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Punti Fermi 9 parte I

Critiche al Disegno di Legge Zan

Tornando alle lancette dell’orologio, ma davvero padre, madre e figli, quella che Marta De Vivo chiama la famiglia tradizionale è una idea del passato, un concentrato di pregiudizi, luoghi comuni e stereotipi di genere da lasciarci alle spalle?

Guardandomi attorno, mentre mio nipote cresceva, ero circondato da tantissime coppie eterosessuali, padri o madri a riprenderli al Nido, alla Scuola materna, alla Primaria. E i nonni? anche tanti nonni. Magari tutti un po’ più anziani, nonni e genitori, di quando era giovane io, ma non vorrei che qualche imbecille – è già successo – venga a dire che soffriamo di nostalgia e per questo ci piace la Meloni.

Al contrario, non avrò la visione globale che raccomanda Marta De Meo, ma forse una visione più ampia. Grazie a Netflix, non certo ai social, ho conosciuto, tra l’altro, un mondo per me nuovo, quello dell’estremo oriente e, tra tutti, quello preferito, il mondo coreano. E non mi pare che laggiù non ci siano tantissime coppie eterosessuali e che le famiglie non contemplino padre, madre e figli. Semmai i nonni contano molto di più, nel bene e nel male, perché è un mondo in cui c’è un grande rispetto per il prossimo, ancora maggiore per chi è più anziano, un vincolo forte con i genitori, che confina con il sentimento religioso verso gli antennati.

Poi c’è il mondo anglosassone – starei per dire l’opposto – in cui il rapporto familiare si conclude a 18 anni, dopodiché figli, genitori, nonni avanzano nella vita ciascuno per conto suo. In America assai più che in Inghilterra, perché le enormi distanze e la crescente mobilità lavorativa riducono i rapporti familiari a un cerimoniale buono per mangiare il tacchino farcito o festeggiare il Capodanno.

È in questo mondo speciale, e specifico, che è sbocciata la concezione fluida della sessualità e dell’identità di genere. In che modo? Mediante il Movimento gay del 1968 e il Movimento femminista.

Chiariamo subito un equivoco: nessuno ormai si oppone alla dignità e alla parità di diritti degli omosessuali. Il gay pride, che si celebra ogni anno, è la ricorrenza e la festa che ha surclassato qualsiasi altra festa, religiosa o civile, in tutte le democrazie occidentali. Non vi si oppone di certo la destra dei Fratelli di Italia.

I problemi nascono piuttosto con un certo tipo di attivismo nella rivendicazione dei diritti. Quanti deplorano il tono aggressivo del comizio di Giorgia Meloni, dovrebbero riflettere sulla ostentata prepotenza del movimento o comunità LGBT, già presente e florida in tante regioni italiane. Un attivismo nella rivendicazione dei diritti totalmente ricalcato sul modello americano: si va in piazza a protestare con i cartelli, se qualcuno si azzarda ad avere una idea diversa da quella che ha già conquistato le teste di tutti, lo si sbeffeggia o ci si atteggia a vittime.

Con queste premesse, affronterò il Decreto legislativo ZAN:

Art. 1. (Definizioni) 1. Ai fini della presente legge: a) per sesso si intende il sesso biologico o anagrafico; b) per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso; c) per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; d) per identità di genere si intende l’i­dentificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione.

In apparenza, come accade in molte leggi, si definisce il significato di termini tecnici presenti negli articoli di legge,

In realtà la definizione a) su che cosa si intende per sesso è strettamente connessa con la definizione c) sull’orientamento sessuale: Si può essere attratti o dallo stesso sesso o dal sesso opposto o da entrambi (tralascio l’attrazione affettiva, non si pensi però che i nonni siano pedofili)

Quindi ci sono solo due sessi biologici, caratterizzati dalla presenza di organi sessuali maschili o femminili (ed eventuali altri caratteri somatici) oppure dal nome o da documenti legali. Ma non basta: b) Si dà il caso che essere maschio o femmina genera aspettative sociali. Per esempio, nell’antico Egitto la donna orinava in piedi e l’uomo accovacciato (Erodoto).

