Giornalisti e opinionisti, fazione e informazione

L’ ultima ragione per cui non avrebbe dovuto vincere la destra è che il 90% dei grandi giornaloni, o dei loro opinionisti, sono targati.

Comincerò dalla Repubblica, il giornale che ha fatto sparire l’Unità per intenderci, e dal suo recente nuovo direttore Maurizio Molinari.

Chi non ricorda il suo inizio della campagna elettorale? Una foto in cui sorregge un grande cartello elettorale: Meloni Inquieta l’Europa.  Stimolando così, se ce ne fosse bisogno, i suoi giornalisti e opinionisti a prodigarsi per il successo del Partito Democratico.

Poche sere fa, ospite da Bruno Vespa a Porta a porta, se non erro, è più corretto e più acuto: ci sono tre derby: tra Letta e la Meloni, tra Calenda e Berlusconi, tra Salvini e Conte. Ci è arrivato un po’ in ritardo, io ne ho già parlato.

Questa tesi non è stata neppure ricordata nei commenti e nelle interviste di Enrico Mentana sul voto. Eppure, potrebbe spiegare tante cose. Quando Giuseppe Conte crea la crisi di Governo, Enrico Letta, già molto infastidito dalla sudditanza del PD durante il Conte 2, inviato da Macron a sostenere le direttive europee connesse al Pnnr italiano, non può che fare del PD l’unico partito che ha sostenuto lealmente il Governo Draghi.

 Convinto che Salvini finirà per osteggiare la Meloni, lo affascina l’idea di migliorare l’influenza del PD sottraendo voti a un Cinque Stelle valutato ormai al 10%. Ma è piuttosto ingeneroso addossare su Letta tutta la colpa di aver violato la regola aurea del Rasatellum, dal momento che da subito Conte ha deciso di correre in perfetta solitudine, vagheggiando nella sua megalomania un partito che si collochi a sinistra del Pd.

Che cosa ha peggiorato la situazione rispetto ai 3 derby di Molinari? 1) L’incapacità di Calenda di fermare (parole sue) Berlusconi; 2) l’impossibilità di Salvini, malgrado la perfetta somiglianza di obbiettivi, di competere con Conte nel comprare i voti del meridione; ma soprattutto 3) una campagna tutta contro la Meloni, senza chiarire che cosa vuole il PD. Anche in questo caso tuttavia si è ingenerosi, perché c’è qualcuno che sappia che cosa vuole il PD

Chiusa la digressione, del Foglio, versione Claudio Cerasa ho già parlato. Il Foglio sta a Repubblica come Paese sera all’Unità, nei pregi e nei difetti.

Il Fatto quotidiano, fondato nel 2009, invece, è il giornale targato Giuseppe Conte a un livello maniacale. Giornale manettaro per eccellenza, condivide con la magistratura del 1992 l’odio e il disprezzo per tutti i partiti politici, un disprezzo che trasuda nelle facce dei suoi giornalisti. Grazie a Grillo hanno trovato un leader politico per cui tifare, l’avvocato del popolo, un leader che emerge dal nulla ontologico e pensa di avere una missione nel paese.

Le tesi del Fatto sono spesso esilaranti. Venerdì 15 luglio Antonio Padellaro spiega che, se cadrà il governo Draghi, Giuseppe Conte non c’entra nulla, la colpa è di Luigi Di Maio, ma soprattutto di Matteo Salvini, che si sfila dal Governo Draghi. Gli fa eco Maurizio Molinari.

Il giorno dopo, come sempre, tocca a Marco Travaglio, sostenere la versione più ardita: Di Maio e Salvini non c’entrano nulla. La colpa è di Mario Draghi.  I 26 sanatori pentastellati erano andati a ramengo invece che in parlamento proprio per non togliergli la fiducia, visto che si rifiutavano di approvare il Decreto Aiuti.

Resta infine La Stampa di cui è nuovo direttore Massimo Giannini, stanco probabilmente di essere sempre il secondo della Repubblica.  Ha fatto un’apprezzabile intervista a Giorgia Meloni e me ne sono meravigliato. Ma soltanto per dimostrare che Giorgia è una bina e trina e che la Giorgia che si presenta alle elezioni è tutt’altra a cosa da quella che fa i comizi in Andalusia, una post-fascista, meglio che vada.

Quando invece di riflettere sull’informazione, si coltiva la fazione, si diventa anche ottusi. Finita la campagna elettorale, Giannini continua a ripetere ai quattro venti che l’Italia è il primo Stato Europeo con un Governo Post-fascista e che questa è una svolta epocale.

Non si è neppure accorto, però, di un altro primato italiano, assai più imitabile non solo in Europa, ma in tutto l’Occidente: il primo Governo nato nell’universo informatico in cui non milioni, ma settatantamila persone   hanno condizionato l’intera Legislatura e il Governo in Italia.

