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Viva la Nato e abbasso l’Unione Europea

Mentre in Europa le persone di buon senso sono indignate e spaventate all’idea che un fanatico della statura di Putin rubi alla nazione Ucraina tutte le coste che affacciano sul Mar Nero, l’Italia si accinge a regalare a un altro Impero il bene più prezioso in suo possesso, cioè la sua invidiabile posizione come penisola che si affaccia sul mare più bello del mondo, il Mare Mediterraneo, una penisola che vanta  8000 chilometri di coste e spiagge!

Tutte le generazioni passate, presenti e future malediranno l’intera compagine finanziaria e politica, governativa e amministrativa che sta vendendo l’Italia all’Unione Europea per 80 miliardi, neppure un ventesimo del suo prodotto interno lordo.

Della Nato in Europa parlo dopo, perché più importante, urgente e deleterio è il rapporto tra Italia e l’Unione europea.

Giulio Tremonti, sempre più bravo e interessante all’opposizione che al governo, invoca carte e trattati per impedire che le licenze balneari vengano azzerate e messe all’asta in base al principio della concorrenza europea. Giustamente oppone all’approvazione della direttiva Bolkestein del 2006 il Trattato europeo del 2007 sulla base della prevalenza giuridica della legge più recente.

Contraddicendo il Trattato, sostiene Tremonti, il diritto europeo sta pian piano azzerando le competenze – e quindi le sovranità nazionali: “La globalizzazione ha portato a una quasi illimitata estensione dell’ideologia del mercato. È vero che, in questi termini, la Bolkestein sublima l’ideologia mercatista concentrandola nella formula della concorrenza, ma restano tuttavia insuperabili i principi costituzionali contenuti nel Trattato e nella Costituzione.

Tra l’altro va notato che l’art. 117, primo comma, prevede la concorrenza come competenza esclusiva dello Stato. In questi termini un precedente fortemente indicativo è comunque quello costituito dalla sentenza della Corte costituzionale spagnola (numero 223 del 2015). Una sentenza che, in Spagna, ha escluso l’applicazione della Bolkestein alle concessioni demaniali”.

Un amico a cui avevo inviato la bozza di questo articolo ha obiettato, indignato, che Tremonti, quando era al governo, voleva addirittura vendere coste e spiagge, che il costo delle licenze balneari è scandalosamente basso, e che, giustamente, l’Europa chiede che vengano azzerate e riproposte in regime di concorrenza.

Poiché queste critiche riflettono le motivazioni correnti nell’opinione pubblica e parlamentare, mi permetto di osservare che preoccupazione permanente di Tremonti era la riduzione del debito pubblico, una cura che non ha mai sfiorato per esempio il governo Conte e i pentastellati, che non saprebbero altrimenti come alimentare il reddito di cittadinanza, fiore all’occhiello delle loro campagne elettorali.

Innanzitutto, Tremonti era ed è tanto consapevole del livello irrisorio dei costi delle licenze balneari, da aver richiesto nel 2002, come prima misura efficace per il risanamento del bilancio, l’aumento del 300% dei prezzi delle licenze, una proposta che ebbe come risultato lo sciopero generale di tutti i gestori dei servizi balneari.

Contro la successiva proposta di vendere alcuni ben demaniali, comprese alcune spiagge, tra gli applausi della Margherita, DL- l’Ulivo il deputato Gnudi affermò: “deve essere riaffermata una distinzione netta tra i beni del patrimonio disponibile, i beni del demanio e i beni del patrimonio indisponibile, … noi potremmo trovarci domani nella situazione di vedere alienati beni che appartengono solo nominalmente allo Stato ma in realtà sono beni pubblici propri della collettività. Evidentemente il PD oggi ha cambiato idea.

Quanto alla vendita di beni demaniali, in un articolo del 28 luglio 2012 pubblicato sul Corriere della Sera, Sergio Rizzo osserva che “risale al 1992 il primo elenco di beni demaniali messi in vendita. Una lista sterminata che comprendeva 114 caserme, la casa del fascio di Salò, campi di volo, spiagge, perfino un borgo terremotato dalle parti di Sanremo. Risultati? chi li ha visti?”

 In realtà nell’articolo Rizzo cita diversi casi di beni demaniali che sono stati venduti e di altri che continuano a essere messi in vendita, talvolta con successo e beneficio pubblico, assai più spesso con un danno per l’erario, e cita qualche caso scandaloso, in cui una pubblica amministrazione dopo aver venduto un edificio, ha dovuto riprenderlo in affitto per le sue esigenze amministrative.

Il problema fondamentale è la messa all’asta delle licenze balneari. Il criterio è questo: Coste e spiagge sono un territorio demaniale inalienabile. L’Europa ragiona così: siccome è un bene pubblico dello Stato X, diviene automaticamente un bene pubblico della Unione europea. In base al principio della concorrenza ogni altro stato Y dell’Unione può concorrere alle gare di appalto dei servizi, in base alle regole che si dà l’Unione, e quindi tutti i cittadini dell’unione europea possono partecipare alle aste.

A me questo modo, per così dire, esteso, di intendere territori demaniali e servizi ricorda, per ragionamento inverso, l’inclinazione di Putin a chiamare le guerre operazioni speciali. Significa a ben vedere che una nazione viene equiparata a un territorio, e presuppone che il concetto di servizio non comporti alcuna modifica non solo del bene demaniale, ma anche del territorio che lo circonda. Un lustrascarpe non mi porta via le scarpe, semmai le lucida e le rende più brillanti. Ma è così?

Ma il principio di concorrenza è accettabile solo perché implica condizioni di equità. Se l’equità non c’è, non c’è neppure concorrenza.  Diventa evidente allora che non tutte le nazioni europee sono identiche: L’Italia è una penisola, Germania, Francia e Spagna, per parlare solo delle nazioni più popolate, non lo sono.  L’Italia è a sud e la Svezia, pure essendo in parte una penisola, è a Nord.

Ci sono caratteristiche climatiche e marine che distinguono drasticamente le nazioni del Nord Europa dalla Nazioni che affacciano in modo esteso sul mediterraneo. Le coste e le spiagge del Nord Europa non sono neppure lontanamente paragonabili alle coste italiane. Le coste della Bretagna e della Normandia hanno il loro fascino, ma niente a che vedere con le coste amalfitana o sorrentina. né è possibile godersi lo stesso uso della spiaggia e del mare: durata del bel tempo, temperatura dell’acqua e dell’aria, altezza delle maree e conseguenti correnti lo impediscono. 

Non ci può essere un’equa concorrenza, infine, se nel Nord Europa esiste letteralmente Fame di sole.

Qualcuno penserà che esageri. Dopo la dissoluzione della Russia, milioni di giovani e meno giovani dell’Europa orientale, polacchi in testa, hanno invaso le coste della Croazia, stendendosi a prendere il sole persino sulle strade asfaltate. La Germania ogni giugno si riversa sulla costiera romagnole in cerca di sole e di birra, più che di mare.

In estate, se a Edimburgo capitava una giornata particolarmente calda e assolata, severe studiose che affollavano la biblioteca universitaria, all’ora di pranzo, si liberavano dei vestiti e si stendevano allegre in mutande e reggiseno a godersi il sole nel giardino della biblioteca, altre signore altrettanto serie e gentili ricevevano a casa gli ospiti in bikini.

Facciamo un esempio terra terra: supponiamo che una famiglia dell’isola d’Elba che gestisca da decenni i servizi di spiaggia perda la gara per la licenza. In base al principio della concorrenza potrà sempre partecipare a una gara per l’appalto dei servizi sulle spiagge della Bretagna, della Normandia, della Svezia? Scherziamo: dovrà trasferirsi in Francia o in Svezia?  Direte che sono uno stupido. Potrà continuare a offrire i servizi di spiaggia, ma alle dipendenze del soggetto vincitore della gara.

