Archivio mensile:Novembre 2019

Multiculturalism

La globalizzazione comporta diffusione di usanze. Non certo per la generazione di mio figlio, ma certo per quella di mio nipote nato nel terzo millennio, Halloween, importato dall’America è un must, occorre travestirsi nel modo più orrido possibile. (La passione per l’horror invece è nata molto prima, coinvolgeva anche la generazione degli anni 70). Gli zombi, folle di umani risuscitati che di solito attraversano lentamente a piedi  le strade delle città e si nutrono di cervelli umani, sono gli idoli principali dei bimbi di Halloween.

Il natale per converso si sta trasformando nella ricorrenza dei buoni sentimenti, quindi anche della tolleranza, e di necessità del multiculturalismo.

Per esempio nella mia Bologna è per lo meno da un ventennio che il presepe è diventato oggetto di dibattito. Si deve fare o non si deve fare negli asili e nelle scuole primarie? Una soluzione assai praticata nelle chiese consiste nel mettere accanto alla stalla di Betlemme, e alle casupole dei pastori, interessanti minareti, a prescindere dei quasi sei secoli che distanziano la nascita di Gesù e quella di Maometto. Questa non è certo una notizia.

Ma in un recente  film di natale (i film  di Natale sono un genere ormai) proposto da Netflix, Let it snow, in una cittadina dell’Illinois  in cui felicemente è arrivata la neve per festeggiare meglio il Natale e accadono tra i giovani molti episodi di riconciliazione,  nella chiesa è stata allestita una sorta di scena di animazione e canto, con la partecipazione di re magi, ma anche di uno strano grosso cane rosso luminescente, di cui mi sfugge la simbologia. Gesù è rappresentato adulto, immobile e ieratico – stile bizantino – ma alla sua sinistra appare imponente con vesti sfarzose tipicamente indiane e sei braccia in continuo movimento una divinità indiana, di quelle primordiali che fanno doni all’umanità. Il dono in questione è appunto Gesù e l’atmosfera natalizia. Tra i devoti che affollano la chiesa c’è qualche sorpresa e persino il noto giovanissimo star della canzone, tra i protagonisti del film, trova piuttosto strana la novità, a significare che gli sceneggiatori sanno di osare fin troppo e temono la disapprovazione del pubblico. Io penso tuttavia che il dado è tratto, che Netflix pensi al suo mercato indiano, e quello che oggi a noi occidentali può apparire una stranezza tra vent’anni non sorprenderà più nessuno come i minareti nei presepi delle chiese cattoliche.

Del resto a pensarci bene il mondo è assai cambiato. Il povero Hume  poteva pensare delle tre religioni monoteiste che ciascuna demolisse l’altra: se  una è vera le altre due sono false si diceva confortato. Al contrario sappiamo oggi che ciascuna affida al soccorso e alla sopravvivenza della concorrente la propria. Tuttavia la pluralità degli dei è l’ultimo scoglio che il commercio globalizzato deve abbattere. Un pensiero rassicurante per chi per esempio segue la rinascita dell’induismo come eredità identitaria degli indiani, fortemente supportata dal premier Modi, a costo di nuove terribili sviluppi conflittuali con il Pakistan , il Cashemire, e il Bangladesh mussulmani.

Post scriptum.

Un ombra tuttavia di pessimismo ha attraversato questa notte il mio dormiveglia: in Let it snow la vicenda principale coinvolge il giovanissimo cantante e una liceale appena diplomata, dilaniata dal dilemma: restare nella sua cittadina per assistere e confortare la mamma gravemente malata o recarsi a New York per laurearsi alla Columbia University, dalla quale ha appena ricevuto la prestigiosa ammissione?  Ora, padroni di Netflix, francamente non vorremmo sostituire alle divinità che millenni di storia ci hanno regalato divinità effimere come le mitologiche università dell’Elite americana.

