Archivio mensile:Settembre 2020

La repubblica delle banane

I conti di Giuseppe Conte, grande negoziatore.

Quando Giuseppe Conte è tornato da Bruxelles annunciando un accordo per il recovery Fund di 208 miliardi, 58 in più dei 150 sperati, i Cinque stelle lo accolsero in parlamento con una ovazione.

In realtà non era proprio un successone. L’attesa era 80 miliardi a fondo perduto, 70 miliardi da restituire dal 2027 in avanti. Adesso occorre restituirne 128 anziché 70.  Come dire che il prezzo degli 80 miliardi è quasi raddoppiato!

Adesso veniamo a sapere che c’era stato un tentativo di accordo a 170 miliardi, 80 + 90 da restituire, ma poi i nostri amici europei sono stati inesorabili. Se insistete per gli 80 dovrete restituirne 128 (per l’esattezza 81,4 e 127,4 per 208,8).  (EuropaToday, 21/07/2020).

La Spagna, il paese più sovvenzionato dopo di noi, riceverà 140 miliardi, 73 a fondo perduto, 63 come prestito. Guarda un po’ gli costano di meno, come pure alla Polonia, solo 38 poverina, ma gli costano solo 26.

Seguono 38,7 miliardi per Macron e 29 per la Merkel, ma solo a fondo perduto. Cioè gratis.

Seguono Danimarca 2,15, Olanda 6,7, Finlandia 3,4 Austria 4,04: i paesi frugali, anche loro premiati.

Tenendo conto di quello che dobbiamo versare, per la prima volta l’Italia incassa di più di quel che versa, 36  miliardi secondo i Cinque stelle, 26 secondo Calende. Speriamo che bastino per pagare gli interessi.

Ma come sono suddivisi i 750 europei? Originariamente 50/50. Adesso 390 a fondo perduto 360 come prestito. Facendo le somme: 67,7 regalo a Francia e Germania + 16,4 ai frugali = 84,1; 58 in più (che paghiamo noi) + 30 di aumento del finanziamento a fondo perduto = 88! Chissà se nel cospicuo staff di consulenti che ha Giuseppe Conte ci sia pure un contabile, e se se l’era portato a Bruxelles?  (FirenzePost, 29/09/2020).

Degenerazione autoritaria della legislazione italiana

In Francia le leggi sono 7 mila, in Germania 5,5 mila, in Inghilterra 3 mila (ma non conta). In Italia solo 150 mila.

Tra le tante tipologie di legge del governo ci sono i decreti del presidente del consiglio, i decreti legislativi, e i decreti -legge.

Nel governo Conte 2, i primi non si contano e non hanno controllo; i secondi sono opera del Consiglio dei ministri previa autorizzazione del parlamento e anche questi si sono moltiplicati.

Per finire, sono cresciuti i decreti legge; anche questi sono fatti dal governo e hanno vigore di legge appena pubblicati; ma, dal punto di vista del governo hanno l’inconveniente di dover essere convertiti in legge entro sessanta giorni, il che significa che devono essere approvati dal parlamento.

In passato venivano reiterati alla scadenza (anche 20 volte), uno stratagemma dichiarato incostituzionale nel 1996.

Resta però il decreto milleproroghe, promulgato entro la fine di dicembre e immediatamente convertito in legge. Di norma estremamente eterogeneo, perché deve evitare la decadenza di una quantità di regole che minerebbero la civile convivenza. Esiste anche in Francia, anche se in forme enormemente più brevi e più chiare.

Grazie al Presidente del Consiglio Conte, ai  5 stelle, al Pd, questo anno per la prima volta nella storia della Repubblica ha subito una modifica fortemente peggiorativa. La conversione in legge è stata prorogata nientemeno che a fine febbraio, e aumentata di molti articoli e commi. Probabilmente ha condotto il governo a confrontarsi in ritardo con l’emergenza Corona virus.

Secondo e più grave abuso:

Sicuramente il decreto-legge del 16 luglio 2020 (convertito in legge il 16 settembre 2020) di cui si  è detto, è in sostanza una replica estiva del decreto mille proroghe. Costituisce un inedito gravissimo nella storia della nostra Repubblica e si può essere sicuri che il governo ripeterà l’abuso, malgrado le proteste del Presidente della Repubblica.

Ma c’è di peggio: gran parte delle  modifiche al codice della strada, tutte assenti nel decreto di luglio e mai discusse nelle sedi parlamentari, sono state inserite per volontà del Partito Democratico e, in particolare, del Presidente della Regione Emilia-Romagna.

