Archivio mensile:Ottobre 2020

La condanna di Alemanno

E’ di ieri, 24 ottobre 2020, la notizia che Alemanno, ex leader del movimento sociale italiano ed ex sindaco di Roma, è stato condannato in appello a 6 anni di carcere per corruzione. Bene, è appena cominciata la gara per le elezioni del sindaco di Roma, si affacciano le prime candidature, Virginia Raggi, Carlo Calenda, Guido Bertolaso, e quindi ci voleva per completare il quadro il tradizionale intervento a gamba tesa della magistratura.

Un instancabile garantista, come il direttore del Il Riformista, Piero Sansonetti, non poteva perdere la buona occasione per un durissimo attacco alla magistratura. Se quanto sostiene in un video è veritiero, difficilmente si potrà affermare che non si tratti di sentenza politica, di sentenza politica da tribunale speciale, come dice lui. Premesso di essere un comunista e non certo un estimatore di Alemano, Sansonetti considera la sentenza ‘piena di misteri’ per i seguenti motivi:

 1) l’entità esorbitante della pena, per un’accusa di corruzione quantificabile in 200/250 mila euro, una pena che normalmente si dà per il reato di stupro.

 2) l’accusa ha chiesto una pena di 3 anni e 6 mesi, la Corte, dopo soltanto mezzora di camera di consiglio, ha raddoppiato la pena.

Alemanno era imputato nel grande processo Mafia capitale, a tutti noto, che ha come protagonista (e condannato) Salvatore Buzzi. La posizione di Alemanno è stata poi stralciata per un processo a parte. Il dolo consisterebe in una cifra di 250 mila euro, di cui per altro soltanto una parte sarebbe finita in una fondazione che fa capo al movimento sociale.

3) la sentenza rappresenta una sfida alla Cassazione, perché il processo di Mafia Capitale ha già superato i tre gradi di giudizio e la Cassazione ha sentenziato che non c’è stata corruzione, ma solo traffico di influenze. (il massimo della pena previsto per il primo reato è di sei anni, mentre per il secondo è solo tre anni e sei mesi).

4) la cifra di circa 260 mila euro in questione non è pervenuta direttamente ad Alemanno, ma è stata consegnata a un intermediario, Franco Panzironi, allora amministratore delegato dell’azienda di raccolta dei rifiuti Ama,e lo stesso Buzzi ha sostenuto in processo che la somma non sarebbe andata ad Alemanno.

Francamente conosco ben poco dell’inchiesta su Mafia capitale, né ho certo voglia di addentrarmi nei dettagli del processo. Per scrupolo tuttavia, mi sono andato a leggere il commento alla condanna di Alemanno de Il fatto quotidiano, l’esatto opposto de Il riformista di Sansonetti.

Il breve articolo ha una struttura chiara: la notizia della condanna, la reazione di Alemanno che si scopre corrotto sena corruttori, i dettagli dell’accusa, i riscontri delle dazioni illecite dei carabinieri del Ros, i favori restituiti in cambio dal Sindaco e dal Comune di Roma.

L’aspetto più dettagliato di questo articolo riguarda la questione di merito, cioè i soldi che Alemanno avrebbe ricevuto. Le cifre del Ros sono precise: si tratta di 198.500 euro + 25.000, che fanno esattamente 223.500 euro.

Questi soldi sarebbero pervenuti tra il 2012 e settembre 2014; da dove? da ‘soggetti riconducibili a Buzzi’ (e Il Fatto Quotidiano elenca ben 6 cooperative) e ‘due soggetti economici’, che non sono riconducibili a Buzzi, ma (udite udite) ‘che in qualche modo, secondo gli inquirenti, agivano in accordo con il ras delle cooperative‘, cioè Buzzi.

Detto così vuol dire che nessuno è riuscito a dimostrare un piffero sui due soggetti economici, mentre le loro somme sono 60.000+15.000 = 75.000. Quindi 198.500- 75000= 123.500.

Questa somma, precisa il Ros, versata dal 4 gennaio 2012 al 3 settembre 2014. Se togliamo dalle cooperative che fanno capo a Buzzi, Formula sociale di cui riporta un bonifico regolare di 10 mila euro, restano113.500 euro.

