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Radici

Aldo Ferrari, docente di storia alla Ca’ Foscari, ma anche politologo, specializzato in slavistica e armenistica, è autore di decine di libri sulla Russia.  In un video pervenuto dall’ISPI alle scuole, Aldo Ferrari esordisce così: ” il mio compito è presentare questo conflitto in una prospettiva storica perché questo conflitto pur essendo una questione di questi giorni ha dietro di se una storia molto lunga e più che millenaria.

A grandi linee bisogna ripercorrere questa lunga storia, perché altrimenti non si comprendono le ragioni di un conflitto terribile ma che senza poter essere giustificate devono essere comprese nella loro prospettiva storica.

Il primo stato russo nacque proprio intorno alla città di Kiev odierna capitale dell’Ucraina nell’anno 862,…. Non è solo una questione geografica, è una questione  di interpretazione storica, di comprensione delle diversi interpretazioni storiche.

Rus of Kiev, Russia di Kiev, è la citta madre; a rivendicare l’eredità di Kiev sono comprensibilmente gli ucraini ma anche i russi che in questa città vedono l’inizio della loro storia e della loro cultura. Quindi vediamo come l’interpretazione storica diventi cruciale anche nella comprensione del conflitto di oggi.

Non a caso tutto è cominciato con discorso di Putin proprio di carattere storico, discutibile, russo centrico quanto vogliamo, che negava all’Ucraina il diritto storico culturale di essere un paese indipendente e il giorno dopo l’esercito russo è entrato in Ucraina, quindi l’azione militare”.

A parte il fatto che i discorsi di Putin del 21 e del 23 febbraio sfiorano soltanto la questione storica, per altro proposta da Putin in molti altri discorsi, se la sua prospettiva è ‘russo centrica e discutibile’ non vedo perché non debba essere discussa e, se confutabile, confutata.

Difatti, la ricostruzione di Ferrari dimostra al contrario che la storia dell’Ucraina è assai diversa dalla storia russa. Per esempio, la struttura delle città stato lungo il corso del Dniepr e del Principato che ha origine nella figura leggendaria di Rurick non ha alcuna delle caratteristiche autocratiche che caratterizzano la Russia di Ivan il terribile e della ‘Terza Roma’, della dinastia del Romanoff, tantomeno le caratteristiche della Russia di Pietro il Grande o di Caterina ii, che tanto si è impegnata nella sottomissione dei territori imperiali.

Si deve aggiungere che quando lo Zar nel febbraio del 2017 abdicò, le prime nazioni che proclamarono la loro indipendenza furono l’Ucraina e la Lituania.

Altri, come Corrado Augias e Alessandro Barberi, considerano almeno triplice la gestazione di quella che Augias chiama l’anima russa. In un video discorrono agevolmente sul tema, non senza scivoloni. Alessandro sostenendo che la repressione di Pinochet fu condannata solo a posteriori, Corrado attribuendo alla Russia una spiritualità, presente anche in Putin, visto che in Guerra e pace le armate dello Zar si inginocchiano di fronte al quadro della Madonna esibito dal Patriarca.

Perciò mi sento autorizzato anche io a qualche divagazione. Il periodo rivoluzionario, tanto nel caso della Rivoluzione francese, quanto della Rivoluzione russa, è un lasso di tempo estremamente limitato. La Rivoluzione francese dura non oltre sei anni. Prima e dopo la Francia non cambia carattere. Anzi si può dire che Napoleone Bonaparte interpreta assai meglio di Luigi XIV la concezione dello Stato come entità suprema che non è disposta a condividere il potere.

Quanto alla Rivoluzione russa, il periodo propriamente rivoluzionario, in cui è incerta la vittoria di uno qualsiasi dei contendenti, dura al massimo quattro anni. Ma si può dire che dopo quattro anni, i tre determinatissimi fanatici, Lenin a Pietroburgo per controllare le alterne vicende della Duma, Stalin a sedare qualsiasi moto antirivoluzionario nella Russia, Trotskij a rincorrere zaristi e menscevichi nei territori a occidente della Russia, l’estensione della Russia Sovietica coincide con l’estensione della Russia dello Zar.

Punti Fermi

Diciamo la verità: la guerra in Ucraina non ci voleva a noi italiani. Avevamo appena finito di litigare sui vaccini e assaporato la fine delle restrizioni che arriva Volodymyr Zelenski a romperci le scatole. E siccome le disgrazie non arrivano mai sole, avevamo appena celebrato la vittoria nel campionato Europeo che la Macedonia del Nord ci scaccia dai prossimi mondiali.

Adesso il morale è a pezzi e la confusione agli estremi. Si va da Massimo Cacciari, che dice che siamo sulla soglia dell’abisso e invoca una nuova Jalta, a Luciana Littizzetto, che sciorina cartelli su cartelli a Tempo che fa, per dire che le guerre fan tutte schifo (quindi anche questa). Tragici o comici, gli italiani vogliono una sola cosa, la pace ad ogni costo, costi quel che costi (agli altri).

Punti Fermi era il titolo che Giovanni Spadolini dava ai suoi editoriali quando dirigeva il Resto del Carlino di Bologna. Manifestava l’intenzione di stabilire principi e fatti incontrovertibili, mentre ospitava personalissime opinioni del direttore.

Spero perciò che si capisca il carattere ironico del titolo, visto che mi è venuta voglia di dire come la vedo io, dal momento che tanti in pubblico e, immagino, tanti di più in privato, ne parlano.