In pratica la legislazione adottata o in via di adozione nella sola regione dell’Emilia-Romagna è stata imposta a tutti gli italiani.  Un capovolgimento del rapporto Stato- Regioni.

In proposito offro una testimonianza: una settimana, forse 10 giorni fa, mentre guidavo, avevo chiesto ad un’amica se avesse notato che la durata del giallo nei semafori fosse diminuita sensibilmente.

Si trattava di esperimenti, infatti due giorni fa La Repubblica pubblicava giuliva la notizia fresca: “3 secondi per il giallo”. Ieri la proposta è stata contestata, in sede parlamentare e fuori, come demenziale, tuttavia stanno contrattando sul numero dei secondi.

Vale la pena di ricordare che a Bologna da pochi anni la durata media dell’arresto ai semafori  è di 90 secondi, una eternità che induce a molti comportamenti scorretti o azzardati di autisti, motociclisti, ciclisti e pedoni, pur di non attendere altri 90 secondi:

ai semafori i pedoni corrono, i ciclisti si avviano con il rosso, i motociclisti fanno ressa accanto e davanti alle auto in prima fila, gli autisti…rischiano e pagano le multe.

Conclusione personale: se Stefano Bonacini  ha tanta premura di condizionare la circolazione stradale degli italiani, prima ancora di aver sostituito Zingaretti a leader del PD, che cosa dobbiamo temere per il futuro?

Codice della strada

La democrazia non è un’azienda Parte II

Codice della strada

La nuova legge prevede una descrizione minuziosa di una nuova tipologia. Strada urbana ciclabile. Tale strada, nella descrizione, dovrebbe avere il limite dei 30 km orari, o essere in zona a traffico limitato (ZTL).

In queste strade è consentito istituire (il termine è corretto, non scrivo costruire, in genere disegnare) corsie ciclabili, ma non necessario. Il ciclista è tenuto a utilizzare la corsia ciclabile, quando c’è. Del resto, il codice già prevedeva l’esistenza di piste ciclabili, come prevedeva strade riservate a ciclisti e pedoni, ma anche nel loro caso non limitava la possibilità di circolazione dei velocipedi alla loro esistenza.

La corsia ciclabile non è altro, dunque, se non una precisazione della precedente pista ciclabile e l’affianca. E’ tale quando rispetta il senso di marcia previsto per la strada ciclabile, di norma ma non necessariamente è collocata al limite destro della carreggiata, nulla è detto della sua larghezza, in compenso c’è una minuziosa descrizione della sua segnaletica orizzontale. Striscia bianca continua, e tuttavia intermittente e valicabile in determinate circostanze da altri veicoli, ivi compresa quella per le soste dei mezzi pubblici.

Tanta minuzia contrasta un po’ con la consuetudine di tutti i comuni di Itala. La segnaletica orizzontale in Italia ha un carattere, diciamo, ‘inaugurale’, si cancella col tempo, ed è praticamene invisibile in caso di pioggia.

Passiano finalmente alla più importantevera innovazione: ‘Corsia ciclabile per doppio senso ciclabile’. Già il nome è ambiguo: verrebbe da immaginare una corsia doppia riservata alle biciclette, divisa in due da percorrere in direzioni opposte. (comune in molti paesi e anche in Italia). Poiché sono corsie in cui i velocipedi circolano in direzione opposta all’unico senso di marcia previsto per tutti gli altri veicoli, tanto valeva chiamarla ‘corsia ciclabile per i sensi unici’.

Leggendo tuttavia la minuziosa descrizione, si tratta di una ciclabile costituita da una sola corsia, di norma posta al limite sinistro della carreggiata, caratterizzata da una striscia bianca intermittente, perché può essere valicata da altri veicoli.

Sta di fatto però che, nel caso che un’auto debba invaderla per poter proseguire la propria marcia, deve arrestarsi per tempo, di fronte a uno o più ciclisti in arrivo.

Un altro inconveniente di queste innovazioni è che, o non si fanno visto che sono opzionali, oppure per farle occorre limitare ulteriormente la possibilità di sosta dei veicoli privati. Ma anche ammesso che sia totale, nessun sindaco riuscirà a impedire la sosta di quanti forniscono merci e servizi.

Un’ultima perla sul trionfo delle biciclette appare all’art. 182. Il comma 1 prevede che i ciclisti debbono procedere in fila indiana. Ma adesso la disposizione non si applica più ai velocipedi su strade urbane ciclabili (comma 1bis). Mi sembra giusto, perché quattro o cinque motociclette possono sfrecciare affiancate, e le biciclette no?