Immunità legale dei fabbricanti di armi

Per una lunga consuetudine sono propenso a credere che i tentativi di rendere attuale il pensiero di un filosofo del passato ha prodotto più male che bene, almeno per la corretta interpretazione del filosofo in questione. Per aver dedicato gran parte dei miei studi al pensiero di David Hume e al background della sua istruzione filosofica mi capita tuttavia di imbattermi in un articolo del Time 4 November 2019 dedicato al Protection of Lawful Commerce in Arms Act (PLCAA), ragguardevole legge non a caso firmata nel 2005 da George Bush junior, un presidente americano che ha inteso rinverdire la concezione tradizionale della giustizia americana secondo le encomiabili tradizioni del Far West. L’articolo (pp. 20-21) firmato da Melissa Chan, che non trascura il carattere eccezionale di questa legge, è la causa prossima di quanto scrivo nel seguito.

E’ stato una sorpresa per me sapere che esiste una legge americana che rende praticamente immuni tutte le industrie americane che costruiscono e commerciano le armi da ogni causa in tribunale prodotta dalle vittime di ogni omicidio, più o meno di massa, sul suolo degli Stati Uniti. Ragione per cui è possibile portare in tribunale poteri del calibro di Google o Facebook e persino i poliziotti che hanno messo fine alla strage uccidendo l’autore o rendendolo inoffensivo, ma impossibile far causa ai fabbricanti di armi.

La legge in questione, a testimonianza dell’elevato e raffinato sentimento giuridico della nazione americana, non è tale da non ammettere eccezioni, rispetto alla protezione del legittimo commercio delle armi. Delle 6 eccezioni previste mi interessa la quinta che qui riporto per intero:

An action for death, physical injuries or property damage resulting directly from a defect in design or manufacture of the product, when used as intended or in a reasonably foreseeable manner, except that where the discharge of the product was caused by a volitional act that constituted a criminal offense, then such act shall be considered the sole proximate cause of any resulting death, personal injuries or property damage.

Giffords Law Center: “Gun Industry Immunity”

E’ facile vedere che questa eccezione si riferisce a danni accidentali derivanti da un difetto nella progettazione o fabbricazione del prodotto, come può accadere per danni prodotti da automobili o da utensili di cucina, ma è facile notare che questa quinta eccezione contiene a sua volta una eccezione: discharge è una bella parola inglese che si può intendere tanto in senso commerciale (per esempio quando un container viene scaricato da una nave) e in senso lato come distribuzione del prodotto, quanto in senso specifico come scarica di proiettili da una pistola, un fucile o un mitra. Se la scarica del prodotto, cioè se lo sparo è stato causato da un atto volontario che costituisce offesa criminale, allora questo atto deve essere considerato l’unica causa prossima di ogni morte o danno conseguente. Cioè l’eccezione dell’eccezione elimina l’eccezione.

Ma che cosa c’entra Hume? Eh no, non lasceremo le cause prossime nelle mani dei giuristi: sono questioni che hanno interessato per millenni i filosofi e si sa che David Hume ha scritto l’intero primo dei tre libri del Treatise of Human Nature sulla causalità.

Ora c’è un problema, anzi due: Hume faceva esplicitamente professione di scetticismo, ma il caso vuole che gli interpreti preferiscano parlare di scetticismo mitigato, per attribuire a Hume dottrine esenti da ogni dubbio. In secondo luogo Hume pubblicò il terzo libro del trattato, sulla morale e sulla politica, un anno e mezzo dopo i primi due libri, quando ormai era deciso ad accantonare un suo tema privilegiato: l’associazione delle idee.

Premesso ciò, è ragionevole sostenere che Hume considera l’invenzione della giustizia un preliminare necessario alla convivenza pacifica degli uomini e – con rincrescimento di alcuni interpreti -fa consistere la giustizia nella costituzione della proprietà privata. Tuttavia nell’esaminare le regole della tradizione giusnaturalistica relative all’acquisizione di una proprietà e alla stabilità del possesso Hume semina dubbi (‘consumando forse più di una vendetta verso gli studi imposti per dovere’ (David Hume’s moral scepticism) p. 173) e non sa se ricorrere al criterio dell’utilità o alle regole associative dell’ìmmaginazione. Questo perché ‘no questions in philosophy are more difficult, than when a number of causes present themselves for the same phenomenon, to determine which is the principal and predominant’ Treatise book 3 sect. iii, nota. Per citare un suo esempio (ivi, pp. 507-508 ,n.), (tratto forse dalla sofistica greca) quando due colonie rivali intendono appropriarsi di una citta abbandonata dai suoi abitanti, chi va considerato il primo occupante? Il delegato che tocca la porta della città, o quello che lo anticipa scagliando una lancia sulla medesima? For my part – dice Hume – I find the dispute impossible to be decided, and that because the whole question hangs upon the fancy…e si diffonde sulle molte cause.