Comincerò da qualche mia opinione geografica. Una legittima ragione di Vladmir Putin per invadere l’Ucraina, è che, si dice, non sopporta l’idea di missili balistici a 380 chilometri da Mosca.

Mi sbaglierò, ma Mosca è a 700 chilometri da Karchiv e 850 da Kiev, giusto il doppio, ciò che dovrebbe dimezzare l’angoscia di Putin. Mentre se l’Ucraina ritorna sotto l’influenza di Putin, sarà l’Italia a essere a 950 chilometri dai missili.

Aggiungi che non saranno i missili di Zelenski, ma quelli supersonici di Putin. In qualche articolo passato mi mostravo un po’ preoccupato sulle strisce pedonali, perché sfrecciano silenziosissime, come i missili di Putin, biciclette contromano. Ora sono un po’ più sereno, perché con Putin non c’è rischio che finisca in ospedale.

Ma c’è una mia opinione geografica personalissima, visto che, non solo la vispa Lilli Gruber, ma tutti i pro Putin, trovano naturale che la Russia si prenda il Don Bass per raggiungere la sua Crimea.

Eppure, mi sarò distratto, ma proprio nessuno, neanche Paolo Mieli, Mario Calabresi, oppure il sempre presente e paziente Lucio Caracciolo, direttore e fondatore della rivista Limes, ha mai obiettato che la Crimea dista solo 20 chilometri dalla Russia, e ci si arriva in treno come in macchina o in autotreno.

Difatti Putin nel 2014 s’è preso la Crimea, nel 2016 ha cominciato a costruire il ponte e nel 2018 l’ha inaugurato. Se si pensa che la Crimea è poco più grande della Sicilia e ha circa 2 milioni di abitanti, la velocità è stata encomiabile, nella costruzione di un’autostrada di 22 metri di larghezza e una ferrovia, benché assai facilitata dalla lunga isola che quasi chiude il Mar d’Azof.

Al ponte di Crimea si accede dal Krasnodar Kraij , uno dei nove kraj della Russia, un territorio che costeggia il Mar Nero con una buona reputazione turistica. La città omonima ha circa 900 mila abitanti e si classifica spesso tra le 5 città della Russia con il migliore tenore di vita.

Talk Shows 1

LA7 è un canale televisivo privato italiano di proprietà del gruppo Cairo Communication. Detto più alla buona è una Tv commerciale che, sapendo come sia difficile far concorrenza alla Rai senza almeno tre canali televisivi, si dedica soprattutto a televendite, intervallate da Talk shows di argomento politico, che sono addirittura più economici di certi programmi di intrattenimento dedicati alla cucina o alla moda.

Limitandomi ai dibattiti televisivi che allietano la sera di La 7, vorrei indicare alcune caratteristiche di questi programmi. Durano circa tre ore e oltre. Un aspetto non trascurabile, perché è probabile che chi si dispone a questa faticata sia lui stesso un politico di professione, un giornalista, un opinionista, se invitato abituale.

 In ogni caso gli aspetti più attraenti del programma, purtroppo quelli in cui la pubblicità è più densa e aggressiva, vengono riservati alla prima ora e sono dominati dalla ferrea regola dell’audience. Comincerei da Propaganda Live trasmesso il venerdì.

Propaganda Live è uno dei pochi programmi per cui vale la pena guardare la tv. Ma anche di spegnerla. E poi c’è il conduttore: Diego Bianchi, in arte Zoro. C’è chi lo adora, e sono molti. E chi cambia canale appena lo vede, e sono anche di più.
Propaganda Live è l’unico programma dove ti puoi ritrovare a ridere e a piangere nella stessa serata. E non è detto sia una cosa positiva.
Zoro e i suoi lo scriviamo senza ironia sono fantastici. E chi non lo pensa è un salviniano ignorante populista sovranista sessista bianco omofobo meloniano neocolonialista e potenziale stupratore. Sono tre citazioni che rubo da un ottimo articolo di Luigi Mascheroni, docente di scienze della comunicazione, e che tutti dovrebbero leggere pubblicato il 28 giugno 2021 sul Giornale. Si adatta perfettamente anche la serata di venerdì  5 marzo che mi sono imposto di vedere per intero.

Chiaramente impegnato nel recupero di voti da parte del PD o comunque della sinistra è il talk show Di martedì diretto da Giovanni Floris. Esemplare, per esempio, è stato l’intervento, acuto ed elegante come sempre, di Pier Luigi Bersani: si apre con un consenso all’invio di armi dettato dalla congiuntura di governo più che da personale convinzione; difatti si affretta a sostenere che non va demonizzata la posizione di chi è contrario, e che comunque non si tratta di una posizione né-né.

Aggiunge che è troppo comodo star seduti in poltrona a guardare la guerra in Ucraina, e qui la logica gli fa difetto, perché è fin troppo facile ritorcere l’argomento sugli avversari. In breve: una posizione con-con, che svicola dall’evento bellico per tornare al tema del lavoro e alle abituali lenzuolate, se la sinistra vuole migliorare i sondaggi. La mimica e le evoluzioni tonali della loquela emiliana aiutano ampiamente l’applauso.

Contraria mi pare Concita de Gregorio che, con l’aiuto di Davide Parenzo, considera dominante la posizione né-né e aggiunge che, malgrado il tanto discutere, non ci si capisce niente. Il loro talk show  In onda, sostituisce il sabato e domenica, in modo riflessivo e arioso, il martellante Otto e mezzo dei giorni feriali.