Cioè Alemanno in tre anni si porta a casa una somma pari al canone Rai di un anno. Senonché il resoconto non può terminare qui, perché, stando sempre alla versione de Il fatto Quotidiano, secondo l’accusa, ‘una parte consistente dei soldi sarebbe arrivata nell’ottobre’, quindi da sottrarre dai 113 mila euro in tre anni.

Ma poiché Alemanno è stato condannato non solo per corruzione, bensì per corruzione e finanziamento illecito, vuoi vedere che Alemanno, come Marino del PD e tantissimi altri, è stato accusato di comprarsi le mutande con il Bancomat del suo partito?

A parte il pasticcio creato da Il fatto quotidiano, nel tentativo di giustificare la condanna, resta il fatto incredibile di un corrotto senza corruttori.

E qui non bastano le parole scritte, ma è necessario il video di Sansonetti, quando, nella sua insostituibile cadenza romanesca, afferma, che Alemanno è condannato in quanto ‘è un corrotto, profondamente corrotto, intrinsecamente corrotto, perché è un sindaco, un fascista, un ministro, un politico’.

Riferendosi ai due processi, Sansonetti conclude sconsolato che ‘in Italia la stessa giustizia non può stabilire ‘che una persona non ha commesso un reato e poi che ha commesso un reato’, e con il caso Palamara.

Cosa c’entra Palamara? Ma perché Palamara e Magistratopoli – esclama Sansonetti – ha dimostrato che la giustizia è la giustizia delle correnti, non riguarda l’illegalità e tanto meno la ricerca del vero.

Quando incontro circostanze che confermano quanto ho sostenuto in passato sono contento, non solo perché forse non ero in errore, ma forse avevo anche ragione a guardare più lontano.

Avevo scritto che in Italia la stessa persona in flagranza di reato viene condannata a Roma e assolta a Bologna. Nulla di strano, perché la famosa separazione dei poteri non è intesa come indipendenza dal potere politico o legislativo, ma come indipendenza di ogni magistrato.

Un’altra volta, avevo anche fatto un test tra amici,chiedendo se fosse più colpevole il corruttore o il corrotto, e tutti non hanno esitato a rispondere il corrotto, perché senza corrotti non ci sarebbero corruttori.

Quindi, caro Sansonetti, ha ragione la Corte d’appello e ha torto la Cassazione. Tanto più che il caso Palamara dimostra che più si va in alto e più l’illegalità e probabile. E qui i tre magistrati della Corte d’Appello potrebbero, come Saverio Borrelli, invocare la Resistenza.

C’è caso, caro Sansonetti, che forse la radice del problema non sia neppure soltanto Tangentopoli e la giustizia politica, bensì il sistema giudiziario. E a me, che a furia di studiare i filosofi, un po’ di filosofia mi è entrata in zucca, pare che alla radice del problema ci possa essere il carattere intrinseco del sistema giudiziario.

Che cosa? Ma è perché è il tappo dei tappi, è un sistema autoreferenziale. Poniamo che, per condannarlo, la Corte abbia affermato cose palesemente non vere. Che cosa può fare Alemanno se non ricorrere in Cassazione?

E’ questa, quella che ho appena chiamato il tritacarne, la macchina ferrigna della giustizia. Tutt’altro sarebbe, se Alemanno potesse far causa ai giudici delle Corte d’appello.

Ciò vale nel Penale come nel Civile (a dimostrazione che è un difetto del sistema). Se una persona viene condannata perché in sentenza il giudice asserisce il falso, non può citarlo in giudizio, può soltanto ricorrere in appello.

Si dirà, ma Palamara verrà giudicato a Perugia. Ma si tratta di altro reato. Contro la sentenza della Cassazione che lo ha radiato dalla magistratura, anche lui non può che far ricorso a un grado superiore di giudizio. E la corte superiore, in ogni caso, non potrà sanzionare, in alcun modo sostanziale, i magistrati della Cassazione che lo hanno condannato.

Palamara

Da giovane, un bel mattino, mentre attraversavo col verde un semaforo in uno stretto crocevia cittadino, l’anziano autista di un autonoleggio ha speronato la mia auto a cinquanta allora da sinistra, colpendo per buona sorte il vano motore, e non me.

