Punti fermi 7

11 agosto 2022. L’Huffington Post, impegnatissimo nella campagna elettorale della sinistra grazie a Gianni Del Vecchio e al suo direttore Mattia Feltri, ha pubblicato oggi un articolo che non avrebbe destato il mio interesse se Enrico Letta, invece di insistere sulla solita accusa di fascismo nei confronti di Giorgia Meloni, non avesse introdotto l’altro asso della campagna elettorale del PD: noi siamo il futuro.

Quando l’approvazione del decreto legislativo Zan è stata arrestata in Senato, Letta ha cinguettato, o piuttosto tuonato. su Twitter:   ‘Hanno voluto fermare il futuro. Hanno voluto riportare l’Italia indietro. Sì, oggi hanno vinto loro e i loro inguacchi, al Senato. Ma il Paese è da un’altra parte. E presto si vedrà’.

L’articolo in questione, una sorta di manifesto elettorale, in perfetta obbedienza e armonia con il suo capo, recita:

Una giovane ventenne come me non può votare Giorgia Meloni per un motivo semplice: è rimasta indietro con le lancette della storia. Non ne faccio nemmeno una questione di ‘passato scomodo’ (non ha ancora fatto i conti con il fascismo per quanto cerchi di accaparrarsi consensi con dichiarazioni fatte all’ultimo minuto in vista delle elezioni) ma ne faccio una questione di attualità e futuro.

Giorgia Meloni e il suo partito hanno una visione anacronistica del presente; non vogliono fare riforme coraggiose che facciano evolvere il nostro paese, ma vogliono regredire. Non hanno una visione globale, sono convinti che la globalizzazione e l’Europa ci abbiano solo penalizzato, quando in realtà grazie al libero scambio e alle contaminazioni culturali oggi noi giovani abbiamo molte più opportunità e prospettive rispetto a prima.

 Sono contrari ai diritti civili e ritengono che non siano una priorità, quando è chiaro a tutti che i diritti siano l’unica cosa che conta davvero all’interno di una comunità, meno diritti vuol dire anche avere una società che produce di meno e quindi cresce di meno

Mi fermo qui e accenno solo alle critiche successive: ‘Giorgia Meloni non sostiene le giovani donne e questo è uno degli elementi che mi fa più dispiacere’. Vuole che siano sottomesse all’uomo che è il re della casa, mentre a lei tutto è concesso, compreso il fatto che ‘non è sposata, ma ha una figlia, e tra i due nella coppia è quella più famosa e potente’.

 Infine ‘ha un registro verbale violento e diseducativo sia per le giovani leader donne che si stanno facendo strada, ma anche per tutti i più giovani che si stanno affacciando alla politica’. Insomma ‘Giorgia Meloni è rimasta indietro, non so se per scelta tattica o per convinzione,,,,’,, Un ventenne non può votare un’idea di Paese vecchia, perché non è lui  stesso vecchio, guarda naturalmente al futuro e sostiene che vuole un’Italia all’avanguardia,(un avanguardista dunque?)  che abbia uno sguardo sul mondo e tuteli i diritti‘.

Sono tutte critiche che non val la pena smentire, e tuttavia trovo incredibile che, una volta di più, si contesti alla Meloni, come una contraddizione e chissà quale privilegio, il fatto di non essere sposata, di avere una figlia e un partner meno potente.  La legge 76 del 2016 distingue tre istituti che regolano la vita in comune tra due persone, il matrimonio tra coppie eterosessuali, l’unione civile tra coppie omosessuali, e infine la convivenza di fatto. Quest’ultima è la condizione che di solito le coppie eterosessuali preferiscono rispetto al matrimonio.

L’articolo è prima apparso su OPEN e firmato da Marta De Vivo ed è utile sapere chi è: Leggo su Linkedin che questa bella ragazza, è ‘nata nel 2001, vive a Venezia, è bilingue inglese e frequenta il Corso in Relazioni Internazionali e Diritti Umani presso l’Università degli Studi di Padova‘.

Per collaborazione a testale giornalistiche prestigiose, per le numerose interviste a personaggi di spicco italiani e stranieri, per la stretta collaborazione con Huffpost, per la partecipazione a numerose trasmissioni radiofoniche e iniziative giornalistiche, questa ventunenne nuota col suo blogger, che vanta cinquecento collegamenti, nel grande mondo pubblico e sotterraneo delle reti informatiche fin da bambina.

Per comprendere la sua visione del mondo e le tematiche che più le stanno a cuore dovrei leggere il suo profilo su Instagram e Tiktok. Non solo vive nel mondo dei social, ma è anche molto attiva nella vita pubblica. Ha co-fondato un movimento per la difesa delle donne afghane e un movimento studentesco che si chiama Studente in movimento, che intende rivoluzionare insegnamento e contenuti delle scuole dalle primarie all’università.

Ha promosso la conoscenza del Museo M9 di Mestre, sulla   storia dei cambiamenti del secolo scorso. Ha persino fatto un TedX sulla relazione tra democrazia e tecnologia per il 75° anniversario della Repubblica. Fare un TedX, se capisco bene, è vedersi assegnato uno spazio di 18 minuti per una riflessione su un tema di propria scelta nel Gota della più importante e prestigiosa associazione della rete informatica del mondo.

Completa il suo attivismo la fondazione della sua BeDream academy  che offre consulenze di social strategy per aziende e privati e servizi per lo sviluppo della brand identity, immagino non gratuiti.  Insomma, se non si è esperti nel mondo dei social influenzer, dei role model, dei testimonial, dei focus group, non si è in grado di apprezzare l’intensità e laboriosità di una ventunenne come Marta De Vivo.

Invece la ventunenne che qui esprime la sua impossibilità di votare per Giorgia Meloni perché, non sa se per scelta politica o tattica elettorale, non vuol mettersi al passo con la storia, è una ragazza come tante che manifesta una legittima cultura da liceale, che non tradisce nessuna familiarità con il mondo dell’informatica, come del resto il ventenne maschio che compie una analoga riflessione.  Al massimo trasmette l’idea che voglia affermarsi come leader nel mondo della politica.

Il manifesto rispetta bene questi limiti ed è ben confezionato. Ottimo il suo carattere ripetitivo, l’aspetto vago delle aspirazioni, l’insistenza sui diritti, insomma una personcina buona e preoccupata, che non fa che riprendere le critiche correnti nel suo partito di appartenenza. Del resto l’argomento fondante è tautologico: chi appartiene al futuro non regredisce al passato.

Solo qualche piccolo scivolone: quando intende esprimere il suo grado di avversione per la Meloni, inizia con un linguaggio troppo accorato e intimistico: Giorgia Meloni non sostiene le giovani donne e questo è uno degli elementi che mi fa più dispiacere’. E, nel criticarne il linguaggio, definirlo registro verbale  implica una familiarità con la linguistica che non ci aspetteremmo dalla ventenne.

Resta il fatto tuttavia che questo manifesto elettorale è un falso, scritto forse su commissione, oppure ‘per scelta tattica e convinzione‘, a conferma del mio principio n.1 che la sinistra è sinistra e  non   è una tautologia.

Ma è tempo di tornare sull’affermazione iniziale e vedere  se davvero il dlZan sia il futuro.