Tuttavia anche Concita, che come conduttrice si propone sotto tono e sotto voce – e questa è una novità positiva – manifesta con decisione la sua targa politica, se l’ospite è Giulio Tremonti, come è successo il 19 marzo 22.

Entrando in un dettaglio, tuttavia non trascurabile, del bisticcio con Tremonti, lasciare alle regioni l’adozione o meno dell’energia nucleare è stata ed è una idea talmente bislacca e insensata che, anche se (per assurdo) fosse una scelta imposta dalla Costituzione, sarebbe un buon motivo per modificare la Costituzione, che diventa sacra soltanto in funzione di chi la maneggia. Ed è incredibile che il Pd, tanto nemico del sovranismo in Europa, lo appoggi e lo pratichi nelle regioni in Italia.

Talk shows 2

Quasi a rimediare al caos del martedì, in cui Giovanni Floris finisce sommerso dall’eccessivo numero di invitati, provvede, di lunedì, Non è l’arena.

In apertura, sull’enorme fondo scuro di una vasta piazza ucraina colma di detriti, emerge e si ingrandisce lentamente la figura di Massimo Giletti, a cui mancano soltanto le fondine ed Ennio Morricone, per suggerire al pubblico chi comanda il Talk Show e i duelli alla pistola che seguiranno. Aggiungo, dopo l’ultima puntata, che, alla faccia di Bersani, ha diretto il talk show dall’Ucraina.

Corrado Formigli – è scritto nella biografia – è un giornalista e un autore di programmi televisivi che non appartiene a nessun partito politico. E’ scrupoloso nel manifestare questa imparzialità nel suo talk show. Però…

Ammetto che, tra i tanti stimoli a pubblicare qualcosa, le comparse della filosofa Donatella Di Cesare a Piazza Pulita sono state le più impellenti. Apprendo dalla rete che è professoressa di filosofia teoretica alla Sapienza Università di Roma, e che ha trascorso circa venti anni in Germania a studiare Heidegger.

Invitata tre volte a Piazza Pulita per spiegarci le ragioni dell’altro, ha esordito così ‘la pace vien prima della guerra’. Più appassionato di Hume che di Heidegger, non ho compreso la verità recondita e profonda della sentenza, se non dall’aria ispirata della filosofa (occhi chiusi e labbra serrate in circolo, come quando si fischia) e mi sono subito detto. ’vero, verissimo, tanto è vero che la pace viene anche dopo la guerra’: pace-guerra-pace, insomma è come il problema dell’uovo e della gallina. Guido Crosetto ha purtroppo sommerso i suoi interventi.

Ostinato, Corrado Formigli la terza volta l’ha fatta sedere a tavolino con alleato Alessandro Orsini, professore alla Luiss ed esperto di organizzazioni terroristiche. Di rimpetto I giornalisti Paolo Mieli e Mario Calabresi. La questione è, se si deve aiutare con armi o soldi l’Ucraina di Volodymyr Zelensky, oppure no.

 Esordisce Paolo Mieli con un breve discorso sulla guerra in Ucraina. Risponde Donatella: mi meraviglio che lei faccia delle semplificazioni, ci sono due nazioni in conflitto tra loro. No, dice Mieli, una ha invaso l’altra. Questa è propaganda, ribatte lei, al che Mieli si inalbera e la prende come offesa personale.

Imperterrita lei: ‘sono due paesi indipendenti in conflitto con due eserciti regolari, …veramente c’è una formazione paramilitare dell’Ucraina di cui sappiamo poco, chi sono? chi la finanzia? che cosa vuole? …..

Ancora Mieli: è giusto che gli ucraini cerchino di resistere. Donatella: lei parla di Resistenza, ma la Resistenza era una guerra civile (io concordo) invece qui c’è un conflitto fra due stati, sono appena tornata dalla Germania e lì nessuna parla di Resistenza (e che dovrebbero fare, il harakiri?)

Conclude alla fine: bisogna che Zelensky risponda di tutto questo … che è il responsabile di questa guerra. In breve il quesito non è stato neppure affrontato, ma mi ha fatto ridere. Se Donatella non fosse a Roma, ma in una cantina di Mariupol, penserei a una variante della Sindrome di Stoccolma.

In ogni caso la questione non è accantonata e non è un caso che la puntata si sia conclusa con gli interventi di Alessandro Orsini e Alberto Negri. Alberto Negri, giornalista del Manifesto, molto gettonato a Piazza Pulita come a Rai Tre, la prima volta che ha parlato di Ucraina ha detto pressappoco: ‘però gli ucraini sono piuttosto loschi, basti pensare che hanno mandato ai lager un milione e quattrocentomila ebrei’.

Dello stesso parere sono del resto gli israeliani, risentiti recentemente, e e giustamente, del paragone proposto da Zelensky tra l’Ucraina e l’Olocausto. Tuttavia se gli ucraini sono loschi per questo motivo allora sono loschi anche polacchi, olandesi, francesi, italiani.

 Del resto,  almeno dall’Ottocento,  nei paesi danubiani i pogrom erano una sport tanto diffuso quanto oggi il calcio in Europa.  Mi diverte però l’idea che i giornalisti del Manifesto sono bravi a fare le copertine, ma, dopo aver lasciato il Partito per protesta contro i carri armati in Piazza San Venceslao, sono rimasti gli unici comunisti italiani.