Strani e disconnessi i ricordi: io a testa in giù, infilata nel vano per i piedi del sedile destro, dentro un’auto coricata su di un fianco, ma rombante, un professore che conosco solo di nome, lì per caso, che rampogna l’incauto e assonnato conducente, una radiografia di controllo in un ospedale prossimo alla Stazione di Bologna, un centro a quei tempi dedicato agli infortuni sul lavoro.

Ed è lì che, nelle attese, sono venuto a conoscenza di un infortunio non raro tra i macellai. Talvolta, dita, mani e braccio si aggrovigliano tra le spire del tritacarne elettrico, e ricevono soccorso con l’intera pesante macchina ferrigna attaccata al braccio.

Questa immagine impressionante mi si è ripresentata nel dormiveglia, ripensando alla condanna di Palamara: incauto macellaio incollato alla pesante macchina della giustizia da un trojan infilato per l’occasione nel suo cellulare.

Due anni sono bastati per la ricostruzione del ponte di Genova, sono una inezia invece per l’indagine della magistratura locale (ma questa è un’altra storia, da includere nella rubrica ricatti), altri crolli di ponti ostruiscono percorsi fluviali, così come scale mobili crollate, nel metro romano, attendono per essere sostituite i tempi delle procure.

Al contrario, la rapidità del processo a Palamara può riempire di orgoglio la banana republic, mostrando che quello che non si compie in anni, può essere compiuto in un paio di giorni. I giudici di cassazione hanno radiato dalla magistratura Palamara, il più giovane vicecapo del Consiglio superiore della magistratura (Capo è il Presidente della Repubblica, più onorario che attivo).

E che fa Palamara, lui che dall’inizio ha sostenuto di non voler essere il capro espiatorio di un sistema collaudato di governo della magistratura, e che aveva richiesto 100 e passa testimoni, per riceverne sei?

Ebbene proclama il suo attaccamento alla toga, che è nato magistrato e magistrato morrà (sacerdos in eternum), che rispetta la sentenza, perché ‘le sentenze vanno rispettate’, che attende di leggere le motivazioni (30, 60, 90 giorni? Chi scrive non se ne intende) per esperire tutti i procedimenti di ricorso, se capisco bene alla Cassazione a camere riunite, e poi alla Corte Costituzionale, e infine alla Corte Europea.

Ecco il senso del mio sogno. Ecco la macchina ferrigna della giustizia. Solo, come accade nei sogni, le cose procedono al contrario. La macchina della giustizia ha le sue spirali volte all’insù, ma Palamara non arresta il motore e infila le mani sempre più dentro, sempre più in alto.

Possiamo immaginare come andrà a finire. La cassazione a camere riunite liquiderà la faccenda assai più rapidamente, come dettato dalla procedura (la giustizia più si sale e più è sbrigativa), la consulta dichiarerà inammissibile il ricorso evitando la noia di pronunciarsi, il ricorso all’Europa farà la sua lenta agonia negli affollati scaffali della Corte europea (che, immagino, non si attivi mai, se non ci sono interessi economici in gioco).

Salvo le debite eccezioni, il processo è stato considerato una farsa, e la farsa una necessità, se si vuole far dimenticare in fretta come funzionano il CSM e le correnti della magistratura; non uno scandalo perché il sistema non è una scoperta per nessuno.

Un incidente di percorso della procura di Perugia, che, se vuol condannare per corruzione Palamara, deve per forza riferirsi a cene come quella che vede Palamara e altri cinque membri del CSM discutere di candidature di procuratori romani con due politici, uno dei quali inquisito a Roma per analoghi motivi.

Mi tengo sul vago apposta, senza far nomi che pur son noti, perché non mi interessano i rei, ma, al solito il sistema, e la novità, rispetto alle intercettazioni del passato, del trojan che si insinua come un altoparlante nel cellulare di chiunque, stante l’obbligatorietà dell’azione penale.

Sicché, parlo da cittadino, perché abbiamo appreso che spetta al magistrato scegliere quali registrazioni sono inerenti o meno all’indagine; anzi molto peggio, perché spetta al magistrato decidere quando accendere o spegnere il trojan.

Chi mi ha letto in passato sa che circa la separazione tra i poteri o meglio dei conflitti tra i poteri penso che vinca sempre la magistratura, che insomma la magistratura faccia da tappo. Ora aggiungo: e che tappo! Basta inventarsi un reato con una lettera anonima per mettere nei guai chiunque esprima una qualsiasi opinione.