A sua volta, il significato di genere proposto in b) non si intende senza la definizione di identità di genere proposta in d). Inoltre, quanto si sostiene in d) conferisce senso all’intero articolo 1: esiste una identità di genere; questa identità viene innanzitutto percepita dentro di sé rispetto al genere; qui genere significa maschile o femminile e questa è la principale ambiguità del termine genere il cui carattere maschile o femminile diventa antagonista al carattere maschile o femminile espresso dal sesso. Inoltre, questa identità può essere manifestata esternamente e allora può essere conforme o contrastante alla identità sessuale. L’inciso ‘indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione’ non è affatto spiegato, La transizione è il passaggio dal genere maschile a quello femminile, o viceversa, che di solito comporta un lungo periodo di trasformazione di sé, di solito compiuto con il sostegno e l’aiuto di psicologi, terapie ormonali, interventi chirurgici.

Innanzitutto, dire che quanto qui si sostiene abbia valore soltanto, come recita  Zan, ai fini della presente legge, come pretende qualcuno, è ridicolo, o, se volete, un insulto all’intelligenza e non solo, perché gli articoli successivi propongono modifiche di numerosi articoli o commi del codice penale e del codice di procedura penale.

Nel suo complesso, dunque, l’articolo afferma la superiorità dell’identità di genere rispetto all’identità di sesso e la necessità che la prima venga accettata, anche quando contrasta con l’identità sessuale. Questa è la sostanza teorica dell’articolo 1 e questo io pensavo che si intendesse per teoria del genere.

Punti Fermi 9 parte iii

Critiche al disegno di legge ZAN

Vale la pena dunque di sottolineare subito la nuova formula ricorrente negli articoli 7, 8, 9, e 10  del ddl Zan: discriminazioni per motivi fondati sull’orientamento sessuale e sull’identità del genere.  Con qualche lievissima variante la formula ricorre otto volte.

Comincerò dagli articoli 8 e 9 che documentano l’incredibile entrismo della comunità LGBT. L’articolo 8, aggiungendo la formula, modifica un decreto legislativo attuativo del 2003, cioè un decreto che fornisce assistenza o richiede iniziative per garantire il successo di una legge. In questo caso istituisce presso il Consiglio dei Ministri un Ufficio volto a raggiungere nel lavoro la ‘parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza, dall’origine etnica e tra uomo e donna’. Ora, per intenderci, un caporale del meridione cercherà di pagare di meno uno straniero e una donna, ma non vedo come potrebbe risparmiare in base all’orientamento sessuale del lavoratore, ammesso che lo conosca. Quel che importa è che qualche attivista LGBT possa entrare in un Ufficio del Consiglio dei Ministri.

 L’articolo 9 modifica alcuni dettagli alla legge del 2020 che concerne, tra l’altro, la costruzione di case-rifugio o l’assistenza nei centri antiviolenza che accolgono le vittime di reati sessuali. Quindi già del 2020 erano previsti reati fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere. Non è difficile, del resto trovare riscontro della particolare attenzione dedicata dalla Comunità LGBT alla costruzione delle case e alla assistenza offerta dai centri antiviolenza.

Di fondamentale importanza è l’articolo 7 diviso in 3 punti. Il punto 2 è irrilevante.

Il punto 3 propone cerimonie e incontri per realizzare le finalità del punto 1 e rinvia ad altre due leggi.

E’ interessante confrontare la formula ricorrente negli articoli 7-10 con le formule precedenti: legge 2013 n.119 violenza contro le donne e discriminazioni di genere, legge 2015 n. 107: prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni. Dunque da una legge sulla violenza contro tutte le donne a una violenza ristretta alla comunità LGBT.

D’altra parte è proprio quanto è previsto dalla legge 2013 sulla sensibilizzazione della scuola di ogni grado a partire dalla scuola di infanzia circa la violenza contro le donne, e ora contro la comunità omosessuale, a scatenare le ben note reazioni su cui non intendo soffermarmi.

Ma il punto peggiore è il punto 1 che merita la citazione:

(Istituzione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia) 1. La Repubblica riconosce il giorno 17 maggio quale Giornata nazionale contro l’o­mofobia, la lesbofobia, la bifobia e la tran­sfobia, al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché di contra­stare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità so­ciale sanciti dalla Costituzione.

Ci sono più giornate dedicate a qualcosa  in Italia rispetto ai 365 giorni dell’anno solare, non è questo il problema. La pretesa inaccettabile è il riconoscimento da parte della Repubblica di 4 nuovi e distinti reati: contro gli omosessuali maschi, le omosessuali femmine, i bisessuali, i trans-sessuali, ossia il riconoscimento istituzionale e giuridico, senza neppure nominarla, della comunità o movimento LGBT.