Altra innovazione è l’istituzione della Zona scolastica, una zona urbana in prossimità di edifici scolastici, a protezione dei pedoni e dell’ambiente. Penso che l’innovazione sia legata alla diatriba dello scorso anno relativa alle responsabilità dei docenti quando gli studenti escono da scuola.

In questa zone, in determinati orari, può essere limitata o esclusa circolazione, sosta e fermata di tutte o alcune categorie di veicolo con ordinanza del sindaco, salvo scuolabus e autobus e auto con contrassegno per handicap.

In questo caso sono stato piuttosto minuzioso, per lasciare immaginare facilmente le possibili conseguenze rispetto alla consuetudine diffusa, non cervellotica, di portare a scuola e riprendere, con mezzi privati, alunni di nido, scuola materna, elementare, media.

Ultima innovazione (art 12 bis) è la possibilità che le multe per divieto di sosta o fermata vengano comminate dagli addetti ai trasporti pubblici o alla raccolta dei rifiuti. La presento così, alla buona, come l’hanno riportata i giornali. Invece l’articolo, che occupa un paio di pagine, andrebbe esaminato attentamente per capire che si tratta di materia sottratta alle forze di polizia municipale (a cui si accede per concorso).

Infatti non riguarda solo le violazioni dei divieti di sosta e fermata, ma anche di circolazione (nelle corsie degli autobus, ma anche altrove), prevede acquisizione di personale nelle partecipate dei trasporti e della raccolta dei rifiuti, con specifica mansione.

Detto personale redige e sottoscrive il verbale di accertamento delle violazioni, dispone la rimozione dei veicoli. Le partecipate per altro hanno il controllo esclusivo dei dispositivi automatici per la rilevazione di infrazioni per circolazione in ZTL e autovelox, ora consentiti anche sulle strade urbane.

Quale è stata la conseguenza della conversione in legge? Che ormai i ciclisti circolano contromano in qualsiasi tipo di strada urbana, a prescindere da qualsiasi tipo di ciclabile.

Al caos si aggiungono adesso i monopattini elettrici, non inclusi nel codice della strada. Come mai? Grazie al trucco della sperimentazione, iniziata nel 2018, rinnovata nel 2019, rinnovata nel 2020. Ma dal 1 gennaio 2020 (Guarda caso art. 33 del decreto milleproroghe) possono circolare su tutte le strade urbane con limite a 50 km, purché abbiano un potenza non superiore a mezzo kilowat, una velocità massima di 25 km all’ora su strada, e 6 km (si fa per dire) nelle zone pedonali.

Inutile aggiungere altro, perché tutti quanti assistiamo alle loro eleganti evoluzioni strada -portico-strada. Sono equiparati aI velocipedi, e possono circolare affiancati, ma non più di due.

La democrazia non è un’azienda

In questo articolo mi limito a proporre alcune osservazioni relative al solo articolo 49 del decreto-legge   16 luglio 2020, n.76,  cosiddetto ‘Decreto semplificazioni’, convertito in legge il 16 settembre 2020, che avrebbe meritato qualche discussione in parlamento. (Sull’iter del decreto si veda articolo precedente)

L’articolo 49 conserva il titolo del Decreto semplificazioni del 16 luglio 20200 n. 76: ‘Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle infrastrutture stradali e autostradali’. 

Dopo il crollo del viadotto Polcevera di Genova, noto come ponte Morandi, con decreto 28 settembre 2018, n.109 il governo  prevedeva di attivare un sistema di monitoraggio dinamico delle infrastrutture stradali e autostradali in relazione alle criticità determinate dall’attraversamento dei carichi pesanti.

Disponeva la sua sperimentazione per un periodo di 12 mesi, al termine dei quali avrebbe provveduto a richiedere alla società concessionarie dati appositamente uniformati alle esigenze del sistema, per procedere al monitoraggio della sicurezza delle strutture, ma anche al programma di opere per il loro consolidamento e manutenzione (art 14).

I primi tre commi dell’attuale articolo 49 riguardano soltanto le gallerie esistenti di strade e autostrade, al fine di classificarle e valutarne la sicurezza. Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti indicherà entro trenta giorni del presente decreto le linee guida da adottare per programmare ispezioni e successivi interventi di manutenzione e messa in sicurezza.

