Pacifismi 1

La storia del pacifismo italiano dopo il 1945 è piuttosto curiosa. Si dicono pacifisti i comunisti italiani, Togliatti in testa, perché sono profondamente avversi all’ingresso dell’Italia nel Patto atlantico. Viene perciò creato un movimento per la pace, per attirare consensi esterni al partito comunista, e ha la sua acme, perciò, nel 1949 con l’ingresso dell’Italia nella Nato. Nel 1952 è assai debilitato e scompare nel 1955. Quindi è un pacifismo non proprio diritto, ma come dire inclinato a sinistra e bellicoso a destra. Un pacifismo non proprio pacifico.

Come avrebbe potuto essere altrimenti? C’è bisogno di ricordare che Lenin, nel timore di una repressione della rivoluzione, non solo spostò il governo da Pietroburgo a Mosca, ma pretese che i comunisti di tutta Europa, per salvare la rivoluzione in Russia, dovessero fondare un partito militarizzato e scissionista (subito rompere con i socialisti), che, se vogliamo, fu un modello per il partito fascista e per quello nazista: sto parlando del 1921, un anniversario festeggiato. Sicché l’ossessione dell’accerchiamento viene da lontano.

Una testimonianza personale: nel 1978, per andare con la famiglia in auto a Praga da Vienna, alla frontiera austriaca non ci hanno neppure fermati. Appena passato il confine, non solo le sbarre consuete, ma tutto cintato con una quantità di rotoli di filo spinato, cavalli di frisia a centinaia, torrette armate, soldati con mitra e cani lupi. Eppure il problema semmai era uscire, non certo entrare nell’ Europa orientale e l’Austria non era, come non è, neppure nella Nato.

In un articolo sul Riformista del 24 aprile 2022 Piero Sansonetti, di cui pure ho parlato assai bene in diversi articoli precedenti, critica giustamente il paragone con la Resistenza, ma poi sostiene che dopo le atomiche sul Giappone, l’olocausto, il bombardamento di Dresda e gli orrori del Vietnam bisogna condannare ogni guerra ed essere pacifisti. A parte che l’olocausto non c’entra niente, ogni guerra va dunque condannata a causa degli orrori prodotti dagli Stati Uniti.

Se l’orrore è prodotto dal numero dei morti e, in particolare, civili, ci sono altrettanti massacri nei periodi di pace. Se l’orrore è prodotto dal genere di morte, le guerre da sempre sono state micidiali. Al tempo dei Romani, conquistata una città, spesso si uccidevano i soldati avversari (non esisteva il prigioniero) e la popolazione civile diveniva tutta schiava.

Al tempo di Napoleone, i due avversari si sparavano a turno fucilate o cannonate contro schiere di fanti in piedi, in fila, stretti l’uno all’altro e ad ogni colpo ne morivano decine. Erano carneficine.

Se il problema è l’arma, almeno un milione di abitanti del Congo sono stati massacrati da coltelli o fucili. Mi dilungo su una questione così ovvia, perché l’argomento di Sansonetti non regge. Resta invece il fatto che anche questo è pacifismo non è diritto, ma inclinato.

C’è poi l’articolo 11 della Costituzione italiana: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Mi piace citarlo per la sua ambiguità: perché non vieta affatto di ricorrere alla guerra in caso di difesa della propria libertà, ma neppure in caso di difesa della libertà di altri popoli. Quanto al divieto di ricorrere alle armi come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, solo Dribba può pensare che l’invasione di uno Stato sia semplicemente una controversia. E chiamo Dribba Alessandro Di Battista, perché sarebbe stato un ottimo leader politico, se fosse nato almeno vent’anni prima del 1968.

D’altro canto, anche Putin potrebbe sottoscrivere l’articolo della Costituzione visto che la sua è una operazione speciale e non una guerra. Quanto al resto, in base alla formulazione sarebbe facile sia affermare, sia negare che ONU, Nato, Patto di Varsavia assicurino pace e giustizia fra le nazioni.

Ma il pacifismo è, per così dire, esploso, da quando Putin ha invaso l’Ucraina. Si tratta di un pacifismo variegato, perché diversamente motivato.

