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Una puntata insolitamente interessante

Più volte ho ricordato, polemicamente, che l’Italia sembra essere più che una repubblica fondata sul lavoro, una repubblica fondata sui morti ammazzati.

E può darsi che prima o poi mi decida a proporre un articolo brutale, e persino crudele, dedicato esclusivamente alla raccapricciante speculazione che la propaganda politica compie sul numero e le modalità delle morti almeno da settanta anni  nel nostro paese.

La Rai è oggi impegnata a celebrare il 40° anniversario del terremoto dell’Irpinia, il terremoto più grande riscontrato in Italia negli ultimi 120 anni, dal tempo del terremoto di Messina, per numero di morti, quasi 3 mila, numero dei feriti oltre 8mila, numero delle case distrutte oltre 250mila.

Molto opportunamente Paolo Mieli ha voluto dedicare la puntata odierna della sua rubrica quotidiana ‘Passato e Presente’ al terremoto dell’Irpinia.  E la puntata si è rivelata tra le migliori che Paolo Mieli ci ha proposto su argomenti affrontati dal punto di vista storico sul passato recente.

Osservo che non sempre le puntate mi sono sembrate felici proprio sugli argomenti più recenti. Ci sono anche lacune sorprendenti. Che io ricordi, non una sola puntata è stata dedicata alla rivoluzione francese in un periodo in cui in Italia si è approvata con referendum la riduzione del numero dei parlamentari e si sta discutendo alla camera la riforma del parlamento.

Il merito principale della puntata odierna va allo storico interpellato  Giovanni De Luna, il quale ha esordito con due fondamentali osservazioni: la prima, che proprio nelle grandi catastrofi si rivela il carattere e la condizione politica di un paese, la seconda, che ogni terremoto italiano ha avuto una propria storia specifica.

Da questo punto di vista il terremoto dell’Irpinia ha rivelato innanzitutto l’estrema povertà, insieme alla grande solidarietà della sua popolazione.

La prospettiva è subito servita a contraddire un luogo comune proposto da Paolo Mieli, e cioè che lo Stato italiano sia sempre più sollecito a intervenire nel settentrione, come era accaduto nel terremoto del Friuli, che nel meridione.

In proposito, alcuni aspetti sono stati appena sfiorati o suggeriti dalle immagini: la posizione assolutamente impervia del paese, la fragilità delle sue strutture edilizie, la mancanza di vie di comunicazioni che in parte spiegano la differente situazione.

L’intervento di Sandro Pertini nelle zone terremotate, il suo duro attacco alla maggioranza politica che in dieci anni dalla costituzione della Protezione civile non aveva fatto nulla per renderla operativa  sono stati ricordati.

Ma si è detto anche che si deve a Pertini il cambiamento di ruolo e di importanza della Presidenza della Repubblica in Italia. In quella circostanza non mancò di assestare un duro colpo alla democrazia cristiana, di cui anche Enrico Berlinguer cercò di trarre profitto.

Mieli ha osservato che vennero aperte 137 inchieste da parte della magistratura, da cui peraltro nel  2002 tutti uscirono assolti, colpa della prescrizione secondo Mieli, mai della magistratura. Ha difeso però il povero Ciriaco De Mita attaccato da destra e da sinistra, essendo il principale boss democristiano dell’Irpinia.

Paolo Mieli ha ricordato che Oscar Luigi Scalfaro aveva organizzato e presieduto la commissione parlamentare sugli scandali derivati dal terremoto, ma non ha sottolineato abbastanza che quella funzione gli valse la presidenza della Repubblica, sia pure grazie anche al supporto ricevuto da Marco Pannella (il quale si è scusato per le ingiuste accuse mosse al Presidente Giovanni Leone, ma mai si è scusato per il secondo abbaglio).

Giovanni De Luna ha anche insistito sull’entità dei miliardi (30 o 50) dedicati alla ricostruzione, sottolineando tuttavia, da un lato, che in nessun modo si era provveduto a dotare la zona di strutture industriali capaci di fornire sostentamento alle popolazioni rimaste, dall’altro, che la zona beneficiata si era enormemente allargata fino a comprendere non  solo il salernitano ma anche l’intera Napoli.