Secondo il rapporto spiagge 2021 di Legambiente, in base a dati aggiornati del Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti, le concessioni demaniali riguardano 1432 km (il 43% di tutte le spiagge), sono circa 12000, e sono rilasciate dai Comuni.  Esiste cioè una estrema parcellizzazione d questo bene, dato che ogni concessione riguarda in media 120 metri di spiaggia.

Coste e spiagge sono il motivo e il traguardo fondamentale della vacanza o della villeggiatura. State certe che la Francia, per esempio, ha competenze legali, digitali, e strutture del credito necessarie a vincere tutte le gare di appalto delle concessioni demaniali.

Ma ottenuto l’appalto dei servizi di spiaggia, ci sono a monte necessità di vitto e alloggio. La francese Carrefour è la più grande catena di supermercati d’Europa; è così difficile immaginare che si troverà in condizioni dominanti rispetto agli altri supermercati alimentari? Lo stesso varrà per la francese Accor-Hotels, una delle più grandi catene alberghiere d’Europa, con hotels per tutte le tasche. Vinci, Sodexo, Saint-Gobain monopolizzerebbero l’edilizia.

Inoltre, le prenotazioni di lettini e ombrelloni molto spesso in Italia avvengono persino nell’inverno o nell’anno precedente e si trascinano dietro ovviamente le prenotazioni dei servizi alberghieri, un vantaggio fondamentaleper i vincitori dell’appalto. E non c’è ragione o convenienza economica per le multinazionali per non favorire le popolazioni del Nord Europa rispetto agli italiani.

In breve, l’Isola d’Elba diventerebbe più francese della Corsica.

Viva la Nato e abbasso l’Unione Europea 2

Penso che i grattacieli di Faro nell’ Algarve portoghese o quelli di Benidorm nella provincia velenciana siano il risultato di un eccessivo sfruttamento turistico.

Io non voglio vedere grattacieli all’Elba, tantomeno a Ischia, Capri, Sardegna. Io non vorrei vedere grattacieli in nessun luogo della penisola. Se li vogliono a Milano, li facciano, almeno dai piani alti si vedono le Alpi. Li facciano anche ad Abano, guarda caso piena di tedeschi: Abano nell’inverno è immersa nella nebbia, ma dai piani alti si vede sempre il sole.

Ci sono anche casi particolari: la Germania è riuscita a tenere fuori dalla Bolkestein i suoi distretti mercantili. L’Italia potrebbe partecipare a una gara per l’appalto dei trasporti tra Lione e Parigi. Ma la Francia ha già vietato l’uso di materiale ferroviario italiano sulle rotaie francesi. Sto parlando dell’alta velocità.

Nel management di queste compagnie sono presenti fior di fiscalisti, avvocati ecce cc che possono vincere le gare di tutta l’Elba. Sto parlando di casi reali. E’ già accaduto che una compagnia francese abbia vinto l’appalto di Tper, l’azienda pubblica che gestisce i servizi dei trasporti regionali. Adesso potrebbe fare accordi con la Germania per l’acquisto esclusivo di autobus Mercedes, magari a metano come per il passato. 

Riassumendo, le coste e le spiagge d’Italia sono l’unica grande ricchezza e risorsa dell’Italia, come il petrolio per la Norvegia, come boschi e foreste per la Svezia e la Finlandia. Non possiamo svenderla o regalarla all’Europa, non c’è parità con coste e spiagge del Nord Europa. Non lo fanno gli Spagnoli, ed è l’unica risorsa della Grecia.

Determinante invece per la decisione del Governo Draghi è la sentenza del Consiglio di Stato, contro una serie di associazioni, o imprese della Puglia che intenderebbero procrastinare le attuali licenze fino al 2033. Tra i motivi anche, inopinatamente, lo scarso interesse giustificherebbe di sottrarlo alla concorrenza.

Il consiglio di stato è un organo che ci ha regalato la nostra costituzione, sia come consulente del governo sia come organo giurisdizionale, alla faccia della divisione dei poteri.  Dopo l’istituzione dei tribunali regionali (TAR) il consiglio di stato è diventato tribunale d’appello.

Oberato di ricorsi e in ritardo di decenni, per motivi che ignoro ha emesso una sentenza il 9 giugno 2021 che non solo considerava, prive di pregio, come amano dire i magistrati, le motivazioni delle controparti, ma indicava il 31 dicembre 2023 come data ultima per approvare i decreti legislativi, necessari alla concorrenza.

Contro chi aveva sostenuto la tesi della scarsa appettibilità  internazionale di una singola concessione, la pubblica amministrazione “mette a disposizione dei privati concessionari un complesso di beni demaniali che, valutati unitariamente e complessivamente, costituiscono uno dei patrimoni naturalistici (in termini di coste, laghi e fiumi e connesse aree marittime, lacuali o fluviali) più rinomati e attrattivi del mondo”.

Proprio per questo, dicevo io, il regime di libera concorrenza è iniquo.

 “Basti pensare che il giro d’affari stimato del settore si aggira intorno ai quindici miliardi di euro all’anno, a fronte dei quali l’ammontare dei canoni di concessione supera di poco i cento milioni di euro, il che rende evidente il potenziale maggior introito per le casse pubbliche a seguito di una gestione maggiormente efficiente delle medesime”.

Ma si badi, mentre questa valutazione complessiva dovrebbe indurre a una generale rivalutazione dei canoni, qui è la parcellizzazione delle concessioni che diventa un intralcio da abolire, cioè si passa da una argomentazione giuridica (non priva per altro di conseguenze economiche), a una consulenza vantaggiosa per il governo (qui sta il carattere equivoco di fondo del Consiglio di Stato, che consiglia e giudica nello stesso tempo), ma si dice che la parcellizzazione delle concessioni è un ostacolo, quindi da abolire per attuare il regime di libera concorrenza nell’unione europea.

Giudizio, anche più dettagliato:

Già queste considerazioni traducono in termini economici un dato di oggettiva e comune evidenza, legata alla eccezionale capacità attrattiva che da sempre esercita il patrimonio costiero nazionale, il quale per conformazione, ubicazione geografica, condizioni climatiche e vocazione turistica è certamente oggetto di interesse transfrontaliero, esercitando una indiscutibile capacità attrattiva verso le imprese di altri Stati membri”.

Consiglio attuativo:

Né si può sminuire l’importanza e la potenzialità economica del patrimonio costiero nazionale attraverso un artificioso frazionamento del medesimo, nel tentativo di valutare l’interesse transfrontaliero rispetto alle singole aree demaniali date in concessione. Una simile parcellizzazione, oltre a snaturare l’indiscutibile unitarietà del settore, si porrebbe in contrasto, peraltro, con le stesse previsioni legislative nazionali (che, quando hanno previsto le proroghe, lo hanno sempre fatto indistintamente e per tutti, non con riferimento alle singole concessioni all’esito di una valutazione caso per caso) e, soprattutto, darebbe luogo ad ingiustificabili ed apodittiche disparità di trattamento, consentendo solo per alcuni (e non per altri) la sopravvivenza del regime della proroga ex lege”.

Nemmeno lontanamente sfiora la testa del magistrato l’idea che forse proprio questo trattamento generalizzato sia stata la causa di canoni di concessione irrisori.