L’antipatia viscerale nei confronti di Zelenski è l’ingrediente non unico, ma fondamentale, del pacifismo, per esempio, di Selvaggia Lucarelli. Invitata dal subdolo Formigli (megasubdolo direbbero i bambini) a difendere il professore Orsini,dichiara che Zelenski, gli provoca inquietudine, un effetto straniante (Brecht), ma anche struggente (anti-Brecht) e trova un suo messaggio un po’ ingenuo … ma anche, come dire, eccessivamente furbo. Qui sentiamo più l’attrice che la giornalista. 

Un gruppo affine è quello capeggiato da Carlo Freccero, che è stato per molti anni direttore di Rai 2, è tornato ad esserlo tra il 2018 e il 2019. Su di lui mi limito a citare l’inizio di un articolo di Lorenzo De Cicco, pubblicato su La repubblica del 3 aprile 2022:

ROMA –Tutto si tiene, ma gli altri non ve lo dicono: la “guerra della Nato” e il Green Pass “olio di ricino postmoderno”; i vaccini “che modificano il dna”, come il 5G, e il “golpe in Ucraina” messo in atto da “paramilitari nazisti” addestrati dagli americani e foraggiati “dal finanziere Soros”; la resistenza “fiction” di Zelenski, “fantoccio degli Usa”, e le “zanne affilate dei generali”, mica di Putin, ma italianissimi, “come Figliuolo”.

Tutto si tiene, nel metaverso della Commissione DuPre (Dubbio e Precauzione), che in una saletta di convegni alla Città dell’Altra economia di Testaccio, Roma, celebra lo sposalizio tra le teorie sulla “dittatura sanitaria” da Covid e il nuovo fronte del dissenso, la narrazione del conflitto ucraino tendenza Mosca. “Ci sono elementi di continuità tra la gestione della pandemia in Occidente e la guerra della Nato”, assicura il professor Ugo Mattei– che con Carlo Freccero e Massimo Cacciari ha fondato a dicembre la commissione in nome del no al Green Pass – mentre tira le somme a valle di 4 ore e mezza di interventi.

Pacifismi 2

Poi ci sono i giornalisti alla Fulvio Grimaldi, alla Capuozzo, i vignettisti alla Vauro e peggio.

Toni Capuozzo, per esempio, che è scatenato contro Zelenski e Biden, si è chiesto di recente quando mai gli Stati Uniti abbiano lasciato un paese meglio di come era prima. Peccato che si sia dimenticato come era l’Italia e, in generale, l’Europa liberata dagli americani e come era quella liberata dalla Russia. Sicuramente preferisce la Corea del Nord a quella del Sud, il Giappone di Pearl Arbour al Giappone democratico, la Cambogia dei Kmer Rossi alla Tailandia.

Seguono i pacifisti caritatevoli, come Laura Boldrini, che sostengono con fermezza che non bisogna inviare armi all’Ucraina, per non prolungarne l’agonia.

Ancora, ci sono i pacifisti alla Chamberlain, che temono il nostro coinvolgimento nella terza guerra mondiale. Un prolungamento piuttosto naturale di questo genere di pacifismo è l’idea che tutte le alleanze siano bellicose. Se l’Inghilterra non fosse stata alleata con la Polonia, non sarebbe entrata in guerra contro la Germania, perciò Hitler non avrebbe mai invaso la Francia.

Infine, ci sono i pacifisti che contraddicono il giornale su cui scrivono. E’ il caso dei giornalisti del Manifesto, un quotidiano fondato in acceso contrasto con la dirigenza del PCI, dopo l’invasione russa della Cecoslovacchia.

Ma ci sono anche i pacifisti dell’ANPI che ha il curioso monopolio di decidere quando, come e contro chi si deve ricorrere alle armi. E ha anche avuto il vantaggio di raccontare a suo modo la Resistenza, dimenticando in buona parte chi non era comunista.

Il vantaggio di un odio sviscerato verso gli Stati Uniti e di una ammirazione profonda per la Russia degli Zar, dei Soviet, di Putin, è costituito da una enorme dose di opportunismo. Non solo non c’è bisogno di mandare armi a Zelenski, ma neppure di spendere un euro per la nostra partecipazione alla Nato; per di più ci teniamo il gas della Russia. Persino l’innata italica generosità si è tradotta in un sussidio di 35 euro giornaliero a chi ospita una persona Ucraina.

