Caratteri

Si è detto spesso in passato che la Rivoluzione Comunista, ben lontana dal maturare negli Stati con un alto sviluppo industriale e quindi un proletariato maturo come avrebbe dettato la teoria, aveva avuto successo presso paesi a larghissima prevalenza contadina.

Penso invece che il suo successo sia dipeso dal carattere e dalla storia dei paesi in cui si è realizzata: nel caso della Russia il comunismo ha avuto l’effetto di riabilitare e fornire nuova energia alla tradizione imperialistica della dinastia dei Romanoff che si era indebolita e risultata incapace di affrontare le complessità di uno stato moderno.

Similmente la Lunga Marcia di Mao nella Cina in dissoluzione dopo la caduta del dominio giapponese era stata capace di riorganizzare e rinvigorire una tradizione e una vocazione imperialistica che risaliva all’epoca della unificazione delle sette province che dividevano originariamente la Cina.

Sarà dunque importante comprendere se ci sono della caratteristiche specifiche dei popoli e della loro storia che hanno favorito la rinascita di questi imperi.

Proprio di recente è stato pubblicato da Emilio Mazza e Michela Nacci una studio assai documentato dal titolo piacevole ed ironico Paese che vai. I caratteri nazionali tra teoria e senso comune. Il testo ripercorre una tematica che ha i suoi inizi nel XVII secolo, quando si formano gli stati assoluti e ha la sua fioritura nel secolo XVIII, che vede tra i protagonisti della disputa Jean-Baptiste Du Bos, David Hume, Montesquieu.

Se sia il clima o piuttosto la simpatia a determinare il carattere dei popoli è questione apparentemente erudita, ma se a carattere sostituiamo termini più attuali come cultura per gli ottimisti del carattere e identità per i pessimisti, la questione diventa d’attualità.

Un amico molto competente e molto ironico a cui avevo chiesto se individuasse una virtù precipua nel popolo Russo e nel popolo Cinese aveva risposto: la riservatezza.

Difatti non c’è giornalista, politologo, studioso della strategie militari che non riconosca nelle testimonianze che ci arrivano dall’Ucraina o dalla Russia la differente qualità tra la stampa occidentale e la stampa orientale.

Per quanto riguarda il popolo Cinese azzerderei un’osservazione che supera i condizionamenti statali e ideologici di un Impero. Fioriscono in ogni città dell’Occidente comunità cinesi che prendono il nome di China-Town, a Berkeley in California come a Milano, Firenze o Bologna.

Sappiamo tutti dal più al meno che i poliziotti, per esempio, non amano addentrarsi nei loro territori, ma, al tempo stesso, che è assolutamente raro il caso in cui qualche episodio di cronaca nasca al loro interno.

Chi non ricorda la famosa Rivoluzione culturale Cinese, che per essere appunto culturale, era assolutamente pacifica, senza spargimento di sangue, come dicevano orgogliosi tanti nostri colleghi all’università. Oggi i morti di quella rivoluzione si stimano tra i 2 e i 6 milioni di morti, una cifra irrisoria, tuttavia, se confrontata con il miliardo e quattrocento milioni abitanti dell’Impero cinese.

Occorre tuttavia che l’elemento, come dire catalizzatore, che permetta di rinvigorire la vocazione imperialistica sia costituito da una Religione Civile che abbia un range universale di possibili credenti.

Le Religioni civili fiorirono dopo le sanguinose lotte intestine tra Cristiani di varie confessioni nel XVII secolo. Rispetto alle religioni tradizionali che prospettano un paradiso nell’aldilà, le Religioni Civili prospettano un paradiso nel futuro dell’umanità

Libertà, fraternità, uguaglianza ha sicuramente questa caratteristica. La liberazione del proletariato dalle proprie catene è un progetto condivisibile da tutto il genere umano; inoltre sin dal manifesto di Karl Marx aggiunge il carattere esclusivo (e autoritario) con cui si esprime il credo comunista; esclude infatti ogni possibile religione civile concorrente.

Potremmo aggiungere un’altra caratteristica di questa Religione Civile: il proletariato in quanto categoria  universale ha il vantaggio della mobilità, così utile nell’amministrazione di un Impero. Il destino della Crimea può costituire un esempio eloquente.

La Rivoluzione Russa ebbe tra le sue conseguenze la morte di circa duecentomila Ebrei. Stalin che non era antisemita e che si prodigò per distribuire nelle Repubbliche Sovietiche le popolazioni in base alle diverse etnie, ebbe un particolare progetto per gli Ebrei.

Gli Ebrei erano commercianti e artigiani, Stalin li trasformò in contadini e, approfittando di un massiccio finanziamento da parte di una associazione ebraica di New York, li destinò ad occupare la Crimea. L’impresa non funzionò per l’avversione degli abitanti verso questi concorrenti addirittura privilegiati.

Stalin allora decise un’altra destinazione della comunità ebraica, cercando una località che non avrebbe potuto suscitare disordini. Una regione montuosa e praticamente disabitata a ridosso di una delle Kraij che si affacciavano sul pacifico, costituì la destinazione ottimale, anche se si trovava a 8200 km dalla destinazione primitiva. Ancora oggi è possibile individuare sull’atlante l’Oblast Ebraica, anche se dei duecentomila Ebrei, non ne sono rimasti che 1600.

Di questa mobilità si è notoriamente approfittato l’impero cinese, che è solito trasferire milioni di abitanti da un luogo all’altro in base alle convenienze climatiche e produttive del momento.

Dovremmo aggiungere a questi caratteri un altro di grande importanza il Disprezzo, ma sebbene sia un elemento essenziale, non è esclusivo degli Imperi Comunisti. Tuttavia un recente video in cui Lucio Caracciolo e Dario Fabbri illustrano la Scuola di Limes, creata da circa un anno e promuovono la prossima iscrizione alla scuola, costituisce la prova più evidente che la riflessione sui caratteri nazionali è di grandissima attualità.

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