E finalmente il vero scopo della sentenza:

Non vi è dubbio, al contrario, che le spiagge italiane (così come le aree lacuali e fluviali) per conformazione, ubicazione geografica e attrazione turistica presentino tutte e nel loro insieme un interesse transfrontaliero certo, il che implica che la disciplina nazionale che prevede la proroga automatica e generalizzata si pone in contrasto con gli articoli 49 e 56 del TFUE, in quanto è suscettibile di limitare ingiustificatamente la libertà di stabilimento e la libera circolazione dei servizi nel mercato interno, a maggior ragione in un contesto di mercato nel quale le dinamiche concorrenziali sono già particolarmente affievolite a causa della lunga durata delle concessioni attualmente in essere.

Qui occorre fare attenzione. Sembra che il problema sia l’eliminazione delle proroga automatica e generalizzata delle concessioni, mentre il riferimento all’articolo 49 (Libertà di stabilimento) e 56 (libera circolazione dei servizi nel mercato interno)  del Testo di Funzionamento dell’Unione Europea, consente al governo di emanare decreti legislativi  che potrebbero mettere all’asta la costa dell’intera Puglia dal Gargano a Santa Maria di Leuca.. 

In realtà l’arti 49 del TFEU è talmente vago da consentire tanto a un cittadino francese di aprire una piccola falegnameria a Bologna, quanto non solo di gestire le coste della puglia, ma anche di rimpiazzare il personale italiano con personale albanese.

Qualcuno ha sostenuto che “Nel settore delle concessioni demaniali con finalità turistico-ricreative, le notevoli differenze esistenti fra le legislazioni degli Stati membri (in particolare quelli più direttamente interessati ossia, oltre all’Italia, Spagna, Portogallo, Francia, Grecia e Croazia) avrebbero richiesto una preventiva armonizzazione delle normative nazionali applicabili in tale settore”.

Ma contro questa prospettiva il giudice è tanto apodittico quanto tautologico. Non è in gioco l’armonizzazione delle legislazioni, bensì la liberalizzazione in base agli articoli 49 e 56, fatta salva la natura ‘funzionale e pragmatica’ di tutto il TFUE.  Di nuovo le differenze di legislazione non potrebbero che rivelarsi un ostacolo alla liberalizzazione. Personalmente sono del parere, giuridicamente parlando, che non solo l’argomentazione, ma anche la capoccia di questi magistrati, a partire dal presidente Filippo Patroni-Griffi, sia priva di pregio.

Viva la Nato e abbasso l’Unione Europea 3

Partiamo dal presente e da lontano. Imbecilli o in malafede, scegliete voi, ci hanno raccontato che la postura (per usare un termine cretino) di Putin era difensiva, e la Nato un’alleanza bellicosa. Mentre è vero il contrario, come è vero che esistono il sole e la luna, e cioè che la Nato in Europa è un’alleanza difensiva che è nata e si è estesa per paura della Russia.

Tra l’altro ogni nazione d’Europa ci sta dentro a modo suo. Mi limiterò a considerare i due paesi più estesi  popolati ed importanti: la Germania e la Francia.

Zelenski, che non è uno sprovveduto, diffidava della Germania della Merkel. Personalmente ho pensato tante volte che, se Hitler avesse potuto prevedere la Germania odierna, non avrebbe scatenato la seconda guerra mondiale.

Quello che le banche tedesche hanno fatto alla Grecia negli ultimi decenni è assai peggio di quanto la Grecia ha subito in passato da nazisti e fascisti.

Dopo l’invasione dell’Ucraina si era detto in Europa che ci si doveva liberare dalla dipendenza dalla Russia per il petrolio e il metano. L’Italia è andata in giro in Africa cercando risorse alternative.  E la Germania? La Germania si tiene tutto il Gas che riceve dalla Russia, usa il gasdotto del Baltico (cioè quello che non passa per l’Ucraina) e probabilmente aspetta solo la pace per portarlo a termine.

Non aveva alternative? Figuriamoci! Ha invece approfittato della crisi Ucraina per realizzare quello che giustamente Andreotti paventava, quando dichiarava apertamente che non era contento della riunificazione delle due Germanie. Un riarmo da cento miliardi di dollari!

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz, nel presentare il piano del riarmo, ha dichiarato che la Germania deve diventare una vera potenza mondiale, “non così forte da costituire un pericolo per i vicini, ma forte abbastanza”. Qualcuno sa spiegarmi questo ossimoro? Ci dobbiamo preoccupare della potenza degli Stati Uniti e della Russia, che sono lontani, ma non di una potenza globale al centro degli Stati fondatori dell’Europa e della Nato?

Tanto vale comprendere che, come Erdogan, la Germania vuole stare nella Nato e nella Unione Europea con i piedi in due staffe. Preoccupata della influenza americana e dei paesi della Europa orientale, anche lei, come Putin, vuole avere libertà di movimento. Ma non era appunto questa la situazione della Germania, alla vigilia della guerra mondiale, non torna subito in mente il nome di Joachim von Ribbentrop?

Si dirà che farnetico, che la Germania ha appena inviato all’Ucraina 50 carri armati Gepard. Lo ha fatto per le critiche ricevute dagli alleati. Prima aveva versato un milione di euro, cioè un millesimo del suo piano di riarmo, la metà di quanto versato dalla sola Estonia.

Ma perché non ricordare che molti anni fa l’Italia ha acquistato a caro prezzo dalla Germania ben 500 carri armati Gepard che erano in pratica un residuo bellico. Mentre l’ANPI ha apprezzato il pacifismo verso Putin della Germania, e detestato Biden e gli Stati Uniti. Ma l’Italia è famosa nel mondo per i giri di walzer delle sue alleanze, e così i nostri partigiani, a rimorchio delle truppe americane nel 43-45, adesso le detestano e tifano per il tedesco.

L’atteggiamento della Francia rispetto al Patto Atlantico è troppo noto (uscita e rientrata) per ricordarlo, e in questo momento Macron fa di tutto per assumere il ruolo principale nelle trattative di pace con la Russia.

E l’Italia?  Siamo al centro del percorso di Pace, come dice Conte, e Di Maio ha già pronto un piano in quattro punti.

In realtà l’ Italia è andata sotto la coda della Germania con Romano Prodi e sotto la coda di Macron con Enrico Letta. E chi sta sotto la coda si prende gli schizzi, i ceffoni ricevuti da Macron, a cominciare dalla cantieristica, e un trattamento poco meno brutale di quello greco dalla Germania.

Pacifismi 1

La storia del pacifismo italiano dopo il 1945 è piuttosto curiosa. Si dicono pacifisti i comunisti italiani, Togliatti in testa, perché sono profondamente avversi all’ingresso dell’Italia nel Patto atlantico. Viene perciò creato un movimento per la pace, per attirare consensi esterni al partito comunista, e ha la sua acme, perciò, nel 1949 con l’ingresso dell’Italia nella Nato. Nel 1952 è assai debilitato e scompare nel 1955. Quindi è un pacifismo non proprio diritto, ma come dire inclinato a sinistra e bellicoso a destra. Un pacifismo non proprio pacifico.

Come avrebbe potuto essere altrimenti? C’è bisogno di ricordare che Lenin, nel timore di una repressione della rivoluzione, non solo spostò il governo da Pietroburgo a Mosca, ma pretese che i comunisti di tutta Europa, per salvare la rivoluzione in Russia, dovessero fondare un partito militarizzato e scissionista (subito rompere con i socialisti), che, se vogliamo, fu un modello per il partito fascista e per quello nazista: sto parlando del 1921, un anniversario festeggiato. Sicché l’ossessione dell’accerchiamento viene da lontano.