E’ proprio da questi interventi assistenziali che si è avvantaggiata e rafforzata la camorra, dopo essere enormemente cresciuta, al pari di Mafia, Ndrangheta, ecc., negli anni sessanta e settanta del boom edilizio italiano.

Una piccola testimonianza in proposito: anche il Vomero negli anni sessanta e settanta ha subito un enorme sviluppo edilizio.  Fino al 1980 tuttavia dominavano ancora intonaci scrostati dei vecchi edifici, crepe e degrado nelle nuove costruzioni. Dopo il terremoto dell’Irpinia il suo patrimonio edilizio si è completamente rinnovato.

Per tornare alla premessa di questo articolo cito una dichiarazione del 19 novembre: “O i Benetton se ne vanno o va revocata subito la concessione. Se ne discuta nel prossimo consiglio dei ministri”. “Il governo ha una responsabilità davanti ai cittadini. Il Movimento 5 stelle ha preso degli impegni con le famiglie delle vittime del Ponte Morandi e li vuole rispettare”.

Qualunque sia la responsabilità della famiglia Benetton e della concessionaria autostrade, trovo grottesca questa dichiarazione del ministro degli esteri Luigi Di Maio, questo modo di fare politica, e condivido tutto  il disagio che ha dimostrato di recente il Presidente della Campania, Enzo De Luca, nei confronti di questo ‘ducetto’.

Netflix 3

NETFLIX 3

1 Tra le serie americane ricordate in Netflix 2 ho dimenticato di segnalare Sex Education (2 stagioni) ed è un peccato, perché è molto divertente.

Può capitare che, tra liceali, nel difficile approccio sereno e ragionevole alle relazioni amorose, lo studente più inibito, diciamo pure terrorizzato dalle proprie pulsioni sessuali, possa diventare il confidente di compagni e compagne, con tanto successo da fornire consigli a pagamento?

Certo che no! Ma capita in questa serie in modo esilarante, a spese della psicologia, degli psicologi e di tutti i consiglieri scolastici dei licei americani.

2 Penso che i sudcoreani stiano diventando veramente bravi nel vasto campo delle arti visive. Ho visto da poco un film che si chiama in inglese Seoul Searching. Dal tempo della guerra di Corea e anche prima è avvenuta una fuga di massa dalla Corea nelle forme più disparate.

 Nel 1986, in un esperimento vero se non erro, il governo sudcoreano ha organizzato dei campi estivi per indurre i ragazzi coreani figli di rifugiati a ritrovare le proprie radici culturali. L’inizio è catastrofico: perché questi ragazzi non hanno nulla, ma proprio nulla, di coreano, e del resto l’oblio è stata spesso una condizione per la sopravvivenza.

Il film è divertente, ma anche i suoi momenti toccanti e ha il grandissimo pregio di narrare un tema non solo coreano, che riguarda tutti gli emigrati della terra. Un esempio per i tanti: può un ragazzo totalmente Punk scoprire che la severa educazione che sta ricevendo in Inghilterra da suo padre non è una manifestazione d’odio, ma di affetto?

3 Nel mondo asiatico, in India come in Cina, il matrimonio non è il (presunto) coronamento di una vicenda amorosa come nel nostro mondo, ma un affare di famiglia. Nei ceti benestanti coreani, per dirla tutta con franchezza, è un business, in cui non entrano solo prospettive economiche, ma anche livelli di prestigio sociale.

Se dell’India conosciamo il tema delle spose bambine e dei matrimoni combinati dai genitori, in Corea il problema è affrontato più tardi, diciamo dopo i sedici anni. One spring night racconta di una ragazza fidanzata, e in procinto di sposarsi, che incontra per caso uno splendido ragazzo in una farmacia notturna. La loro vita ne è sconvolta, perché il rapporto è problematico anche per il farmacista.

 Ciò che rende superlativa la serie è la lotta tra l’intimo innamoramento della coppia e le rigide regole della vita matrimoniale e prematrimoniale coreane. Non sono regole esterne, ma interiorizzate da tutti i bravissimi attori della serie.