Non si capisce perché distinguere  con due commi (1) strade e autostrade gestite dall’ANAS o da Concessionari autostradali dalle (2) altre strade e autostrade. Oppure si capisce troppo bene che non è ancora sciolto in seno alla maggioranza di governo destino e ruolo della società Atlantia di Benetton.

Il comma 3 propone l’ovvio e cioè che nelle more (delle indecisioni)  valgono le leggi e ordinanze vigenti in materia di sicurezza.

Il comma 4, finalmente, propone linee guida anche per classificare e monitorare viadotti, ponti, cavalcavia, previa individuazione e sperimentazione per un anno di un sistema di monitoraggio dinamico di tali infrastrutture. Il comma dimostra così come per i due anni precedenti non si sia fatto assolutamente nulla.

Si aggiunge soltanto che ANAS e Società autostradali debbono trasmettere i dati utilizzando un sistema di monitoraggio esistente: il Building Information modeling (BIM). (Che l’abbia scovato la brava Paola De Micheli, attuale ministro delle infrastrutture e dei trasporti?).

Questi sono i soli commi, invariati rispetto al 16 luglio 2020, che giustificano il titolo dell’articolo e hanno due scopi:

  1. ‘dare in pasto all’opinione pubblicare il miraggio d’una decisione, quando in realtà non s’è deciso un piffero’ / (Ainis)
  2.  assicurare una delega in bianco al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti per dettare qualsivoglia linee guida senza bisogno di approvazione da parte del parlamento.

Più o meno da qui cominciano le modifiche al codice della strada. Mi faceva notare un amico che soltanto in Italia i rattoppi nel manto stradale asfaltato o comunque pavimentato sono la norma.

Parimenti, la legislazione italiana si modifica mediante rattoppi o microrattoppi. In realtà le leggi italiane sono esseri viventi e vanno concepite come piante.

Il codice della strada, tutto sommato, impegna ogni cittadino italiano dalla nascita alla morte, visto che in quanto animali al minimo deambuliamo o lo fa chi per noi. Un paio d’ore di navigazione in internet, o forse quattro, vi permetterà d scoprire come questo codice, nato, o meglio, rinato nel 1992, abbia visto crescere il suo tronco, prodursi nuove rami e foglie, mentre altri rami si  seccavano e altre foglie cadevano, indipendentemente dalla stagione.

Se dunque anche nelle sue finalità generali rientra la sicurezza delle persone nella circolazione stradale non è detto che la raggiunga.

Veniamo dunque alla prima e più importante innovazione. Mi distacco di proposito dalle minuziose descrizioni e raccomandazioni del testo, L’abuso attuale da parte dei ciclisti di percorrere i sensi unici in direzione contraria al senso di marcia degli altri veicoli, cessa di essere un abuso perché diventa legge.

Molto bene  per i ciclisti, ma a quali condizioni per tutti gli altri veicoli!: rispettare in ogni circostanza la precedenza loro assegnata per legge (persino quando si immettono nella strada da un ingresso privato!).

Fino al punto che, nell’unico caso in cui dovrebbero concedere la precedenza ai pedoni e cioè nell’ attraversamento delle strisce pedonali, non c’è bicicletta che si arresti, benché costituisca una violazione del codice stradale (finché non lo cambiano!).

Signor Presidente della Repubblica

Mi dispiace Signor Presidente, ma non avrebbe dovuto agire così:‘La difficile congiuntura economica e sociale’ non può essere un alibi per legittimare la conversione in legge del cosiddetto decreto semplificazioni.

Le stesse ragioni che l’hanno fatta ‘indispettire’, per usare l’eufemismo stupido di un giornalista di Repubblica, l’inserimento di norme eterogenee nelle leggi, già condannato dalla corte costituzionale nel 2019, il passaggio dai 65 articoli del decreto legge del 16 luglio 2020 a 109 articoli della sua conversione in legge, e ancora di più l’inserimento di oltre 15 pagine di riforme al codice della strada che, come lei osserva, ‘ha immediati riflessi sulla vita quotidiana delle persone’ senza uno straccio di discussione in parlamento, queste stesse ragioni, dico, avrebbe dovuto impedirle di firmare la legge e di rinviarla al governo.

Perché, Presidente della Repubblica, non c’è congiuntura economica e sociale che possa giustificare una deriva autoritaria del governo e del parlamento. Non la poteva giustificare nel 1922, non la può giustificare oggi. Lei di fatto rischia di rendersi complice di una coalizione di governo che, del resto, lei stesso ha autorizzato. Se poteva avere qualche dubbio nell’agosto 2019, non può averne alcuno oggi.