Una testimonianza personale: nel 1978, per andare con la famiglia in auto a Praga da Vienna, alla frontiera austriaca non ci hanno neppure fermati. Appena passato il confine, non solo le sbarre consuete, ma tutto cintato con una quantità di rotoli di filo spinato, cavalli di frisia a centinaia, torrette armate, soldati con mitra e cani lupi. Eppure il problema semmai era uscire, non certo entrare nell’ Europa orientale e l’Austria non era, come non è, neppure nella Nato.

In un articolo sul Riformista del 24 aprile 2022 Piero Sansonetti, di cui pure ho parlato assai bene in diversi articoli precedenti, critica giustamente il paragone con la Resistenza, ma poi sostiene che dopo le atomiche sul Giappone, l’olocausto, il bombardamento di Dresda e gli orrori del Vietnam bisogna condannare ogni guerra ed essere pacifisti. A parte che l’olocausto non c’entra niente, ogni guerra va dunque condannata a causa degli orrori prodotti dagli Stati Uniti.

Se l’orrore è prodotto dal numero dei morti e, in particolare, civili, ci sono altrettanti massacri nei periodi di pace. Se l’orrore è prodotto dal genere di morte, le guerre da sempre sono state micidiali. Al tempo dei Romani, conquistata una città, spesso si uccidevano i soldati avversari (non esisteva il prigioniero) e la popolazione civile diveniva tutta schiava.

Al tempo di Napoleone, i due avversari si sparavano a turno fucilate o cannonate contro schiere di fanti in piedi, in fila, stretti l’uno all’altro e ad ogni colpo ne morivano decine. Erano carneficine.

Se il problema è l’arma, almeno un milione di abitanti del Congo sono stati massacrati da coltelli o fucili. Mi dilungo su una questione così ovvia, perché l’argomento di Sansonetti non regge. Resta invece il fatto che anche questo è pacifismo non è diritto, ma inclinato.

C’è poi l’articolo 11 della Costituzione italiana: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Mi piace citarlo per la sua ambiguità: perché non vieta affatto di ricorrere alla guerra in caso di difesa della propria libertà, ma neppure in caso di difesa della libertà di altri popoli. Quanto al divieto di ricorrere alle armi come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, solo Dribba può pensare che l’invasione di uno Stato sia semplicemente una controversia. E chiamo Dribba Alessandro Di Battista, perché sarebbe stato un ottimo leader politico, se fosse nato almeno vent’anni prima del 1968.

D’altro canto, anche Putin potrebbe sottoscrivere l’articolo della Costituzione visto che la sua è una operazione speciale e non una guerra. Quanto al resto, in base alla formulazione sarebbe facile sia affermare, sia negare che ONU, Nato, Patto di Varsavia assicurino pace e giustizia fra le nazioni.

Ma il pacifismo è, per così dire, esploso, da quando Putin ha invaso l’Ucraina. Si tratta di un pacifismo variegato, perché diversamente motivato.

L’antipatia viscerale nei confronti di Zelenski è l’ingrediente non unico, ma fondamentale, del pacifismo, per esempio, di Selvaggia Lucarelli. Invitata dal subdolo Formigli (megasubdolo direbbero i bambini) a difendere il professore Orsini,dichiara che Zelenski, gli provoca inquietudine, un effetto straniante (Brecht), ma anche struggente (anti-Brecht) e trova un suo messaggio un po’ ingenuo … ma anche, come dire, eccessivamente furbo. Qui sentiamo più l’attrice che la giornalista. 

Un gruppo affine è quello capeggiato da Carlo Freccero, che è stato per molti anni direttore di Rai 2, è tornato ad esserlo tra il 2018 e il 2019. Su di lui mi limito a citare l’inizio di un articolo di Lorenzo De Cicco, pubblicato su La repubblica del 3 aprile 2022:

ROMA –Tutto si tiene, ma gli altri non ve lo dicono: la “guerra della Nato” e il Green Pass “olio di ricino postmoderno”; i vaccini “che modificano il dna”, come il 5G, e il “golpe in Ucraina” messo in atto da “paramilitari nazisti” addestrati dagli americani e foraggiati “dal finanziere Soros”; la resistenza “fiction” di Zelenski, “fantoccio degli Usa”, e le “zanne affilate dei generali”, mica di Putin, ma italianissimi, “come Figliuolo”.

Tutto si tiene, nel metaverso della Commissione DuPre (Dubbio e Precauzione), che in una saletta di convegni alla Città dell’Altra economia di Testaccio, Roma, celebra lo sposalizio tra le teorie sulla “dittatura sanitaria” da Covid e il nuovo fronte del dissenso, la narrazione del conflitto ucraino tendenza Mosca. “Ci sono elementi di continuità tra la gestione della pandemia in Occidente e la guerra della Nato”, assicura il professor Ugo Mattei– che con Carlo Freccero e Massimo Cacciari ha fondato a dicembre la commissione in nome del no al Green Pass – mentre tira le somme a valle di 4 ore e mezza di interventi.

Pacifismi 2

Poi ci sono i giornalisti alla Fulvio Grimaldi, alla Capuozzo, i vignettisti alla Vauro e peggio.

Toni Capuozzo, per esempio, che è scatenato contro Zelenski e Biden, si è chiesto di recente quando mai gli Stati Uniti abbiano lasciato un paese meglio di come era prima. Peccato che si sia dimenticato come era l’Italia e, in generale, l’Europa liberata dagli americani e come era quella liberata dalla Russia. Sicuramente preferisce la Corea del Nord a quella del Sud, il Giappone di Pearl Arbour al Giappone democratico, la Cambogia dei Kmer Rossi alla Tailandia.

Seguono i pacifisti caritatevoli, come Laura Boldrini, che sostengono con fermezza che non bisogna inviare armi all’Ucraina, per non prolungarne l’agonia.

Ancora, ci sono i pacifisti alla Chamberlain, che temono il nostro coinvolgimento nella terza guerra mondiale. Un prolungamento piuttosto naturale di questo genere di pacifismo è l’idea che tutte le alleanze siano bellicose. Se l’Inghilterra non fosse stata alleata con la Polonia, non sarebbe entrata in guerra contro la Germania, perciò Hitler non avrebbe mai invaso la Francia.

Infine, ci sono i pacifisti che contraddicono il giornale su cui scrivono. E’ il caso dei giornalisti del Manifesto, un quotidiano fondato in acceso contrasto con la dirigenza del PCI, dopo l’invasione russa della Cecoslovacchia.

Ma ci sono anche i pacifisti dell’ANPI che ha il curioso monopolio di decidere quando, come e contro chi si deve ricorrere alle armi. E ha anche avuto il vantaggio di raccontare a suo modo la Resistenza, dimenticando in buona parte chi non era comunista.

Il vantaggio di un odio sviscerato verso gli Stati Uniti e di una ammirazione profonda per la Russia degli Zar, dei Soviet, di Putin, è costituito da una enorme dose di opportunismo. Non solo non c’è bisogno di mandare armi a Zelenski, ma neppure di spendere un euro per la nostra partecipazione alla Nato; per di più ci teniamo il gas della Russia. Persino l’innata italica generosità si è tradotta in un sussidio di 35 euro giornaliero a chi ospita una persona Ucraina.

C’è poi un gruppo permanente di attivisti di ogni parrocchia che ama sfilare nelle piazze per dimostrare di essere la maggioranza e quindi profondamente democratica.

Tra i pacifisti possiamo includere anche l’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, che il 25 aprile ha lodato Bologna, perché “da sempre contraria a tutti i nazionalismi”. Viceparroco alle parrocchia di Santa Maria in Trastevere e dal 2000 assistente ecclesiastico alla Comunità di Sant’Egidio, è un’autentica creatura di Papa Francesco che lo ha fatto vescovo, poi arcivescovo di Bologna, e infine Cardinale presbitero della Comunità di Sant’Egidio.