Punti fermi 6

    12 agosto 2022. Sullo schermo del mio cellulare questa mattina è comparso un articolo sulla fiamma tricolore che caratterizzava dalla nascita il movimento sociale italiano. Giorgia Meloni pensa di toglierlo dal simbolo dei Fratelli d’Italia. Questa è la notizia.  ‘Perché è vero che la presidente di Fratelli d’Italia sta lavorando per rassicurare l’elettorato, i mercati, e gli altri paesi sulla abiura dal fascismo.(opinione di Open), ma per la definitiva operazione di pulizia ci vuole un Congresso e quindi la cancellazione è rinviata a dopo le elezioni del 25 settembre, come del resto fece colui che la volle ministra della ‘Gioventù’ (sic) e cioè Gianfranco Fini‘.

Senonché OPEN vi costruisce sopra un articolo che su un quotidiano occuperebbe molte colonne e sul mio cellulare una quantità di schermate. In che modo?  Partendo dalla richiesta di Andrea Orlando di togliere la fiamma tricolore e dalle accuse di fascismo di Laura Boldrini,

riprendendo lunghi brani da quotidiani come Repubblica e il Messaggero relativi a Fratelli di Italia e la fiamma tricolore,

citando per intero una frase dell’indispettito autore di Fan Page  ‘Meloni ha cambiato idea  diventando molto velocemente liberale conservatrice europeista atlantista? legittimo ci mancherebbe, allora tolga definitivamente la fiamma tricolore missina e neofascista per simbolo del suo nuovo partitone sistemico moderato’.

Senza mai accusare di fascismo direttamente Giorgia Meloni, OPEN ricorda costantemente e ostinatamente al lettore che Giorgia Meloni è fascista, intrinsecamente fascista, che il cambiamento di Fratelli d’Italia è un tentativo dell’ultima ora come quello di Fini e non può ingannare l’elettorato.

A prova di ciò non mancano altre velenose stilettate: presentare in Italia nello scorso marzo il suo partito come il partito conservatore l’aiuta meglio a relazionarsi con Trump.

Ricordare in chiusura che Giorgia Meloni si astenne nelle votazioni sul Pnrr due volte nel 2020 e una volta nel 21. Dunque non proprio ieri, ma soprattutto Dio le renda merito per tanta lucidità.

OPEN ‘è edita da una società a impresa sociale fondata da Enrico Mentana  con lo scopo di costruire un giornale on line che valorizzi i giovani, negli ultimi anni tagliati fuori anche dal giornalismo’. Non c’è dubbio che abbiano appreso dal loro fondatore e modello quale carico di ipocrisia può sopportare e nascondere il political Correct.

Punti Fermi 5

Prima di affrontare io sono Giorgia, voglio elencare alcuni principi, che chiamo motti miei, di varia natura, che ho accumulato via via che scrivevo o studiavo per scrivere i miei articoli, proprio per la loro affinità con il testo di Giorgia.

Motti miei:

  1. La sinistra è sinistra e non è una tautologia.
  2. L’Italia è una repubblica democratica fondata sui morti ammazzati, (art.1).
  3. Il fascismo può venire solo da sinistra, (di solito cantando Bella ciao).
  4. Di un leader, di un partito, di un provvedimento – quando lo è – non basta dire che è antidemocratico o autoritario, occorre dire che è fascista, perché il termine aggiunge il disprezzo. (altrimenti a sinistra non capiscono, chissà perché).
  5. Se Hitler avesse previsto la Germania e l’Europa odierna, non avrebbe scatenato la Seconda guerra mondiale (sua abbreviazione: Se Hitler avesse saputo…).
  6. Il Politically correct è un modo per rendere il pensiero sanzionabile in tribunale. Uccide la libertà di pensiero, soprattutto nell’ambito della morale, della politica, del costume.
  7. Teorie come la Gender Theory o la Critical Race Theory hanno aperto la strada alla dittatura delle minoranze.
  8. La Cancelling Culture è una deprecabile barbarie e fomenta l’ignoranza. Precedenti: Talebani; prima ancora: Guardie Rosse (e il  Libretto Rosso contenente le citazioni di Mao Tse Tung).

E’ facile notare che i primi quattro principi hanno un ambito di applicazione europeo, o specificamente italiano, e che gli ultimi tre hanno un ambito di applicazione americano, o se si vuole anglosassone. Indicano rispettivamente una minaccia reale presente e futura per la democrazia, come ovviamente il quinto. Ma sarà possibile capire più avanti anche che gli ambiti di applicazione si intrecciano, tra Europa e America.

Sono costretto tuttavia a una interruzione.

OGGI 2 GIUGNO 2022  FESTA DELLA REPUBBLICA ORE 12.40

Giorgio Zanchini, in un contesto in cui vuole presentare un libro di Paolo Pagliaro – il giornalista che con il suo Punto chiude ogni sera il programma di Lilli Gruber – prima osserva che, diversamente dal Patto di stabilità, il Pnrr  è lo strumento con cui l’Europa costringe l’Italia a rispettare gli accordi sull’uso delle risorse, poi introduce la questione delle concessioni balneari. Inizia con un’affermazione assolutamente campata in aria, a dimostrazione della propria ignoranza: sette mila chilometri di coste di cui la metà sono date in concessione. Continua con un filmato in cui un ignoto personaggio ripete la nota tiritera che a fronte di un costo complessivo delle concessioni balneari di cento milioni di euro c’è un giro d’affari stimato in 15 miliardi l’anno, sottolinea la protesta quasi  generale dei titolari delle concessioni, lascia infine la parola a Paolo Pagliaro che dice testualmente: noi siamo affezionati ai nostri bagnini con cui trascorriamo le nostre vacanze, ma i bandi vanno fatti e non perché ce lo chiede l’Europa, ma perché il principio della concorrenza va rispettato. Termina augurando ai bagnini di vincere le gare.

Nessuno dei due fornisce all’ignaro ascoltatore l’informazione fondamentale: si tratta di aprire le nostre spiagge non già alla concorrenza italiana, ma alla libera concorrenza europea.

L’inciso di Paolo Pagliaroe non perché ce lo chiede l’Europa” significa che il giornalista ritiene che, siccome una concessione demaniale è un bene pubblico dell’ Italia, automaticamente diviene bene pubblico della Unione Europea. Il che dimostra, o che ha una concezione assai distorta di che cosa sia l’Unione europea, piuttosto simile a quella di Putin sulla Federazione Russa, o che è in totale malafede.  Io ho scritto abbastanza sull’argomento negli ultimi cinque articoli e non mi ripeto. Mi hanno rovinato la festa della Repubblica e spengo il televisore.

PUNTI FERMI 4

Ieri, 28 luglio 2020, Il Sole 24 Ore ha pubblicato l’elenco delle regole vigenti sulle concessioni balneari in molti, ma non tutti, i paesi europei. Si tratta di un documento del governo che dovrebbero servire a giustificare di fronte all’opinione pubblica la decisione di mettere all’asta le licenze balneari a partire dal primo gennaio 2024.

Non penso di peccare di presunzione, se dico che i miei due lunghi articoli pubblicati il 6 giugno sulla questione, intitolati Viva la Nato e abbasso l’Unione europea, se venissero letti, fornirebbero al pubblico un’informazione assai più completa e assai più attenta alle probabili conseguenze funeste di questa decisione del governo.

