Claudio Cerasa, fin da bambino targato PD, ripete esattamente l’imbroglio di Conte e dice che sarà l’occasione per snellire i lavori del parlamento. Fa finta di ignorare che non sono mai stati tanto snelliti come oggi. Non c’è schifezza di decreto legge che non venga approvato con la fiducia, l’ultimo ieri…. Del resto anche la Confindustria non vede l’ora di snellire le aziende per produrre meglio e di più.

Bologna: culla della democrazia e del buon governo: Lunedì 7 settembre, la stagione culturale verrà inaugurata nella sala più importante della città, l’Archiginnasio, con la presentazione del libro dell’assessore alla sanità e la partecipazione di Bonacini. Una bella testimonianza di quanto sia libera, aperta, di spessore europeo la democrazia bolognese, perché di coronavirus si è parlato e si parlerà per mesi e anni ancora, mentre uno straccio di dibattito vero sul referendum che avverrà tra 15 giorni…. Per carità vogliamo forse che la gente vada a votare? Città metropolitana, o provinciale?