L’orientamento di Alberto Orsini è troppo noto per richiedere un commento. Tuttavia i suoi argomenti variano di volta in volta: l’ho sentito una volta sostenere che Putin è caduto in una trappola geniale di Joe Biden, una seconda volta che l’Europa è come un corpo umano in cui l’Italia ha la funzione di ospitare tutti i bambini scampati dall’Ucraina, una terza volta, dopo gli insulti di Biden, che non bisogna demonizzare Putin, ma umanizzarlo, riconoscerlo come persona, altrimenti ‘disperato ci sventra tutti’.

Talk shows 3

Tante parole solo per dire che Corrado Formigli è un subdolo. Ma c’è una caratteristica che lo accomuna con Lilli Gruber e preferisco parlare di lei, perché è più diretta. Non si può dire che Otto e mezzo manchi di ritmo.

 Lilli Gruber è famosa perché non solo fa ai suoi ospiti le domande, ma fornisce anche le risposte. E’ del resto così sicura di come stanno le cose, e in questo assomiglia al suo beniamino Marco Travaglio, che il suo Talk Show è in realtà un monologo e gli ospiti sono lì per garantirlo.

Questo da sempre, ma in questo frangente è ansiosa e come ossessionata dalle trattative per la soluzione della guerra. Così quando ha invitato nientemeno che la vice di Zelensky, Iryna Vereshchuk, la interroga così: ‘Sono accettabili queste condizioni …Crimea e Donbass alla Russia e una neutralità internazionale?’

 L’ospite, chiaramente irritata, dice pressappoco: vorrei vedere con che faccia Zelensky potrebbe presentarsi agli ucraini con una proposta del genere. Al che Lilli, rivolgendosi sconsolata ai suoi ospiti: sarà difficile trovare un compromesso.

Qualcuno dovrebbe fare a Lilli Gruber la seguente domanda: Signora Gruber, ci dica per favore di che colore sono oggi le sue mutande? E’ una domanda inopportuna, idiota, indecente?

 Sicuro, ma non è più idiota o indecente che pretendere una risposta dalla vice di Zelensky sui possibili accordi per la pace. Invece la Gruber (e Formigli) si comporta come se stesse lei al tavolo delle trattative, proprio come le quote rosa pretese da Laura Boldrini e Luciana Littizzetto.

Termino con Atlantide storie di uomini e di mondi, il programma in onda il Mercoledì, dal 2017 diretto da Andrea Purgatori . Non è un Talk Show, ma piuttosto un programma di approfondimento culturale. Le puntate dedicate rispettivamente a Zelensky e a Putin sono state eccellenti dal punto di vista dell’informazione.

Altrettanto lodevole è Presa Diretta diretto da Riccardo Iacona, in onda su Rai 3 il lunedì sera, spesso riproposto la domenica. Terribili come i video della Crimea, infatti, sono quelli che provengono dal sud del Madagascar. Gli abitanti, tra i più poveri del pianeta sono tormentati tanto da alluvioni, quanto da una siccità che ha distrutto le coltivazioni, e costringe a ricercare l’acqua potabile scavando nel letto del fiume a secco.

 Ma anche le spiagge e le ricche dimore di Miami sono destinate a sparire sotto l’oceano nel giro di qualche decina d’anni. Ne saranno testimoni quanti sono nati intorno al duemila.

P.S. Lilli Gruber supera se stessa. Questa sera ha intervistato giuliva l’eccellente negoziatore di Zelensky Alexander Rodnyansky. Contrariata come al solito che gli ucraini non vogliano rinunciare alla integrità territoriale (mentre, secondo Lilli, va da sé che Germania e Italia non rinuncino al gas russo) chiede alla fine quanto tempo dovranno durare i negoziati.

Conversioni in legge e codici della strada (I modifica)

Le leggi, si sa, le fanno ormai i governi, cioè il potere esecutivo, ma i decreti legge subiscono il vaglio del potere legislativo, in omaggio, penso, alla rivoluzione francese. E’ a questo punto che i deputati, entro i sessanta giorni della loro conversione in legge della Repubblica, possono apportare la modifiche ai decreti.

Intendo sottolineare tre modifiche del codice della strada, la prima divertente, la seconda caritatevole, la terza curiosa.

Ricordo che la legge 9 novembre 2021 n. 156 ha per oggetto ‘disposizioni urgenti in materia di investimenti e sicurezza delle infrastrutture, dei trasporti e della circolazione stradale’. Le modifiche riguardano il dl del 10/9/21

Prima modifica:

Il disegno di legge di Alessandro Zan, come è noto, è stato recentemente fermato al senato. Bloccato sulla porta è rientrato dalla finestra, aggiungendo all’art. 23 del Codice della strada comma 4, che riguarda caratteristiche e limiti della pubblicità stradale, i commi 4bis ter e quater.

4 bis: E’ vietata sulle strade e sui veicoli qualsiasi forma di pubblicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi o messaggi lesivi del rispetto delle liberta’ individuali, dei diritti civili e politici, del credo religioso o dell’appartenenza etnica oppure discriminatori con riferimento all’orientamento sessuale, all’identita’ di genere o alle abilità fisiche e psichiche.

