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Punti Fermi 9 parte I

Critiche al Disegno di Legge Zan

Tornando alle lancette dell’orologio, ma davvero padre, madre e figli, quella che Marta De Vivo chiama la famiglia tradizionale è una idea del passato, un concentrato di pregiudizi, luoghi comuni e stereotipi di genere da lasciarci alle spalle?

Guardandomi attorno, mentre mio nipote cresceva, ero circondato da tantissime coppie eterosessuali, padri o madri a riprenderli al Nido, alla Scuola materna, alla Primaria. E i nonni? anche tanti nonni. Magari tutti un po’ più anziani, nonni e genitori, di quando era giovane io, ma non vorrei che qualche imbecille – è già successo – venga a dire che soffriamo di nostalgia e per questo ci piace la Meloni.

Al contrario, non avrò la visione globale che raccomanda Marta De Meo, ma forse una visione più ampia. Grazie a Netflix, non certo ai social, ho conosciuto, tra l’altro, un mondo per me nuovo, quello dell’estremo oriente e, tra tutti, quello preferito, il mondo coreano. E non mi pare che laggiù non ci siano tantissime coppie eterosessuali e che le famiglie non contemplino padre, madre e figli. Semmai i nonni contano molto di più, nel bene e nel male, perché è un mondo in cui c’è un grande rispetto per il prossimo, ancora maggiore per chi è più anziano, un vincolo forte con i genitori, che confina con il sentimento religioso verso gli antennati.

Poi c’è il mondo anglosassone – starei per dire l’opposto – in cui il rapporto familiare si conclude a 18 anni, dopodiché figli, genitori, nonni avanzano nella vita ciascuno per conto suo. In America assai più che in Inghilterra, perché le enormi distanze e la crescente mobilità lavorativa riducono i rapporti familiari a un cerimoniale buono per mangiare il tacchino farcito o festeggiare il Capodanno.

È in questo mondo speciale, e specifico, che è sbocciata la concezione fluida della sessualità e dell’identità di genere. In che modo? Mediante il Movimento gay del 1968 e il Movimento femminista.

Chiariamo subito un equivoco: nessuno ormai si oppone alla dignità e alla parità di diritti degli omosessuali. Il gay pride, che si celebra ogni anno, è la ricorrenza e la festa che ha surclassato qualsiasi altra festa, religiosa o civile, in tutte le democrazie occidentali. Non vi si oppone di certo la destra dei Fratelli di Italia.

I problemi nascono piuttosto con un certo tipo di attivismo nella rivendicazione dei diritti. Quanti deplorano il tono aggressivo del comizio di Giorgia Meloni, dovrebbero riflettere sulla ostentata prepotenza del movimento o comunità LGBT, già presente e florida in tante regioni italiane. Un attivismo nella rivendicazione dei diritti totalmente ricalcato sul modello americano: si va in piazza a protestare con i cartelli, se qualcuno si azzarda ad avere una idea diversa da quella che ha già conquistato le teste di tutti, lo si sbeffeggia o ci si atteggia a vittime.

Con queste premesse, affronterò il Decreto legislativo ZAN:

Art. 1. (Definizioni) 1. Ai fini della presente legge: a) per sesso si intende il sesso biologico o anagrafico; b) per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso; c) per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; d) per identità di genere si intende l’i­dentificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione.

In apparenza, come accade in molte leggi, si definisce il significato di termini tecnici presenti negli articoli di legge,

In realtà la definizione a) su che cosa si intende per sesso è strettamente connessa con la definizione c) sull’orientamento sessuale: Si può essere attratti o dallo stesso sesso o dal sesso opposto o da entrambi (tralascio l’attrazione affettiva, non si pensi però che i nonni siano pedofili)

Quindi ci sono solo due sessi biologici, caratterizzati dalla presenza di organi sessuali maschili o femminili (ed eventuali altri caratteri somatici) oppure dal nome o da documenti legali. Ma non basta: b) Si dà il caso che essere maschio o femmina genera aspettative sociali. Per esempio, nell’antico Egitto la donna orinava in piedi e l’uomo accovacciato (Erodoto).