Per quale fine? promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione, solita retorica del political correct, subito contraddetta dalla volontà di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dalla teoria inesistente che subordina il genere biologico al genere sentito o desiderato. I pregiudizi, sono i luoghi comuni o stereotipi di genere , di chi pensa, per esempio, che gli umani si distinguono in base al sesso biologico.

Questo riconoscimento della comunità LGBT non richiede, regolamenti, persone. La Repubblica riconosce il Corpo dei pompieri, o la Guardia di finanza, o le Cooperative. Ma non mi risulta, per esempio, che Lotta continua o Potere operaio abbiano mai preteso un riconoscimento da parte della Repubblica Italiana.

In conclusione il disegno di legge ZAN è da respingere.

Il primo motivo è che sarebbe la prima volta in cui una teoria qualsivoglia, scientifica o meno, diventerebbe una verità certificata dalla legge. Per esempio, ci sono regole dettagliate sulla costruzione dei ponteggi per il restauro di tetti o facciate. Tutte hanno come fondamento la teoria della gravità, ma la Gravità, oppure la Teoria della Relatività, o, ancora, il Darvinismo non sono mai stati certificati o garantiti come verità da una legge di Stato, italiano o straniero.

Il secondo motivo, altrettanto  e probabilmente più importante, è che lo scopo principale del ddl Zan è quello di accreditare il movimento LGBT  e i suoi  attivisti  in modo da ampliare la sua sfera di influenza e di condizionamento del governo e dell’amministrazione dello Stato italiano.

Tra l’altro, come spiegherò dopo, la comunità  LGBT, grazie al riconoscimento istituzionale, potrebbe tendere ad escludere qualsiasi altro soggetto  a occuparsi dei diritti omosessuali. Infine, perché una giornata dedicata, quando ormai un fine settimana di giugno è dedicato al Gay pride in tutto l’Occidente?

Degenerazione autoritaria della legislazione italiana

In Francia le leggi sono 7 mila, in Germania 5,5 mila, in Inghilterra 3 mila (ma non conta). In Italia solo 150 mila.

Tra le tante tipologie di legge del governo ci sono i decreti del presidente del consiglio, i decreti legislativi, e i decreti -legge.

Nel governo Conte 2, i primi non si contano e non hanno controllo; i secondi sono opera del Consiglio dei ministri previa autorizzazione del parlamento e anche questi si sono moltiplicati.

Per finire, sono cresciuti i decreti legge; anche questi sono fatti dal governo e hanno vigore di legge appena pubblicati; ma, dal punto di vista del governo hanno l’inconveniente di dover essere convertiti in legge entro sessanta giorni, il che significa che devono essere approvati dal parlamento.

In passato venivano reiterati alla scadenza (anche 20 volte), uno stratagemma dichiarato incostituzionale nel 1996.

Resta però il decreto milleproroghe, promulgato entro la fine di dicembre e immediatamente convertito in legge. Di norma estremamente eterogeneo, perché deve evitare la decadenza di una quantità di regole che minerebbero la civile convivenza. Esiste anche in Francia, anche se in forme enormemente più brevi e più chiare.

Grazie al Presidente del Consiglio Conte, ai  5 stelle, al Pd, questo anno per la prima volta nella storia della Repubblica ha subito una modifica fortemente peggiorativa. La conversione in legge è stata prorogata nientemeno che a fine febbraio, e aumentata di molti articoli e commi. Probabilmente ha condotto il governo a confrontarsi in ritardo con l’emergenza Corona virus.

Secondo e più grave abuso:

Sicuramente il decreto-legge del 16 luglio 2020 (convertito in legge il 16 settembre 2020) di cui si  è detto, è in sostanza una replica estiva del decreto mille proroghe. Costituisce un inedito gravissimo nella storia della nostra Repubblica e si può essere sicuri che il governo ripeterà l’abuso, malgrado le proteste del Presidente della Repubblica.

Ma c’è di peggio: gran parte delle  modifiche al codice della strada, tutte assenti nel decreto di luglio e mai discusse nelle sedi parlamentari, sono state inserite per volontà del Partito Democratico e, in particolare, del Presidente della Regione Emilia-Romagna.

In pratica la legislazione adottata o in via di adozione nella sola regione dell’Emilia-Romagna è stata imposta a tutti gli italiani.  Un capovolgimento del rapporto Stato- Regioni.

In proposito offro una testimonianza: una settimana, forse 10 giorni fa, mentre guidavo, avevo chiesto ad un’amica se avesse notato che la durata del giallo nei semafori fosse diminuita sensibilmente.