Mario Draghi resta in carica ‘per il disbrigo degli affari correnti’ e, data la vaghezza di questa prassi amministrativa, difficilmente qualche costituzionalista potrebbe contestare la decisione di rendere operante la legge sulle concessioni balneari. Tra l’altro, se ho capito bene dalle sue dichiarazioni, c’è una porzione dei miliardi del Pnrr che verrà resa disponibile per l’Italia solo quando il governo avrà varato la legge. Se così fosse, sarebbe bello saperlo, per farci una idea assai più realistica (e assai più desolante) dell’Unione Europea.

Una volta di più, dal lontano 1922, i magistrati si sono dati da fare per remare contro gli interessi degli italiani, come spiego negli articoli citati. Il Consiglio di Stato è un nome roboante per un ibrido che ci ha regalato la costituzione più bella del mondo, che funziona ‘sia come consulente del governo, sia come organo giurisdizionale’, ed è divenuto tribunale d’appello rispetto alle sentenze dei Tribunali Regionali (TAR). Per capirci, alla faccia della divisione di poteri, potrebbe annullare o ribaltare ogni sentenza di primo grado che contrasti con l’azione di governo.

 Partendo da una valutazione che condivido, in base alla quale ‘il patrimonio costiero nazionale’ ‘per conformazione, ubicazione geografica, condizione climatiche e vocazione turistica’ è uno ‘dei più rinomati e attrattivi del mondo’, sostiene che va messo all’asta perché, dal punto di vista economico, ha ‘una indiscutibile capacità attrattiva verso le imprese di altri Stati membri’. Tanto vale mettere all’asta anche il Colosseo, Notre Dame e la Tour Eiffel, ed è possibile che lo chieda la prossima volta la Commissione Europea, a noi, non ai francesi.

Un’altra roboante istituzione, l’ Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha dichiarato che ‘l’approvazione del disegno di legge sulla concorrenza costituisce un passaggio strategico per il sistema Paese, non soltanto perché con esso l’Italia si conforma a precisi impegni assunti in sede europea con il Pnrr, ma anche per dare i giusti segnali ai mercati e agli investitori internazionali‘. Una dichiarazione che esula dalle sue competenze, come spiego in Punti fermi 3, ma che ricordo  di nuovo per l’ennesimo riferimento al Pnrr, di cui una buona volta Giuseppe Conte dovrà render conto.

Qui si trascura intenzionalmente che si tratta di libera concorrenza europea, non italiana. Ora persino quell’orribile e discutibile trattato internazionale che è il TFUE (Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea, ratificato dell’Italia il 2 agosto 2008) nella versione del 2012, tra i principi ispiratori del suo Preambolo propone l’equilibro negli scambi, e la lealtà nella concorrenza.

 E, a mio modo di vedere la concorrenza non è leale se non è equanime, se c’è un’assoluta disparità tra i beni in concorrenza, come è il caso tra le coste italiane e la stragrande maggioranza delle coste europee.

22 luglio 1922.  Siamo in campagna elettorale. Si fanno tante previsioni elettorali, e adesso faccio la mia. Intanto Concita (che più PD di così non potrebbe essere; non a caso dirigeva l’Unità), che sostituisce la Gruber (ecco perché) tutta l’estate, ha aperto ieri sera la campagna elettorale del PD invitando naturalmente Enrico Letta.

Ovviamente la  puntata  si apre con il video dei commossi ringraziamenti di Mario Draghi che fanno di Enrico l’autentico salvatore della patria contro Pentastellati e Centro-Destra, anzi Destra si corregge subito Letta. Come se l’opposizione non fosse sempre Far Right in campagna elettorale. Sicuramente Meloni e Salvini sono fascisti, Berlusconi pure, e comunque è un puttaniere. Si tratta di salvare l’Europa contro i sovranisti (da notare che i sovranisti della Polonia hanno sostenuto e sostengono tutto il peso dell’invasione dell’Ucraina).

Tireranno in ballo pure la Resistenza  e le Sardine verranno mobilitate.  Fatica sprecata, perché l’elettorato è in calo ed è soprattutto la destra che se ne sta a casa. Loro mica campano sui soldi della Stato, come i dipendenti di ogni tipo della pubblica amministrazione.

Letta faceva fatica a far capire a Concita e Parenzo quale rivoluzione copernicana fosse avvenuta   nella strategia della campagna elettorale. E ci credo, non può assicurarsi i voti dei 5 stelle, né continuare la campagna acquisti con ius soli, ius scholae e Dl Zan.

Ma intanto gli venivano le lacrime agli occhi di piacere, pensando al sistema maggioritario (ma non voleva abolirlo appena arrivato dalla Francia, dicendone tutto il male possibile?) e – son parole sue- pensando alla riduzione ad un terzo dei parlamentari: ‘questo rende la camera più stabile, più agile, più controllabile’.  Alla faccia della Rivoluzione francese!

 Devo ripetere che una camera con soli 400 deputati non c’è mai stata, né dopo né prima del fascismo? Ecco dimostrato che il fascismo viene da sinistra (e verrà, con il 25% del 35% dei votanti). Perché i comunisti o le loro varianti sono come le cozze. Prima si va al potere, poi si decide come mantenerlo. (Notavo di recente che Rai 3 offre solo salari a tempo indeterminato ai suoi dipendenti, si chiamino pure Ghezzi, Augias, Fazio, Berlinguer, eccetera).

Perciò Rampini non se la prenda: grazie alla riduzione del numero dei parlamentari e al premio di maggioranza si vince o si perde tutto, meglio non parlare di contenuti che potrebbero scontentare qualche elettore. A meno che non si tratti di comprarsi l’elettorato, come hanno fatto i 5 stelle con il reddito di cittadinanza. C’è tuttavia la risorsa manettara: mandare a casa tutti i partiti politici, un privilegio che resta loro e al quotidiano che li sostiene.

Per puro caso, solo scorrendo le offerte delle cooperative librarie, mi sono imbattuto in ‘io sono Giorgia’, e m’è venuto in mente di comprare non dico il libro, ma almeno la sua versione digitale. Prima non avevo mai letto un testo del partito fascista.

Ed è stata una piacevole sorpresa, tanto che in tre giorni mi sono letto le sue  315 pagine nelle veglie notturne, ( di solito la lettura stanca gli occhi e concilia il sonno).

Punti Fermi 3

I prossimi punti fermi saranno a rate, brevi e datati.

Bisogna convenire che pochi giornalisti abbiano a cuore la professione quanto Enrico Mentana; semmai i suoi consiglieri sono poco affidabili, come per l’Ucraina.

Oggi, venerdì 15 luglio 2022, a ora di pranzo, occorreva commentare la Crisi di governo. E chi c’era: ma naturalmente Antonio Padellaro, la grande firma del Fatto Quotidiano, il quale ha spiegato che, se cadrà il governo di Mario Draghi, Giuseppe Conte non c’entra nulla, la colpa sarà di Luigi  Di Maio, ma soprattutto di Matteo Salvini. Gli faceva eco il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari.

Oggi, sabato 16 luglio 2022, la colpa della Crisi di governo, secondo il Fatto quotidiano, non è né di Luigi  Di Maio, né di Matteo Salvini. La colpa è invece di Mario Draghi. Infatti, quando venerdì i 26 senatori pentastellati se ne sono andati a ramengo invece che in parlamento, non volevano affatto togliere la fiducia al Governo Draghi, ma semplicemente si rifiutavano di votare a favore di quella Porcata (il termine non è di Conte, né di Casalino, ma di Marco Travaglio) che è il Decreto Aiuti.