Il modo in cui l’esecutivo si è imposto in questo anno, grazie ai Cinque Stelle ma anche al PD, non lascia dubbi e, soprattutto, mostra la continuità tra questo modo autoritario di governare e il vero significato della riduzione del numero dei parlamentari e delle modalità di questo referendum, indetto in situazione di restrizione delle libertà dei cittadini.  

Guardi ‘LA Repubblica’ di oggi 12 settembre 2020, Signor Presidente: 4 paginoni sull’operato di tre procure contro Salvini, mentre il suo richiamo è relegato a pagina sette: un quarto di pagina sopra un enorme e colorato invito pubblicitario a visitare la Liguria. Il giornale ufficiale della sinistra PD usa Salvini, come i nazisti usavano i comunisti tedeschi. Dopo che il referendum sarà naufragato, spero che Maurizio Molinari abbandoni il giornalaccio.

A proposito, c’è stato un curioso scambio tra Paolo Mieli e Roberto Saviano. Roberto Saviano ha annunciato che voterà no al Referendum, Paolo Mieli gli rimprovera che gli manca la capacità di capire che cosa sia un compromesso di governo. Curioso, perché in base agli argomenti di entrambi, l’idea che i deputati alla camera siano 400 o 630 non fa differenza . Del resto, non pare faccia differenza neppure per il Presidente della Repubblica. E se persone così note, e stimate, così dedicate alla vita civile del nostro paese, la pensano così, vale la pena di starle a sentire?

Le tendenze autoritarie, per quanto mascherate o negate, lasciano indizi inequivocaboli. Tornando al messaggio ossessivo sul referendum e sulle elezioni di domenica 20 e lunedì 21 settembre, fate caso al contrasto tra il lungo e dettagliato annuncio e la raccomandazione finale di presentarsi al seggio elettorale con tutte le misure necessarie di prevenzione del contagio. Vale a dire: l’appuntamento è un abuso manifesto, ma adeguatevi! Un governo autoritario ha un bisogno spasmodico di ricordare ogni tanto chi comanda.

Altro indizio: l’annuncio è lungo e dettagliato, ma non esplicita la conseguenza più importante: se voti sì i deputati passeranno da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. Se voti no la costituzione non viene modificata.

Referendum: un’appendice

In merito all’imminente referendum confermativo i membri della corte costituzionale, – quali e quanti non ci è concesso sapere, ma sicuramente la maggioranza – hanno dimostrato una volta di più che considerano Gesù una brava persona, ma hanno ben altra stima per Ponzio Pilato. D’altra parte, il direttore del Fatto quotidiano, Travaglio, persona diversamente intelligente che predilige argomenti diversamente logici, ha accusato i giornalisti di Repubblica di essere dei voltagabbana, schierandosi per il no al referendum. In realtà l’ex direttore Ezio Mauro esprimeva in un articolo molti dubbi e perplessità sulla riduzione del numero dei parlamentari. La considerava tuttavia giustificata per una duplice situazione: l’unione europea da un lato e le regioni dall’altro hanno acquisito un ruolo molto più ampio nella produzione di leggi rispetto al parlamento nazionale.

Tuttavia, è proprio su questa premessa che mi sembra il caso di dissentire. In regioni con consigli regionali di 40-60 consiglieri in pratica è il governatore che fa le leggi. Altrettanto ristretto è l’organo che governa l’Europa e fa le leggi. Si aggiunga che nel parlamento italiano le leggi che giungono a discussione sono tutte direttamente proposte dal governo, cioè dall’esecutivo. Infine, si consideri, come si è detto, l’abuso di potere che sulla base dell’emergenza sanitaria ci ha riempiti di decreti del presidente del consiglio, di decreti legge approvati con voto di fiducia. In sostanza il parlamento, e in particolare la camera dei deputati, non solo ha perso la funzione legislatrice, ma anche il potere di controllo e di rettifica e persino di contrasto di leggi più o meno ispirate da involuzione autoritaria.  

E’ così difficile capire che chi governa tende a produrre leggi e regole che tendono a conservare il proprio potere, a favorire gli interessi dei partiti o dei singoli che lo compongono?

Sono tutte premesse che semmai suggerirebbero l’aumento dei deputati. In una repubblica con 400 deputati, di cui duecento dieci/duecento cinquanta riservati alla maggioranza (di cui 50 ministri o sottosegretari) restano 150 eroici deputati a contrastare la deriva autoritaria attuale e potenziale. La riduzione di un terzo delle due camere è proprio ispirato a questo disegno malvagio. Guardate la Polonia (38 milioni di abitanti) che ha subito mezzo secolo di regime comunista: adesso ha 460 deputati e 100 senatori, una proporzione simile alla Germania.