Si trattava di esperimenti, infatti due giorni fa La Repubblica pubblicava giuliva la notizia fresca: “3 secondi per il giallo”. Ieri la proposta è stata contestata, in sede parlamentare e fuori, come demenziale, tuttavia stanno contrattando sul numero dei secondi.

Vale la pena di ricordare che a Bologna da pochi anni la durata media dell’arresto ai semafori  è di 90 secondi, una eternità che induce a molti comportamenti scorretti o azzardati di autisti, motociclisti, ciclisti e pedoni, pur di non attendere altri 90 secondi:

ai semafori i pedoni corrono, i ciclisti si avviano con il rosso, i motociclisti fanno ressa accanto e davanti alle auto in prima fila, gli autisti…rischiano e pagano le multe.

Conclusione personale: se Stefano Bonacini  ha tanta premura di condizionare la circolazione stradale degli italiani, prima ancora di aver sostituito Zingaretti a leader del PD, che cosa dobbiamo temere per il futuro?

Signor Presidente della Repubblica

Mi dispiace Signor Presidente, ma non avrebbe dovuto agire così:‘La difficile congiuntura economica e sociale’ non può essere un alibi per legittimare la conversione in legge del cosiddetto decreto semplificazioni.

Le stesse ragioni che l’hanno fatta ‘indispettire’, per usare l’eufemismo stupido di un giornalista di Repubblica, l’inserimento di norme eterogenee nelle leggi, già condannato dalla corte costituzionale nel 2019, il passaggio dai 65 articoli del decreto legge del 16 luglio 2020 a 109 articoli della sua conversione in legge, e ancora di più l’inserimento di oltre 15 pagine di riforme al codice della strada che, come lei osserva, ‘ha immediati riflessi sulla vita quotidiana delle persone’ senza uno straccio di discussione in parlamento, queste stesse ragioni, dico, avrebbe dovuto impedirle di firmare la legge e di rinviarla al governo.

Perché, Presidente della Repubblica, non c’è congiuntura economica e sociale che possa giustificare una deriva autoritaria del governo e del parlamento. Non la poteva giustificare nel 1922, non la può giustificare oggi. Lei di fatto rischia di rendersi complice di una coalizione di governo che, del resto, lei stesso ha autorizzato. Se poteva avere qualche dubbio nell’agosto 2019, non può averne alcuno oggi.

Il modo in cui l’esecutivo si è imposto in questo anno, grazie ai Cinque Stelle ma anche al PD, non lascia dubbi e, soprattutto, mostra la continuità tra questo modo autoritario di governare e il vero significato della riduzione del numero dei parlamentari e delle modalità di questo referendum, indetto in situazione di restrizione delle libertà dei cittadini.  

Guardi ‘LA Repubblica’ di oggi 12 settembre 2020, Signor Presidente: 4 paginoni sull’operato di tre procure contro Salvini, mentre il suo richiamo è relegato a pagina sette: un quarto di pagina sopra un enorme e colorato invito pubblicitario a visitare la Liguria. Il giornale ufficiale della sinistra PD usa Salvini, come i nazisti usavano i comunisti tedeschi. Dopo che il referendum sarà naufragato, spero che Maurizio Molinari abbandoni il giornalaccio.

A proposito, c’è stato un curioso scambio tra Paolo Mieli e Roberto Saviano. Roberto Saviano ha annunciato che voterà no al Referendum, Paolo Mieli gli rimprovera che gli manca la capacità di capire che cosa sia un compromesso di governo. Curioso, perché in base agli argomenti di entrambi, l’idea che i deputati alla camera siano 400 o 630 non fa differenza . Del resto, non pare faccia differenza neppure per il Presidente della Repubblica. E se persone così note, e stimate, così dedicate alla vita civile del nostro paese, la pensano così, vale la pena di starle a sentire?

Le tendenze autoritarie, per quanto mascherate o negate, lasciano indizi inequivocaboli. Tornando al messaggio ossessivo sul referendum e sulle elezioni di domenica 20 e lunedì 21 settembre, fate caso al contrasto tra il lungo e dettagliato annuncio e la raccomandazione finale di presentarsi al seggio elettorale con tutte le misure necessarie di prevenzione del contagio. Vale a dire: l’appuntamento è un abuso manifesto, ma adeguatevi! Un governo autoritario ha un bisogno spasmodico di ricordare ogni tanto chi comanda.

Altro indizio: l’annuncio è lungo e dettagliato, ma non esplicita la conseguenza più importante: se voti sì i deputati passeranno da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. Se voti no la costituzione non viene modificata.