Elite e antielite

In una lettera giovanile David Hume (i miei amici sostengono che non ho studiato altro nella vita, ma sono molto pungenti, come in genere tutti gli amici) confessa di essere poco incline a sottomettersi a qualsiasi autorità nei suoi studi. Anche per questo mi è simpatico e ho sempre avuto una spiccata inclinazione ad andare controcorrente su qualsiasi vicenda quotidiana. Se c’è qualche cosa di cui mi pento nella vita è di aver sprecato troppo tempo nella lettura dei giornali, e di una sofferta e passiva partecipazione politica, tanto più che non avevo alcun interesse a un impegno attivo in essa.

 Quando ero giovane c’erano autori alla casa editrice Il Mulino che si rifiutarono di inserire Rousseau nei Classici della democrazia, non senza destare molte polemiche, e sono convinto che neppure per un’ora Jean-Jacques avrebbe potuto sopportare la partecipazione democratica diretta che caldeggiava nel suo Contratto sociale. Probabilmente ce l’aveva con l’arroganza e il fanatismo delle assemblee degli anziani della plumbea calvinistica Ginevra. David Hume per altro considerava Julie ou la Nouvelle Héloïsela sua opera migliore, proprio Hume che invitava le signore a lasciare perdere i romanzi per leggere di storia!  (ma Hume aveva anche l’intelligenza di considerare Laurence Sterne il migliore romanziere inglese e il buon gusto di andare a spasso con l’Aminta di Torquato Tasso nella tasca).  Tutte queste divagazioni per concludere col dire che la piattaforma Rousseau è il peggio che ci potesse capitare.

Church in danger! gridavano preti di ogni risma e setta agli inizi del Settecento in Inghilterra sotto la marea di deismo che li assediava, Democrazia in pericolo gridano oggi i benpensanti di ogni estrazione. Sta di fatto che come la chiesa non affondava tre secoli fa, era soltanto che la gente nell’isola britannica non era più disposta a perderci il sonno e magari la vita per andarle dietro, come aveva fatto nel tormentato secolo passato, così oggi la democrazia non sta affondando; è solo che il mondo va dove lo porta la globalizzazione, le multinazionali, la competizione nella rete e, in breve, politici e governi non sanno bene come comportarsi. Per dire, in una giornata di bora a Trieste, è inevitabile che si sollevino certe sottane o qualcheduno ruzzoli per terra malgrado si sia avvinghiato alle funi. Solo che, mentre nessuno a Trieste si sognerebbe di dar la colpa al sindaco o ai vigili urbani, i democratici più fanatici hanno preso a dar la colpa ai loro avversari politici, a trovar divisivo ogni loro discorso, eversivo ogni loro comportamento.

Un uomo per nulla incolto e inesperto di politica come il fondatore de il Foglio, qualche mese fa tuonava: è giusto e sacrosanto l’impeachment per Trump e le elites devono comandare.  Conoscendolo, non sono sicuro che non pensasse il contrario, ma se va inteso alla lettera, ci si può permettere qualche dubbio. Senza neppure avvicinarmi alla soglia della vicenda giudiziaria di Trump, l’accusa è di aver favorito una ingerenza straniera nella democrazia americana. My God! (come ha imparato a dire mio nipote) il crimine di Trump è perpetrato dagli Stati Uniti verso tutti i paesi dotati di un sistema elettorale. Da quando? da sempre, fate voi. 

Quanto alle elites di chi sta parlando Ferrara? Di quelle europee? Ancora di quelle americane?

 Certamente Trump non solo è, ma vuole apparire prepotente, volgare e antipatico rispetto alla gentilezza e alla eleganza dialettica di un Obama.  Trump è in tutto e per tutto anti-elite. E’ un tycoon che probabilmente ha fatto i soldi anche in modo losco, che ha familiari, donne, amici solo a pagamento, che racconta balle, che pensa di trattare i capi di stato come tratta gli uomini d’affari, che si vanta di poter risolvere complicate crisi internazionali, ma poi non risolve nulla.

Tutto ciò per me non esonera la elite americana (e anglosassone in generale) da tutte le colpe che penso abbia. Ed è una elite che fa danni, tantissimo ipocrita, ma altrettanto arrogante nella realtà. Trump è una meteora. L’elite rimane, è un danno permanente. Insomma anche per la elite tutto è una questione di soldi, anche se invoca in continuazione i sani principi. i diritti umani, i valori democratici, i principi della costituzione, l’eccellenza scientifica, il primato delle sue università, ecc ecc. Ma queste elites americane chi sono? Ignora Ferrara che si muovono molte accuse a questa elite, e in primo luogo di essere diventata piuttosto ereditaria?

Monica Levinsky – per dire – non è mai stata popolare, ma recentemente, a una donna che le ha chiesto di brutto come mai non abbia mai pensato di cambiare cognome, ha risposto prontamente: perché, Clinton lo ha fatto? Penso che solo per questo meriterebbe anche lei una copertina come person of the year, un Oscar, insomma un gran premio e per lo meno una seria riflessione da parte di tanti sedicenti democratici.

Anzi propongo da subito <perché, Clinton lo ha fatto?> dovrebbe diventare un motto da usare fuori dal contesto d’origine, rivolto a chi tenta per esempio di darci lezioni di democrazia. Immaginiamoci per esempio Lilli Gruber che rivolge al suo ospite di turno una domanda in modo che debba rispondere per forza dichiarando che Salvini è un farabutto. Se l’ospite, poniamo, è Marco Damilano, la farà contenta nel migliore dei modi, ma se è un giornalista o un politico appena un po’ distante dal Corriere, dal Sole 24 ore, dal Fatto quotidiano, dovrebbe darmi retta e rispondere soltanto ‘perché, Clinton lo ha fatto?’

Mi raccomando fatelo, e se vi chiedono spiegazioni, ripetete all’infinito ‘perché, Clinton lo ha fatto’? Basteranno pochi casi e diventeremo famosi in due. E ho già pronta una rubrica del mio blog per farmi compagnia.