La7

All’inizio del Millennio Centro destra e Centro sinistra si sono confrontati in modo chiaro, diretto e libero, dando vita a Otto e mezzo, grazie soprattutto all’intelligenza di Giuliano Ferrara. Dietlinde Gruber l’ha ereditata nel 2008, poco prima della Fondazione del Fatto Quotidiano. Logico quindi che tutti i giornalisti del Fatto diventassero i beniamini di Lilli. Del tutto incapace di distinguere informazione e campagna elettorale, forse anche per essere stata parlamentare europea dell’Ulivo, è la portavoce di Enrico Letta.

La sua antipatia per Giorgia Maloni è già presente nel 2019, visibile in tre video datati rispettivamente il 17marzo, il 3 ottobre e il 19 novembre di quell’anno. L’astio ha due componenti: primo, il retaggio caratteriale tedesco; secondo, la capacità, del tutto femminile, di trovare odiosa una rivale.

 In passato trovavo ridicolo, come ho mostrato in qualche articolo, lo stile giornalistico di Lilli, ma il 5 e 6 settembre scorso, appena tornata dalla vacanza estiva, sono stato colpito da tanta ferocia. I punti forti della sua demolizione sono stati: Giorgia Meloni era totalmente fascista fino all’anno scorso e il suo recente restyling non deve ingannare nessuno; la vera Meloni è quella dei comizio in Andalusia davanti a Vox.

 Di solito, nell’organizzare la puntata è molto teutonica, tre ospiti a suo favore e uno in difesa di Giorgia. Nella prima serata i suoi panzer sono stati Carlo De Benedetti, sicuro che Berlusconi si sfilerà dalla ragazzetta fascista, e più serio, Massimo Giannini, che prima contraddice De Benedetti per la campagna elettorale perfetta dalla Meloni, deludendo Lilli, ma poi la rassicura.

La sera successiva Lilli ha rivolto la medesima domanda al suo ospite preferito, Marco Travaglio. Ma anche lui l’ha delusa perché si è lanciato in un attacco frontale contro Enrico Letta, né la soddisfa Beppe Servegnini, che non pensa che la democrazia sia in pericolo in Italia.

Condita in questo modo, penso che la trasmissione abbia conseguito due risultati. Per gli spettatori pigri del centro sinistra un effetto confortante e rilassante, una sorta di massaggio cerebrale. Per quanti di destra o di sinistra talvolta riflettono, chessò, disagio, delusione, disgusto. A Enrico Mentana, in apparenza così attento a non essere fazioso, chiedo se non si vergogna di Otto e mezzo.

Il 30 settembre, rivolgendosi a Giovanni Floris, Lilli racconta che la Meloni dice: la propaganda contro di noi ha diviso gli Italiani, noi lavoreremo per unirli. Ed ecco la perfidia della sera: Giorgia Meloni è la leader giusta per unire il paese? Ovviamente per Floris è vero il contrario.

Ma Lilli, più maligna che mai, si rivolge alla sua ospite di eccellenza: Rosi Braidotti, ma la Melloni non ha anche un po’ di ragione quando dice di essere stata demonizzata da chi non la pensa come lei?

Sublime la Braidotti: con l’aria e il tono di una signora che sta sferruzzando e riavvolge il gomitolo che corre lontano, ma niente affatto è normalissimo in regime democratico essere contestati in campagna elettorale. L’ultima fase poi della campagna è stata tremenda, con la Meloni che ha scatenato la sua faccia rabbiosa e cattiva nell’immaginare complotti contro di lei, un miscuglio di rabbia e vittimismo che è stato pesante.  

Da quando è diventata premier ne ha fatte di tutti i colori. È letteralmente sparita, nel senso che non parla, però si dà in pasto alla stampa in modo spettacolare. Io nelle ultime 48 ore ho ricevuto una valanga di informazioni, su sua madre, sua sorella,  sua cognata … persino sulla sua parrucchiera alla quale non dà la mancia, una valanga di informazioni, mentre lei tace, che vuol dire che una si dà in pasto mentre si sottrae.

 Lilli continua a provocare: ma è normale quando uno vince le elezioni  … Rosi: ma questa spettacolarizzazione del corpo, è una che si dà in pasto mentre si sottrae, concedendosi e sottraendosi, è la forma della seduzione. Ma a noi che non ce ne frega niente della vita privata degli eletti, non dobbiamo essere bastonati perché non siamo sedotti.

Sallusti ha parole di buon senso, mentre se la ride sotto i baffi per questo trasferimento della vita politica nell’intimità della camera da letto; Caracciolo resta interdetto perché pensa alla guerra. E io? Sicuramente Rosi Braidotti ha dei problemi, ma la colpa non è tutta sua, in fondo tutto è cominciato con Freud.

 Importare filosofe italiane che insegnano all’estero ormai fa tendenza. Io sono contento, perché l’ultima è peggio della precedente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *