Archivio mensile:Gennaio 2020

Prescrizione

Pensavo di continuare l’articolo sulla separazione dei poteri, ma preferisco soprassedere perché non sfumi dal mio dormiveglia il recente ricordo di un Post successivo al telegiornale della sera di RaiDue. L’encomiabile direttore Gennaro San Giuliano o chi per lui aveva organizzato un dibattito di approfondimento circa la recente legge sulla prescrizione entrata in vigore dal 1 Gennaio 2020, di cui menano vanto i Cinque Stelle e soprattutto il ministro della giustizia Alfonso Bonafede.

E’ così che ho assistito divertito a un ennesimo monologo del notissimo e gettonatissimo direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che con la testa stravolta verso l’alto, come in un quadro caravaggesco di San Paolo caduto da cavallo sulla via di Damasco e folgorato dallo Spirito santo, recitava: ci fosse stata questa legge, Andreotti sarebbe stato condannato per mafia e Berlusconi avrebbe avuto sette condanne per corruzione di politici, testimoni e quant’altro. Tanto che mi sono chiesto se Travaglio sia un nome d’arte, per uno sempre incinta di monologhi e volumi manettari.

L’intervento di Travaglio era un inno all’abolizione della prescrizione, perché è solo uno strumento che permette agli avvocati di mandare assolti i loro potenti assistiti. Invero, uno studio ha mostrato che le dilazioni degli avvocati hanno effetto solo nel 3% dei casi, ma immagino che Travaglio obietterebbe: appunto 1% gli Andreotti, 2% i Berlusconi, mentre la prescrizione non salva mai i poveri diavoli coi difensori di ufficio.

Poiché la giustizia non è una religione in cui magistrati e avvocati che la gestiscono fanno la parte dei chierici e il popolo che la subisce fa la parte dei laici, poiché nelle vicende della giustizia prima o poi ci finiamo tutti, cercherò di parlarne evitando il più possibile i tecnicismi giuridici.

In uno studio della Camera dei Deputati si dice: ‘La prescrizione del reato è la rinuncia dello Stato a far valere la propria pretesa punitiva, in considerazione del tempo trascorso dalla commissione del reato e trova fondamento nel fatto che, a distanza di molto tempo, si ritiene che venga meno l’interesse dello Stato sia a punire un comportamento penalmente rilevante, sia a tentare il reinserimento sociale del reo’. (cos’è questa aggiunta? un inchino a Beccaria?)

Qui già siamo in un campo discutibile che, per comodità e brevità, dirò che divide tendenze garantiste e manettare. Perché, avendo una discreta autonomia nell’organizzazione dei processi, procuratori e giudici finiscono per decidere quando l’interesse dello Stato viene meno. Ecco dunque l’ennesima invasione di campo del potere giudiziario nel potere legislativo.

Di fatto, poiché la costituzione prescrive nell’art. 111 la ragionevole durata dei processi e la parità tra accusa e difesa, la prescrizione può essere considerata intrinsecamente garantista. Ragion per cui a chi ama lo slogan: ‘non ci si difende dai processi ma nei processi‘, bisogna rispondere che il processo è un incubo per l’imputato, esattamente come la prescrizione è un incubo per giudici e pubblici ministeri.

Ricorriamo come Hume alla simpatia mettendoci nei panni dell’imputato. Pensiamo al processo come alla cottura in forno. L’imputato è il pollo. La prescrizione stabilisce i tempi di cottura a seconda della pena massima connessa al reato, il corso della prescrizione è il timer ticchettante. Quando il timer si arresta l’imputato è cotto, sia che torni a casa assolto e frastornato o, peggio, prescritto, sia che venga inghiottito dal carcere come colpevole. Capita che si dimentichi un ingrediente: si ferma il timer, si apre il forno, si rimedia alla meglio, e si fa riprendere il timer. Ecco il concetto di sospensione della prescrizione, da non confondere con la sua interruzione, un termine giuridico inopportuno, perché la prescrizione viene interrotta solo per farla ricominciare da principio. 