Un incauto recensore italiano ha trovato esagerati gli ostacoli affrontati dalla coppia. Ma un’amica coreana mi ha spiegato, almeno quindici anni fa, che esiste una vera pressione ambientale, al punto che una ragazza di 24 o 25 anni che non sia sposata è considerata una zitella, come forse accadeva da noi un secolo fa, e che la lingua coreana contempla parole diverse per indicare l’arredo della stanza del padre da quella dei figli.

Cito solo un esempio, che si potrà facilmente trovare in Internet. Mentre noi abbiamo un solo termine per designare un cognato, i coreani ne hanno ben tredici che precisano la relazione di parentela; ciò che implica quindi una concezione ben più ampia e complicata della famiglia.

In breve, non ci sono soltanto Montecchi e Capuleti in grado di rendere immortale un amore. Le vicende di questo innamoramento è un’autentica gara ad ostacoli e di bellezza fra i due protagonisti – se per bellezza intendiamo, come oggi, quella che si suggerisce parlando di una ‘bella persona’. In un ambiente per di più ricco di solide amicizie.

Un’amica non solo ha sentito il bisogno, dopo qualche episodio, di ringraziarmi vivamente per averle segnalato la serie; a serie conclusa suo marito mi ha poi telefonato preoccupato, perché la moglie vorrebbe trasferirsi in Corea.

Scherzi a parte, a mio avviso c’è un filo immaginario che collega una serie perfetta come questa al modo esemplare con cui i sudcoreani hanno affrontato il coronavirus. Al punto che mi sento razzista alla rovescia: invidio questi 51 milioni di sudcoreani che vivono in fondo a una penisola estesa come un terzo dell’Italia, con una densità demografica che supera di un quinto quella dell’affollata Lombardia.

Francamente, nel confronto, mi vergogno non poco di essere italiano: per il governo che ho e per la gente che ho intorno.

Netflix 2

Ho detto che Netflix ha un buon numero di serie coreane, cinesi, giapponesi. Personalmente ho apprezzato serie romantiche con protagonisti giovani. Potranno sembrare piuttosto sdolcinate, ma a me piace il loro ritmo e anche la loro particolare concezione estetica, della natura come delle persone. Potrei sbagliarmi del tutto, ma ho come l’impressione che le serie siano tutte condizionate, in senso positivo, dalla tradizione teatrale cinese o giapponese, quasi che gli eventi vadano narrati rispettando rigide regole formali, come quadri da ammirare, ma anche su cui meditare.

Tra le prime che ho apprezzato è Meteor Garden: i protagonisti sono ragazzi e ragazze che frequentano l’università. Anche qui, come nelle analoghe serie americane, ci sono ragazzi o ragazze più o meno adorati o idolatrati dalla maggioranza, ma i fighi americani sono spesso bulli atletici e sprezzanti, qui invece, in apparenza schizzinosi e distanti, rivelano le migliori qualità umane. E’ una sola stagione, ma di 49 episodi.

In questo momento sto guardando una serie dal titolo strano, ma azzeccato: It’s okay to not be okay. Anche qui c’è una lunga storia di innamoramento che avanza lentamente tra molti ostacoli. Ma l’ambiente è quello di un piccolo ospedale psichiatrico, il cui direttore non ha nulla di convenzionale. La protagonsita è una scrittrice di favole per bambini di grande successo; è molta bella, ma dispotica ed egocentrica; le sue favole contraddicono le più note favole della tradizione, come significato e come illustrazione.

Tutta la vicenda è all’insegna della contraddizione, non solo rispetto all’universo della fiaba, ma anche rispetto all’universo della malattia mentale. Ha una sua lentezza e non permette il binging, va gustata a piccole dosi. Ma solo in una serie asiatica potrete vedere amanti o aspiranti tali, guardarsi in volto immobili per lunghi minuti, e riproposti, alla fine di ogni episodio, in momenti significativi della vicenda.

Assai più mosso nel suo ritmo è Crash landing on you. Narra di una ricca, giovane e lanciatissima stilista, appasionata di deltaplano. Piuttosto temeraria, si ostina a volare malgrado l’imminenza di un uragano, che la porterà a varcare la soglia del 42° parallelo e atterrare tra le braccia di un solerte capitano che vigila con la sua pattuglia su eventuali ingressi di spie sudcoreane.