 Mercoledì 20 luglio, infatti, appena Draghi avrà chiarito i 9 punti del programma di Coco-cercacasa, Il governo riprenderà i suoi lavori, come del resto chiedono a gran voce sindaci, sindacati, e persino i potenti della terra.

Oggi 18 luglio 2022, nel corso del TG1 delle 13,30, Roberto Rustichelli, Presidente dell’AGCM, ha dichiarato che ‘l’approvazione del disegno di legge sulla concorrenza costituisce un passaggio strategico per il sistema Paese, non soltanto perché con esso l’Italia si conforma a precisi impegni assunti in sede europea con il PNRR, ma anche per dare i giusti segnali ai mercati e agli investitori internazionali‘.

Roberto Rustichelli è stato nominato Presidente dell’ Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, il 6 maggio 2019, scelto dal Presidente della Camera Roberto Fico e dal Presidente del Senato Elisabetta Castellati per la sua terzietà, competenza tecnica ed esperienza istituzionale tra ben 122 candidati, tra cui almeno 41 professori universitari, 21 magistrati, 10 PM. Pubblicazioni, curriculum vitae, e attività professionale confermano ampiamente questa eccellenza e attitudine a presiedere l’AGCM.

Senonché l’azione di controllo e giudiziaria della Autorità Antitrust  è strettamente limitata alla concorrenza  nazionale nella legge istitutiva del 10 ottobre 1990,n 287 – come del resto pretendeva la direttiva europea che ne chiedeva l’istituzione nei singoli stati – e  quindi Roberto Rustichelli non ha voce e titolo (né l’avrebbero avuta gli altri candidati) per raccomandare i criteri per una sana concorrenza a livello internazionale.  Restano gli impegni assunti in sede europea per ottenere i famosi aiuti di 80 miliardi e i prestiti connessi.

Oggi 21 luglio 2022, Antonio Capacchione, presidente del Sindacato Balneari – Confcommercio lamenta che ieri il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha più volte ripetuto che la riforma del settore rientra negli impegni del governo per l’attuazione del Pnnr. Tale connessione non è prevista dalla Commissione Europea e dal Consiglio Europeo, a meno di impegni non formali con gli organismi europei, che Mario Draghi  dovrebbe rivelare.

Se il presidente del Sib leggesse questo articolo tre capoversi più indietro, vedrebbe che Roberto Rustichelli, presidente  dell’ Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, il 18 luglio ha fatto la stessa affermazione e detto di peggio, e ha raccomandato nel 2020 la riforma delle concessioni balneari, sempre senza averne titolo.

Il presidente del SIB dovrebbe inoltre chiedersi perché non c’è partito o parlamentare, al governo o all’opposizione, che abbia espresso la sua contrarietà, e  perché esista da mesi  una commissione che dovrebbe attuare il piano di questa liberalizzazione entro il 2022. Spiegarci , infine, perché gli stessi sindacati balneari abbiano manifestato la loro opposizione a Roma il 10 marzo scorso.

Chi poi leggesse i miei primi due lunghi articoli intitolati Viva la Nato e Abbasso l’Unione Europea, pubblicati il 6 giugno 2022, avrebbe molto da apprendere sulla vicenda delle concessioni balneari e come, ancora una volta, ci siano magistrati che remano contro gli interessi degli italiani. Si accorgerebbe, inoltre, che forse l’unico a protestare contro le direttive della Commissione Europea sia stato Giulio Tremonti sin dal 2011.

Infine non capisco perché il Presidente Capacchione non rivolga la medesima domanda a Giuseppe Conte che ha condotto personalmente le trattative con l’Unione europea nel 2020. In proposito  si legga il mio articolo intitolato La repubblica delle banane del 29 settembre 2020, che racconta come gli 80 miliardi a fondo perduto ci siano costati anziché 70 miliardi da restituire a partire dal 2027, come previsto, ben 128 miliardi.

Viva la Nato e abbasso l’Unione Europea

Mentre in Europa le persone di buon senso sono indignate e spaventate all’idea che un fanatico della statura di Putin rubi alla nazione Ucraina tutte le coste che affacciano sul Mar Nero, l’Italia si accinge a regalare a un altro Impero il bene più prezioso in suo possesso, cioè la sua invidiabile posizione come penisola che si affaccia sul mare più bello del mondo, il Mare Mediterraneo, una penisola che vanta  8000 chilometri di coste e spiagge!

Tutte le generazioni passate, presenti e future malediranno l’intera compagine finanziaria e politica, governativa e amministrativa che sta vendendo l’Italia all’Unione Europea per 80 miliardi, neppure un ventesimo del suo prodotto interno lordo.

Della Nato in Europa parlo dopo, perché più importante, urgente e deleterio è il rapporto tra Italia e l’Unione europea.

Giulio Tremonti, sempre più bravo e interessante all’opposizione che al governo, invoca carte e trattati per impedire che le licenze balneari vengano azzerate e messe all’asta in base al principio della concorrenza europea. Giustamente oppone all’approvazione della direttiva Bolkestein del 2006 il Trattato europeo del 2007 sulla base della prevalenza giuridica della legge più recente.

Contraddicendo il Trattato, sostiene Tremonti, il diritto europeo sta pian piano azzerando le competenze – e quindi le sovranità nazionali: “La globalizzazione ha portato a una quasi illimitata estensione dell’ideologia del mercato. È vero che, in questi termini, la Bolkestein sublima l’ideologia mercatista concentrandola nella formula della concorrenza, ma restano tuttavia insuperabili i principi costituzionali contenuti nel Trattato e nella Costituzione.

Tra l’altro va notato che l’art. 117, primo comma, prevede la concorrenza come competenza esclusiva dello Stato. In questi termini un precedente fortemente indicativo è comunque quello costituito dalla sentenza della Corte costituzionale spagnola (numero 223 del 2015). Una sentenza che, in Spagna, ha escluso l’applicazione della Bolkestein alle concessioni demaniali”.

Un amico a cui avevo inviato la bozza di questo articolo ha obiettato, indignato, che Tremonti, quando era al governo, voleva addirittura vendere coste e spiagge, che il costo delle licenze balneari è scandalosamente basso, e che, giustamente, l’Europa chiede che vengano azzerate e riproposte in regime di concorrenza.

Poiché queste critiche riflettono le motivazioni correnti nell’opinione pubblica e parlamentare, mi permetto di osservare che preoccupazione permanente di Tremonti era la riduzione del debito pubblico, una cura che non ha mai sfiorato per esempio il governo Conte e i pentastellati, che non saprebbero altrimenti come alimentare il reddito di cittadinanza, fiore all’occhiello delle loro campagne elettorali.

Innanzitutto, Tremonti era ed è tanto consapevole del livello irrisorio dei costi delle licenze balneari, da aver richiesto nel 2002, come prima misura efficace per il risanamento del bilancio, l’aumento del 300% dei prezzi delle licenze, una proposta che ebbe come risultato lo sciopero generale di tutti i gestori dei servizi balneari.

Contro la successiva proposta di vendere alcuni ben demaniali, comprese alcune spiagge, tra gli applausi della Margherita, DL- l’Ulivo il deputato Gnudi affermò: “deve essere riaffermata una distinzione netta tra i beni del patrimonio disponibile, i beni del demanio e i beni del patrimonio indisponibile, … noi potremmo trovarci domani nella situazione di vedere alienati beni che appartengono solo nominalmente allo Stato ma in realtà sono beni pubblici propri della collettività. Evidentemente il PD oggi ha cambiato idea.