Siamo in grado adesso di affrontare la modifica in questione nella legge ‘spazzacorrotti’, come la chiama correttamente Bonafede:

Art. 1
1) Al codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:
……….
e) all’articolo 159 (che regola la sospensione della prescrizione): 1) il secondo comma è sostituito dal seguente: “Il corso della prescrizione rimane altresì sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado o del decreto di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna”; 2) il terzo e il quarto comma sono abrogati;
v)   …
2. Le disposizioni di cui al comma 1, lettere d), e), f) , entrano in vigore il 1° gennaio 2020.
3…

Per chiarire la modifica basta dire che il primo comma riguarda in sostanza i preliminari del processo, che la condanna per decreto riguarda le sole pene pecuniarie, che una sentenza diventa esecutiva quando il processo è terminato. Nel nostro sistema giudiziario la prescrizione non esiste per i reati di mafia, per quelli che prevedono l’ergastolo, e, adesso, per tutti gli altri reati dalla pronunzia della sentenza di primo grado.

Resta in ogni caso una fondamentale ambiguità: l’abolizione riguarda tutte le sentenze di primo grado o solo quelle di colpevolezza? Solo queste ultime decreta Travaglio; l’art. 129 del codice penale obbliga il giudice ad assolvere, non a prescrivere. Si obietta: ma questo vale soltanto quanto ci sono ragioni evidenti per sostenere che il fatto non sussiste, o non è un reato, o comunque non è stato commesso dall’imputato.

Per dirimere la questione occorre ricordare che un anno prima già il ministro della giustizia Orlando aveva modificato questo secondo comma: Quando si pronunzia una sentenza si ha tempo per depositare la motivazione. L’ art. 544 del codice di procedura penale, in caso di sentenze di condanna, prescrive un termine massimo di 30 giorni, poi di 90 per sentenze complicate, e in casi specialissimi di 180 giorni. Naturalmente è ovvio che senza motivazione completa non è possibile ricorrere in appello.

Ebbene che cosa ha fatto Orlando? Un regalo immotivato ai giudici, triplicando i tempi massimi di sospensione (un anno e mezzo) sia per la condanna in primo sia per la condanna in secondo grado. Quindi Bonafede intendeva riferirsi proprio alle sentenze di condanna quando sostituisce i commi 1 e 2 di Orlando e abroga i successivi due che ne sono la conseguenza. Soltanto che la scrive male.

O forse intenzionalmente, altrimenti la condanna tra primo o secondo grado, (è il caso del sindaco Marino dell’articolo precedente) creerebbe una disparità di trattamento per lo stesso reato.

Resta da chiarire perché si disponga alla lettera 1,d)e)f) quello che alla lettera v,2 –  in un pasticcio di lettere e numeri – si fa entrare in vigore un anno dopo. Si tratterebbe di una concessione ottenuta dalla Lega per mettere in campo una riforma complessiva del diritto processuale e civile, secondo Rai News. Ma è noto che Rai News lavora in tandem con Rai Tre ed è targata PD.

 Perciò quando il primo gennaio 2020 Bonafede ha dichiarato: ‘sono molto orgoglioso che da oggi la prescrizione come siamo abituati a conoscerla non esiste più; ora ci dobbiamo mettere al lavoro per la riduzione dei tempi del processo giusto che abbia una durata breve e ragionevole non solo nel penale ma anche nel civile e promette per il 2020 una drastica riduzione nei tempi del processo‘ è a lui e non alla Lega che dobbiamo chiedere perché abbia aspettato 11 mesi per mettersi al lavoro.

Sarà comunque difficile, dopo aver spazzato via gli imputati, riuscire a spazzar via giudici e pubblici ministeri, visto che per gli anni tra il 2004 e il 2015 ci sono oltre un milione e seicentomila cause arretrate, semmai aumentate negli anni successivi. Di queste un milione e duecentomila riguardano i preliminari del processo, cioè il 75% non toccato dalla legge, solo il 16% il primo grado e l’8% il secondo. In ogni caso, visto che la differenza sta tra tendenze manettare intere, o mezzo manettare come quelle del ministro Orlando, ciò fra presagire l’eventualità di un compromesso tra PD e Cinque Stelle.