I momenti divertenti sono tanti, ma l’aspetto più apprezzabile è la garbata ironia con cui si descrive la vita quotidiana dei poveri nord coreani; a cominciare da una paradossale parata di donne che vanno al lavoro inneggiando al comunismo. Nel seguito non mancano le critiche e le ironie sullo stile di vita sudcoreano.

Un grandissimo successo spagnolo, che in molti modi risente della lezione almodovariana, è la Casa di Carta. La rapina del secolo consiste nell’occupazione della Zecca di stato, con ladri che possono stampare moneta assolutamente legale. Ricca di colpi di scena, non è solo una serie di azione. Vi renderete conto seguendola che è anche una descrizione di tante e diverse vicende amorose.

Una deliziosa serie francese è Emily in Paris. Una neolaureata americana non perde l’insperata occasione di uno stage presso una casa francese di promozione di moda. Non conosce una parola di francese, eppure si lancia ostinata nei tentativi di trovare clientela per la ditta, pur essendo snobbata da tutto il personale, in particolare dalla caporeparto a cui è stata affidata, che non la sopporta e non digerisce i suoi successi fortunosi nell’acquisire nuovi clienti. Il meglio della commedia francese in questa serie.

Ovviamente abbondano e sono molto varie le serie degli Stati Uniti.

Tredici non è certo allegro, visto che 13 sono le ragioni mostrate in altrettanti video (ed episodi) da una studentessa che, prima del suicidio, lascia in eredità ai suoi compagni. Ce ne è abbastanza per essere tutti lacerati dai sensi di colpa, persino il ragazzo perdutamente innamorato di lei, anche se la ragione non è neppure dalla parte di lei; in ogni caso il racconto non è moralistico, né banale.

Anche Skins mostra ragazzi di una scuola superiore americana, i loro drammi e il loro disagio. Ci sono ragazzi di tutte le specie, bulli predatori come un ragazzo talmente coscienzioso, da dover guarire dalla pretesa di aiutare tutti.

Riverdale è un’altra serie di scuola superiore americana, ma inserita in una cittadina in cui esistono rivalità sociali ed economiche tra gruppi di abitanti, che rendono la convivenza assai più drammatica.

Pretty Little Liars, narra soprattutto segreti di ragazze liceali assai meno innocenti di quanto non appaiano sulle prime.

E a proposito di segreti e pettegolezzi, prima a scuola, poi a livello universitario, propongono molti colpi di scena le stagioni di GossipGirl, il titolo del giornale scolastico che ama rivelare particolari inquietanti di questi adolescenti. Ma la serie merita interesse perché descrive la distanza economica e sociale tra una elite estremamente ricca, ma anche moralmente disinvolta, e il resto della società sostanzialmente onesto, ma continuamente attratto (e respinto) da quella elite.

In tempi di elezioni presidenziali, consiglio anche The politician (2 stagioni) che ha per protagonista un ragazzo che, fin da bambino, si è messo in testa di diventare presidente degli Stati Uniti, una pretesa meno assurda e pretestuosa di quanto appare se si tien conto dello spirtito competitivo americano. Tappa obbligata è diventare rappresentante degli studenti liceali.

 La competizione è serrata e gli inganni e le trappole che si tendono gli aspiranti sono esilaranti. E’ come una estensione, garantita dallo spettacolo audiovisivo, del racconto di Edgar Alan Poe in cui, in un dialogo, uno deve rispondere in modo inatteso da parte dell’altro. Ma siccome l ‘altro è altrettanto furbo e si attende una risposta spiazzante, il primo è indotto a proporre la risposta più ovvia. Ma anche l’altro può ripercorrere il ragionamento e …così via.

 Qui quello che ne esce fuori con le ossa rotte è il discorso pubblico dei politici americani, insieme al loro political correct, e al linguaggio di condivisione di cui parla a vanvera, scimmiottando, il nostro Zingaretti.   La stagione seconda è dedicata alla seconda tappa del Politician, diventare senatore nello stato di New York, una guerra ancora più insidiosa, tanto più che persino la madre, dai gusti erotici molto sofisticati, è impegnata dall’altra parte del paese in California nella medesima impresa.

