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Degenerazione autoritaria della legislazione italiana

In Francia le leggi sono 7 mila, in Germania 5,5 mila, in Inghilterra 3 mila (ma non conta). In Italia solo 150 mila.

Tra le tante tipologie di legge del governo ci sono i decreti del presidente del consiglio, i decreti legislativi, e i decreti -legge.

Nel governo Conte 2, i primi non si contano e non hanno controllo; i secondi sono opera del Consiglio dei ministri previa autorizzazione del parlamento e anche questi si sono moltiplicati.

Per finire, sono cresciuti i decreti legge; anche questi sono fatti dal governo e hanno vigore di legge appena pubblicati; ma, dal punto di vista del governo hanno l’inconveniente di dover essere convertiti in legge entro sessanta giorni, il che significa che devono essere approvati dal parlamento.

In passato venivano reiterati alla scadenza (anche 20 volte), uno stratagemma dichiarato incostituzionale nel 1996.

Resta però il decreto milleproroghe, promulgato entro la fine di dicembre e immediatamente convertito in legge. Di norma estremamente eterogeneo, perché deve evitare la decadenza di una quantità di regole che minerebbero la civile convivenza. Esiste anche in Francia, anche se in forme enormemente più brevi e più chiare.

Grazie al Presidente del Consiglio Conte, ai  5 stelle, al Pd, questo anno per la prima volta nella storia della Repubblica ha subito una modifica fortemente peggiorativa. La conversione in legge è stata prorogata nientemeno che a fine febbraio, e aumentata di molti articoli e commi. Probabilmente ha condotto il governo a confrontarsi in ritardo con l’emergenza Corona virus.

Secondo e più grave abuso:

Sicuramente il decreto-legge del 16 luglio 2020 (convertito in legge il 16 settembre 2020) di cui si  è detto, è in sostanza una replica estiva del decreto mille proroghe. Costituisce un inedito gravissimo nella storia della nostra Repubblica e si può essere sicuri che il governo ripeterà l’abuso, malgrado le proteste del Presidente della Repubblica.

Ma c’è di peggio: gran parte delle  modifiche al codice della strada, tutte assenti nel decreto di luglio e mai discusse nelle sedi parlamentari, sono state inserite per volontà del Partito Democratico e, in particolare, del Presidente della Regione Emilia-Romagna.

In pratica la legislazione adottata o in via di adozione nella sola regione dell’Emilia-Romagna è stata imposta a tutti gli italiani.  Un capovolgimento del rapporto Stato- Regioni.

In proposito offro una testimonianza: una settimana, forse 10 giorni fa, mentre guidavo, avevo chiesto ad un’amica se avesse notato che la durata del giallo nei semafori fosse diminuita sensibilmente.

Si trattava di esperimenti, infatti due giorni fa La Repubblica pubblicava giuliva la notizia fresca: “3 secondi per il giallo”. Ieri la proposta è stata contestata, in sede parlamentare e fuori, come demenziale, tuttavia stanno contrattando sul numero dei secondi.

Vale la pena di ricordare che a Bologna da pochi anni la durata media dell’arresto ai semafori  è di 90 secondi, una eternità che induce a molti comportamenti scorretti o azzardati di autisti, motociclisti, ciclisti e pedoni, pur di non attendere altri 90 secondi:

ai semafori i pedoni corrono, i ciclisti si avviano con il rosso, i motociclisti fanno ressa accanto e davanti alle auto in prima fila, gli autisti…rischiano e pagano le multe.

Conclusione personale: se Stefano Bonacini  ha tanta premura di condizionare la circolazione stradale degli italiani, prima ancora di aver sostituito Zingaretti a leader del PD, che cosa dobbiamo temere per il futuro?

Signor Presidente della Repubblica

Mi dispiace Signor Presidente, ma non avrebbe dovuto agire così:‘La difficile congiuntura economica e sociale’ non può essere un alibi per legittimare la conversione in legge del cosiddetto decreto semplificazioni.

Le stesse ragioni che l’hanno fatta ‘indispettire’, per usare l’eufemismo stupido di un giornalista di Repubblica, l’inserimento di norme eterogenee nelle leggi, già condannato dalla corte costituzionale nel 2019, il passaggio dai 65 articoli del decreto legge del 16 luglio 2020 a 109 articoli della sua conversione in legge, e ancora di più l’inserimento di oltre 15 pagine di riforme al codice della strada che, come lei osserva, ‘ha immediati riflessi sulla vita quotidiana delle persone’ senza uno straccio di discussione in parlamento, queste stesse ragioni, dico, avrebbe dovuto impedirle di firmare la legge e di rinviarla al governo.

Perché, Presidente della Repubblica, non c’è congiuntura economica e sociale che possa giustificare una deriva autoritaria del governo e del parlamento. Non la poteva giustificare nel 1922, non la può giustificare oggi. Lei di fatto rischia di rendersi complice di una coalizione di governo che, del resto, lei stesso ha autorizzato. Se poteva avere qualche dubbio nell’agosto 2019, non può averne alcuno oggi.

Il modo in cui l’esecutivo si è imposto in questo anno, grazie ai Cinque Stelle ma anche al PD, non lascia dubbi e, soprattutto, mostra la continuità tra questo modo autoritario di governare e il vero significato della riduzione del numero dei parlamentari e delle modalità di questo referendum, indetto in situazione di restrizione delle libertà dei cittadini.  

Guardi ‘LA Repubblica’ di oggi 12 settembre 2020, Signor Presidente: 4 paginoni sull’operato di tre procure contro Salvini, mentre il suo richiamo è relegato a pagina sette: un quarto di pagina sopra un enorme e colorato invito pubblicitario a visitare la Liguria. Il giornale ufficiale della sinistra PD usa Salvini, come i nazisti usavano i comunisti tedeschi. Dopo che il referendum sarà naufragato, spero che Maurizio Molinari abbandoni il giornalaccio.

A proposito, c’è stato un curioso scambio tra Paolo Mieli e Roberto Saviano. Roberto Saviano ha annunciato che voterà no al Referendum, Paolo Mieli gli rimprovera che gli manca la capacità di capire che cosa sia un compromesso di governo. Curioso, perché in base agli argomenti di entrambi, l’idea che i deputati alla camera siano 400 o 630 non fa differenza . Del resto, non pare faccia differenza neppure per il Presidente della Repubblica. E se persone così note, e stimate, così dedicate alla vita civile del nostro paese, la pensano così, vale la pena di starle a sentire?

Le tendenze autoritarie, per quanto mascherate o negate, lasciano indizi inequivocaboli. Tornando al messaggio ossessivo sul referendum e sulle elezioni di domenica 20 e lunedì 21 settembre, fate caso al contrasto tra il lungo e dettagliato annuncio e la raccomandazione finale di presentarsi al seggio elettorale con tutte le misure necessarie di prevenzione del contagio. Vale a dire: l’appuntamento è un abuso manifesto, ma adeguatevi! Un governo autoritario ha un bisogno spasmodico di ricordare ogni tanto chi comanda.

Altro indizio: l’annuncio è lungo e dettagliato, ma non esplicita la conseguenza più importante: se voti sì i deputati passeranno da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. Se voti no la costituzione non viene modificata.