Torniamo alla nostra legge e alle nostre eccezioni e vediamo un caso concreto di applicazione .

One young boy was playing with his father’s gun and accidentally shot his friend.

Adames v. Sheehan, 909 N.E.2d 742 (Ill. 2009)

La famiglia dell’ucciso fece causa alla fabbrica della pistola, sulla base della quinta eccezione. La pistola era sostanzialmente pericolosa e difettosa, perché mancava di un dispositivo di sicurezza capace di impedire a bambini di sparare, né includeva adeguate avvertenze relative al prevedibile uso della pistola da parte di bambini. Il querelante quindi considerava applicabile la quinta eccezione, ma la corte suprema dell’Illinois ritenne che non potesse essere applicata perché la morte del bambino ‘was caused by a volitional act that constituted a criminal offense’. L’unica causa della morte da considerare è la causa prossima, la causa prossima è premere volontariamente il grilletto di una pistola rivolta verso una persona o i suoi bene. Di per se questo è un reato e quindi l’eccezione quinta è inapplicabile. Uno che abbia letto Hume potrà nutrire qualche dubbio e chiedersi perché debba considerarsi unicamente la causa prossima, e se del caso, non potrebbe essere la causa più prossima l’improvvisa comparsa dell’amico di fronte alla pistola, o ancora, non è lecito chiedersi se il bambino conosce le conseguenze del suo atto e, soprattutto, è in grado di avere la benché minima nozione giuridica di criminal offense?

A ben vedere il ragionamento della suprema corte è abbastanza conseguente. Le pistole servono per uccidere le persone, basta premere un grilletto. Uccidere le persone è un reato. A meno che… non si è autorizzati. In questo caso si può far causa a una fabbrica di armi solo se la pistola si inceppa, o il fucile spara storto. Questa è la corretta interpretazione della quinta eccezione.

In attesa che i politici americani decisi a cancellare questa legge diventino abbastanza numerosi, i parenti delle vittime dovrebbero organizzarsi. Una giornata della memoria, tre cimiteri negli Usa, a New York, a Los Angeles e a Washington dove raccogliere, letteralmente o simbolicamente, l’intera popolazione delle vittime.

Lo scetticismo è paralizzante, ma fa riflettere

Tra i grandi scettici moderni, c’è un filo rosso che collega Bayle, Mandeville e Hume.

Mandeville è tra i primi a osservare che non ci sono solo mode nel vestiario, ma anche nei costumi e nelle idee: correnti di pensiero che sembrano aver successo e conquistare di volta in volta le maggioranze.

Negli anni sessanta, quando io avevo tra i venti e i trenta anni, uno dei temi più assillanti e preoccupanti nel mondo scientifico era la crescita esponenziale della popolazione umana. In un imponente convegno internazionale, se non erro tenuto a Roma, il rimedio sembrava essere la limitazione delle nascite. Del resto in Cina venne presto adottato il criterio di un solo figlio per famiglia. In una società prevalentemente contadina la soluzione è stata disastrosa, visto che era già costume abituale liberarsi delle nascite femminili per ovvi motivi. Oggi le donne sono merce rara e avvengono molti matrimoni tra consanguinei.