A sua volta, il significato di genere proposto in b) non si intende senza la definizione di identità di genere proposta in d). Inoltre, quanto si sostiene in d) conferisce senso all’intero articolo 1: esiste una identità di genere; questa identità viene innanzitutto percepita dentro di sé rispetto al genere; qui genere significa maschile o femminile e questa è la principale ambiguità del termine genere il cui carattere maschile o femminile diventa antagonista al carattere maschile o femminile espresso dal sesso. Inoltre, questa identità può essere manifestata esternamente e allora può essere conforme o contrastante alla identità sessuale. L’inciso ‘indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione’ non è affatto spiegato, La transizione è il passaggio dal genere maschile a quello femminile, o viceversa, che di solito comporta un lungo periodo di trasformazione di sé, di solito compiuto con il sostegno e l’aiuto di psicologi, terapie ormonali, interventi chirurgici.

Innanzitutto, dire che quanto qui si sostiene abbia valore soltanto, come recita  Zan, ai fini della presente legge, come pretende qualcuno, è ridicolo, o, se volete, un insulto all’intelligenza e non solo, perché gli articoli successivi propongono modifiche di numerosi articoli o commi del codice penale e del codice di procedura penale.

Nel suo complesso, dunque, l’articolo afferma la superiorità dell’identità di genere rispetto all’identità di sesso e la necessità che la prima venga accettata, anche quando contrasta con l’identità sessuale. Questa è la sostanza teorica dell’articolo 1 e questo io pensavo che si intendesse per teoria del genere.

Punti Fermi 9 parte iii

Critiche al disegno di legge ZAN

Vale la pena dunque di sottolineare subito la nuova formula ricorrente negli articoli 7, 8, 9, e 10  del ddl Zan: discriminazioni per motivi fondati sull’orientamento sessuale e sull’identità del genere.  Con qualche lievissima variante la formula ricorre otto volte.

Comincerò dagli articoli 8 e 9 che documentano l’incredibile entrismo della comunità LGBT. L’articolo 8, aggiungendo la formula, modifica un decreto legislativo attuativo del 2003, cioè un decreto che fornisce assistenza o richiede iniziative per garantire il successo di una legge. In questo caso istituisce presso il Consiglio dei Ministri un Ufficio volto a raggiungere nel lavoro la ‘parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza, dall’origine etnica e tra uomo e donna’. Ora, per intenderci, un caporale del meridione cercherà di pagare di meno uno straniero e una donna, ma non vedo come potrebbe risparmiare in base all’orientamento sessuale del lavoratore, ammesso che lo conosca. Quel che importa è che qualche attivista LGBT possa entrare in un Ufficio del Consiglio dei Ministri.

 L’articolo 9 modifica alcuni dettagli alla legge del 2020 che concerne, tra l’altro, la costruzione di case-rifugio o l’assistenza nei centri antiviolenza che accolgono le vittime di reati sessuali. Quindi già del 2020 erano previsti reati fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere. Non è difficile, del resto trovare riscontro della particolare attenzione dedicata dalla Comunità LGBT alla costruzione delle case e alla assistenza offerta dai centri antiviolenza.

Di fondamentale importanza è l’articolo 7 diviso in 3 punti. Il punto 2 è irrilevante.

Il punto 3 propone cerimonie e incontri per realizzare le finalità del punto 1 e rinvia ad altre due leggi.

E’ interessante confrontare la formula ricorrente negli articoli 7-10 con le formule precedenti: legge 2013 n.119 violenza contro le donne e discriminazioni di genere, legge 2015 n. 107: prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni. Dunque da una legge sulla violenza contro tutte le donne a una violenza ristretta alla comunità LGBT.

D’altra parte è proprio quanto è previsto dalla legge 2013 sulla sensibilizzazione della scuola di ogni grado a partire dalla scuola di infanzia circa la violenza contro le donne, e ora contro la comunità omosessuale, a scatenare le ben note reazioni su cui non intendo soffermarmi.

Ma il punto peggiore è il punto 1 che merita la citazione:

(Istituzione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia) 1. La Repubblica riconosce il giorno 17 maggio quale Giornata nazionale contro l’o­mofobia, la lesbofobia, la bifobia e la tran­sfobia, al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché di contra­stare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità so­ciale sanciti dalla Costituzione.