C’è poi un gruppo permanente di attivisti di ogni parrocchia che ama sfilare nelle piazze per dimostrare di essere la maggioranza e quindi profondamente democratica.

Tra i pacifisti possiamo includere anche l’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, che il 25 aprile ha lodato Bologna, perché “da sempre contraria a tutti i nazionalismi”. Viceparroco alle parrocchia di Santa Maria in Trastevere e dal 2000 assistente ecclesiastico alla Comunità di Sant’Egidio, è un’autentica creatura di Papa Francesco che lo ha fatto vescovo, poi arcivescovo di Bologna, e infine Cardinale presbitero della Comunità di Sant’Egidio.

Se non gli piacciono le Nazioni, probabilmente preferisce gli Imperi. Dante, tuttavia, lo avrebbe messo nel girone infernale del Canto XVIII, che comprende ruffiani e adulatori e, guarda caso, Bolognesi in gran numero.

Da parte sua Papa Francesco, nel suo meritevole desiderio di implorare la pace e quanto meno una tregua, ha di recente abbracciato la tesi che l’accerchiamento della Russia da parte della Nato sia all’origine dell’invasione della Ucraina da parte di Putin.

In un recente sondaggio di Paglioncelli che vede favorevole all’invio delle armi all’Ucraina solo il 40% degli italiani, contro un 48% contrario, possiamo scorgere un carattere nazionale preciso e potremo dire, con il linguaggio della Critical Rice Theory, che l’Italia è, ed è sempre stata, un paeseintrinsecamente opportunista”.

Vale la pena pertanto di concludere questa rassegna con il massimo campione dell’opportunismo, un Presidente del Consiglio nominato motu proprio da Beppe Grillo, un comico che non vale una dantesca trombetta del comico Zelenski.

Stiamo parlando di Giuseppe Conte, il sedicente avvocato del popolo, in realtà avvocato di se stesso che, alla ricerca disperata di un partito politico per tornare in sella, ha da qualche settimana promesso a Zelenski “soprattutto grande sostegno in questo percorso di pace”. Specialista in queste roboanti dichiarazioni che non vogliono dire nulla, ha deciso che bisogna smettere di inviare (o promettere) armi all’Ucraina, e rifiutare qualsiasi spesa connessa alla nostra appartenenza alla Nato.

Pretenderebbe di controllare in ogni momento la condotta di governo, non perché l’attuale Presidente del Consiglio non sia coerente con gli impegni presi, ma perché si è passati dalla fase 1 alla fase 2. Cioè, grazie sempre al benevolo intervento di Beppe Grillo, Giuseppe Conte è ora il leader di un partito politico pentastellato che vale il 12% dell’elettorato.

Considera inoltre un’offesa personale l’intenzione del Presidente del Consiglio di porre un termine all’erogazione del superbonus 110%, che di fatto favorisce ingegneri e fiscalisti, piuttosto che condomini, gonfiando enormemente il debito pubblico.

L’alleanza Atlantica in Europa

Il titolo ufficiale di Nicola II, ultimo zar della dinastia dei Romanoff era: “Per grazia di Dio, imperatore e autocrate di tutte le Russie, zar di Polonia, di Mosca, di Kiev, di Vladimir, di Novgorod, di Kazan’, di Astrachan’ e della Siberia; granduca di Finlandia e di Lituania; erede di Norvegia; signore e sovrano di Iberia, dell’Armenia e del Turkestan; duca dello Schleswig-Holstein, dello Stormarn, di Dithmarschen e dell’Oldenburg”

Da tutto questo ben di Dio e da questa varietà di titoli comprendiamo che il titolo ufficiale di Nicola II è all’incirca una sintesi delle successive conquiste della lunga dinastia dei Romanoff. Ci interessa di questo elenco che era zar di Kiev, quanto di Mosca.

Ciò malgrado, dal 1915 la Russia era diventata, almeno a parole, una monarchia costituzionale come le altre in Europa e che la consorte dello zar era imparentata persino con la Regina Vittoria. Nel febbraio del 1917, durante la prima fase della rivoluzione, non appena lo zar abdica, l’Ucraina dichiara la propria indipendenza, il che è forse indizio che il paese non fosse molto affezionato al suo zar.