Se non gli piacciono le Nazioni, probabilmente preferisce gli Imperi. Dante, tuttavia, lo avrebbe messo nel girone infernale del Canto XVIII, che comprende ruffiani e adulatori e, guarda caso, Bolognesi in gran numero.

Da parte sua Papa Francesco, nel suo meritevole desiderio di implorare la pace e quanto meno una tregua, ha di recente abbracciato la tesi che l’accerchiamento della Russia da parte della Nato sia all’origine dell’invasione della Ucraina da parte di Putin.

In un recente sondaggio di Paglioncelli che vede favorevole all’invio delle armi all’Ucraina solo il 40% degli italiani, contro un 48% contrario, possiamo scorgere un carattere nazionale preciso e potremo dire, con il linguaggio della Critical Rice Theory, che l’Italia è, ed è sempre stata, un paeseintrinsecamente opportunista”.

Vale la pena pertanto di concludere questa rassegna con il massimo campione dell’opportunismo, un Presidente del Consiglio nominato motu proprio da Beppe Grillo, un comico che non vale una dantesca trombetta del comico Zelenski.

Stiamo parlando di Giuseppe Conte, il sedicente avvocato del popolo, in realtà avvocato di se stesso che, alla ricerca disperata di un partito politico per tornare in sella, ha da qualche settimana promesso a Zelenski “soprattutto grande sostegno in questo percorso di pace”. Specialista in queste roboanti dichiarazioni che non vogliono dire nulla, ha deciso che bisogna smettere di inviare (o promettere) armi all’Ucraina, e rifiutare qualsiasi spesa connessa alla nostra appartenenza alla Nato.

Pretenderebbe di controllare in ogni momento la condotta di governo, non perché l’attuale Presidente del Consiglio non sia coerente con gli impegni presi, ma perché si è passati dalla fase 1 alla fase 2. Cioè, grazie sempre al benevolo intervento di Beppe Grillo, Giuseppe Conte è ora il leader di un partito politico pentastellato che vale il 12% dell’elettorato.

Considera inoltre un’offesa personale l’intenzione del Presidente del Consiglio di porre un termine all’erogazione del superbonus 110%, che di fatto favorisce ingegneri e fiscalisti, piuttosto che condomini, gonfiando enormemente il debito pubblico.

L’alleanza Atlantica in Europa

Il titolo ufficiale di Nicola II, ultimo zar della dinastia dei Romanoff era: “Per grazia di Dio, imperatore e autocrate di tutte le Russie, zar di Polonia, di Mosca, di Kiev, di Vladimir, di Novgorod, di Kazan’, di Astrachan’ e della Siberia; granduca di Finlandia e di Lituania; erede di Norvegia; signore e sovrano di Iberia, dell’Armenia e del Turkestan; duca dello Schleswig-Holstein, dello Stormarn, di Dithmarschen e dell’Oldenburg”

Da tutto questo ben di Dio e da questa varietà di titoli comprendiamo che il titolo ufficiale di Nicola II è all’incirca una sintesi delle successive conquiste della lunga dinastia dei Romanoff. Ci interessa di questo elenco che era zar di Kiev, quanto di Mosca.

Ciò malgrado, dal 1915 la Russia era diventata, almeno a parole, una monarchia costituzionale come le altre in Europa e che la consorte dello zar era imparentata persino con la Regina Vittoria. Nel febbraio del 1917, durante la prima fase della rivoluzione, non appena lo zar abdica, l’Ucraina dichiara la propria indipendenza, il che è forse indizio che il paese non fosse molto affezionato al suo zar.

Dopo aver assaporato la rudezza nazista forse gli Ucraini hanno accolto a braccia semiaperte nuovamente l’armata rossa.  Ma, fosse anche vero, ciò non dimostra che l’Ucraina sia sempre stata russa come ha detto Putin e ripetuto anche il generale in pensione, ex capo dei servizi segreti e di Gladio dal 74 all’86, Paolo Inzerillo, uno che dice di avere ‘il pallino della storia e della geografia’, poveri noi. “La Russia, fin da quando era zarista, è sempre stato un Paese a disagio perché si è sempre sentita circondata, in qualche modo bloccata, sentivano di non avere libertà di movimento.

Se qualcuno ricorda la bagarre che fecero i comunisti nostrani quando scoprirono l‘esistenza di Gladio e le difficoltà del povero Cossiga, oggi c’è da ridere. Grammatica a parte, e sia pure in modo ridicolo, Inzerillo ha espresso due sacrosante verità, la perfetta continuità tra Russia zarista, Russia sovietica e Russia di Putin e soprattutto l’identità tra senso di accerchiamento e libertà di movimento

Notevole la coincidenza tra il linguaggio di Inzerillo e quello che illustra la carta dell’espansione della Nato di Laura Canali, pubblicata da Limes 10/19: “L’espansione a Est della Nato è inevitabilmente una fonte di preoccupazione per la Russia, che ora – a differenza dei tempi della guerra fredda – confina direttamente con paesi legati a un’alleanza militare nata proprio per contenere Mosca”. Insomma Zarista o comunista, Mosca è affetta da incontinenza, sente di non avere libertà di movimento.

Recentemente in un video, come al solito, Caracciolo ha sostenuto che se Svezia o Finlandia entrano nella Nato “il mar Baltico diventa un mare Atlantico”; “Kaliningrad viene circondata dal mare oltre che da terra”, “Putin quando si affaccia alla finestra vede la Nato”, “cambia completamente il fronte nord e la Russia si sente completamente circondata”.

Caracciolo riesce a essere più marcio di Orsini e ad accontentare tutti i pseudopacifisti nostrani. (tra l’altro, la precisazione oltre che da terra riguardo Kaliningrad forse sottintende che, prima del 1990, non era circondata in quanto la Polonia veniva considerata una conquista dell’armata rossa).

Affacciati alla finestra di Pietroburgo, infatti, si vede da sempre la Finlandia, piatto sempre prelibato della Russia. Norvegia e Danimarca chiudono dal 1949 il mare Baltico, cosa che mai ha impedito ai sottomarini russi di scorrazzare in lungo e in largo.

Come al solito la storia viene raccontata all’incontrario: A Yalta, Stalin rubò Könisberg alla Prussia, come le isole Kurili al Giappone, bottino di guerra; non solo, ma ha poi inviato tanti russi in Lettonia da costituire il 41% della popolazione. In questo modo ha aggiunto alla Pietroburgo inventata da Pietro il Grande, gli altri due porti migliori del Baltico, in modo da appropriarsi di un mare su cui si affacciano nove nazioni.

Non è un caso che Biden abbia inviato un buon numero di soldati americani a Riga per far capire a Putin, che i suoi manifesti appetiti sono indigesti. Ma sicuramente Caracciolo penserà che questo sia un atto ostile. Aggiungo che, come sempre, la Scuola di Limes non rispetta la geografia, perché metà della penisola finlandese già appartiene alla Russia, con tutti i porti necessari per scorrazzare nell’Oceano Atlantico.

In passato tutta la sinistra, come oggi Caracciolo e Diego Fabbri, considerava la NATO, un’organizzazione offensiva inventata dagli Stati Uniti per dominare i paesi europei. In clima di guerra fredda e di contrapposizione frontale fra Russia Sovietica e Stati Uniti, nel 1949 la Nato comprendeva tutti gli stati bagnati dall’Oceano Atlantico: USA e Canada sulla sponda occidentale e tutte gli Stati della sponda orientale.

