Viva la Nato e abbasso l’Unione Europea 2

Penso che i grattacieli di Faro nell’ Algarve portoghese o quelli di Benidorm nella provincia valenciana siano il risultato di un eccessivo sfruttamento turistico.

Io non voglio vedere grattacieli all’Elba, tantomeno a Ischia, Capri, Sardegna. Io non vorrei vedere grattacieli in nessun luogo della penisola. Se li vogliono a Milano, li facciano, almeno dai piani alti si vedono le Alpi. Li facciano anche ad Abano, guarda caso piena di tedeschi: Abano nell’inverno è immersa nella nebbia, ma dai piani alti si vede sempre il sole.

Ci sono anche casi particolari: la Germania è riuscita a tenere fuori dalla Bolkestein i suoi distretti mercantili. L’Italia potrebbe partecipare a una gara per l’appalto dei trasporti tra Lione e Parigi. Ma la Francia ha già vietato l’uso di materiale ferroviario italiano sulle rotaie francesi. Sto parlando dell’alta velocità.

Nel management di queste compagnie sono presenti fior di fiscalisti, avvocati ecce cc che possono vincere le gare di tutta l’Elba. Sto parlando di casi reali. E’ già accaduto che una compagnia francese abbia vinto l’appalto di Tper, l’azienda pubblica che gestisce i servizi dei trasporti regionali a Bologna e Ferrara. Adesso potrebbe fare accordi con la Germania per l’acquisto esclusivo di autobus Mercedes, magari a metano come per il passato. 

Riassumendo, le coste e le spiagge d’Italia sono l’unica grande ricchezza e risorsa dell’Italia, come il petrolio per la Norvegia, come boschi e foreste per la Svezia e la Finlandia. Non possiamo svenderla o regalarla all’Europa, non c’è parità con coste e spiagge del Nord Europa. Non lo fanno gli Spagnoli, ed è l’unica risorsa della Grecia.

Determinante invece per la decisione del Governo Draghi è la sentenza del Consiglio di Stato, contro una serie di associazioni, o imprese della Puglia che intenderebbero procrastinare le attuali licenze fino al 2033. Tra i motivi anche, inopinatamente, lo scarso interesse giustificherebbe di sottrarlo alla concorrenza.

Il consiglio di stato è un organo che ci ha regalato la nostra costituzione, sia come consulente del governo sia come organo giurisdizionale, alla faccia della divisione dei poteri.  Dopo l’istituzione dei tribunali regionali (TAR) il consiglio di stato è diventato tribunale d’appello.

Oberato di ricorsi e in ritardo di decenni, per motivi che ignoro ha emesso una sentenza il 9 giugno 2021 che non solo considerava, prive di pregio, come amano dire i magistrati, le motivazioni delle controparti, ma indicava il 31 dicembre 2023 come data ultima per approvare i decreti legislativi, necessari alla concorrenza.

Contro chi aveva sostenuto la tesi della scarsa appettibilità  internazionale di una singola concessione, la pubblica amministrazione “mette a disposizione dei privati concessionari un complesso di beni demaniali che, valutati unitariamente e complessivamente, costituiscono uno dei patrimoni naturalistici (in termini di coste, laghi e fiumi e connesse aree marittime, lacuali o fluviali) più rinomati e attrattivi del mondo”.

Proprio per questo, dicevo io, il regime di libera concorrenza è iniquo.

 “Basti pensare che il giro d’affari stimato del settore si aggira intorno ai quindici miliardi di euro all’anno, a fronte dei quali l’ammontare dei canoni di concessione supera di poco i cento milioni di euro, il che rende evidente il potenziale maggior introito per le casse pubbliche a seguito di una gestione maggiormente efficiente delle medesime”.

Ma si badi, mentre questa valutazione complessiva dovrebbe indurre a una generale rivalutazione dei canoni, qui è la parcellizzazione delle concessioni che diventa un intralcio da abolire, cioè si passa da una argomentazione giuridica (non priva per altro di conseguenze economiche), a una consulenza vantaggiosa per il governo (qui sta il carattere equivoco di fondo del Consiglio di Stato, che consiglia e giudica nello stesso tempo), ma si dice che la parcellizzazione delle concessioni è un ostacolo, quindi da abolire per attuare il regime di libera concorrenza nell’unione europea.