Dopo aver assaporato la rudezza nazista forse gli Ucraini hanno accolto a braccia semiaperte nuovamente l’armata rossa.  Ma, fosse anche vero, ciò non dimostra che l’Ucraina sia sempre stata russa come ha detto Putin e ripetuto anche il generale in pensione, ex capo dei servizi segreti e di Gladio dal 74 all’86, Paolo Inzerillo, uno che dice di avere ‘il pallino della storia e della geografia’, poveri noi. “La Russia, fin da quando era zarista, è sempre stato un Paese a disagio perché si è sempre sentita circondata, in qualche modo bloccata, sentivano di non avere libertà di movimento.

Se qualcuno ricorda la bagarre che fecero i comunisti nostrani quando scoprirono l‘esistenza di Gladio e le difficoltà del povero Cossiga, oggi c’è da ridere. Grammatica a parte, e sia pure in modo ridicolo, Inzerillo ha espresso due sacrosante verità, la perfetta continuità tra Russia zarista, Russia sovietica e Russia di Putin e soprattutto l’identità tra senso di accerchiamento e libertà di movimento

Notevole la coincidenza tra il linguaggio di Inzerillo e quello che illustra la carta dell’espansione della Nato di Laura Canali, pubblicata da Limes 10/19: “L’espansione a Est della Nato è inevitabilmente una fonte di preoccupazione per la Russia, che ora – a differenza dei tempi della guerra fredda – confina direttamente con paesi legati a un’alleanza militare nata proprio per contenere Mosca”. Insomma Zarista o comunista, Mosca è affetta da incontinenza, sente di non avere libertà di movimento.

Recentemente in un video, come al solito, Caracciolo ha sostenuto che se Svezia o Finlandia entrano nella Nato “il mar Baltico diventa un mare Atlantico”; “Kaliningrad viene circondata dal mare oltre che da terra”, “Putin quando si affaccia alla finestra vede la Nato”, “cambia completamente il fronte nord e la Russia si sente completamente circondata”.

Caracciolo riesce a essere più marcio di Orsini e ad accontentare tutti i pseudopacifisti nostrani. (tra l’altro, la precisazione oltre che da terra riguardo Kaliningrad forse sottintende che, prima del 1990, non era circondata in quanto la Polonia veniva considerata una conquista dell’armata rossa).

Affacciati alla finestra di Pietroburgo, infatti, si vede da sempre la Finlandia, piatto sempre prelibato della Russia. Norvegia e Danimarca chiudono dal 1949 il mare Baltico, cosa che mai ha impedito ai sottomarini russi di scorrazzare in lungo e in largo.

Come al solito la storia viene raccontata all’incontrario: A Yalta, Stalin rubò Könisberg alla Prussia, come le isole Kurili al Giappone, bottino di guerra; non solo, ma ha poi inviato tanti russi in Lettonia da costituire il 41% della popolazione. In questo modo ha aggiunto alla Pietroburgo inventata da Pietro il Grande, gli altri due porti migliori del Baltico, in modo da appropriarsi di un mare su cui si affacciano nove nazioni.

Non è un caso che Biden abbia inviato un buon numero di soldati americani a Riga per far capire a Putin, che i suoi manifesti appetiti sono indigesti. Ma sicuramente Caracciolo penserà che questo sia un atto ostile. Aggiungo che, come sempre, la Scuola di Limes non rispetta la geografia, perché metà della penisola finlandese già appartiene alla Russia, con tutti i porti necessari per scorrazzare nell’Oceano Atlantico.

In passato tutta la sinistra, come oggi Caracciolo e Diego Fabbri, considerava la NATO, un’organizzazione offensiva inventata dagli Stati Uniti per dominare i paesi europei. In clima di guerra fredda e di contrapposizione frontale fra Russia Sovietica e Stati Uniti, nel 1949 la Nato comprendeva tutti gli stati bagnati dall’Oceano Atlantico: USA e Canada sulla sponda occidentale e tutte gli Stati della sponda orientale.

Uniche eccezioni il Lussemburgo che non ha sbocco sul mare, la Spagna di Franco (caduto il regime la Spagna democratica vi aderisce nel 1982) e l’Irlanda che sono neutrali, la Danimarca che affaccia sul Mare del Nord, e naturalmente l’Italia.