Uniche eccezioni il Lussemburgo che non ha sbocco sul mare, la Spagna di Franco (caduto il regime la Spagna democratica vi aderisce nel 1982) e l’Irlanda che sono neutrali, la Danimarca che affaccia sul Mare del Nord, e naturalmente l’Italia.

Nel 1952 si aggiunsero Grecia e Turchia, nel 1955 la Germania federale, e dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 la Germania dell’est.

Enrico Berlinguer, forse il migliore dei leadr del PCI nel 1976 sosteneva che si sentiva più sicuro sotto la protezione della Nato, malgrado gli Stati Uniti fossero usciti soltanto l’anno prima dalla brutta avventura del Vietnam. Forse Berlinguer non aveva dimenticato i carri armati a Praga nel 1968, ma certamente considerava la Nato un’alleanza difensiva.

L’ulteriore ampliamento ha come premessa la crisi sostanziale della Russia. Primi ad uscire nel 1999 Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia, ossia i paesi che più avevano sofferto la dominazione sovietica. Entreranno nell’Unione europea solo nel 2004.

Nel 2004 di nuovo paesi che affacciano sul mare: la Lituania, la Lettonia e l’Estonia sul Baltico; la Bulgaria e la Romania sul Mar Nero. Inoltre la Slovacchia e la Slovenia. L’ingresso nell’ Unione Europea e nella Nato è contemporanea. Se non erro, Romano Prodi vanta la sua sollecitazione a questo ampliamento dell’Europa e della Nato.

Questo lento ampliamento progressivo della Nato dimostra semmai la spontanea adesione delle nazioni europee e il suo carattere difensivo.

L’unico caso in cui la Nato è intervenuta in un conflitto in Europa è connesso con la tormentata dissoluzione della Jugoslavia tra il 1992 e il 1998, che si configura in parte come una guerra civile e in parte come una guerra di secessione. Ma la Jugoslavia di Tito aveva solo garantito con le armi la tradizionale dominazione delle Serbia sui paesi limitrofi.

La Scuola di Limes

                   C’è del marcio a Roma mi viene da dire. Perché giornali e scuole create con le migliori intenzioni finiscono per nutrire dentro di sé qualcosa che puzza. Così gli esimi professori della Luiss si sono trovati a condividere il ruolo con un sociologo del terrorismo che non amano, perché visibilmente innamorato e affascinato dalla figura di Wladimir Putin.

Il video promozionale della Scuola di Limes, in cui Lucio Caracciolo e Diego Fabbri illustrano a turno obiettivi  e caratteristiche della Scuola, vacilla spesso tra opportunismo (un carattere di cui parlerò a lungo più avanti) e razzismo

Il termine ossessivamente ricorrente nel video è percezione, punto di vista e si fa affidamento per l’insegnamento a cartografie, scenari che si incrociano o che occorre incrociare. Spesso l’atlante geografico bidimensionale è contrapposto all’ atlante dotato della terza dimensione storica e persino non è chiaro quale è quello esistente e quello inesistente.

Vediamo ripetersi in buona parte l’equivoco già presente nell’esordio di Aldo Ferrari. Soltanto che la dimensione storica di cui si parla qui non ha alcun vincolo oggettivo.

L’unica sciocchezza che ho trovato nel testo di Ferrari è il fatto che Nicolaj Gogol, pur essendo ucraino, scrive in russo, a testimonianza del fatto che l’Ucraina non è ancora una nazione. Che è come dire che Jonathan Swift, l’autore dei Gulliver Travels e della Modesta proposta, non pensa che l’Irlanda sia una nazione, perché scrive in inglese.

Diego Fabbri, a un certo punto, rinvia a una tesi filosofica che non nomina, ma che è chiaramente quella secondo cui non esistono fatti, ma solo interpretazioni. Eppure altrove sostiene che l’approccio geopolitico rifugge da categorie filosofiche o moralistiche, tanto è vero che lui e Caracciolo non parlano mai di invasione, ma sostengono entrambi che il punto di vista di Putin è difensivo.

Un altro termine usato impropriamente è impero, per cui esisterebbe un impero russo, un impero americano, persino un impero europeo. Ma non basta, impero ha un significato positivo soltanto quando è russo.

Per esempio: “l’obiettivo della Russia è un obiettivo meramente difensivo, che già descrive una postura, di un paese che è molto più di un paese, un impero che viene raccontato in Occidente soltanto come offensivo o comunque pericoloso come tutti gli imperi . Intendiamoci,oggi certamente pericoloso perché sulla difensiva, perché in grande difficoltà”.

Esempio contrario: “Putin è certamente consapevole che un impero europeo non esiste’’, ma “vuole impedire che ci siano le basi perché questo paese o non paese, scegliete voi, non entri nella Nato, cioè nell’organizzazione dell’impero europeo in America

Questo modo di esprimersi puzza, ed è bene precisare che cosa è un Impero e che cosa non lo è. Immanuel Kant è nato a Königsberg, vissuto a Königsberg, insegnato tutta la vita all’Università di Königsberg. Gli abitanti lo amavano e regolavano i loro orologi sulle sue uscite di casa. Parlavano tedesco semplicemente perché erano tedeschi, sudditi di Federico II.

Dal 1946 Königsberg è diventato territorio della Russia sovietica con il nome di Kaliningrad, in onore di un famoso rivoluzionario, e nell’arco di tre anni è stato cacciato ogni tedesco. Oggi ha un milione di abitanti russi divisi tra città portuale e campagna.

Ora chiederei a Caracciolo di indicarmi in quale parte del mondo gli Stati Uniti, che hanno scorrazzato e fatto guerre un po’ dappertutto, possiedano un solo territorio. Guantànamo gli è sempre stato rinfacciato.

“Questo paese a torto o ragione si sente sotto costante minaccia e soprattutto teme l’attacco da ovest… fossero Svedesi, Polacchi,  Francesi o Tedeschi hanno penetrato lo spazio russo da Ovest e i russi si sono salvati aumentando lo spazio che investe chiunque debba entrare. Perciò per i Russi “E’ essenziale avere più spazio possibile fra le mura del Cremlino e le avanguardie della Nato

Anche questo è raccontare la storia al contrario, perché l’Impero russo, per estendersi, si è scontrato con nemici esterni. I russi non si salvati aumentando lo spazio ad ovest. Piuttosto Napoleone e Hitler si sono inguaiati arrivando a Mosca o cercando di arrivarci.

Dell’Ucraina poi si parla sempre in termini negativi:  “il modesto esercito ucraino”.. “L’Ucraina è uno stato molto complesso dal punto di vista etnico culturale e geopolitico   una cosa è Leopoli e una cosa è Mariupol,  una cosa Odessa e una cosa è Luhans’k, che sono sempre ucraine,  ma che è difficile tenere insieme

Ma io penso che l’Ucraina si senta nazione, anche se nel giro di mesi durante la rivoluzione russa venne occupata dalla Germania, dall’armata bianca degli zaristi, e infine dall’armata rossa. Penso anche che sia meno un’invenzione di Lenin, come sostiene Putin, di quanto l’Italia sia stata un’invenzione dell’Inghilterra, quando costrinse il Piemonte a inviare un contingente nella guerra di Crimea (1856), perché certamente una cosa era Torino e una cosa Bari, una cosa era Palermo e una cosa Genova, una cosa era Venezia e una cosa Napoli.

D’altra parte nell’approccio geopolitico quelli che ho chiamato caratteri nazionali acquistano una fissità e al tempo stesso una tale importanza strategica da rasentare il razzismo.