Da notare che l’unico referendum confermativo che ha avuto successo è quello sul titolo v, sulla devoluzione di molti poteri e ambiti legislativi dallo stato centrale alle regioni. Approvato con una partecipazione al voto di un terzo soltanto degli italiani. Se la costituzione propone il referendum popolare, quando non si raggiunge la maggioranza dei due terzi in entrambe le camere, l’aver permesso la mancanza di un quorum per il referendum confermativo dimostra solo che anche i padri fondatori sono stati un po’ ingenui, forse sull’onda di fiducia che il popolo sarebbe corso alle urne come nel 1946. Anzi un bel po’.

Qualche storico decente sostiene che fascismo e nazismo sono fenomeni marginali nella vita democratica odierna dell’Europa. Questo non ci salva assolutamente da peggiori involuzioni autoritarie prodotte dalla globalizzazione e dalla rete informatica. La prima costituisce enormi potentati economici capaci di contrastare qualsiasi stato nazionale. Quanto alla seconda, finché i criteri di diffusione e selezione dell’informazione sono quelli adottati da Google, Facebook, Instagram, Twitter, e persino dalla meritocrazia accademica delle Università americane, il futuro democratico di quei paesi che non conoscono ancora la dittatura comunista è assolutamente incerto. Istituzioni autenticamente democratiche non possono trovare consenso con i metodi con cui si raccomanda e si promuove, che so, la cucina vegana. o con cui le star della canzone si conquistano il successo.

Nessuno ci ha spiegato perché solo 400 deputati, perché uno su 150 mila abitanti! Senza riscontro in alcuna nazione europea. Imbonitori come il direttore del Foglio Claudio Cerasa, fin da bambino targato PD, ripete esattamente l’imbroglio di Conte e dice che sarà l’occasione per snellire i lavori del parlamento. Fa finta di ignorare che non sono mai stati tanto snelliti come oggi. Non c’è schifezza di decreto legge che non venga approvato con la fiducia, l’ultimo ieri…. Del resto anche la Confindustria non vede l’ora di snellire le aziende per produrre meglio e di più.

Bologna: culla della democrazia e del buon governo: Lunedì 7 settembre, la stagione culturale verrà inaugurata nella sala più importante della città, l’Archiginnasio, con la presentazione del libro dell’assessore alla sanità e la partecipazione di Bonacini. Una bella testimonianza di quanto sia libera, aperta, di spessore europeo la democrazia bolognese, perché di coronavirus si è parlato e si parlerà per mesi e anni ancora, mentre uno straccio di dibattito vero sul referendum che avverrà tra 15 giorni…. Per carità vogliamo forse che la gente vada a votare? Città metropolitana, o provinciale?

Referendum confermativo della riduzione del numero dei parlamentari

10 buone ragione per dire no, parte II

6)

Perché il si è raccomandato da costituzionalisti disinvolti.

Il primo motivo della riduzione del numero dei parlamentari è la riduzione della spesa pubblica. Persino il costituzionalista Valerio Onida, tanto favorevole alla riforma, dice che è una idea fasulla e lascia anche capire che risparmiare sui costi delle istituzioni democratiche è anche indecente.

Tuttavia Onida, con una disinvoltura che lascia perplessi, sostiene che la riduzione del numero dei parlamentari accontenterebbe il rancore degli italiani verso i politici. Al giornalista che gli chiede come mai questa volta sia favorevole alla riforma visto che è stato contrario al progetto di riforma sia di Berlusconi che di Renzi, risponde, con un candore che di nuovo lascia perplessi, perché mentre gli altri progetti erano complessivi, questo invece è semplice: riduce di un terzo il numero dei parlamentari. Prima si riduce il numero, poi si vedrà. Sarà un’occasione unica per modificare certe prassi, e persino la funzione paritetica tra camera e senato. Non dubito che trattandosi di un professore universitario, con un decennio trascorso alla corte costituzionale, sappia bene come funzioni collegiali possano essere snellite distribuendo le incombenze tra i singoli, e quanto a prassi già accenna all’idea di evitare discussioni nelle commissioni. Ultimo motivo di sconcerto: il quesito referendario è semplice e chiaro, il cittadino deve scrivere sì o no. Perché sì o perché no, secondo Onida, non è problema del cittadino.