Ci sono più giornate dedicate a qualcosa  in Italia rispetto ai 365 giorni dell’anno solare, non è questo il problema. La pretesa inaccettabile è il riconoscimento da parte della Repubblica di 4 nuovi e distinti reati: contro gli omosessuali maschi, le omosessuali femmine, i bisessuali, i trans-sessuali, ossia il riconoscimento istituzionale e giuridico, senza neppure nominarla, della comunità o movimento LGBT.

Per quale fine? promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione, solita retorica del political correct, subito contraddetta dalla volontà di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dalla teoria inesistente che subordina il genere biologico al genere sentito o desiderato. I pregiudizi, sono i luoghi comuni o stereotipi di genere , di chi pensa, per esempio, che gli umani si distinguono in base al sesso biologico.

Questo riconoscimento della comunità LGBT non richiede, regolamenti, persone. La Repubblica riconosce il Corpo dei pompieri, o la Guardia di finanza, o le Cooperative. Ma non mi risulta, per esempio, che Lotta continua o Potere operaio abbiano mai preteso un riconoscimento da parte della Repubblica Italiana.

In conclusione il disegno di legge ZAN è da respingere.

Il primo motivo è che sarebbe la prima volta in cui una teoria qualsivoglia, scientifica o meno, diventerebbe una verità certificata dalla legge. Per esempio, ci sono regole dettagliate sulla costruzione dei ponteggi per il restauro di tetti o facciate. Tutte hanno come fondamento la teoria della gravità, ma la Gravità, oppure la Teoria della Relatività, o, ancora, il Darvinismo non sono mai stati certificati o garantiti come verità da una legge di Stato, italiano o straniero.

Il secondo motivo, altrettanto  e probabilmente più importante, è che lo scopo principale del ddl Zan è quello di accreditare il movimento LGBT  e i suoi  attivisti  in modo da ampliare la sua sfera di influenza e di condizionamento del governo e dell’amministrazione dello Stato italiano.

Tra l’altro, come spiegherò dopo, la comunità  LGBT, grazie al riconoscimento istituzionale, potrebbe tendere ad escludere qualsiasi altro soggetto  a occuparsi dei diritti omosessuali. Infine, perché una giornata dedicata, quando ormai un fine settimana di giugno è dedicato al Gay pride in tutto l’Occidente?

Leggi, Regole e Ricatti

Giorni fa nella rubrica quante storie di Rai3 a ora di pranzo è stato presentato un libro di Gherardo Colombo, Sulle regole. Gherardo Colombo, uno dei magnifici Tre nella stagione di mani pulite, è per Davigo una sorta di traditore e per Travaglio un convertito, visto che la sua principale occupazione è fare conferenze nelle scuole sulla costituzione e sul rispetto delle leggi.

Non ho seguito la trasmissione, ma ne ho colto alcuni spezzoni. Colombo ha detto tra l’altro: il Presidente della Repubblica è obbligato a firmare le leggi. Non è esatto, l’art. 74 della costituzione, salvo che l’abbiano cambiano nel frattempo, permette al Presidente di rinviare una legge alle camere con debita motivazione, anche se lo obbliga a firmare nel caso che la camera gliela ripresenti. Ed è giusto che sia così in una repubblica parlamentare. Pensiamo però, per esempio, se avesse rinviato alle camere il decreto semplificazioni che lo aveva tanto irritato. La camera avrebbe potuto rinviargli la legge, ma fuori tempo massimo. Il decreto sarebbe decaduto!

Ed è qui che possiamo cominciare a parlare di leggi, regole e ricatti. Perché il decreto-legge deve essere convertito in legge entro 60 giorni, ma nessuno obbliga Governo e Parlamento a inviarlo il 59° o 60° giorno, a meno che non intenda obbligare il Presidente della Repubblica a firmare immediatamente. Ecco il primo ricatto, un ricatto non da poco, visto che coinvolge Governo, Parlamento e Presidente della Repubblica.

Il nostro Presidente della Repubblica ama citare ad esempio comportamenti eroici e generosi, ultimamente quello di quattro bimbi che hanno soccorso un bambino sul punto di annegare. Molto bene, ma sarebbe bello trovare qualche comportamento eroico nelle alte sfere. Sarebbe stato eroico rinviare alle camere il deplorevole decreto semplificazioni.