Quanto alla vendita di beni demaniali, in un articolo del 28 luglio 2012 pubblicato sul Corriere della Sera, Sergio Rizzo osserva che “risale al 1992 il primo elenco di beni demaniali messi in vendita. Una lista sterminata che comprendeva 114 caserme, la casa del fascio di Salò, campi di volo, spiagge, perfino un borgo terremotato dalle parti di Sanremo. Risultati? chi li ha visti?”

 In realtà nell’articolo Rizzo cita diversi casi di beni demaniali che sono stati venduti e di altri che continuano a essere messi in vendita, talvolta con successo e beneficio pubblico, assai più spesso con un danno per l’erario, e cita qualche caso scandaloso, in cui una pubblica amministrazione dopo aver venduto un edificio, ha dovuto riprenderlo in affitto per le sue esigenze amministrative.

Il problema fondamentale è la messa all’asta delle licenze balneari. Il criterio è questo: Coste e spiagge sono un territorio demaniale inalienabile. L’Europa ragiona così: siccome è un bene pubblico dello Stato X, diviene automaticamente un bene pubblico della Unione europea. In base al principio della concorrenza ogni altro stato Y dell’Unione può concorrere alle gare di appalto dei servizi, in base alle regole che si dà l’Unione, e quindi tutti i cittadini dell’unione europea possono partecipare alle aste.

A me questo modo, per così dire, esteso, di intendere territori demaniali e servizi ricorda, per ragionamento inverso, l’inclinazione di Putin a chiamare le guerre operazioni speciali. Significa a ben vedere che una nazione viene equiparata a un territorio, e presuppone che il concetto di servizio non comporti alcuna modifica non solo del bene demaniale, ma anche del territorio che lo circonda. Un lustrascarpe non mi porta via le scarpe, semmai le lucida e le rende più brillanti. Ma è così?

Ma il principio di concorrenza è accettabile solo perché implica condizioni di equità. Se l’equità non c’è, non c’è neppure concorrenza.  Diventa evidente allora che non tutte le nazioni europee sono identiche: L’Italia è una penisola, Germania, Francia e Spagna, per parlare solo delle nazioni più popolate, non lo sono.  L’Italia è a sud e la Svezia, pure essendo in parte una penisola, è a Nord.

Ci sono caratteristiche climatiche e marine che distinguono drasticamente le nazioni del Nord Europa dalla Nazioni che affacciano in modo esteso sul mediterraneo. Le coste e le spiagge del Nord Europa non sono neppure lontanamente paragonabili alle coste italiane. Le coste della Bretagna e della Normandia hanno il loro fascino, ma niente a che vedere con le coste amalfitana o sorrentina. né è possibile godersi lo stesso uso della spiaggia e del mare: durata del bel tempo, temperatura dell’acqua e dell’aria, altezza delle maree e conseguenti correnti lo impediscono. 

Non ci può essere un’equa concorrenza, infine, se nel Nord Europa esiste letteralmente Fame di sole.

Qualcuno penserà che esageri. Dopo la dissoluzione della Russia, milioni di giovani e meno giovani dell’Europa orientale, polacchi in testa, hanno invaso le coste della Croazia, stendendosi a prendere il sole persino sulle strade asfaltate. La Germania ogni giugno si riversa sulla costiera romagnole in cerca di sole e di birra, più che di mare.

In estate, se a Edimburgo capitava una giornata particolarmente calda e assolata, severe studiose che affollavano la biblioteca universitaria, all’ora di pranzo, si liberavano dei vestiti e si stendevano allegre in mutande e reggiseno a godersi il sole nel giardino della biblioteca, altre signore altrettanto serie e gentili ricevevano a casa gli ospiti in bikini.

Facciamo un esempio terra terra: supponiamo che una famiglia dell’isola d’Elba che gestisca da decenni i servizi di spiaggia perda la gara per la licenza. In base al principio della concorrenza potrà sempre partecipare a una gara per l’appalto dei servizi sulle spiagge della Bretagna, della Normandia, della Svezia? Scherziamo: dovrà trasferirsi in Francia o in Svezia?  Direte che sono uno stupido. Potrà continuare a offrire i servizi di spiaggia, ma alle dipendenze del soggetto vincitore della gara.

Secondo il rapporto spiagge 2021 di Legambiente, in base a dati aggiornati del Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti, le concessioni demaniali riguardano 1432 km (il 43% di tutte le spiagge), sono circa 12000, e sono rilasciate dai Comuni.  Esiste cioè una estrema parcellizzazione d questo bene, dato che ogni concessione riguarda in media 120 metri di spiaggia.

Coste e spiagge sono il motivo e il traguardo fondamentale della vacanza o della villeggiatura. State certe che la Francia, per esempio, ha competenze legali, digitali, e strutture del credito necessarie a vincere tutte le gare di appalto delle concessioni demaniali.

Ma ottenuto l’appalto dei servizi di spiaggia, ci sono a monte necessità di vitto e alloggio. La francese Carrefour è la più grande catena di supermercati d’Europa; è così difficile immaginare che si troverà in condizioni dominanti rispetto agli altri supermercati alimentari? Lo stesso varrà per la francese Accor-Hotels, una delle più grandi catene alberghiere d’Europa, con hotels per tutte le tasche. Vinci, Sodexo, Saint-Gobain monopolizzerebbero l’edilizia.

Inoltre, le prenotazioni di lettini e ombrelloni molto spesso in Italia avvengono persino nell’inverno o nell’anno precedente e si trascinano dietro ovviamente le prenotazioni dei servizi alberghieri, un vantaggio fondamentaleper i vincitori dell’appalto. E non c’è ragione o convenienza economica per le multinazionali per non favorire le popolazioni del Nord Europa rispetto agli italiani.

In breve, l’Isola d’Elba diventerebbe più francese della Corsica.

Viva la Nato e abbasso l’Unione Europea 2

Penso che i grattacieli di Faro nell’ Algarve portoghese o quelli di Benidorm nella provincia valenciana siano il risultato di un eccessivo sfruttamento turistico.

Io non voglio vedere grattacieli all’Elba, tantomeno a Ischia, Capri, Sardegna. Io non vorrei vedere grattacieli in nessun luogo della penisola. Se li vogliono a Milano, li facciano, almeno dai piani alti si vedono le Alpi. Li facciano anche ad Abano, guarda caso piena di tedeschi: Abano nell’inverno è immersa nella nebbia, ma dai piani alti si vede sempre il sole.

Ci sono anche casi particolari: la Germania è riuscita a tenere fuori dalla Bolkestein i suoi distretti mercantili. L’Italia potrebbe partecipare a una gara per l’appalto dei trasporti tra Lione e Parigi. Ma la Francia ha già vietato l’uso di materiale ferroviario italiano sulle rotaie francesi. Sto parlando dell’alta velocità.

Nel management di queste compagnie sono presenti fior di fiscalisti, avvocati ecce cc che possono vincere le gare di tutta l’Elba. Sto parlando di casi reali. E’ già accaduto che una compagnia francese abbia vinto l’appalto di Tper, l’azienda pubblica che gestisce i servizi dei trasporti regionali a Bologna e Ferrara. Adesso potrebbe fare accordi con la Germania per l’acquisto esclusivo di autobus Mercedes, magari a metano come per il passato. 