Ora, non ho nulla da permettere o vietare a chi entra dalla finestra quando la porta è chiusa, ma obietto che questa finestra è situata troppo in alto nel cospicuo palazzone del codice della strada. L’articolo 23 si preoccupava sostanzialmente della sicurezza stradale, vietando, per esempio, cartelloni dotati di illuminazione notturna, che potrebbero esser scambiati per l’approssimarsi di un autotreno.

Qui invece siamo nell’ambito dell’opinabile. Oppure è possibile che uno ‘stereotipo di genere’ mandi un conducente offeso a sbattere contro un platano o contro il cartellone medesimo?

Mi preoccupa in buona parte il comma 4-ter che affida all’autorità di Governo per le pari opportunità, sia pure di concerto con il Ministro delle infrastrutture e il Ministro della giustizia, di stabilire modalità di attuazione delle disposizioni del comma 4-bis.

Che cosa dovrebbero attuare? E’ la premessa per costituire comitati di tecnici (giuristi, politologi, psicologi, sessuologi, ecc.) che si dedichino a vietare o autorizzare la pubblicità stradale? Magari con un minimo obbligatorio di membri per tutte, chessò, le ‘città metropolitane’?

Scendiamo al concreto: immaginiamo un cartellone che raffiguri un bimbo (jeans e capelli corti) e una bimba (gonna e cappelli lunghi) che guardano entusiasti un nuovo panino Mac Donald e sotto la scritta: ‘piace a tutti’. Questo è solo obsoleto e banale. Ma se a entrambi facciamo uscire dalla bocca un fumetto (‘mi piace’) questo diventa uno stereotipo di genere, perché il genere (gendre) sta al sesso come la mente al corpo e bimbo e bimba non includono certo tutti.

Non intendo, incompetente come sono, diffondermi sul tema. Ma esprimo un dubbio, a caso: se fosse passato il ddl Zan al senato, avrei potuto rivedere su Rai Movie il film ‘Mani di Fata’ con Renato Pozzetto (appena trasmesso) o verrebbe cassato come omofobo? Adesso, potrebbe esser vietato un cartello che promuovesse lo stesso film?

La finestra è anche troppo ampia: un bacio saffico o due donne e un uomo nello stesso letto non saranno osceni e pornografici, come sostiene Vittorio Sgarbi, ma non sono forse lesivi di qualche credo religioso? Temo insomma che il ROC (Range Of Canceling) sia troppo ampio.

E nello stesso tempo troppo stretta. E’ curioso che il ddl Zan sia stato definito, perorato e dibattuto soltanto come transomofobo.

Questo mi induce a una ultima riflessione. Nell’ottocento, giustamente, filosofi liberali come John Stuart Mill, mettevano in guardia contro le dittature della maggioranza.

Ora, forse, si dà il problema di dittature delle minoranze. In che modo? LGbT è una coalizione di minoranze e con le aggiunte QIAP rappresenta la totalità degli esseri umani. Ma è chiaro che la ‘cittadinanza attiva’ (per usare un termine che ho appena appreso) è formata dalle prime 4 sigle che, coalizzandosi, promuovono una nuova interpretazione dello slogan sessantottino ‘fate l’amore e non la guerra’, assai più coinvolgente e imprevedibile.

Adesso, se- Sgarbi accusa di pornografia la pubblicità di Dietorelle, finirà in tribunale?

Conversioni in legge e codici della strada (II modifica)

In più occasioni nei miei articoli ho scritto, desolato, che la nostra Repubblica, più che fondata sul lavoro, sembra fondata sui morti ammazzati. Questa modifica, per quanto caritatevole, sembra confermare la mia idea.

Art. 7-bis (Istituzione della Giornata nazionale “Per non dimenticare”). –

1. Al fine di promuovere la sicurezza dei mezzi di trasporto con riguardo alla tutela dell’incolumità delle persone e dei beni coinvolti nelle operazioni di trasporto dei passeggeri, la Repubblica riconosce il giorno 8 ottobre come Giornata nazionale “Per non dimenticare …”.

2. La Giornata nazionale di cui al comma 1 non determina gli effetti civili di cui alla legge 27 maggio 1949, n. 260, non comporta riduzioni dell’orario di lavoro negli uffici pubblici né, qualora cada in giorno feriale, costituisce giorno di vacanza o comporta riduzione di orario per le scuole di ogni ordine e grado, ai sensi degli articoli 2 e 3 della legge 5 marzo 1977, n. 54.    (comma passato da terzo a secondo).

3. In occasione della Giornata nazionale di cui al comma 1, le istituzioni che hanno competenza nel settore dei trasporti nonché le scuole di ogni ordine e grado, anche in coordinamento con le associazioni e con gli organismi operanti nel settore, possono organizzare cerimonie, iniziative e incontri al fine di ricordare le vittime degli incidenti e di sensibilizzare l’opinione pubblica in relazione alla sicurezza nel trasporto, alla centralità  del passeggero, al rispetto della dignità umana e del valore della vita di ciascun individuo.

    4. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica».

Istituire il giorno 8 ottobre come Giornata nazionale “per non dimenticare…” potrà in alcuni casi consolare persone che abbiano avuto parenti o amici morti o gravemente feriti in un incidente stradale, ferroviario o aereo.

Tuttavia mi sfugge come questa iniziativa possa promuovere la sicurezza dei mezzi di trasporto e giovare all’incolumità delle persone e dei beni (le valigie?) nel trasporto dei passeggeri. Penso tra l’altro che la centralità del passeggero non abbia bisogno di essere ricordata, visto che è l’unico che possa pagare il biglietto e assicurare la sopravvivenza economica di detti mezzi.