Naturalmente, chi ha voluto fermamente la legittimazione dei trojan nel processo, se non i Cinque Stelle, con in testa Bonafede, e gli ineffabili giornalisti de IL Fatto Quotidiano?

L’aspetto più bananiero della vicenda è che, secondo Palamara, il sistema è andato in tilt quando all’anzianità è stato sostituito il merito nella progressione della carriera. Giovani e meno giovani a quel punto si sono ritenuti meritevoli, i criteri meritocratici si sono moltiplicati, e il sistema si è enormemente complicato per accontentare tutte le correnti.

Leggi, Regole e Ricatti

Giorni fa nella rubrica quante storie di Rai3 a ora di pranzo è stato presentato un libro di Gherardo Colombo, Sulle regole. Gherardo Colombo, uno dei magnifici Tre nella stagione di mani pulite, è per Davigo una sorta di traditore e per Travaglio un convertito, visto che la sua principale occupazione è fare conferenze nelle scuole sulla costituzione e sul rispetto delle leggi.

Non ho seguito la trasmissione, ma ne ho colto alcuni spezzoni. Colombo ha detto tra l’altro: il Presidente della Repubblica è obbligato a firmare le leggi. Non è esatto, l’art. 74 della costituzione, salvo che l’abbiano cambiano nel frattempo, permette al Presidente di rinviare una legge alle camere con debita motivazione, anche se lo obbliga a firmare nel caso che la camera gliela ripresenti. Ed è giusto che sia così in una repubblica parlamentare. Pensiamo però, per esempio, se avesse rinviato alle camere il decreto semplificazioni che lo aveva tanto irritato. La camera avrebbe potuto rinviargli la legge, ma fuori tempo massimo. Il decreto sarebbe decaduto!

Ed è qui che possiamo cominciare a parlare di leggi, regole e ricatti. Perché il decreto-legge deve essere convertito in legge entro 60 giorni, ma nessuno obbliga Governo e Parlamento a inviarlo il 59° o 60° giorno, a meno che non intenda obbligare il Presidente della Repubblica a firmare immediatamente. Ecco il primo ricatto, un ricatto non da poco, visto che coinvolge Governo, Parlamento e Presidente della Repubblica.

Il nostro Presidente della Repubblica ama citare ad esempio comportamenti eroici e generosi, ultimamente quello di quattro bimbi che hanno soccorso un bambino sul punto di annegare. Molto bene, ma sarebbe bello trovare qualche comportamento eroico nelle alte sfere. Sarebbe stato eroico rinviare alle camere il deplorevole decreto semplificazioni.

Sarebbe stato eroico esprimere il proprio parere sulla riduzione del numero dei parlamentari; sarebbe eroico opporsi al ricorso alla fiducia ogni volta che il Governo vuole fare approvare una sua legge. Ecco che abbiamo incontrato un’altra specie di ricatto da parte del Governo.

C’è poi il Decreto Mille proroghe che si presenta l’ultimo giorno dell’anno, perché annienta il potere della opposizione. E siamo a tre specie di ricatti, tutte perpetrati dal potere esecutivo.

Scusandosi del ruolo assunto di avvocato del diavolo, il conduttore di Quante storie, a Colombo che raccomandava il pagamento delle tasse, ricordava che molte volte l’Agenzia delle Entrate è in difetto verso il contribuente. ‘Ma sa, commentava il dott. Colombo, c’è tanta evasione fiscale in giro’! Eh no, dott. Colombo, questo non giustifica assolutamente le angherie dell’Agenzia delle entrate verso i contribuenti onesti, lei sta raccomandando un ricatto, e non mi meraviglio affatto, visto che i magistrati ricorrono a certe armi di persuasione.

Ma non ci sono solo grossi ricatti commessi dai grandi e potenti. La polizia municipale, stradale, o statale, attende l’ultimo giorno utile (su 90 e più) per inviare gli avvisi di contravvenzione, di modo che o si paga subito usufruendo dello sconto o si deve l’importo intero della contravvenzione. Nuovo ricatto.

Naturalmente si può fare ricorso al prefetto. Ma se si perde si paga doppio. Perché mai, di grazia? se si ricorre è perché c’è un legittimo dubbio! No – obietterebbero i mal pensanti – così tutti farebbero ricorso (notare che i malpensanti sono tutti inclini alla frode).