Nel 1952 si aggiunsero Grecia e Turchia, nel 1955 la Germania federale, e dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 la Germania dell’est.

Enrico Berlinguer, forse il migliore dei leadr del PCI nel 1976 sosteneva che si sentiva più sicuro sotto la protezione della Nato, malgrado gli Stati Uniti fossero usciti soltanto l’anno prima dalla brutta avventura del Vietnam. Forse Berlinguer non aveva dimenticato i carri armati a Praga nel 1968, ma certamente considerava la Nato un’alleanza difensiva.

L’ulteriore ampliamento ha come premessa la crisi sostanziale della Russia. Primi ad uscire nel 1999 Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia, ossia i paesi che più avevano sofferto la dominazione sovietica. Entreranno nell’Unione europea solo nel 2004.

Nel 2004 di nuovo paesi che affacciano sul mare: la Lituania, la Lettonia e l’Estonia sul Baltico; la Bulgaria e la Romania sul Mar Nero. Inoltre la Slovacchia e la Slovenia. L’ingresso nell’ Unione Europea e nella Nato è contemporanea. Se non erro, Romano Prodi vanta la sua sollecitazione a questo ampliamento dell’Europa e della Nato.

Questo lento ampliamento progressivo della Nato dimostra semmai la spontanea adesione delle nazioni europee e il suo carattere difensivo.

L’unico caso in cui la Nato è intervenuta in un conflitto in Europa è connesso con la tormentata dissoluzione della Jugoslavia tra il 1992 e il 1998, che si configura in parte come una guerra civile e in parte come una guerra di secessione. Ma la Jugoslavia di Tito aveva solo garantito con le armi la tradizionale dominazione delle Serbia sui paesi limitrofi.

La Scuola di Limes

                   C’è del marcio a Roma mi viene da dire. Perché giornali e scuole create con le migliori intenzioni finiscono per nutrire dentro di sé qualcosa che puzza. Così gli esimi professori della Luiss si sono trovati a condividere il ruolo con un sociologo del terrorismo che non amano, perché visibilmente innamorato e affascinato dalla figura di Wladimir Putin.

Il video promozionale della Scuola di Limes, in cui Lucio Caracciolo e Diego Fabbri illustrano a turno obiettivi  e caratteristiche della Scuola, vacilla spesso tra opportunismo (un carattere di cui parlerò a lungo più avanti) e razzismo

Il termine ossessivamente ricorrente nel video è percezione, punto di vista e si fa affidamento per l’insegnamento a cartografie, scenari che si incrociano o che occorre incrociare. Spesso l’atlante geografico bidimensionale è contrapposto all’ atlante dotato della terza dimensione storica e persino non è chiaro quale è quello esistente e quello inesistente.

Vediamo ripetersi in buona parte l’equivoco già presente nell’esordio di Aldo Ferrari. Soltanto che la dimensione storica di cui si parla qui non ha alcun vincolo oggettivo.

L’unica sciocchezza che ho trovato nel testo di Ferrari è il fatto che Nicolaj Gogol, pur essendo ucraino, scrive in russo, a testimonianza del fatto che l’Ucraina non è ancora una nazione. Che è come dire che Jonathan Swift, l’autore dei Gulliver Travels e della Modesta proposta, non pensa che l’Irlanda sia una nazione, perché scrive in inglese.

Diego Fabbri, a un certo punto, rinvia a una tesi filosofica che non nomina, ma che è chiaramente quella secondo cui non esistono fatti, ma solo interpretazioni. Eppure altrove sostiene che l’approccio geopolitico rifugge da categorie filosofiche o moralistiche, tanto è vero che lui e Caracciolo non parlano mai di invasione, ma sostengono entrambi che il punto di vista di Putin è difensivo.

Un altro termine usato impropriamente è impero, per cui esisterebbe un impero russo, un impero americano, persino un impero europeo. Ma non basta, impero ha un significato positivo soltanto quando è russo.

Per esempio: “l’obiettivo della Russia è un obiettivo meramente difensivo, che già descrive una postura, di un paese che è molto più di un paese, un impero che viene raccontato in Occidente soltanto come offensivo o comunque pericoloso come tutti gli imperi . Intendiamoci,oggi certamente pericoloso perché sulla difensiva, perché in grande difficoltà”.