“Così gli Stati Uniti sono un caso unico nella storia di egemone e, allo stesso tempo, rivoluzionario. Sicchél’America “ha una cifra inevitabilmente dinamica”  ….”se si stesse ferma probabilmente ne morirebbe”… “ha bisogno di rimettersi sempre in gioco e qualche volta giocando dei giochi molto pericolosi”

Nel caso della Russia occorre tener presente “la psicologia di una collettività, il suo senso di percezione, o di contare anche di più dei mezzi di cui è a disposizione”… “una percezione che potrebbe innescare una reazione non prevista”.

Nella Scuola “non si parla solo di obiettivi quantitativi”… “ma i Russi che cosa vogliono, a che cosa non rinuncerebbero, probabilmente non rinuncerebbero alla percezione che hanno di sé e che incutono negli altri, … il Russo si sa, molto spesso si sazia, cioè, non di un benessere materiale ma del timore, del prestigio,  del rispetto che esercitano sugli altri”

 Queste “psicologie collettive non maturano in un anno o in un decennio, maturano qualche volta nei millenni. Ai ragazzi russi viene insegnato nei loro manuali di storia.

Ora anche i manuali di storia nei licei britannici fanno un po’ ridere: Tutti i capitoli si intitolano:  “L’Inghilterra e…” il pleistocene, …Giulio Cesare,.. la scoperta dell’America, …e così via. Ma non credo che ciò produca in loro un senso di superiorità, per così dire, ariana”.

E, come ho scritto io, probabilmente la Sardine non sarebbero esistite, senza cantare ‘Bella ciao’ fin dall’asilo nido. C’è stato un periodo che, per ridicolizzare certi manuali, si inventavano titoli come “L’elefante e la Resistenza”. Sono caratteri che non si tramandano, senza particolari strategie politiche.

In conclusione, questo approccio geopolitico alla guerra di Crimea prefigura un esito del tutto scontato, ma molto condiviso in Italia.

Caratteri

Si è detto spesso in passato che la Rivoluzione Comunista, ben lontana dal maturare negli Stati con un alto sviluppo industriale e quindi un proletariato maturo come avrebbe dettato la teoria, aveva avuto successo presso paesi a larghissima prevalenza contadina.

Penso invece che il suo successo sia dipeso dal carattere e dalla storia dei paesi in cui si è realizzata: nel caso della Russia il comunismo ha avuto l’effetto di riabilitare e fornire nuova energia alla tradizione imperialistica della dinastia dei Romanoff che si era indebolita e risultata incapace di affrontare le complessità di uno stato moderno.

Similmente la Lunga Marcia di Mao nella Cina in dissoluzione dopo la caduta del dominio giapponese era stata capace di riorganizzare e rinvigorire una tradizione e una vocazione imperialistica che risaliva all’epoca della unificazione delle sette province che dividevano originariamente la Cina.

Sarà dunque importante comprendere se ci sono della caratteristiche specifiche dei popoli e della loro storia che hanno favorito la rinascita di questi imperi.

Proprio di recente è stato pubblicato da Emilio Mazza e Michela Nacci una studio assai documentato dal titolo piacevole ed ironico Paese che vai. I caratteri nazionali tra teoria e senso comune. Il testo ripercorre una tematica che ha i suoi inizi nel XVII secolo, quando si formano gli stati assoluti e ha la sua fioritura nel secolo XVIII, che vede tra i protagonisti della disputa Jean-Baptiste Du Bos, David Hume, Montesquieu.

Se sia il clima o piuttosto la simpatia a determinare il carattere dei popoli è questione apparentemente erudita, ma se a carattere sostituiamo termini più attuali come cultura per gli ottimisti del carattere e identità per i pessimisti, la questione diventa d’attualità.

Un amico molto competente e molto ironico a cui avevo chiesto se individuasse una virtù precipua nel popolo Russo e nel popolo Cinese aveva risposto: la riservatezza.

Difatti non c’è giornalista, politologo, studioso della strategie militari che non riconosca nelle testimonianze che ci arrivano dall’Ucraina o dalla Russia la differente qualità tra la stampa occidentale e la stampa orientale.

Per quanto riguarda il popolo Cinese azzerderei un’osservazione che supera i condizionamenti statali e ideologici di un Impero. Fioriscono in ogni città dell’Occidente comunità cinesi che prendono il nome di China-Town, a Berkeley in California come a Milano, Firenze o Bologna.

Sappiamo tutti dal più al meno che i poliziotti, per esempio, non amano addentrarsi nei loro territori, ma, al tempo stesso, che è assolutamente raro il caso in cui qualche episodio di cronaca nasca al loro interno.

Chi non ricorda la famosa Rivoluzione culturale Cinese, che per essere appunto culturale, era assolutamente pacifica, senza spargimento di sangue, come dicevano orgogliosi tanti nostri colleghi all’università. Oggi i morti di quella rivoluzione si stimano tra i 2 e i 6 milioni di morti, una cifra irrisoria, tuttavia, se confrontata con il miliardo e quattrocento milioni abitanti dell’Impero cinese.

Occorre tuttavia che l’elemento, come dire catalizzatore, che permetta di rinvigorire la vocazione imperialistica sia costituito da una Religione Civile che abbia un range universale di possibili credenti.

Le Religioni civili fiorirono dopo le sanguinose lotte intestine tra Cristiani di varie confessioni nel XVII secolo. Rispetto alle religioni tradizionali che prospettano un paradiso nell’aldilà, le Religioni Civili prospettano un paradiso nel futuro dell’umanità

Libertà, fraternità, uguaglianza ha sicuramente questa caratteristica. La liberazione del proletariato dalle proprie catene è un progetto condivisibile da tutto il genere umano; inoltre sin dal manifesto di Karl Marx aggiunge il carattere esclusivo (e autoritario) con cui si esprime il credo comunista; esclude infatti ogni possibile religione civile concorrente.

Potremmo aggiungere un’altra caratteristica di questa Religione Civile: il proletariato in quanto categoria  universale ha il vantaggio della mobilità, così utile nell’amministrazione di un Impero. Il destino della Crimea può costituire un esempio eloquente.

La Rivoluzione Russa ebbe tra le sue conseguenze la morte di circa duecentomila Ebrei. Stalin che non era antisemita e che si prodigò per distribuire nelle Repubbliche Sovietiche le popolazioni in base alle diverse etnie, ebbe un particolare progetto per gli Ebrei.

Gli Ebrei erano commercianti e artigiani, Stalin li trasformò in contadini e, approfittando di un massiccio finanziamento da parte di una associazione ebraica di New York, li destinò ad occupare la Crimea. L’impresa non funzionò per l’avversione degli abitanti verso questi concorrenti addirittura privilegiati.

Stalin allora decise un’altra destinazione della comunità ebraica, cercando una località che non avrebbe potuto suscitare disordini. Una regione montuosa e praticamente disabitata a ridosso di una delle Kraij che si affacciavano sul pacifico, costituì la destinazione ottimale, anche se si trovava a 8200 km dalla destinazione primitiva. Ancora oggi è possibile individuare sull’atlante l’Oblast Ebraica, anche se dei duecentomila Ebrei, non ne sono rimasti che 1600.

Di questa mobilità si è notoriamente approfittato l’impero cinese, che è solito trasferire milioni di abitanti da un luogo all’altro in base alle convenienze climatiche e produttive del momento.

Dovremmo aggiungere a questi caratteri un altro di grande importanza il Disprezzo, ma sebbene sia un elemento essenziale, non è esclusivo degli Imperi Comunisti. Tuttavia un recente video in cui Lucio Caracciolo e Dario Fabbri illustrano la Scuola di Limes, creata da circa un anno e promuovono la prossima iscrizione alla scuola, costituisce la prova più evidente che la riflessione sui caratteri nazionali è di grandissima attualità.