Sarebbe stato eroico esprimere il proprio parere sulla riduzione del numero dei parlamentari; sarebbe eroico opporsi al ricorso alla fiducia ogni volta che il Governo vuole fare approvare una sua legge. Ecco che abbiamo incontrato un’altra specie di ricatto da parte del Governo.

C’è poi il Decreto Mille proroghe che si presenta l’ultimo giorno dell’anno, perché annienta il potere della opposizione. E siamo a tre specie di ricatti, tutte perpetrati dal potere esecutivo.

Scusandosi del ruolo assunto di avvocato del diavolo, il conduttore di Quante storie, a Colombo che raccomandava il pagamento delle tasse, ricordava che molte volte l’Agenzia delle Entrate è in difetto verso il contribuente. ‘Ma sa, commentava il dott. Colombo, c’è tanta evasione fiscale in giro’! Eh no, dott. Colombo, questo non giustifica assolutamente le angherie dell’Agenzia delle entrate verso i contribuenti onesti, lei sta raccomandando un ricatto, e non mi meraviglio affatto, visto che i magistrati ricorrono a certe armi di persuasione.

Ma non ci sono solo grossi ricatti commessi dai grandi e potenti. La polizia municipale, stradale, o statale, attende l’ultimo giorno utile (su 90 e più) per inviare gli avvisi di contravvenzione, di modo che o si paga subito usufruendo dello sconto o si deve l’importo intero della contravvenzione. Nuovo ricatto.

Naturalmente si può fare ricorso al prefetto. Ma se si perde si paga doppio. Perché mai, di grazia? se si ricorre è perché c’è un legittimo dubbio! No – obietterebbero i mal pensanti – così tutti farebbero ricorso (notare che i malpensanti sono tutti inclini alla frode).

Ma quale vantaggio sarebbe attendere di pagare qualche mese, in un paese in cui le banche non offrono una lira di interesse per i depositi dei clienti? E comunque perché proprio il doppio? Ogni ricorso in Italia è una puntata alla roulette: una probabilità di vincere contro due del banco. In qualsiasi paese sarebbe illegale: ecco un nuovo ricatto.

Ma c’è di più: L’attesa di tre mesi per contestare una contravvenzione, può obbligarvi a pagare anche 90 multe, quando una regola può trasformare in reato un diritto. Ed è notizia di oggi che i cervelloni del Cnen propongono di usare la posta certificata per consegnare le contravvenzioni. Al solito, meglio metter fretta ai cittadini, che alle autorità che li ricattano!

Un preludio, questo articolo, ad altre e più raffinate specie di ricatto.

Della serie la sinistra è sinistra e non è una tautologia

Nel caos forsennato di dichiarazioni di esperti di qualsiasi cosa di tutto il mondo più o meno collegati all’emergenza coronavirus avevo deciso di abbandonare la scrittura di articoli.

Tuttavia è capitata una questione interessante in uno degli argomenti che più mi sta a cuore: il sistema giudiziario degli Stati, il linguaggio giuridico, l’organizzazione della giustizia, l’indipendenza dei poteri, la titolarità dei diritti, ecc.

Partirò con una domanda: si può sanzionare con una multa o con multe a raffica l’esercizio di un diritto, un diritto che qualsiasi organo pubblico di governo non può rifiutare?

Il buon senso direbbe di no, l’educazione democratica direbbe di no. Eppure è successo nella città di Bologna e può succedere a tutti, nella città che ha visto le sardine in gran numero cantare ‘Bella Ciao’ durante la campagna elettorale di novembre, dicembre e gennaio scorso per sostenere la candidatura di Bonacini al governo della regione.

La questione è semplice. Io risiedo nella ZTL (zona a traffico limitato) da almeno 35 anni in abitazione di proprietà, con auto di proprietà e né la Regione Emilia-Romagna né il Comune di Bologna mi possono impedire di circolare con la mia vettura per entrare e uscire dalla ZTL. In tempi normali si intende, a prescindere della emergenza Coronavirus.

Eppure mi è pervenuta una multa che ho pagato dopo due giorni, ma mi è arrivato subito l’avviso di  un’altra e non so quante altre ne arriveranno, mentre sono confinato in casa.