Il 25 aprile 2010 a Reggio Emilia Valerio Onida diceva: “Per usare le parole di un grande costituente, eventuali riforme, cambiamenti, modifiche, emendamenti della Costituzione, non possono attuarsi ‘in forza di una leggina deliberata quasi di sorpresa, con una maggioranza fittizia ed effimera, ma solo in forza di un atto solenne, che sia espressione sicura della maggioranza del popolo italiano’. E, aggiungerei io, di una maggioranza ampia e concorde”.

7)

La drastica riduzione del numero dei parlamentari è stato uno dei principali obbiettivi dei Cinque Stelle nella campagna elettorale e nel loro programma di governo. Sono stati i campioni dell’antipolitica e nei confronti degli altri partiti il loro disprezzo e il loro desiderio di spazzarli via dal parlamento è stato motivo ricorrente della loro campagna elettorale. Perfettamente in continuità con la loro azione di governo che non si stancano di chiamare il governo del cambiamento.

Senonché i partiti politici sono riconosciuti dalla Costituzione Italiana ed approvata la loro funzione di orientamento del corpo elettorale. Quello invece che non è previsto, né prevedibile dalla nostra Costituzione è un movimento o un partito come i Cinque Stelle, incardinato come è nella rete informatica. Ora se fosse un movimento o un partito assimilabile agli altri partiti, con una precisa funzione per promuovere determinati candidati e determinati programmi di governo non ci sarebbe nulla da obiettare. Ma c’è la piattaforma Rousseau con la sua pretesa di democrazia diretta. Di fatto non è un segreto per nessuno che determinate scelte governative devono ricevere preventivo approvazione o condanna da parte del movimento per il tramite informatico della piattaforma Rousseau. Trovo per altro incredibile che ci siano giuristi, politologi, filosofi che si sono prodigati nell’esame, per esempio, del sovranismo, e nessuno che discuta il carattere e il pericolo di deriva autoritaria di un movimento nato e fiorito nella rete informatica.

Personalmente penso che i Cinque stelle costituiscano una società segreta al pari, per fare un esempio, della loggia massonica di Lucio Gelli. Dei trentamila o centomila che ne fanno parte ignoriamo identità, professione, residenza, secondo quali regole o requisiti vengono a far parte del movimento, o ne sono esclusi. Non sappiamo con quali tecniche informatiche vengano a costituirsi le loro decisioni governative. Non sappiamo se davvero il voto di ciascuno produca il risultato, o se ci siano raggruppamenti intermedi.

 Quello che sappiamo con sicurezza è che da un lato vogliono ridurre in modo cospicuo la rappresentanza parlamentare e l’influenza dei partiti politici tradizionali e che, dall’altro vogliono imporre la rappresentanza e l’influenza di un dispositivo informatico come la piattaforma Rousseau. In sintesi, temo che non realizzi l’ideale di Jean-Jacques e che la loro democrazia sia diretta nel senso che è diretta, da uno o più direttori.

8)

La riduzione del numero dei parlamentari non solo danneggerà la capacità di rappresentanza delle regioni più piccole, ma danneggerà le formazioni minori, quasi che fosse un male dal punto di vista democratico la presenza di più partiti, tanto a destra che a sinistra, o per dir meglio, tanto nella maggioranza quanto all’opposizione. Non è un mistero che i cinque stelle promotori della riduzione hanno da sempre osteggiato, in parlamento e fuori, la legittimità dei dissidenti e vorrebbero le dimissioni del parlamentare dissenziente. Anche questo è un insulto alla costituzione italiana, perché in Italia, esattamente come in Germania, nessuno dei parlamentari può essere costretto ad aderire alle opinioni e decisioni del proprio gruppo parlamentare.

 Sono propenso a credere che una così drastica riduzione del numero dei deputati abbia potuto ottenere l’approvazione degli altri partiti per il medesimo calcolo politico. Zingaretti pretenderebbe un solo partito democratico o una sola sinistra; anzi proprio non arriva a capire perché mai ce ne dovrebbe essere più d’una. Salvini, allo stesso modo, spera di ereditare la guida della destra e assorbire la diaspora di Forza Italia.