NETFLIX

La pandemia ci costringe a casa soprattutto a sera e dopo cena. Tanto vale parlare di un’ottima risorsa. Mi rivolgo soprattutto a quelli che non ne sanno ancora nulla e sono tanti.

Non so che cosa ne pensino gli altri, ma io divento sempre più indisposto verso programmi televisivi colmi di pubblicità. E’ una perversione insopportabile proporre un film decente, senza interruzioni per 20/30 minuti, colmarlo progressivamente di inserti pubblicitari, via via che ci si avvicina alla fine.

La Rai in particolare è colpevole di sadismo. Qualche esempio: aggiungere in  Rai play inserti pubblicitari non è giustificabile, visto che trasmette programmi archiviati; proporre a Rai2 episodi di serial polizieschi, nei tre quarti d’ora che precedono il Telegiornale della sera, dedicando 30’ minuti all’episodio di turno e 15’ minuti alla pubblicità. Non aggiungo altro, perché non vedo altro.

Tra l’altro, gli inserti pubblicitari sono anche regrediti dal punto di vista della novità e dello stile. L’ultimo davvero sorprendente e piacevole che io ricordi è stato proposto da Air France: in un vasto salone nobil donne d’altri tempi si dondolavano su numerose altalene collocate molto in alto, al suono di una musica rilassante. Geniale, perché suggeriva volo, conforto, piacere e persino privilegio. Persino colto, visto che nel Settecento l’altalena era un rimedio all’isterismo e non poteva mancare nei giardini signorili. Ben presto, purtroppo, è stato rovinato sostituendo ragazzotti d’oggi alle dame belle ed eleganti. Una idea sciocca, probabilmente di manager preoccupati per la concorrenza dei voli low cost.

Già altrove ho suggerito che, rispetto alla riduzione del numero dei parlamentari, un risparmio assai più significativo si sarebbe potuto ottenere per tutti gli italiani, abolendo il canone Rai, non giustificato neppure dalla qualità e imparzialità del servizio pubblico.

Dunque, è da qui che vorrei cominciare: Netflix propone ore di intrattenimento vario e piacevole e niente pubblicità. A che prezzo? Attualmente è un po’ cresciuto, 12 euro al mese, 144 all’anno. Più caro, dunque dei 108 euro della Rai? Niente affatto, perché un solo abbonamento è fruibile da tre famiglie diverse abitanti anche a distanza, se non sono cambiate le regole.

Il prezzo è basso, perché, soprattutto in America, c’è molta concorrenza tra PayTV: Hulu, Disney, Prime Video, CBS, e le nuove HBO Max, Peacock della NBC, per citarne alcune.

Quindi, se ci si abbona a Netflix, si dimostra anche impegno politico e civile, perché automaticamente si abbassa l’audience della Rai.

Per chiarire che ‘non mi manda Netflix’, avverto subito che non apprezzo, invece, la proposta di abbonarsi a Skai e Netflix per soli 19 euro al mese. Attenzione a quel che non vien detto, ma è scritto: ‘per il primo anno’. Sono trappole!

Tra i pregi di Netflix metterei al primo posto la capacità di acquistare o produrre serie o film in ogni parte del mondo. In questo modo con Netflix apriamo i nostri orizzonti. Mentre molte serie americane sono state acquistate e noleggiate dalla Rai, per esempio, il mondo asiatico ci è quasi completamente sconosciuto.

Netflix ha cura di proporre film e serie dei singoli paesi, soprattutto europei: cinema spagnolo, francese, inglese, tedesco, italiano, come, ovviamente, divisi per genere: horror, poliziesco, d’azione, romantico, commedia, dramma, per famiglia, ecc. Film e serie sono doppiate o sottotitolate nella lingua selezionata dall’utente.

Anzi, per la precisazione, il programma chiede, automaticamente, il nome della persona, nel gruppo degli utenti relativo all’abbonamento, che vuole connettersi a Netflix; prima di tutto per distinguere bambini e adulti, ma anche perché conserva memoria dei gusti di ciascuno, suggerendo spesso titoli di ‘altri contenuti simili’.