Riassumendo, le coste e le spiagge d’Italia sono l’unica grande ricchezza e risorsa dell’Italia, come il petrolio per la Norvegia, come boschi e foreste per la Svezia e la Finlandia. Non possiamo svenderla o regalarla all’Europa, non c’è parità con coste e spiagge del Nord Europa. Non lo fanno gli Spagnoli, ed è l’unica risorsa della Grecia.

Determinante invece per la decisione del Governo Draghi è la sentenza del Consiglio di Stato, contro una serie di associazioni, o imprese della Puglia che intenderebbero procrastinare le attuali licenze fino al 2033. Tra i motivi anche, inopinatamente, lo scarso interesse giustificherebbe di sottrarlo alla concorrenza.

Il consiglio di stato è un organo che ci ha regalato la nostra costituzione, sia come consulente del governo sia come organo giurisdizionale, alla faccia della divisione dei poteri.  Dopo l’istituzione dei tribunali regionali (TAR) il consiglio di stato è diventato tribunale d’appello.

Oberato di ricorsi e in ritardo di decenni, per motivi che ignoro ha emesso una sentenza il 9 giugno 2021 che non solo considerava, prive di pregio, come amano dire i magistrati, le motivazioni delle controparti, ma indicava il 31 dicembre 2023 come data ultima per approvare i decreti legislativi, necessari alla concorrenza.

Contro chi aveva sostenuto la tesi della scarsa appettibilità  internazionale di una singola concessione, la pubblica amministrazione “mette a disposizione dei privati concessionari un complesso di beni demaniali che, valutati unitariamente e complessivamente, costituiscono uno dei patrimoni naturalistici (in termini di coste, laghi e fiumi e connesse aree marittime, lacuali o fluviali) più rinomati e attrattivi del mondo”.

Proprio per questo, dicevo io, il regime di libera concorrenza è iniquo.

 “Basti pensare che il giro d’affari stimato del settore si aggira intorno ai quindici miliardi di euro all’anno, a fronte dei quali l’ammontare dei canoni di concessione supera di poco i cento milioni di euro, il che rende evidente il potenziale maggior introito per le casse pubbliche a seguito di una gestione maggiormente efficiente delle medesime”.

Ma si badi, mentre questa valutazione complessiva dovrebbe indurre a una generale rivalutazione dei canoni, qui è la parcellizzazione delle concessioni che diventa un intralcio da abolire, cioè si passa da una argomentazione giuridica (non priva per altro di conseguenze economiche), a una consulenza vantaggiosa per il governo (qui sta il carattere equivoco di fondo del Consiglio di Stato, che consiglia e giudica nello stesso tempo), ma si dice che la parcellizzazione delle concessioni è un ostacolo, quindi da abolire per attuare il regime di libera concorrenza nell’unione europea.

Giudizio, anche più dettagliato:

Già queste considerazioni traducono in termini economici un dato di oggettiva e comune evidenza, legata alla eccezionale capacità attrattiva che da sempre esercita il patrimonio costiero nazionale, il quale per conformazione, ubicazione geografica, condizioni climatiche e vocazione turistica è certamente oggetto di interesse transfrontaliero, esercitando una indiscutibile capacità attrattiva verso le imprese di altri Stati membri”.

Consiglio attuativo:

Né si può sminuire l’importanza e la potenzialità economica del patrimonio costiero nazionale attraverso un artificioso frazionamento del medesimo, nel tentativo di valutare l’interesse transfrontaliero rispetto alle singole aree demaniali date in concessione. Una simile parcellizzazione, oltre a snaturare l’indiscutibile unitarietà del settore, si porrebbe in contrasto, peraltro, con le stesse previsioni legislative nazionali (che, quando hanno previsto le proroghe, lo hanno sempre fatto indistintamente e per tutti, non con riferimento alle singole concessioni all’esito di una valutazione caso per caso) e, soprattutto, darebbe luogo ad ingiustificabili ed apodittiche disparità di trattamento, consentendo solo per alcuni (e non per altri) la sopravvivenza del regime della proroga ex lege”.

Nemmeno lontanamente sfiora la testa del magistrato l’idea che forse proprio questo trattamento generalizzato sia stata la causa di canoni di concessione irrisori.

E finalmente il vero scopo della sentenza:

Non vi è dubbio, al contrario, che le spiagge italiane (così come le aree lacuali e fluviali) per conformazione, ubicazione geografica e attrazione turistica presentino tutte e nel loro insieme un interesse transfrontaliero certo, il che implica che la disciplina nazionale che prevede la proroga automatica e generalizzata si pone in contrasto con gli articoli 49 e 56 del TFUE, in quanto è suscettibile di limitare ingiustificatamente la libertà di stabilimento e la libera circolazione dei servizi nel mercato interno, a maggior ragione in un contesto di mercato nel quale le dinamiche concorrenziali sono già particolarmente affievolite a causa della lunga durata delle concessioni attualmente in essere.

Qui occorre fare attenzione. Sembra che il problema sia l’eliminazione delle proroga automatica e generalizzata delle concessioni, mentre il riferimento all’articolo 49 (Libertà di stabilimento) e 56 (libera circolazione dei servizi nel mercato interno)  del Testo di Funzionamento dell’Unione Europea, consente al governo di emanare decreti legislativi  che potrebbero mettere all’asta la costa dell’intera Puglia dal Gargano a Santa Maria di Leuca.. 

In realtà l’arti 49 del TFEU è talmente vago da consentire tanto a un cittadino francese di aprire una piccola falegnameria a Bologna, quanto non solo di gestire le coste della puglia, ma anche di rimpiazzare il personale italiano con personale albanese.

Qualcuno ha sostenuto che “Nel settore delle concessioni demaniali con finalità turistico-ricreative, le notevoli differenze esistenti fra le legislazioni degli Stati membri (in particolare quelli più direttamente interessati ossia, oltre all’Italia, Spagna, Portogallo, Francia, Grecia e Croazia) avrebbero richiesto una preventiva armonizzazione delle normative nazionali applicabili in tale settore”.

Ma contro questa prospettiva il giudice è tanto apodittico quanto tautologico. Non è in gioco l’armonizzazione delle legislazioni, bensì la liberalizzazione in base agli articoli 49 e 56, fatta salva la natura ‘funzionale e pragmatica’ di tutto il TFUE.  Di nuovo le differenze di legislazione non potrebbero che rivelarsi un ostacolo alla liberalizzazione. Personalmente sono del parere, giuridicamente parlando, che non solo l’argomentazione, ma anche la capoccia di questi magistrati, a partire dal presidente Filippo Patroni-Griffi, sia priva di pregio.

Viva la Nato e abbasso l’Unione Europea 3

Partiamo dal presente e da lontano. Imbecilli o in malafede, scegliete voi, ci hanno raccontato che la postura (per usare un termine cretino) di Putin era difensiva, e la Nato un’alleanza bellicosa. Mentre è vero il contrario, come è vero che esistono il sole e la luna, e cioè che la Nato in Europa è un’alleanza difensiva che è nata e si è estesa per paura della Russia.

Tra l’altro ogni nazione d’Europa ci sta dentro a modo suo. Mi limiterò a considerare i due paesi più estesi  popolati ed importanti: la Germania e la Francia.