Esempio contrario: “Putin è certamente consapevole che un impero europeo non esiste’’, ma “vuole impedire che ci siano le basi perché questo paese o non paese, scegliete voi, non entri nella Nato, cioè nell’organizzazione dell’impero europeo in America

Questo modo di esprimersi puzza, ed è bene precisare che cosa è un Impero e che cosa non lo è. Immanuel Kant è nato a Königsberg, vissuto a Königsberg, insegnato tutta la vita all’Università di Königsberg. Gli abitanti lo amavano e regolavano i loro orologi sulle sue uscite di casa. Parlavano tedesco semplicemente perché erano tedeschi, sudditi di Federico II.

Dal 1946 Königsberg è diventato territorio della Russia sovietica con il nome di Kaliningrad, in onore di un famoso rivoluzionario, e nell’arco di tre anni è stato cacciato ogni tedesco. Oggi ha un milione di abitanti russi divisi tra città portuale e campagna.

Ora chiederei a Caracciolo di indicarmi in quale parte del mondo gli Stati Uniti, che hanno scorrazzato e fatto guerre un po’ dappertutto, possiedano un solo territorio. Guantànamo gli è sempre stato rinfacciato.

“Questo paese a torto o ragione si sente sotto costante minaccia e soprattutto teme l’attacco da ovest… fossero Svedesi, Polacchi,  Francesi o Tedeschi hanno penetrato lo spazio russo da Ovest e i russi si sono salvati aumentando lo spazio che investe chiunque debba entrare. Perciò per i Russi “E’ essenziale avere più spazio possibile fra le mura del Cremlino e le avanguardie della Nato

Anche questo è raccontare la storia al contrario, perché l’Impero russo, per estendersi, si è scontrato con nemici esterni. I russi non si salvati aumentando lo spazio ad ovest. Piuttosto Napoleone e Hitler si sono inguaiati arrivando a Mosca o cercando di arrivarci.

Dell’Ucraina poi si parla sempre in termini negativi:  “il modesto esercito ucraino”.. “L’Ucraina è uno stato molto complesso dal punto di vista etnico culturale e geopolitico   una cosa è Leopoli e una cosa è Mariupol,  una cosa Odessa e una cosa è Luhans’k, che sono sempre ucraine,  ma che è difficile tenere insieme

Ma io penso che l’Ucraina si senta nazione, anche se nel giro di mesi durante la rivoluzione russa venne occupata dalla Germania, dall’armata bianca degli zaristi, e infine dall’armata rossa. Penso anche che sia meno un’invenzione di Lenin, come sostiene Putin, di quanto l’Italia sia stata un’invenzione dell’Inghilterra, quando costrinse il Piemonte a inviare un contingente nella guerra di Crimea (1856), perché certamente una cosa era Torino e una cosa Bari, una cosa era Palermo e una cosa Genova, una cosa era Venezia e una cosa Napoli.

D’altra parte nell’approccio geopolitico quelli che ho chiamato caratteri nazionali acquistano una fissità e al tempo stesso una tale importanza strategica da rasentare il razzismo.

“Così gli Stati Uniti sono un caso unico nella storia di egemone e, allo stesso tempo, rivoluzionario. Sicchél’America “ha una cifra inevitabilmente dinamica”  ….”se si stesse ferma probabilmente ne morirebbe”… “ha bisogno di rimettersi sempre in gioco e qualche volta giocando dei giochi molto pericolosi”

Nel caso della Russia occorre tener presente “la psicologia di una collettività, il suo senso di percezione, o di contare anche di più dei mezzi di cui è a disposizione”… “una percezione che potrebbe innescare una reazione non prevista”.

Nella Scuola “non si parla solo di obiettivi quantitativi”… “ma i Russi che cosa vogliono, a che cosa non rinuncerebbero, probabilmente non rinuncerebbero alla percezione che hanno di sé e che incutono negli altri, … il Russo si sa, molto spesso si sazia, cioè, non di un benessere materiale ma del timore, del prestigio,  del rispetto che esercitano sugli altri”

 Queste “psicologie collettive non maturano in un anno o in un decennio, maturano qualche volta nei millenni. Ai ragazzi russi viene insegnato nei loro manuali di storia.