Dedico spesso la serata dopo cena agli spettacoli di Netflix. Ne segnalo alcuni, cominciando dalle serie che ho apprezzato particolarmente. naturalmente, in base ai miei gusti e alle mie idiosincrasie.

Nelle riviste americane, come Time, si trovano spesso recensioni di bingeworthy shows (può darsi anche in quelle italiane, ma non le compro). Intanto spiego il neologismo: spettacoli degni di binging.

Il binging è il passatempo di chi, per esempio il sabato o la domenica, non guarda soltanto uno o due episodi di un serial, ma persino una intera stagione, ore e ore di visione. Un uso un po’ perverso, si dirà, ma diffuso e particolarmente gradito in tempo lockdown.

Come prima serie, segnalo Stranger things, apprezzata da tutti, con una bambina protagonista di una bravura incredibile e un’ambientazione notturna tra i boschi assolutamente particolare. La disperazione dipinta sul viso della bimba e la tristezza di un bosco disadorno si riverberano l’una nell’altro e forniscono lo sfondo della vicenda.

La storia contempla una risorsa datata della fantascienza, quello degli universi paralleli. Ma, lo dico soprattutto per chi non ama la fantascienza, non è una serie di fantascienza. Solitudine, paure, sfruttamento di bimbi, ma anche nuove amicizie e solidarietà, è quanto riserva la serie.

Aggiungo che questo titolo, più di ogni altro, dimostra che la narrazione a episodi è spettacolo assolutamente diverso dal film, dal teatro, dal teleromanzo in TV, determinato innanzitutto dalla sua durata, che è sempre arbitraria e connessa alla qualità della sceneggiatura, del regista, degli attori.

Il romanzo ottocentesco sta alle puntate pubblicate in precedenza nei magazzini popolari, come la stagione di un serial sta agli episodi trasmessi in TV. L’unità della narrazione è data dalla stagione, la durata è variabile, ma spesso si aggirano tra 8 e 16 episodi, di 30/50 minuti ciascuno.

La critica impietosa e talvolta persino radicale della democrazia, dei pregiudizi, del costume, delle storture della vita americana è quasi esclusivamente affidata al cinema americano, e credo che spesso sia il mezzo più efficace per cambiare giudizi e atteggiamento dei suoi cittadini.

Questa premessa per segnalare una serie di grande successo Orange is the new black. Se non sbaglio il titolo significa che l’arancione, il colore dei detenuti, è il nuovo nero, cioè il nuovo orrore. Val la pena di ricordare che in un paese di 330 milioni di abitanti, i detenuti sono 2 milioni e trecentomila.  Una percentuale analoga richiederebbe in Italia 420 mila detenuti.   L’ambiente è quello delle carceri femminili di minima sorveglianza, assai spesso private.

Protagoniste sono le detenute americane, spesso afroamericane o immigrate ispaniche, in competizione etnica, ma sempre proposte come persone con una personalità definita. C’è chi sostiene che, fin dalla prima stagione, questo mondo di donne emarginate ha cambiato l’intera TV americana. Ovviamente la polizia penitenziaria non ci fa una bella figura, peggio ancora quanti speculano sulla detenzione carceraria.

Dicono che la serie italiana della Piovra abbia cambiato l’atteggiamento di molti italiani nei confronti della mafia. L’arancione è il nuovo nero potrebbe cambiarlo nei confronti della reclusione carceraria. Per dire, durante il lockdown di questo inverno l’interruzione sine die dei colloqui con familiari, amici, avvocati – l’evento più importante e più atteso dai carcerati – apparirebbe per quello che è veramente stato: una stupida e incivile iniziativa autoritaria di governanti sprovveduti.

Personalmente ho visto in TV persone lamentarsi della chiusura delle RSA. Non mi pare che qualche marito o moglie, figlio o figlia di detenuto sia riuscito a esprimere il proprio disagio in TV. Ho visto piuttosto scene raccapriccianti di repressione, richieste indignate di raddoppiare le pene di quanti hanno partecipato alla rivolta violenta e distruttiva, nessuna protesta per reazioni assolutamente prevedibili.