C’è da meravigliarsi tuttavia che il Presidente della Repubblica non abbia fatto obiezione rispetto a un comma che tra l’altro sarebbe entrato in vigore 11 mesi dopo e c’è da meravigliarsi che Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio, abbia espresso un ampio encomio per l’operato del Presidente nel 2019, il migliore del suo settennato, ‘giustizia a parte’. Ma forse era un titolo ironico.

Conclusione:

Si narra che Cristoforo Colombo si sia vantato di poter drizzare un uovo su uno dei suoi poli e che abbia persuaso gli scettici, schiacciandone un poco il guscio da un polo. Tuttavia, se avesse spiaccicato il guscio sulla tavola, sarebbe passato per un imbecille o un buffone. C’è dell’analogia con chi ha preteso di regolare la prescrizione sopprimendola.

La separazione dei poteri che bella favola

La separazione dei poteri  -si sa –  è un principio fondamentale dello stato moderno, parzialmente teorizzato da John Locke e perfezionato da Montesquieu. La divisione dei poteri legislativo, esecutivo, giudiziario sarebbe alla base delle moderne costituzioni degli stati. Oggi altri studiosi più realisti sarebbero propensi a credere che sia fonte di garanzia democratica di uno stato il bilanciamento dei poteri, l’esistenza cioè di più poteri e contropoteri, in modo che il potere non sia accentrato in un sola autorità politica o di governo. Tanto varrebbe allora usare un termine meno eufemistico e parlare di conflitto tendenziale nello stato moderno tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.

Invece i Travaglio, i Gomez e i giornalisti de Il Fatto quotidiano stanno sempre a sventolare l’indipendenza della magistratura. Talmente indipendente che io ho letto testualmente anni fa su Il resto del Carlino che un giudice aveva assolto un ladro operante a Bologna, arrestato in flagranza di reato, in precedenza arrestato e giudicato colpevole invece a Roma. Il giudice bolognese si ere difeso sostenendo che appunto un giudice è indipendente da qualsiasi altro giudice, non solo dal potere politico o legislativo

Per essere brevi: il conflitto dei poteri è permanente. Possiamo immaginare l’ambiente in cui si svolge questo conflitto come un imbuto. Ebbene in fondo a questo imbuto c’è sempre il potere giudiziario che mette il tappo e chiude il conflitto, a meno che non ci sia una rivoluzione, cioè una guerra civile. Non siamo affatto troppo lontani dal giudizio di Dio in vigore in Germania nell’età medievale.

Non occorre del resto la mente di un genio per comprendere che se esiste questo conflitto tendenziale, le probabilità maggiori di successo cioè di prevaricazione di un potere sull’altro spettano al potere giudiziario.

La ragione è semplice, perché se è vero che le assemblee elettive del popolo fanno le leggi e i giudici le applicano, è anche vero che un giudice nell’applicare la legge la interpreta e se la interpreta evidentemente si prende una certa fetta di potere legislativo. 

Proporrò due esempi soltanto per chiarire la questione. Qualche anno fa, nell’ambito della legge che permetteva il finanziamento pubblico dei partiti, era invalso all’interno dei partiti l’uso di attribuire a questo o quel personaggio politico una carta di credito o un bancomat. Ora è parsa corretta ai giudici l’interpretazione che tale finanziamento essendo pubblico, fosse ancora nella disponibilità dello stato italiano, una sorta di carta prepagata per permettere agli esponenti di partiti di organizzare eventi intrinseci alla vita dei partiti, comizi, affitto di locali per dibattiti politici ecc.

Ovviamente quando è risultato che i politici si pagavano i biglietti del treno o la benzina per recarsi al proprio collegio elettorale, o in particolari emergenze persino i calzini o le mutande, una grandinata di ridicolo con cui la nostra buona stampa accompagna sempre le imprese di giudici e pubblici ministeri ha coperto l’intera classe politica a tutto vantaggio del prestigio del potere giudiziario, ma anche di quei partiti che fanno delle manette una fonte di successo elettorale. Mi aspetto le critiche e in punta di diritto mi verrà spiegato che quei soldi erano soldi pubblici, da giustificare pubblicamente per scopi pubblici. Mi accontento di rispondere: che fine hanno fatto tutti quei processi e per citare solo un caso: l’ex sindaco di Roma, signor Ignazio Marino, non è stato appena assolto per insussistenza del reato?