Giudizio, anche più dettagliato:

Già queste considerazioni traducono in termini economici un dato di oggettiva e comune evidenza, legata alla eccezionale capacità attrattiva che da sempre esercita il patrimonio costiero nazionale, il quale per conformazione, ubicazione geografica, condizioni climatiche e vocazione turistica è certamente oggetto di interesse transfrontaliero, esercitando una indiscutibile capacità attrattiva verso le imprese di altri Stati membri”.

Consiglio attuativo:

Né si può sminuire l’importanza e la potenzialità economica del patrimonio costiero nazionale attraverso un artificioso frazionamento del medesimo, nel tentativo di valutare l’interesse transfrontaliero rispetto alle singole aree demaniali date in concessione. Una simile parcellizzazione, oltre a snaturare l’indiscutibile unitarietà del settore, si porrebbe in contrasto, peraltro, con le stesse previsioni legislative nazionali (che, quando hanno previsto le proroghe, lo hanno sempre fatto indistintamente e per tutti, non con riferimento alle singole concessioni all’esito di una valutazione caso per caso) e, soprattutto, darebbe luogo ad ingiustificabili ed apodittiche disparità di trattamento, consentendo solo per alcuni (e non per altri) la sopravvivenza del regime della proroga ex lege”.

Nemmeno lontanamente sfiora la testa del magistrato l’idea che forse proprio questo trattamento generalizzato sia stata la causa di canoni di concessione irrisori.

E finalmente il vero scopo della sentenza:

Non vi è dubbio, al contrario, che le spiagge italiane (così come le aree lacuali e fluviali) per conformazione, ubicazione geografica e attrazione turistica presentino tutte e nel loro insieme un interesse transfrontaliero certo, il che implica che la disciplina nazionale che prevede la proroga automatica e generalizzata si pone in contrasto con gli articoli 49 e 56 del TFUE, in quanto è suscettibile di limitare ingiustificatamente la libertà di stabilimento e la libera circolazione dei servizi nel mercato interno, a maggior ragione in un contesto di mercato nel quale le dinamiche concorrenziali sono già particolarmente affievolite a causa della lunga durata delle concessioni attualmente in essere.

Qui occorre fare attenzione. Sembra che il problema sia l’eliminazione delle proroga automatica e generalizzata delle concessioni, mentre il riferimento all’articolo 49 (Libertà di stabilimento) e 56 (libera circolazione dei servizi nel mercato interno)  del Testo di Funzionamento dell’Unione Europea, consente al governo di emanare decreti legislativi  che potrebbero mettere all’asta la costa dell’intera Puglia dal Gargano a Santa Maria di Leuca.. 

In realtà l’arti 49 del TFEU è talmente vago da consentire tanto a un cittadino francese di aprire una piccola falegnameria a Bologna, quanto non solo di gestire le coste della puglia, ma anche di rimpiazzare il personale italiano con personale albanese.

Qualcuno ha sostenuto che “Nel settore delle concessioni demaniali con finalità turistico-ricreative, le notevoli differenze esistenti fra le legislazioni degli Stati membri (in particolare quelli più direttamente interessati ossia, oltre all’Italia, Spagna, Portogallo, Francia, Grecia e Croazia) avrebbero richiesto una preventiva armonizzazione delle normative nazionali applicabili in tale settore”.

Ma contro questa prospettiva il giudice è tanto apodittico quanto tautologico. Non è in gioco l’armonizzazione delle legislazioni, bensì la liberalizzazione in base agli articoli 49 e 56, fatta salva la natura ‘funzionale e pragmatica’ di tutto il TFUE.  Di nuovo le differenze di legislazione non potrebbero che rivelarsi un ostacolo alla liberalizzazione. Personalmente sono del parere, giuridicamente parlando, che non solo l’argomentazione, ma anche la capoccia di questi magistrati, a partire dal presidente Filippo Patroni-Griffi, sia priva di pregio.

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