Posso certamente immaginare illustri dirigenti ferroviari intenti l’otto ottobre a deplorare gli incidenti occorsi nell’anno, corredando di opportune statistiche il loro cordoglio.

D’altra parte, il rispetto della dignità umana e il valore della vita di ciascun individuo dovrebbe sostanziare l’impegno quotidiano degli insegnanti e non la sola giornata dell’otto ottobre.

Ricordavo che esiste già una settimana nel mese di maggio dedicata alle vittime della strada dal personale ospedaliero e sapevo che in paesi stranieri l’educazione al rispetto delle regole della circolazione occupa settimane dell’intero corso di studi, non solo con insegnamenti teorici, ma persino mediante prove pratiche su percorsi istituiti per l’occasione.

Ma a questo punto mi sono reso conto che la giornata nazionale ha un carattere esclusivo, riguarda soltanto le vittime dei mezzi di trasporto. E, allora, mi chiedo, le assai più numerose vittime della strada, pedoni, ciclisti, motociclisti, avranno le loro giornate nazionali?

Papa Wojtyla, se non sbaglio, fece al suo tempo un riordino dei santi festeggiati nel calendario, non pensando certo che i santi siano soltanto 365.

Tempo fa, un amico mi ha propinato un lunghissimo elenco delle giornate nazionali e internazionali, con ricorrenze davvero peregrine. I più sanno solo che, alla festa della donna o della mamma, si sono aggiunte quelle del papà e dei nonni.

Ci sono sempre nel nostro parlamento legislatori con una spiccata inclinazione funeraria, ma la maggioranza ha voluto soprattutto precisare che la giornata non consente giorni e neppure ore di vacanza, né oneri per la finanza pubblica.

Conversioni in legge e Codici della strada (III modifica)

Tra le novità del codice della strada segnalate dalla stampa quotidiana è sembrata la più importante quella relativa all’attraversamento pedonale. E’ obbligatorio fermarsi non solo quando il pedone attraversa la strada, ma anche quando è ancora sul marciapiede.

Poiché sulle strade italiane le strisce pedonali non offrono alcuna garanzia di sicurezza e spesso sono il luogo su cui si riscontrano morti e infortuni gravissimi, vale la pena di valutare bene la novità del codice e quale impatto possa avere per garantire maggiore sicurezza delle infrastrutture, oggetto della legge presente.

Prima domanda: è veramente una novità? Seconda domanda: raggiunge veramente lo scopo?

Nell’articolo 191 del Codice della strada, il comma 1 è sostituito dal seguente:

Quando il traffico non è regolato da agenti o da semafori, i conducenti devono dare la precedenza, rallentando gradualmente e fermandosi, ai pedoni che transitano sugli attraversamenti pedonali o si trovano nelle loro immediate prossimità. I conducenti che svoltano per inoltrarsi in un’altra strada al cui ingresso si trova un attraversamento pedonale devono dare la precedenza, rallentando gradualmente e fermandosi, ai pedoni che transitano sull’attraversamento medesimo o si trovano nelle sue immediate prossimità, quando a essi non sia vietato il passaggio. Resta fermo per i pedoni il divieto di cui all’articolo 190, comma 4;

Questo era prima il comma1:

Quando il traffico non è regolato da agenti o da semafori, i conducenti devono fermarsi quando i pedoni transitano sugli attraversamenti pedonali. Devono altresì dare la precedenza, rallentando e all’occorrenza fermandosi, ai pedoni che si accingono ad attraversare sui medesimi attraversamenti pedonali. Lo stesso obbligo sussiste per i conducenti che svoltano per inoltrarsi in un’altra strada al cui ingresso si trova un attraversamento pedonale, quando ai pedoni non sia vietato il passaggio. Resta fermo il divieto per i pedoni di cui all’articolo 190, comma 4.

Il comma 1 dell’art. 191 è già presente nel Codice della strada del 1992. Ho indicato in corsivo la proposizione aggiunta, già presente comunque nel 2010, si veda http://www.giudicedipaceroma.it/categoria/codice-della-strada-2010. (Quasi impossibile scoprire, consultando le GU, l’anno esatto di qualsiasi modifica)

Come si vede, l’unica reale novità è la sostituzione ai pedoni che si accingono ad attraversare l’espressione si trovano nelle sue immediate prossimità.  Inoltre all’espressione all’occorenza, si sostituisce gradualmente.

Prima conclusione: non c’è nessuna novità, ma solo ignoranza delle regole, visto che il pedone, prima come ora, aveva la precedenza anche quando si trovava sul marciapiede. Semmai accingersi ad attraversare era più preciso di trovarsi in prossimità.

Un pedone può passare vicino alle strisce senza la minima intenzione di attraversare, e la prossimità è un concetto vago, (un metro, tre metri, ecc.?-irrilevante il riferimento al comma 4 dell’art. 190) Semmai all’occorrenza lascia aperta alla valutazione del conducente l’obbligo di fermarsi; gradualmente tuttavia è pleonastico (che si fa altrimenti: si inchioda?) come, in buona parte tutto, il nuovo comma.