9)

Perché, come ha ricordato Michele Ainis, il 23 febbraio è stato approvato dal governo il decreto legge numero 6 del 2020 che è praticamente una delega in bianco all’uso dei famigerati dpcm, decreti del presidente del consiglio, con cui Giuseppe Conte ci ha sommersi. Perché Giuseppe Conte si è costruito una rete di consulenti di dimensioni inusitate dai precedenti presidenti del Consiglio, che fanno riunioni che vengono secretate. Perché altri decreti legge sono usati di nuovo come deleghe in bianco, con decine di articoli che vengono approvati senza preventiva discussione. Come mi è capitato di osservare più volte in questo sito, ‘il lago di norme varato per decreto’ (l’espressione è di Michele Ainis) è redatto nelle forme più incomprensibili possibili, senza possibilità di discernere ciò che ha rilevanza generale e durevole e ciò che è minutaglia effimera.

Del resto per valutare l’immensa malafede di questo presidente del Consiglio, basterà leggere questa breve affermazione che espone nel sito della presidenza del consiglio per giustificare la riduzione del numero dei parlamentari:

“La riforma consentirà all’Italia di allinearsi al resto d’Europa: l’Italia, infatti, è il paese con il numero più alto di parlamentari direttamente eletti dal popolo (945); seguono la Germania (circa 700), la Gran Bretagna (650) e la Francia (poco meno di 600)”.

  1. Dato e non concesso che l’Italia debba allinearsi (si va in guerra?) al resto dell’Europa, perché cita tre paesi, non potrebbe allinearsi con gli altri 24, sicuramente più piccoli, ma complessivamente assai più affollati?
  2. Il difetto dei parlamentari italiani è di essere direttamente eletti dal popolo (camera e senato); ma che democrazia volgare! Molto meglio senatori a vita (a proposito perché cita la Gran Bretagna che se ne va e non la Spagna in cui camera e senato sono eletti dal popolo, come da noi), oppure senatori eletti da una cerchia ristretta (le regioni come in Francia), i Land come in Germania.
  3. Questo inaffidabile imbroglione pur di dire che i nostri sono troppi, si affida a un criterio irrilevante (o se vogliamo meno democratico) confronta la totalità dei nostri parlamentari con i soli deputati di Germania, Gran Bretagna e Francia.
  4. Come se la diversa modalità elettorale cambiasse la funzione di camera e senato, quella di fare le leggi (come avrebbero voluto i padri della democrazia moderna) o almeno di approvare o meno chi vorrebbe imporre le proprie.

Vale la pena tuttavia visitare questo sito di Giuseppe Conti, per capire come votare, quali rischi corre la nostra democrazia.

Consiglio in particolare di cliccare sulla voce Gallerie. Vi troverete 520 foto di Giuseppe Conte in tutti i luoghi e per tutte le occasioni, a testimonianza dei suoi 700 giorni di governo. Il sedicente avvocato del popolo è dotato di una irrefrenabile stima di sé e del suo ruolo nei destini della nazione.

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Esattamente un anno fa ho iniziato la pubblicazione dei miei articoli – non era per questo scopo che avevo iniziato il mio sito – commentando una delle pagine più nere della vita della nostra repubblica. Contro i comizi in spiaggia di Salvini il 20 agosto 2019 abbia assistito, con una campagna ben orchestrata da giornalisti cartacei e televisivi, alla celebrazione della centralità del parlamento, rivendicata dal tutti i partiti, in un crescendo di interventi di generale e indicibile ipocrisia culminati nel discorso di Giuseppe Conti, che accusava Salvini di anteporre l’interesse del suo partito all’interesse del paese, ma intanto si sottraeva alla verifica parlamentare della fiducia, dando le dimissioni, un atto di incredibile coraggio e abnegazione da parte di chi con Grillo Zingaretti e Mattarella aveva già programmato la nuova maggioranza giallorossa. Dopo soli 40 giorni, nella prima decade di ottobre, questi parlamentari così convinti della centralità del parlamento hanno votato quasi alla unanimità la riduzione del numero dei parlamentari. Dalla centralità del parlamento si è passati alla centralinità del parlamento, il parlamento come cassa di risonanza pubblicitaria del governo, come abbiamo potuto verificare nelle successive dirette televisive. E visto che si tratta di call center, tanto varrebbe servirsi di parlamenti albanesi, romeni o tunisini.

Per essere più espliciti e più chiari per qualsiasi lettore, e riprendendo le riflessioni già compiute sulla divisione e indipendenza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, in tutti i modi in questi anni e soprattutto nell’ultimo biennio il potere legislativo che rappresenta il cuore della democrazia, è stato represso non solo nella sua funzione legislativa, ma soprattutto nella sua funzione di controllo dell’azione di governo. Quando il potere esecutivo con la complicità del potere giudiziario distrugge o reprime il potere legislativo la democrazia è compromessa senza bisogno di ricorrere all’incendio del Reichstag.