Ora anche i manuali di storia nei licei britannici fanno un po’ ridere: Tutti i capitoli si intitolano:  “L’Inghilterra e…” il pleistocene, …Giulio Cesare,.. la scoperta dell’America, …e così via. Ma non credo che ciò produca in loro un senso di superiorità, per così dire, ariana”.

E, come ho scritto io, probabilmente la Sardine non sarebbero esistite, senza cantare ‘Bella ciao’ fin dall’asilo nido. C’è stato un periodo che, per ridicolizzare certi manuali, si inventavano titoli come “L’elefante e la Resistenza”. Sono caratteri che non si tramandano, senza particolari strategie politiche.

In conclusione, questo approccio geopolitico alla guerra di Crimea prefigura un esito del tutto scontato, ma molto condiviso in Italia.

Caratteri

Si è detto spesso in passato che la Rivoluzione Comunista, ben lontana dal maturare negli Stati con un alto sviluppo industriale e quindi un proletariato maturo come avrebbe dettato la teoria, aveva avuto successo presso paesi a larghissima prevalenza contadina.

Penso invece che il suo successo sia dipeso dal carattere e dalla storia dei paesi in cui si è realizzata: nel caso della Russia il comunismo ha avuto l’effetto di riabilitare e fornire nuova energia alla tradizione imperialistica della dinastia dei Romanoff che si era indebolita e risultata incapace di affrontare le complessità di uno stato moderno.

Similmente la Lunga Marcia di Mao nella Cina in dissoluzione dopo la caduta del dominio giapponese era stata capace di riorganizzare e rinvigorire una tradizione e una vocazione imperialistica che risaliva all’epoca della unificazione delle sette province che dividevano originariamente la Cina.

Sarà dunque importante comprendere se ci sono della caratteristiche specifiche dei popoli e della loro storia che hanno favorito la rinascita di questi imperi.

Proprio di recente è stato pubblicato da Emilio Mazza e Michela Nacci una studio assai documentato dal titolo piacevole ed ironico Paese che vai. I caratteri nazionali tra teoria e senso comune. Il testo ripercorre una tematica che ha i suoi inizi nel XVII secolo, quando si formano gli stati assoluti e ha la sua fioritura nel secolo XVIII, che vede tra i protagonisti della disputa Jean-Baptiste Du Bos, David Hume, Montesquieu.

Se sia il clima o piuttosto la simpatia a determinare il carattere dei popoli è questione apparentemente erudita, ma se a carattere sostituiamo termini più attuali come cultura per gli ottimisti del carattere e identità per i pessimisti, la questione diventa d’attualità.

Un amico molto competente e molto ironico a cui avevo chiesto se individuasse una virtù precipua nel popolo Russo e nel popolo Cinese aveva risposto: la riservatezza.

Difatti non c’è giornalista, politologo, studioso della strategie militari che non riconosca nelle testimonianze che ci arrivano dall’Ucraina o dalla Russia la differente qualità tra la stampa occidentale e la stampa orientale.

Per quanto riguarda il popolo Cinese azzerderei un’osservazione che supera i condizionamenti statali e ideologici di un Impero. Fioriscono in ogni città dell’Occidente comunità cinesi che prendono il nome di China-Town, a Berkeley in California come a Milano, Firenze o Bologna.

Sappiamo tutti dal più al meno che i poliziotti, per esempio, non amano addentrarsi nei loro territori, ma, al tempo stesso, che è assolutamente raro il caso in cui qualche episodio di cronaca nasca al loro interno.

Chi non ricorda la famosa Rivoluzione culturale Cinese, che per essere appunto culturale, era assolutamente pacifica, senza spargimento di sangue, come dicevano orgogliosi tanti nostri colleghi all’università. Oggi i morti di quella rivoluzione si stimano tra i 2 e i 6 milioni di morti, una cifra irrisoria, tuttavia, se confrontata con il miliardo e quattrocento milioni abitanti dell’Impero cinese.

Occorre tuttavia che l’elemento, come dire catalizzatore, che permetta di rinvigorire la vocazione imperialistica sia costituito da una Religione Civile che abbia un range universale di possibili credenti.