Tralascio per ora ogni commento sulla seconda parte del comma che non comporta differenti variazioni. Ma, come al solito, al legislatore distratto, e alla stampa che lo segue pedissequa, faccio notare che, sebbene l’idea di fermarsi mentre un pedone attraversa non meriterebbe neppure un comma del codice della strada (e che altro? lo dovrebbe accoppare o storpiare?) l’idea che sulle strisce pedonali il pedone abbia la precedenza sulle vetture è quella da salvaguardare, se si vuole in veramente migliorare la sicurezza delle strade.

E allora ha davvero poco senso sventolare come una grande novità l’idea che la precedenza inizia fin dal marciapiede, quando il codice della strada non garantisce in alcun modo la stessa visibilità delle strisce pedonali.

E’ da un pezzo che deploro il fatto che in Italia, diversamente da quel che accade nei paesi civili, non si propone alcun divieto di sosta in prossimità delle strisce pedonali.

Eppure, il Codice della strada, questo mostro in continua evoluzione metastatica, come tutti i Codici italiani, – ho scoperto solo di recente – propone il divieto di sosta prima delle strisce pedonali, e ne disegna anche la segnaletica (art. 145, comma 4):

Purtroppo l’articolo lascia a chi fa le strade la facoltà di utilizzare o meno il divieto (cari sindaci italiani, forse avete qualche morto sulla coscienza!). Inoltre, limita il divieto di sosta soltanto allo spazio precedente a destra della direzione di marcia, mentre dovrebbe valere da entrambi i lati, e forse da ogni lato o direzione, visto che ormai i sensi unici non sono veramente tali.

Quanto alla segnaletica, sarebbe meglio disegnarla sul bordo del marciapiede come fanno in Inghilterra. Ma qui si aprirebbe una lunga parentesi, dato che le strisce pedonali diventano invisibili quando piove; sono spesso semi-cancellate (per esempio, nella più stretta prossimità all’ombelico, o fallo, di Bologna: la Torre degli Asinelli). Grazie al Led, chi si inventa la segnaletica, avrebbe cento diversi modi per rendere le strisce davvero visibili.

Aggiungo che, qualora la misura fosse adottata per ogni striscia pedonale, l’attenzione e il rispetto della precedenza del pedone diverrebbe un’abitudine per ogni automobilista, come accade nei paesi civili.

Circa la seconda proposizione del comma osservo soltanto che, almeno nella città di Bologna, il verde sincrono per auto e pedoni è diventato un criterio talmente diffuso, da consentire alle auto solo una falsa partenza, proprio come alle olimpiadi.

Infine, il comportamento di motociclisti e ciclisti merita un articolo a parte.

Basta Bugie

Basta Bugie

Basta Bugie, questo giornaletto cattolico dal titolo ardito, tra gli argomenti trattati, ha anche una rubrìca in cui vengono raccontate le vite dei Santi.

Traggo dall’articolo sulla vita della Santa Maria Maddalena de’ Pazzi  (1566-1607) il seguente brano relativo alla sua vestizione:

‘La sua vita consacrata fu immediatamente contrassegnata da doni mistici incomparabili. Nei quaranta giorni successivi alla professione religiosa, Gesù, anche più volte al giorno, la rapiva in estasi. Le fece più volte ammirare la bellezza della Sua Santissima Madre, le tolse il cuore e lo nascose nel suo Cuore, le affidò come maestro lo Spirito Santo e le diede come consiglieri sant’Agostino, santa Caterina da Siena, la beata Maria Bagnesi e il suo angelo custode’.

Chiaramente gli editori di Basta Bugie hanno tratto di peso la vita di questa suora da un libretto devoto di epoche passate. Tuttavia, un giornale che si intitola Basta Bugie, non dovrebbe pubblicare la vita di una santa nello stile fiorito e metaforico dell’epoca d’oro della Controriforma. Qualche devoto potrebbe prenderlo alla lettera e pensare che Gesù operasse già dei trapianti.

La santa è famosa per il suo stile di vita penitenziale e la sua ricerca della sofferenza estrema. Un fenomeno assai diffuso in quel periodo in cui si voleva rimediare allo stile di vita piuttosto epicureo o mondano di tanti monasteri maschili e femminili.

Proprio a due passi da casa mia, c’è un palazzo antico con una targa in cui si dice che, in una cappellina sulle scale, trascorse in preghiera l’intera sua vita il Beato Lodovico Bormioli (1433-1485) . Ora, passare quasi ogni giorno per quello stradellino (Via Dal Luzzo, Bologna) e leggere la targa mi crea un po’ d’angoscia.

Per fortuna mi colpì in gioventù l’affermazione di un ardente discepolo di Cristo, secondo cui si può diventare santi anche spegnendo le candele dell’altare maggiore con il lancio di noci da distanza adeguata. Idea alquanto peregrina, ma che ebbe su di me un effetto liberatorio.

Mentre, che lo stile di vita dei Santi e la tipologia dei Miracoli siano determinati dalla specifica età storica, non è affatto un’ idea peregrina.

Ripensandoci tuttavia, così com’è, quel testo, tenuto conto della distanza storica, si armonizza perfettamente con il tono e il fervore odierno del giornale: la vita del cristiano non è mica una roba da codardi.

 A me conferma l’idea che ogni religione abbia i suoi talebani.

Elezioni comunali

Perché, per la prima volta, non vado a votare.

Da un pezzo ho smesso di scrivere articoli su questo sito. Se faccio una eccezione, è perché stiamo per vivere una bella pagina di democrazia, come direbbe, (e ridirà) un cinico a tutti noto. Appena si è affacciato Matteo Lepore, un anno fa, e si è capito che era il candidato ufficiale del PD, si è anche capito come andava a finire.