Zelenski, che non è uno sprovveduto, diffidava della Germania della Merkel. Personalmente ho pensato tante volte che, se Hitler avesse potuto prevedere la Germania odierna, non avrebbe scatenato la seconda guerra mondiale.

Quello che le banche tedesche hanno fatto alla Grecia negli ultimi decenni è assai peggio di quanto la Grecia ha subito in passato da nazisti e fascisti.

Dopo l’invasione dell’Ucraina si era detto in Europa che ci si doveva liberare dalla dipendenza dalla Russia per il petrolio e il metano. L’Italia è andata in giro in Africa cercando risorse alternative.  E la Germania? La Germania si tiene tutto il Gas che riceve dalla Russia, usa il gasdotto del Baltico (cioè quello che non passa per l’Ucraina) e probabilmente aspetta solo la pace per portarlo a termine.

Non aveva alternative? Figuriamoci! Ha invece approfittato della crisi Ucraina per realizzare quello che giustamente Andreotti paventava, quando dichiarava apertamente che non era contento della riunificazione delle due Germanie. Un riarmo da cento miliardi di dollari!

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz, nel presentare il piano del riarmo, ha dichiarato che la Germania deve diventare una vera potenza mondiale, “non così forte da costituire un pericolo per i vicini, ma forte abbastanza”. Qualcuno sa spiegarmi questo ossimoro? Ci dobbiamo preoccupare della potenza degli Stati Uniti e della Russia, che sono lontani, ma non di una potenza globale al centro degli Stati fondatori dell’Europa e della Nato?

Tanto vale comprendere che, come Erdogan, la Germania vuole stare nella Nato e nella Unione Europea con i piedi in due staffe. Preoccupata della influenza americana e dei paesi della Europa orientale, anche lei, come Putin, vuole avere libertà di movimento. Ma non era appunto questa la situazione della Germania, alla vigilia della guerra mondiale, non torna subito in mente il nome di Joachim von Ribbentrop?

Si dirà che farnetico, che la Germania ha appena inviato all’Ucraina 50 carri armati Gepard. Lo ha fatto per le critiche ricevute dagli alleati. Prima aveva versato un milione di euro, cioè un millesimo del suo piano di riarmo, la metà di quanto versato dalla sola Estonia.

Ma perché non ricordare che molti anni fa l’Italia ha acquistato a caro prezzo dalla Germania ben 500 carri armati Gepard che erano in pratica un residuo bellico. Mentre l’ANPI ha apprezzato il pacifismo verso Putin della Germania, e detestato Biden e gli Stati Uniti. Ma l’Italia è famosa nel mondo per i giri di walzer delle sue alleanze, e così i nostri partigiani, a rimorchio delle truppe americane nel 43-45, adesso le detestano e tifano per il tedesco.

L’atteggiamento della Francia rispetto al Patto Atlantico è troppo noto (uscita e rientrata) per ricordarlo, e in questo momento Macron fa di tutto per assumere il ruolo principale nelle trattative di pace con la Russia.

E l’Italia?  Siamo al centro del percorso di Pace, come dice Conte, e Di Maio ha già pronto un piano in quattro punti.

In realtà l’ Italia è andata sotto la coda della Germania con Romano Prodi e sotto la coda di Macron con Enrico Letta. E chi sta sotto la coda si prende gli schizzi, i ceffoni ricevuti da Macron, a cominciare dalla cantieristica, e un trattamento poco meno brutale di quello greco dalla Germania.

Pacifismi 1

La storia del pacifismo italiano dopo il 1945 è piuttosto curiosa. Si dicono pacifisti i comunisti italiani, Togliatti in testa, perché sono profondamente avversi all’ingresso dell’Italia nel Patto atlantico. Viene perciò creato un movimento per la pace, per attirare consensi esterni al partito comunista, e ha la sua acme, perciò, nel 1949 con l’ingresso dell’Italia nella Nato. Nel 1952 è assai debilitato e scompare nel 1955. Quindi è un pacifismo non proprio diritto, ma come dire inclinato a sinistra e bellicoso a destra. Un pacifismo non proprio pacifico.

Come avrebbe potuto essere altrimenti? C’è bisogno di ricordare che Lenin, nel timore di una repressione della rivoluzione, non solo spostò il governo da Pietroburgo a Mosca, ma pretese che i comunisti di tutta Europa, per salvare la rivoluzione in Russia, dovessero fondare un partito militarizzato e scissionista (subito rompere con i socialisti), che, se vogliamo, fu un modello per il partito fascista e per quello nazista: sto parlando del 1921, un anniversario festeggiato. Sicché l’ossessione dell’accerchiamento viene da lontano.

Una testimonianza personale: nel 1978, per andare con la famiglia in auto a Praga da Vienna, alla frontiera austriaca non ci hanno neppure fermati. Appena passato il confine, non solo le sbarre consuete, ma tutto cintato con una quantità di rotoli di filo spinato, cavalli di frisia a centinaia, torrette armate, soldati con mitra e cani lupi. Eppure il problema semmai era uscire, non certo entrare nell’ Europa orientale e l’Austria non era, come non è, neppure nella Nato.

In un articolo sul Riformista del 24 aprile 2022 Piero Sansonetti, di cui pure ho parlato assai bene in diversi articoli precedenti, critica giustamente il paragone con la Resistenza, ma poi sostiene che dopo le atomiche sul Giappone, l’olocausto, il bombardamento di Dresda e gli orrori del Vietnam bisogna condannare ogni guerra ed essere pacifisti. A parte che l’olocausto non c’entra niente, ogni guerra va dunque condannata a causa degli orrori prodotti dagli Stati Uniti.

Se l’orrore è prodotto dal numero dei morti e, in particolare, civili, ci sono altrettanti massacri nei periodi di pace. Se l’orrore è prodotto dal genere di morte, le guerre da sempre sono state micidiali. Al tempo dei Romani, conquistata una città, spesso si uccidevano i soldati avversari (non esisteva il prigioniero) e la popolazione civile diveniva tutta schiava.

Al tempo di Napoleone, i due avversari si sparavano a turno fucilate o cannonate contro schiere di fanti in piedi, in fila, stretti l’uno all’altro e ad ogni colpo ne morivano decine. Erano carneficine.

Se il problema è l’arma, almeno un milione di abitanti del Congo sono stati massacrati da coltelli o fucili. Mi dilungo su una questione così ovvia, perché l’argomento di Sansonetti non regge. Resta invece il fatto che anche questo è pacifismo non è diritto, ma inclinato.

C’è poi l’articolo 11 della Costituzione italiana: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Mi piace citarlo per la sua ambiguità: perché non vieta affatto di ricorrere alla guerra in caso di difesa della propria libertà, ma neppure in caso di difesa della libertà di altri popoli. Quanto al divieto di ricorrere alle armi come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, solo Dribba può pensare che l’invasione di uno Stato sia semplicemente una controversia. E chiamo Dribba Alessandro Di Battista, perché sarebbe stato un ottimo leader politico, se fosse nato almeno vent’anni prima del 1968.

D’altro canto, anche Putin potrebbe sottoscrivere l’articolo della Costituzione visto che la sua è una operazione speciale e non una guerra. Quanto al resto, in base alla formulazione sarebbe facile sia affermare, sia negare che ONU, Nato, Patto di Varsavia assicurino pace e giustizia fra le nazioni.