Il motivo? Perché per esercitare un sacrosanto diritto occorre un contrassegno, una volta rinnovato di anno in anno; invece, da almeno 10, 12, 15 anni (chi lo sa?), bastava una vetrofania con scadenza ‘a fine requisiti’ (tutt’ora esposta sulla mia auto). Adesso il contrassegno è eliminato, come per il bollo della tassa di proprietà o il bollo dell’assicurazione. Ma, attenzione: è stato inventato il contrassegno virtuale ed è necessario. Grazie a Iperbole, ve lo procurate in cinque minuti e nessuno può impedirvelo, a patto di avere residenza, auto di proprietà e patente.

Ma allora perché tante multe per il sottoscritto? Semplice: il contrassegno è stato tanti tanti anni fa consegnato al proprietario dell’auto (ora mia con la stessa targa), mia moglie. Questo impediva di circolare al coniuge e altri familiari anche da soli? Niente affatto.

Badate.  Mia moglie è morta nel 2012. Era gravemente malata e io avevo avuto anche il contrassegno per handicap come accompagnatore. Non appena ricevuto il certificato di morte un avviso perentorio e immediato mi ha subito condotto a restituire il contrassegno dell’handicap. Nessuno mi ha avvisato che avrei dovuto richiedere un nuovo contrassegno ztl, per aver cambiato proprietà e assicurazione quando mia moglie si era aggravata.

L’on. Bersani, manco fosse una lavandaia d’altri tempi, sfoggiava quando era leader lenzuolate di liberalismo. Per esempio, il provvedimento grazie al quale le sue figlie dal primo giorno di patente godevano della classifica di merito paterna per l’assicurazione civile (ottima visto che il padre non guidava mai). Di Maio, peraltro, ha proposto che tutti i familiari godano della classifica di merito del più virtuoso. Insomma il merito, che è strettamente personale, si estende ai componenti della famiglia, i diritti del singolo richiedono appositi permessi.

Sono stato all’ufficio Tper  (via san Donato 25) senza altro esito che il consiglio di rivolgermi al giudice di pace lì a fianco. Sono stato al comando della polizia locale (via Ferrari 42) che riceveva solo per appuntamento, ma era ancora chiuso. L’appuntamento richiesto per telefono mi è stato negato. ‘Doveva iscrivere l’auto a Tper’.

Une sciocchezza perché Tper è nata il 1° febbraio 2012 e la mobilità sostenibile gli è stata affidata per appalto solo nel 2014. Quale era la regola prima? Non è dato sapere.

Tper ostenta Trasparenza in ogni sito. Verifichiamola.

Nel 2012 ha sostituito la ATC, l’azienda del traporti comunali di Bologna. E’ un’azienda, recitano i siti, a totale partecipazione pubblica. Partecipazione azionaria: 46% regione Emilia Romagna, 31% Comune di Bologna , 11% Citta metropolitana di Bologna (recente invenzione di lawmakers di sinistra – uso la dizione americana ‘fabbricanti di leggi’ molto meno asettica per sostituire il termine legislatore caro ai nostri giuristi e magistrati ). Insomma parole altisonanti per assicurare che il governo dell’azienda è per   il 95% nelle mani del PD ex ex ex PCI bolognese e lo rimarrebbe anche se per avventura il PD—ex ex ex Pci perdesse il sindaco. Naturalmente c’è un bel numero di altre partecipazioni e successive acquisizioni di società di trasporti sempre nella zona più orientale della Regione, tra cui 13 partecipazioni in società non nominate, tutte insignificanti dal punto di vista decisionale .

Nel 2014 come ho detto, la Regione ha affidato la mobilità locale (evidentemente prima affidata alla polizia locale o municipale) a Tper, si dice per appalto.    Che mese? Il nuovo sistema di rilevamento informatico è omologato dal dipartimento delle infrastrutture e dei trasporti nel luglio 2014, (allora affidato al ministro Maurizio Lupi di Nuova forza italia, come compenso elettorale da parte di Renzi,  per poi sottrarglielo nel 15 e darlo al PD Del Rio) Ora io pensavo che gli appalti richiedessero gare di appalto, e andassero  rinnovati. Ma evidentemente ci sono tipologie diverse e sarebbe interessante sapere quali lawmakers e quando, quale partito regnante, è stato inventato questo appalto senza scadenza. Che costituisca una innovazione di dubbia legalità è esplicito, visto che le sanzioni per violazione sono a carico della polizia locale. Tper però gestisce le telecamere automatiche che registrano la circolazione (gestisce forse anche la taratura e il controllo), stabilisce modalità e tipologia dei permessi, di cui per altro possiede la titolarità, annovera tra i suoi 2500 dipendenti i giovanotti che segnalano le violazioni, spesso sbagliando, un compito che normalmente spetta ai cosiddetti vigili urbani. Evidentemente la nuova legalità lo consente.