Per le recenti elezioni del Presidente della regione, ho votato davvero Matteo Salvini, per sfottere gli amici preoccupati, tanto ero sicuro che tra Stefano Bonacini e Lucia Borgonzoni ci sarebbero stati almeno 10 punti di scarto. Ma davvero qualcuno pensa che il più longevo partito comunista d’Europa possa finire come per incantesimo?

Davvero qualcuno ha pensato che Lucia Borgonzoni potesse essere un’alternativa possibile?  Una che iniziava la sua campagna elettorale ossequiando il Buon Governo del PD?

Il mito del Buon Governo:

Cominciamo da qualche grande opera: la nuova stazione dedicata all’alta velocità. Chi la utilizza è impressionato dalla altezza/profondità dell’opera. Eppure, il livello percorribile dalle auto è talmente basso da impedire l’ingresso dei vigili del fuoco e da obbligarli a un presidio permanente.

L’idea della ciclabile riservata, contraria al senso unico di Via Carracci, è insensata (con la valigia sulla canna?) e ha impedito un percorso a due corsie. Via Carracci è soggetta a un traffico intenso e vien da ridere, perché i taxi o le auto in uscita dalla stazione vengono bloccate a ridosso del semaforo del Ponte di Galliera. Mentre non c’è alcuna rientranza di fronte all’ingresso per salire o scendere dalle auto.

La nuova stazione non è opera del Comune, ma certamente nulla è stato fatto senza il suo consenso.

L’idea di buon governo che anima da decenni i governanti di Bologna è che la soluzione al traffico cittadino consista nello scoraggiare con qualsiasi mezzo l’uso dell’automobile. Un capolavoro in questo senso è la sistemazione della piazza Medaglie d’oro, con il carosello delle auto di fronte all’ingresso principale della stazione ferroviaria.  E se qui, nonostante tutto, possono transitare auto, autobus e taxi, è solo perché il Buon governo non ci ha messo le mani.

Ricorderò qualcuna delle numerose soluzioni destinate a scoraggiare l’uso delle auto. Tra i tragitti a imbuto, il percorso che da Piazza dei Martiri conduce alla stazione è davvero esilarante: sempre più stretto e attraversato da passaggi pedonali conduce, prima a un parcheggio sempre pieno, poi a una strettoia per immettersi sui viali di circonvallazione a Porta Galliera.  Altrettanto stretto e accidentato è il loro attraversamento per le auto da via Indipendenza al Ponte di Galliera.

Certamente si tratta di un incrocio complesso. Ma perché, allora, complicarlo ulteriormente con l’idea assolutamente balzana di un tram, con costruzione di corsia riservata, da Corticella a Piazza dei Martiri? Solo perché sono arrivati i soldi da Roma si vogliono far lavorare le cooperative di riferimento?

Tra gli imbuti geniali mi piace sottolineare sui viali di circovallazione, in direzione nord sud, il passaggio da 3 a 2 corsie all’incrocio di Via San Vitale. Ma è una zona piena di sorprese. Chi proviene da Porta Santo Stefano, deve entrare in Via San Vitale, dopo aver sostato ai semafori: 1) Strada Maggiore, 2) Ospedale Sant’Orsola, 3) porta San Vitale, 4) arresto per svolta a U, 5) incrocio di Via Belmeloro, 6) Porta San Vitale. Totale: 9 minuti di sosta per l’unico ingresso al centro storico nel quadrante sud-est.

In direzione contraria, sempre all’incrocio di Via San Vitale, un’auto privata che voglia entrare, alla successiva Porta Zamboni, in via Irnerio, deve prima allontanarsi per Via Zanolini raggiungendo la ex Stazione della Ferrovia Veneta per poi riavvicinarsi attraverso la Via Malaguti.

La soluzione ha costretto, ovviamente, a deviare anche le auto che da Via San Donato intendono entrare in Via Irnerio. All’ultima rotonda di Via San Donato le si fa allontanare da Porta Zamboni verso Nord (verso Porta Mascarella) per riaccoglierle sui viali, in direzione opposta, centinaia di metri più a Nord.

Per essere più chiari e sintetici, le auto che dai viali potrebbero semplicemente voltare a sinistra per entrare nel centro storico a Porta San Vitale e a Porta Zamboni, debbono farlo da destra dopo un lungo giro, per un totale di un paio di chilometri.

Naturalmente, l’ampia Via Enrico Berlinguer che dalla rotonda di Via San Donato conduce alla Via Malaguti è riservata alla circolazione degli autobus. Questa strada ha una storia ragguardevole: ricavata dall’interramento dei binari della Stazione Veneta, hanno cominciato a costruirla da entrambi i lati. Sarà lunga al massimo trecento metri, eppure, a strada terminata e asfaltata c’era, a metà, un dislivello di 10 centimetri! Hanno rimediato? Macché, sempre per farci ridere, hanno lasciato il dislivello nell’asfalto, segnalando il salto con un pittura a scacchi per chi sale, ma invisibile per chi scende. Povero Berlinguer!

Non dico una parola su Via Irnerio, Via dei Mille e Via Marconi, un tempo grandi vie di scorrimento del traffico, oggi conciate per le feste.

Sicuramente lo scopo è stato raggiunto, senza per questo ridurre code e intasamenti. Meno auto, stesso caos.