L’edizione del 1966 dell’Enciclopedia britannica (vol 18, p. 233- 234) riportava la cifra di 3 miliardi per l’anno 1960 (stima ONU), un incremento annuo del 2% (contro lo 0,3 nel 18° secolo, lo 0,6 alla metà del 19°) e stimava che la popolazione mondiale sarebbe raddoppiata per l’anno 2000. Previsione abbastanza corretta visto che abbiamo raggiunto i 7 miliardi e 100 milioni di persone, e si prevedono 9 miliardi per il 2040. La stima relativa all’Africa era di un passaggio dai 140 milioni di abitanti del 1920 ai 240 milioni del 1960 (ibidem vol. I, p. 307).

Nel numero del 23 settembre 2019 di Time interamente dedicato al cambiamento climatico della terra e in particolare al riscaldamento del pianeta non è riportato il dato relativo alla intera popolazione africana, tuttavia si prevede, solo con riferimento al recente inurbamento degli africani, che si passerà dai 400 milioni attuali a 1 miliardo e 260 milioni nel 2040, vale a dire tra soli 20 anni.

Curiosamente, dico curiosamente per me che sono anziano, non per altri e tantomeno per gli autori di questo documentatissimo numero di Time, non c’è nessun accenno problematico all’aumento vertiginoso della popolazione mondiale. Eppure, per fare un solo esempio, l’allevamento bovino costituisce un problema e in più di un luogo in questo numero, e in tanti analoghi interventi, la necessità di ridurre drasticamente la carne bovina come componente della catena alimentare è data per scontata. Misure drastiche – come il passaggio da una alimentazione carnivora che passi dalla bistecca agli insetti – vengono proposte come indiscutibili. In breve i bovini sono un problema e una minaccia seria per il riscaldamento del pianeta e la sua sopravvivenza, gli umani, che sono la causa non principale ma unica dell’affollamento dei bovini, no.

Un altro elemento che caratterizza la corrente di pensiero attuale rispetto a quella della mia giovinezza è che allora era evidente un certo catastrofismo, oggi tutt’altro. Il problema è serio ma risolubile. Al punto che Time comincia con un articolo in cui si immagina un reportage del 2050 in cui si descrive come la terra è sopravissuta, How earth survived, benchè gli obbiettivi di contentimento del riscaldamento previsti non verranno raggiunti.
L’ottimismo si unisce con l’idea di assecondare la natura. Sembra che all’aratura tradizionale si debba preferire l’azione dei lombrichi, presenti in numero esorbitante nel terriccio superficiale e capaci di rivoltare migliaia di tonnellate di terriccio. Per altro si fa presente che la produzione naturale di energia, solare ed eolica, è ormai più conveniente rispetto all’estrazione e trasformazione dei prodotti fossili, e si prevede che in pochi anni Stati dell’estensione della California non useranno più petrolio, anche grazie ai progressi nella conservazione della produzione solare ed eolica.

Nella mia ignoranza scientifica avrei gradito qualche informazione specifica del tipo: quante are o ettari di terreno (o anche di superfice marina) da riservare agli impianti eolici o fotovoltaici sono necessari per produrre un kilowatt di energia elettrica o un gallone di benzina?

L’ottimismo scientifico dei climatatologi e l’ottimismo sociale politico dei medesimi del resto è talmente estremo, che il boom della campagna per lo sviluppo sostenibile mediante una riconversione totale industriale e civile del pianeta ha fatto gridare al complotto – di cui pure la giovane Greta sarebbe un innocente e inconsapevole strumento. Quale sarà nel frattempo il destino economico e sociale di quelle nazioni che oggi affidano la propria sopravvivenza all’industria petrolifera? Ma -soprattutto – come mai nessuno pensa più alla limitazione delle nascite?

E… tuttavia, avevo da pochi giorni terminato di scrivere queste povere riflessioni sullo sviluppo sostenibile e i problemi del riscaldamento del pianeta, che un telegiornale del mattino mi ha annunciato l’iniziativa di un folto gruppo di scienziati australiani, contraddicendomi.

Infatti, come ultima ma inderogabile richiesta ai politici della terra è proposta la stabilizzazione attuale della popolazione del pianeta, un eufemismo per tornare alla richiesta della limitazione delle nascite.

Il che mi induce a nuove inquiete e inquietanti riflessioni, ma questa è un’altra storia…