L’altro esempio sembrerebbe più semplice, ma anche assai più importante ai fini di una civile convivenza in una nazione assai più grande e potente della nostra. Negli Stati Uniti Il commercio e il possesso delle armi da parte di singoli cittadini è consentito in base al secondo emendamento della Costituzione, presentato nel 1787 e promulgato nel 1791.  Esso recita:

II. A well regulated Militia being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed.

II– Essendo necessaria, per la sicurezza di uno Stato libero, una Milizia ben organizzata, non sarà violato il diritto del popolo di possedere e portare armi.

Ora sembrerebbe che il diritto della gente di possedere e portare delle armi non può essere violato, ma precisamente per potere costituire, come è diritto di un libero stato, una milizia non solo ben organizzata ma anche ben regolata, cioè ordinata.

La ‘Militia’ è termine che indica una formazione armata composta dai cittadini medesimi di uno stato con compiti di difesa tanto da nemici esterni quanto interni, in un tempo in cui una polizia efficiente a protezione di tutti i cittadini non esiste ancora neppure a Londra, ne è indicata con chiarezza nelle pagine di Adam Smith. Il termine si chiarisce nella sua opposizione al termine Standing Army, cioè come esercito di leva contrapposto a un esercito permanente di militari professionisti. Insomma la milizia ben regolata di cui qui si parla è un esercito di coscritti che possono essere chiamati alle armi in caso di pericolo, capace semmai di mantenere l’ordine pubblico in modo permanente. Questa interpretazione può apparire meno semplicistica, se si pensa che con la dichiarazione di indipendenza del 1776 gli americani si stavano liberando, ma in quanto federazione di Liberi stati, dalla condizione di colonia del Regno britannico, e che gli emendamenti alla costituzione del 1787 vennero proposti per timore di prevaricazione da parte di qualcuno dei tredici stati.

Se vi piace, potremmo dire che i singoli stati erano già tendenzialmente sovranisti. Ma, come si vedrà nel seguito, prevarrà una interpretazione contraria da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti.

Elite e antielite

In una lettera giovanile David Hume (i miei amici sostengono che non ho studiato altro nella vita, ma sono molto pungenti, come in genere tutti gli amici) confessa di essere poco incline a sottomettersi a qualsiasi autorità nei suoi studi. Anche per questo mi è simpatico e ho sempre avuto una spiccata inclinazione ad andare controcorrente su qualsiasi vicenda quotidiana. Se c’è qualche cosa di cui mi pento nella vita è di aver sprecato troppo tempo nella lettura dei giornali, e di una sofferta e passiva partecipazione politica, tanto più che non avevo alcun interesse a un impegno attivo in essa.

 Quando ero giovane c’erano autori alla casa editrice Il Mulino che si rifiutarono di inserire Rousseau nei Classici della democrazia, non senza destare molte polemiche, e sono convinto che neppure per un’ora Jean-Jacques avrebbe potuto sopportare la partecipazione democratica diretta che caldeggiava nel suo Contratto sociale. Probabilmente ce l’aveva con l’arroganza e il fanatismo delle assemblee degli anziani della plumbea calvinistica Ginevra. David Hume per altro considerava Julie ou la Nouvelle Héloïsela sua opera migliore, proprio Hume che invitava le signore a lasciare perdere i romanzi per leggere di storia!  (ma Hume aveva anche l’intelligenza di considerare Laurence Sterne il migliore romanziere inglese e il buon gusto di andare a spasso con l’Aminta di Torquato Tasso nella tasca).  Tutte queste divagazioni per concludere col dire che la piattaforma Rousseau è il peggio che ci potesse capitare.