Radici

Aldo Ferrari, docente di storia alla Ca’ Foscari, ma anche politologo, specializzato in slavistica e armenistica, è autore di decine di libri sulla Russia.  In un video pervenuto dall’ISPI alle scuole, Aldo Ferrari esordisce così: ” il mio compito è presentare questo conflitto in una prospettiva storica perché questo conflitto pur essendo una questione di questi giorni ha dietro di se una storia molto lunga e più che millenaria.

A grandi linee bisogna ripercorrere questa lunga storia, perché altrimenti non si comprendono le ragioni di un conflitto terribile ma che senza poter essere giustificate devono essere comprese nella loro prospettiva storica.

Il primo stato russo nacque proprio intorno alla città di Kiev odierna capitale dell’Ucraina nell’anno 862,…. Non è solo una questione geografica, è una questione  di interpretazione storica, di comprensione delle diversi interpretazioni storiche.

Rus of Kiev, Russia di Kiev, è la citta madre; a rivendicare l’eredità di Kiev sono comprensibilmente gli ucraini ma anche i russi che in questa città vedono l’inizio della loro storia e della loro cultura. Quindi vediamo come l’interpretazione storica diventi cruciale anche nella comprensione del conflitto di oggi.

Non a caso tutto è cominciato con discorso di Putin proprio di carattere storico, discutibile, russo centrico quanto vogliamo, che negava all’Ucraina il diritto storico culturale di essere un paese indipendente e il giorno dopo l’esercito russo è entrato in Ucraina, quindi l’azione militare”.

A parte il fatto che i discorsi di Putin del 21 e del 23 febbraio sfiorano soltanto la questione storica, per altro proposta da Putin in molti altri discorsi, se la sua prospettiva è ‘russo centrica e discutibile’ non vedo perché non debba essere discussa e, se confutabile, confutata.

Difatti, la ricostruzione di Ferrari dimostra al contrario che la storia dell’Ucraina è assai diversa dalla storia russa. Per esempio, la struttura delle città stato lungo il corso del Dniepr e del Principato che ha origine nella figura leggendaria di Rurick non ha alcuna delle caratteristiche autocratiche che caratterizzano la Russia di Ivan il terribile e della ‘Terza Roma’, della dinastia del Romanoff, tantomeno le caratteristiche della Russia di Pietro il Grande o di Caterina ii, che tanto si è impegnata nella sottomissione dei territori imperiali.

Si deve aggiungere che quando lo Zar nel febbraio del 2017 abdicò, le prime nazioni che proclamarono la loro indipendenza furono l’Ucraina e la Lituania.

Altri, come Corrado Augias e Alessandro Barberi, considerano almeno triplice la gestazione di quella che Augias chiama l’anima russa. In un video discorrono agevolmente sul tema, non senza scivoloni. Alessandro sostenendo che la repressione di Pinochet fu condannata solo a posteriori, Corrado attribuendo alla Russia una spiritualità, presente anche in Putin, visto che in Guerra e pace le armate dello Zar si inginocchiano di fronte al quadro della Madonna esibito dal Patriarca.

Perciò mi sento autorizzato anche io a qualche divagazione. Il periodo rivoluzionario, tanto nel caso della Rivoluzione francese, quanto della Rivoluzione russa, è un lasso di tempo estremamente limitato. La Rivoluzione francese dura non oltre sei anni. Prima e dopo la Francia non cambia carattere. Anzi si può dire che Napoleone Bonaparte interpreta assai meglio di Luigi XIV la concezione dello Stato come entità suprema che non è disposta a condividere il potere.

Quanto alla Rivoluzione russa, il periodo propriamente rivoluzionario, in cui è incerta la vittoria di uno qualsiasi dei contendenti, dura al massimo quattro anni. Ma si può dire che dopo quattro anni, i tre determinatissimi fanatici, Lenin a Pietroburgo per controllare le alterne vicende della Duma, Stalin a sedare qualsiasi moto antirivoluzionario nella Russia, Trotskij a rincorrere zaristi e menscevichi nei territori a occidente della Russia, l’estensione della Russia Sovietica coincide con l’estensione della Russia dello Zar.

Punti Fermi

Diciamo la verità: la guerra in Ucraina non ci voleva a noi italiani. Avevamo appena finito di litigare sui vaccini e assaporato la fine delle restrizioni che arriva Volodymyr Zelenski a romperci le scatole. E siccome le disgrazie non arrivano mai sole, avevamo appena celebrato la vittoria nel campionato Europeo che la Macedonia del Nord ci scaccia dai prossimi mondiali.

Adesso il morale è a pezzi e la confusione agli estremi. Si va da Massimo Cacciari, che dice che siamo sulla soglia dell’abisso e invoca una nuova Jalta, a Luciana Littizzetto, che sciorina cartelli su cartelli a Tempo che fa, per dire che le guerre fan tutte schifo (quindi anche questa). Tragici o comici, gli italiani vogliono una sola cosa, la pace ad ogni costo, costi quel che costi (agli altri).

Punti Fermi era il titolo che Giovanni Spadolini dava ai suoi editoriali quando dirigeva il Resto del Carlino di Bologna. Manifestava l’intenzione di stabilire principi e fatti incontrovertibili, mentre ospitava personalissime opinioni del direttore.

Spero perciò che si capisca il carattere ironico del titolo, visto che mi è venuta voglia di dire come la vedo io, dal momento che tanti in pubblico e, immagino, tanti di più in privato, ne parlano.

Comincerò da qualche mia opinione geografica. Una legittima ragione di Vladmir Putin per invadere l’Ucraina, è che, si dice, non sopporta l’idea di missili balistici a 380 chilometri da Mosca.

Mi sbaglierò, ma Mosca è a 700 chilometri da Karchiv e 850 da Kiev, giusto il doppio, ciò che dovrebbe dimezzare l’angoscia di Putin. Mentre se l’Ucraina ritorna sotto l’influenza di Putin, sarà l’Italia a essere a 950 chilometri dai missili.

Aggiungi che non saranno i missili di Zelenski, ma quelli supersonici di Putin. In qualche articolo passato mi mostravo un po’ preoccupato sulle strisce pedonali, perché sfrecciano silenziosissime, come i missili di Putin, biciclette contromano. Ora sono un po’ più sereno, perché con Putin non c’è rischio che finisca in ospedale.

Ma c’è una mia opinione geografica personalissima, visto che, non solo la vispa Lilli Gruber, ma tutti i pro Putin, trovano naturale che la Russia si prenda il Don Bass per raggiungere la sua Crimea.

Eppure, mi sarò distratto, ma proprio nessuno, neanche Paolo Mieli, Mario Calabresi, oppure il sempre presente e paziente Lucio Caracciolo, direttore e fondatore della rivista Limes, ha mai obiettato che la Crimea dista solo 20 chilometri dalla Russia, e ci si arriva in treno come in macchina o in autotreno.

Difatti Putin nel 2014 s’è preso la Crimea, nel 2016 ha cominciato a costruire il ponte e nel 2018 l’ha inaugurato. Se si pensa che la Crimea è poco più grande della Sicilia e ha circa 2 milioni di abitanti, la velocità è stata encomiabile, nella costruzione di un’autostrada di 22 metri di larghezza e una ferrovia, benché assai facilitata dalla lunga isola che quasi chiude il Mar d’Azof.

Al ponte di Crimea si accede dal Krasnodar Kraij , uno dei nove kraj della Russia, un territorio che costeggia il Mar Nero con una buona reputazione turistica. La città omonima ha circa 900 mila abitanti e si classifica spesso tra le 5 città della Russia con il migliore tenore di vita.