Eppure, l’Italia è stata richiamata più volte da autorità europee per condizioni di vita inaccettabili nelle nostre carceri, persino per detenuti di mafia; l’indifferenza della maggior parte degli italiani dovrebbe far riflettere sul nostro livello complessivo di inciviltà: gente che non sopporta la mascherina sul viso, o la restrizione della propria libertà di movimento o di frequentazione, non si è mai fermata un secondo a considerare la vita quotidiana di un recluso.

Forse nessun’altra serie ha tanta potenzialità di progresso civile per gli spettatori. Disegna senza moralismi e buonismi, in modo crudo ma coinvolgente, una realtà che ci è estranea e indigesta.

Femminismo e bidet

Non solo nei paesi anglosassoni, ma in generale nei paesi del Nord-Europa, in Canada, e persino in Francia  a cui dobbiamo l’invenzione, il bidet non arreda la stanza da bagno. 

Quanto a femminismo non sembra che le donne negli Stati Uniti siano seconde a nessuno. Sicché mi è sempre parsa un’anomalia che non abbiano mai fatto richiesta di un simile dispositif, per dirla alla francese. 

Femminismo a parte, io stesso, (come del resto familiari e conoscenti,maschi e femmine),  ho sempre fatto uso del bidet e mi sono trovato in imbarazzo tutte le volte che ho dovuto soggiornare nei paesi citati. 

Per prudenza, prima di scrivere questo articolo, ho inserito in internet il suo titolo. Così ho appreso che Jacques Bidet non è l’inventore del suddetto, ma un autore che si occupa assai seriamente di femminismo. Per il resto quasi niente, salve un titolo di una rubrica femminista: Vade retro bidet. Il succo del pezzo era che la vagina è autopulente, i lavaggi sono antigienici e sconsigliati dai medici. Se necessario, con acqua fredda, perché il calore favorisce la candida.

Ora solo da pochi anni ho saputo che anche le gengive sono autopulenti, (e da pochissimo che i campi non richiedono l’aratura), ma questo non è considerato un buon motivo per non lavarsi i denti. Scene di un uso abbondante e accurato di dentifricio e di filo interdentale è consueto nei film e nei serial americani ed è praticato non solo per combattere le carie, ma anche nella prospettiva di un evento mondano o di un rapporto sessuale.

Quando a circa vent’anni ho trascorso un mese a Parigi  con amici nella centralissima e vecchiotta rue St Denis, in un hotel davvero economico e caratteristico il nostro stanzone aveva due letti a due piazze, con il tipico guanciale a rotolo. Troneggiavano in mezzo due enormi bidet ottocenteschi in cui avrebbero potuto fare il bagno due bimbi di cinque/sei anni, che ci facevano molto ridere e che confermavano quanto già sapevamo:  lo scopo primario del dispositivo era riservato alle pratiche delle prostitute. Questo spiegava perché mancasse nelle case delle signore per bene. Figuriamoci allora nelle puritane dimore della borghesia britannica o nord-americana. Insomma più della vasca da bagno, del lavabo, o persino del water, il dispositivo allude all’idea sconveniente che abbiamo apparati genitali e… un sedere. 

Se questo si congiunge con l’opinione – comune per la verità a tutti gli italiani incontrati in Inghilterra o Scozia in soggiorni di varia durata -, che gli abitanti dell’isola sono veramente un po’ zozzoni si capisce che il dispositivo possa sembrare totalmente superfluo. 

Perché i medesimi abitanti non se ne adontino come di un volgare pregiudizio indicherò alcuni fatti incontrovertibili: 1) fino al termine del secolo scorso Inglesi e Scozzesi avevano distinti rubinetti per la calda e per la fredda, persino nei bagni di lusso. Li guidava probabilmente l’idea che far scorrere acqua calda e fredda sia un inutile spreco. La doccia era assente. 2) a conferma, nei pub boccali, tazze e piattini per decenni sono stati puliti con il detersivo e solo di recente sciacquati con acqua. I medesimi pub sono molto belli e confortevoli rispetto ai nostri bar, ma sicuramente a scapito di una reale pulizia e disinfestazione. Nei medesimi locali è possibile notare che il contenuto di latte, caffè, birra che immancabilmente si riversa sul piattino – dato che i recipienti sono usati come unità di misura – viene riversato dai clienti dal piattino nella tazza o al boccale. 3) l’uso domestico costante di moquette e tappeti, materiale molto adatto allo sviluppo di una flora batterica 4) la ripetuta raccomandazione fatta dalle amiche a mia moglie: ‘per carità non accettare un invito per un lunch a due, ti toccherà mangiare l’insalata dell’orto dietro casa con tutta la sua terra’ 5) l’uso degli adolescenti maschi a riversare il risultato dei loro esercizi solitari in un calzerotto, tanto che il grido ‘fatti una sega nel calzino!’ è la risposta consueta di qualsiasi compagna di scuola malamente importunata 6) mi fermo qui, ma se non basta, vi ricordo che proprio il popolarissimo Johnson, quando era sindaco di Londra, si vantava di non tirare mai l’acqua ogni volta che andava in bagno per i bisogni minori.