Ma il pacifismo è, per così dire, esploso, da quando Putin ha invaso l’Ucraina. Si tratta di un pacifismo variegato, perché diversamente motivato.

L’antipatia viscerale nei confronti di Zelenski è l’ingrediente non unico, ma fondamentale, del pacifismo, per esempio, di Selvaggia Lucarelli. Invitata dal subdolo Formigli (megasubdolo direbbero i bambini) a difendere il professore Orsini,dichiara che Zelenski, gli provoca inquietudine, un effetto straniante (Brecht), ma anche struggente (anti-Brecht) e trova un suo messaggio un po’ ingenuo … ma anche, come dire, eccessivamente furbo. Qui sentiamo più l’attrice che la giornalista. 

Un gruppo affine è quello capeggiato da Carlo Freccero, che è stato per molti anni direttore di Rai 2, è tornato ad esserlo tra il 2018 e il 2019. Su di lui mi limito a citare l’inizio di un articolo di Lorenzo De Cicco, pubblicato su La repubblica del 3 aprile 2022:

ROMA –Tutto si tiene, ma gli altri non ve lo dicono: la “guerra della Nato” e il Green Pass “olio di ricino postmoderno”; i vaccini “che modificano il dna”, come il 5G, e il “golpe in Ucraina” messo in atto da “paramilitari nazisti” addestrati dagli americani e foraggiati “dal finanziere Soros”; la resistenza “fiction” di Zelenski, “fantoccio degli Usa”, e le “zanne affilate dei generali”, mica di Putin, ma italianissimi, “come Figliuolo”.

Tutto si tiene, nel metaverso della Commissione DuPre (Dubbio e Precauzione), che in una saletta di convegni alla Città dell’Altra economia di Testaccio, Roma, celebra lo sposalizio tra le teorie sulla “dittatura sanitaria” da Covid e il nuovo fronte del dissenso, la narrazione del conflitto ucraino tendenza Mosca. “Ci sono elementi di continuità tra la gestione della pandemia in Occidente e la guerra della Nato”, assicura il professor Ugo Mattei– che con Carlo Freccero e Massimo Cacciari ha fondato a dicembre la commissione in nome del no al Green Pass – mentre tira le somme a valle di 4 ore e mezza di interventi.

Pacifismi 2

Poi ci sono i giornalisti alla Fulvio Grimaldi, alla Capuozzo, i vignettisti alla Vauro e peggio.

Toni Capuozzo, per esempio, che è scatenato contro Zelenski e Biden, si è chiesto di recente quando mai gli Stati Uniti abbiano lasciato un paese meglio di come era prima. Peccato che si sia dimenticato come era l’Italia e, in generale, l’Europa liberata dagli americani e come era quella liberata dalla Russia. Sicuramente preferisce la Corea del Nord a quella del Sud, il Giappone di Pearl Arbour al Giappone democratico, la Cambogia dei Kmer Rossi alla Tailandia.

Seguono i pacifisti caritatevoli, come Laura Boldrini, che sostengono con fermezza che non bisogna inviare armi all’Ucraina, per non prolungarne l’agonia.

Ancora, ci sono i pacifisti alla Chamberlain, che temono il nostro coinvolgimento nella terza guerra mondiale. Un prolungamento piuttosto naturale di questo genere di pacifismo è l’idea che tutte le alleanze siano bellicose. Se l’Inghilterra non fosse stata alleata con la Polonia, non sarebbe entrata in guerra contro la Germania, perciò Hitler non avrebbe mai invaso la Francia.

Infine, ci sono i pacifisti che contraddicono il giornale su cui scrivono. E’ il caso dei giornalisti del Manifesto, un quotidiano fondato in acceso contrasto con la dirigenza del PCI, dopo l’invasione russa della Cecoslovacchia.

Ma ci sono anche i pacifisti dell’ANPI che ha il curioso monopolio di decidere quando, come e contro chi si deve ricorrere alle armi. E ha anche avuto il vantaggio di raccontare a suo modo la Resistenza, dimenticando in buona parte chi non era comunista.

Il vantaggio di un odio sviscerato verso gli Stati Uniti e di una ammirazione profonda per la Russia degli Zar, dei Soviet, di Putin, è costituito da una enorme dose di opportunismo. Non solo non c’è bisogno di mandare armi a Zelenski, ma neppure di spendere un euro per la nostra partecipazione alla Nato; per di più ci teniamo il gas della Russia. Persino l’innata italica generosità si è tradotta in un sussidio di 35 euro giornaliero a chi ospita una persona Ucraina.

C’è poi un gruppo permanente di attivisti di ogni parrocchia che ama sfilare nelle piazze per dimostrare di essere la maggioranza e quindi profondamente democratica.

Tra i pacifisti possiamo includere anche l’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, che il 25 aprile ha lodato Bologna, perché “da sempre contraria a tutti i nazionalismi”. Viceparroco alle parrocchia di Santa Maria in Trastevere e dal 2000 assistente ecclesiastico alla Comunità di Sant’Egidio, è un’autentica creatura di Papa Francesco che lo ha fatto vescovo, poi arcivescovo di Bologna, e infine Cardinale presbitero della Comunità di Sant’Egidio.

Se non gli piacciono le Nazioni, probabilmente preferisce gli Imperi. Dante, tuttavia, lo avrebbe messo nel girone infernale del Canto XVIII, che comprende ruffiani e adulatori e, guarda caso, Bolognesi in gran numero.

Da parte sua Papa Francesco, nel suo meritevole desiderio di implorare la pace e quanto meno una tregua, ha di recente abbracciato la tesi che l’accerchiamento della Russia da parte della Nato sia all’origine dell’invasione della Ucraina da parte di Putin.

In un recente sondaggio di Paglioncelli che vede favorevole all’invio delle armi all’Ucraina solo il 40% degli italiani, contro un 48% contrario, possiamo scorgere un carattere nazionale preciso e potremo dire, con il linguaggio della Critical Rice Theory, che l’Italia è, ed è sempre stata, un paeseintrinsecamente opportunista”.

Vale la pena pertanto di concludere questa rassegna con il massimo campione dell’opportunismo, un Presidente del Consiglio nominato motu proprio da Beppe Grillo, un comico che non vale una dantesca trombetta del comico Zelenski.

Stiamo parlando di Giuseppe Conte, il sedicente avvocato del popolo, in realtà avvocato di se stesso che, alla ricerca disperata di un partito politico per tornare in sella, ha da qualche settimana promesso a Zelenski “soprattutto grande sostegno in questo percorso di pace”. Specialista in queste roboanti dichiarazioni che non vogliono dire nulla, ha deciso che bisogna smettere di inviare (o promettere) armi all’Ucraina, e rifiutare qualsiasi spesa connessa alla nostra appartenenza alla Nato.

Pretenderebbe di controllare in ogni momento la condotta di governo, non perché l’attuale Presidente del Consiglio non sia coerente con gli impegni presi, ma perché si è passati dalla fase 1 alla fase 2. Cioè, grazie sempre al benevolo intervento di Beppe Grillo, Giuseppe Conte è ora il leader di un partito politico pentastellato che vale il 12% dell’elettorato.

Considera inoltre un’offesa personale l’intenzione del Presidente del Consiglio di porre un termine all’erogazione del superbonus 110%, che di fatto favorisce ingegneri e fiscalisti, piuttosto che condomini, gonfiando enormemente il debito pubblico.