Church in danger! gridavano preti di ogni risma e setta agli inizi del Settecento in Inghilterra sotto la marea di deismo che li assediava, Democrazia in pericolo gridano oggi i benpensanti di ogni estrazione. Sta di fatto che come la chiesa non affondava tre secoli fa, era soltanto che la gente nell’isola britannica non era più disposta a perderci il sonno e magari la vita per andarle dietro, come aveva fatto nel tormentato secolo passato, così oggi la democrazia non sta affondando; è solo che il mondo va dove lo porta la globalizzazione, le multinazionali, la competizione nella rete e, in breve, politici e governi non sanno bene come comportarsi. Per dire, in una giornata di bora a Trieste, è inevitabile che si sollevino certe sottane o qualcheduno ruzzoli per terra malgrado si sia avvinghiato alle funi. Solo che, mentre nessuno a Trieste si sognerebbe di dar la colpa al sindaco o ai vigili urbani, i democratici più fanatici hanno preso a dar la colpa ai loro avversari politici, a trovar divisivo ogni loro discorso, eversivo ogni loro comportamento.

Un uomo per nulla incolto e inesperto di politica come il fondatore de il Foglio, qualche mese fa tuonava: è giusto e sacrosanto l’impeachment per Trump e le elites devono comandare.  Conoscendolo, non sono sicuro che non pensasse il contrario, ma se va inteso alla lettera, ci si può permettere qualche dubbio. Senza neppure avvicinarmi alla soglia della vicenda giudiziaria di Trump, l’accusa è di aver favorito una ingerenza straniera nella democrazia americana. My God! (come ha imparato a dire mio nipote) il crimine di Trump è perpetrato dagli Stati Uniti verso tutti i paesi dotati di un sistema elettorale. Da quando? da sempre, fate voi. 

Quanto alle elites di chi sta parlando Ferrara? Di quelle europee? Ancora di quelle americane?

 Certamente Trump non solo è, ma vuole apparire prepotente, volgare e antipatico rispetto alla gentilezza e alla eleganza dialettica di un Obama.  Trump è in tutto e per tutto anti-elite. E’ un tycoon che probabilmente ha fatto i soldi anche in modo losco, che ha familiari, donne, amici solo a pagamento, che racconta balle, che pensa di trattare i capi di stato come tratta gli uomini d’affari, che si vanta di poter risolvere complicate crisi internazionali, ma poi non risolve nulla.

Tutto ciò per me non esonera la elite americana (e anglosassone in generale) da tutte le colpe che penso abbia. Ed è una elite che fa danni, tantissimo ipocrita, ma altrettanto arrogante nella realtà. Trump è una meteora. L’elite rimane, è un danno permanente. Insomma anche per la elite tutto è una questione di soldi, anche se invoca in continuazione i sani principi. i diritti umani, i valori democratici, i principi della costituzione, l’eccellenza scientifica, il primato delle sue università, ecc ecc. Ma queste elites americane chi sono? Ignora Ferrara che si muovono molte accuse a questa elite, e in primo luogo di essere diventata piuttosto ereditaria?

Monica Levinsky – per dire – non è mai stata popolare, ma recentemente, a una donna che le ha chiesto di brutto come mai non abbia mai pensato di cambiare cognome, ha risposto prontamente: perché, Clinton lo ha fatto? Penso che solo per questo meriterebbe anche lei una copertina come person of the year, un Oscar, insomma un gran premio e per lo meno una seria riflessione da parte di tanti sedicenti democratici.

Anzi propongo da subito <perché, Clinton lo ha fatto?> dovrebbe diventare un motto da usare fuori dal contesto d’origine, rivolto a chi tenta per esempio di darci lezioni di democrazia. Immaginiamoci per esempio Lilli Gruber che rivolge al suo ospite di turno una domanda in modo che debba rispondere per forza dichiarando che Salvini è un farabutto. Se l’ospite, poniamo, è Marco Damilano, la farà contenta nel migliore dei modi, ma se è un giornalista o un politico appena un po’ distante dal Corriere, dal Sole 24 ore, dal Fatto quotidiano, dovrebbe darmi retta e rispondere soltanto ‘perché, Clinton lo ha fatto?’

Mi raccomando fatelo, e se vi chiedono spiegazioni, ripetete all’infinito ‘perché, Clinton lo ha fatto’? Basteranno pochi casi e diventeremo famosi in due. E ho già pronta una rubrica del mio blog per farmi compagnia.