To be fair, vi accontenterò deplorando che gli italiani, se sono più puliti a casa propria, non sono in grado di lasciare un gabinetto pubblico decente. Penso che dovremmo essere considerati un popolo veramente incivile, fino a quando i nostri locali pubblici (bar, scuole, ospedali) non saranno dotati di un numero sufficiente e adeguato di toilette immacolate.

Tutta questa diatriba per proporre ai popoli del Nord-Europa e soprattutto alle loro donne di esigere finalmente i bidet nelle loro toilette. I Britannici, del resto, hanno fatto recentemente enormi passi nella rubinetteria, tanto da essere all’avanguardia nell’uso di miscelatori e di docce. 

Accattateve o bidet! ve lo supplico in napoletano. 

O per lo meno discutetene! Non c’è neppure bisogno di farne tema di un dibattito di gender, perché almeno il sedere lo abbiamo tutti!

Technology sex and power e nudità negli Stati Uniti

I millennials sono la generazione americana nata nell’ultimo decennio del secolo scorso, divenuti protagonisti nel bene e nel male, in questi ultimi anni.  Il magazine Time dello 11 novembre 2019 narra la triste vicenda di Katie Hill, entrata giovanissima nel parlamento americano, grazie alla tecnologia digitale, ma costretta prestissimo alle dimissioni, per alcune foto apparse in rete che la propongono nuda e svelerebbero i suoi rapporti sessuali con una donna impegnata nella sua campagna elettorale  e con un consulente legale del suo staff. Il giornale sentenzia: la tecnologia digitale ha cambiato il sesso, il sesso ha cambiato il potere, e il potere è nuovamente vulnerabile, per sviluppi tecnologici che non esistevano dieci anni fa. Tra parentesi Katie è bisessuale, ammette la prima relazione, ma nega la seconda e considera il tutto una montatura orchestrata dal marito durante la fase del divorzio.

La weaponization of nude images, cioè la trasformazione in armi  capaci di distruggere la reputazione di un avversario è un crimine sessuale che i politici al potere non hanno saputo affrontare, commenta la giornalista Charlotte Alter. Anche in clima di Me-Too non è facile spiegare quale meccanismo abbia costretto Katie alle dimissioni. Secondo questo nuovo codice etico il consenso sessuale è impossibile quando c’è differenza di potere tra i partners. E tuttavia Charlotte Alter si chiede: basta la differenza di potere per rendere il rapporto una colpa? Non c’è stata nessuna accusa di coercizione, assalto, o abuso.  Simili interrogativi e altre considerazioni completano l’articolo senza soluzione. ‘Nessuno è perfetto, si scusa la deputata dimissionaria, ma non avrei mai pensato che le mie imperfezioni potessero venire usate come armi per distruggermi’.

 E per me ritorna la domanda perché le sue immagini nude le considera imperfezioni? Sono semplici immagini di nudità o piuttosto inequivocaboli video che testimoniano il rapporto? Al che mi pare di capire che persino la giornalista scrive il suo pezzo in una vaga atmosfera di tabu e autocensura.

In ogni caso, perché la vita sessuale di un politico non è un affare privato, ma piuttosto argomento di valutazione della sua moralità, nel paese che più di tutti ha considerato una assidua pratica sessuale indizio di buona salute e magari un esercizio salutare come il jogging o il nuoto in piscina?