E’ interessante però il risultato. Si tratta come un privilegio invece che un diritto la mobilità con automobile dei residenti. Qualcuno potrebbe obiettare, ma non è un diritto, il comune potrebbe vietare la circolazione privata nella ZTL. Si, e qualcuno potrebbe fare la rivoluzione… Per dire, sarebbe ignorare che Bologna se non vanta il più grande centro storico d’Europa (lo vantava eccome, ma poi s’è messa in mezzo Torino) sicuramente vanta il-più-grande-numero-di-parcheggi-privati (e spesso molto sotterranei)-nel-centro-storico d’Europa e forse del mondo e nessuno si martella le dita da solo, sia di destra o di sinistra, maschio o femmina, laico o prete.

Per converso, nell’ansia di recupero del voto giovanile, i titolari di ogni genere di veicolo a due ruote, residenti o non residenti, italiani o stranieri, possono liberamente (e selvaggiamente) circolare e sostare nel centro storico. Non solo, ma in base a una legge italiana, possono circolare nelle corsie preferenziali del servizio pubblico. Quanto alle biciclette (e ai monopattini) è pia aspirazione della sinistra, mascherata sotto il pretesto dell’ecologia sostenibile, di garantire per legge ogni violazione attualmente tollerata.

Aggiungete il costume – sicuramente autorizzato e raccomandato dal Comune o dalla Regione, di inviare le multe l’ultimo giorno utile cioè il 90° – e si può capire che io dovrò versare 75,10 x 90 = 6759 euro al comune a patto di fare versamenti quasi quotidiani, altrimenti 9000 euro. Viva però il coronavirus che mi ha impedito l’uso dell’auto quasi subito e riuscirò a cavarmela con 540 euro per 7 violazioni!

Burocrazia kafkiana?  No, francamente non accetto eufemismi.  Estorsione con metodo mafioso? Forse. Ma non è questo il punto. Il punto è che questi gerarchi sono di sinistra e la sinistra è sinistra, tanto più che, al bisogno, canta Bella ciao e non si vergogna di usare i morti dei 20 mesi 43—45 come capitale umano da 75 anni. Il comunismo sovietico non è durato tanto!

Avvertenza:

questo articolo l’ho scritto molto tempo fa. Pagata la settima e ultima multa lo pubblico. Nel frattempo  ho accertato che le multe sono fioccate a partire dal giorno dopo l’elezione di Bonacini a presidente della regione. Inoltre, recandomi più volte in posta per ritirare gli avvisi giudiziari, gli impiegati hanno confermato che queste multe per mancanza di contrassegno virtuale non riguardavano solo me, ma numerosi abitanti del centro storico.

Nel contrassegno ancora presente sulla mia auto, come su molte altre, c’è scritto sul retro: valido finché sussistono le seguenti condizioni, residenza nel centro storico, patente, possesso dell’auto. Come minimo il comune o la regione avrebbero dovuto avvertirci di compilare on line il nuovo contrassegno.

Quanto alla trasparenza. Come la concepisco io, dovrebbe riguardare i cittadini. Con la vecchia vetrofania potevo verificare chi sostava o circolava senza diritto. Adesso lo sanno solo i dirigenti dell’amministrazione.

Non mi meraviglio, per esempio, che da qualche tempo la Piazza del Francia adiacente a Piazza Minghetti sia piena di macchine in sosta, senza la benché minima traccia di segnaletica blu, bianca o gialla che lo consenta.

Da qualche giorno ho appreso un’affermazione di Ennio Flaiano che mi era ignota: ‘ci sono due categorie di fascisti, i fascisti e gli anti-fascisti’. Non so in quale occasione l’abbia pronunciata, ma certamente oggi è senz’altro una buona occasione per accreditarla: la stessa prepotenza, la stessa arroganza. O forse una situazione che non è mai venuta meno e spiegherebbe tanto della nostra storia.

PS: 290 290 290 è il numero unico dei tanti uffici Tper. L’avete mai provato?