Ma quale vantaggio sarebbe attendere di pagare qualche mese, in un paese in cui le banche non offrono una lira di interesse per i depositi dei clienti? E comunque perché proprio il doppio? Ogni ricorso in Italia è una puntata alla roulette: una probabilità di vincere contro due del banco. In qualsiasi paese sarebbe illegale: ecco un nuovo ricatto.

Ma c’è di più: L’attesa di tre mesi per contestare una contravvenzione, può obbligarvi a pagare anche 90 multe, quando una regola può trasformare in reato un diritto. Ed è notizia di oggi che i cervelloni del Cnen propongono di usare la posta certificata per consegnare le contravvenzioni. Al solito, meglio metter fretta ai cittadini, che alle autorità che li ricattano!

Un preludio, questo articolo, ad altre e più raffinate specie di ricatto.

LA REPUBBLICA DELLE BANANE 2

I giornalisti diversamente intelligenti e modesti de Il fatto quotidiano lanciano una campagna per una nuova legge elettorale e una raccolta di firme con un ottimo titolo: Ora i parlamentari vogliamo sceglierli noi.

Dove il noi sembra essere noi elettori, ma conoscendoli ormai da anni, significa noi de il fatto quotidiano.

Ma anche vuol dire guai a farli scegliere dai Partiti, con il che si ritorna alla vecchia solfa dell’antipolitica  e della vocazione manettara cara a Il fatto quotidiano. E si sa, l’unico partito che preferiscono è il movimento Cinque stelle, che nelle sue campagne elettorali considerava strame tutti gli altri partiti.

E, certamente, le liste bloccate sono uno schifo, i capi presenti in molte circoscrizioni, pure, ma guardiamo che cosa c’è toccato, come alternativa. Facciamo qualche nome? Di Maio, Fico, Gibba, Bonafede, e potrei continuare con gli altri esimi ministri, tutti scelti dal popolo, con un numero preferenze …. cinquecento ? novecento?

Ma non abbiamo un deputato, grazie a voi soprattutto, ogni 152.000 abitanti? E il deputato in una democrazia parlamentare, non sulla piattaforma  Rousseau, non li dovrebbe rappresentare tutti?

Non c’è cascato addosso, come piovuto dal cielo, Giuseppe Conte come presidente del consiglio con la sola preferenza, e reiterata, del comico Grillo? Un esempio di democrazia diretta, cioè diretta dal direttore.

E se andassimo alle urne senza dar retta a nessun partito, ma proprio nessuno, non possiamo esser sicuri che Giuseppe  Conte  sarebbe eletto con una valanga di voti , visto che il nostro servizio pubblico ce lo ha ammannito tutte le mattine e tutte le sere, di fronte e di profilo, immobile e nel suo quotidiano andirivieni nelle stanze di palazzo Ghigi?

  Oh, io una proposta ce l’avrei: alle prossime elezioni dovrebbe essere vietato a tutti gli attuali parlamentari di candidarsi, visto che tutti hanno votato una riduzione del numero dei deputati che non ha eguali in tutta Europa. Una eccezione la faremmo per la Bonino e i radicali, naturalmente.

Ma per essere seri, anche se la repubblica è la repubblica delle banane, con quali criteri Tizio, Caio, Sempronio dovrebbero scegliere il proprio candidato? E’ più facile scegliere Miss Italia o Miss Mondo!

Per la verità, di solito al mio seggio, leggo i nomi di tutte le liste e non conosco nessuno; ma poi penso a quelli che non ci sono e che conosco. Li vorrei votare? E perché?

Oppure potremo decidere: politici no, ma neppure magistrati, giornalisti, finanzieri, Ceo famosi, attori, EPPOI: neppure parenti di politici, magistrati, giornalisti, attori ……… oddio…e perché mai, come vogliono gli americani, gli influenzer? La quantità dei Like può essere un criterio ragionevole?

Vi lascio al vostro gioco scemo, quindi,….e non sottoscrivo.

Tanto litigheranno fino a fine legislatura e, una volta di più, le regole delle prossime elezioni saranno quelle dettate dall’attuale coalizione. Una prassi che piace tanto alla sinistra!