Le Religioni civili fiorirono dopo le sanguinose lotte intestine tra Cristiani di varie confessioni nel XVII secolo. Rispetto alle religioni tradizionali che prospettano un paradiso nell’aldilà, le Religioni Civili prospettano un paradiso nel futuro dell’umanità

Libertà, fraternità, uguaglianza ha sicuramente questa caratteristica. La liberazione del proletariato dalle proprie catene è un progetto condivisibile da tutto il genere umano; inoltre sin dal manifesto di Karl Marx aggiunge il carattere esclusivo (e autoritario) con cui si esprime il credo comunista; esclude infatti ogni possibile religione civile concorrente.

Potremmo aggiungere un’altra caratteristica di questa Religione Civile: il proletariato in quanto categoria  universale ha il vantaggio della mobilità, così utile nell’amministrazione di un Impero. Il destino della Crimea può costituire un esempio eloquente.

La Rivoluzione Russa ebbe tra le sue conseguenze la morte di circa duecentomila Ebrei. Stalin che non era antisemita e che si prodigò per distribuire nelle Repubbliche Sovietiche le popolazioni in base alle diverse etnie, ebbe un particolare progetto per gli Ebrei.

Gli Ebrei erano commercianti e artigiani, Stalin li trasformò in contadini e, approfittando di un massiccio finanziamento da parte di una associazione ebraica di New York, li destinò ad occupare la Crimea. L’impresa non funzionò per l’avversione degli abitanti verso questi concorrenti addirittura privilegiati.

Stalin allora decise un’altra destinazione della comunità ebraica, cercando una località che non avrebbe potuto suscitare disordini. Una regione montuosa e praticamente disabitata a ridosso di una delle Kraij che si affacciavano sul pacifico, costituì la destinazione ottimale, anche se si trovava a 8200 km dalla destinazione primitiva. Ancora oggi è possibile individuare sull’atlante l’Oblast Ebraica, anche se dei duecentomila Ebrei, non ne sono rimasti che 1600.

Di questa mobilità si è notoriamente approfittato l’impero cinese, che è solito trasferire milioni di abitanti da un luogo all’altro in base alle convenienze climatiche e produttive del momento.

Dovremmo aggiungere a questi caratteri un altro di grande importanza il Disprezzo, ma sebbene sia un elemento essenziale, non è esclusivo degli Imperi Comunisti. Tuttavia un recente video in cui Lucio Caracciolo e Dario Fabbri illustrano la Scuola di Limes, creata da circa un anno e promuovono la prossima iscrizione alla scuola, costituisce la prova più evidente che la riflessione sui caratteri nazionali è di grandissima attualità.

Radici

Aldo Ferrari, docente di storia alla Ca’ Foscari, ma anche politologo, specializzato in slavistica e armenistica, è autore di decine di libri sulla Russia.  In un video pervenuto dall’ISPI alle scuole, Aldo Ferrari esordisce così: ” il mio compito è presentare questo conflitto in una prospettiva storica perché questo conflitto pur essendo una questione di questi giorni ha dietro di se una storia molto lunga e più che millenaria.

A grandi linee bisogna ripercorrere questa lunga storia, perché altrimenti non si comprendono le ragioni di un conflitto terribile ma che senza poter essere giustificate devono essere comprese nella loro prospettiva storica.

Il primo stato russo nacque proprio intorno alla città di Kiev odierna capitale dell’Ucraina nell’anno 862,…. Non è solo una questione geografica, è una questione  di interpretazione storica, di comprensione delle diversi interpretazioni storiche.

Rus of Kiev, Russia di Kiev, è la citta madre; a rivendicare l’eredità di Kiev sono comprensibilmente gli ucraini ma anche i russi che in questa città vedono l’inizio della loro storia e della loro cultura. Quindi vediamo come l’interpretazione storica diventi cruciale anche nella comprensione del conflitto di oggi.

Non a caso tutto è cominciato con discorso di Putin proprio di carattere storico, discutibile, russo centrico quanto vogliamo, che negava all’Ucraina il diritto storico culturale di essere un paese indipendente e il giorno dopo l’esercito russo è entrato in Ucraina, quindi l’azione militare”.

A parte il fatto che i discorsi di Putin del 21 e del 23 febbraio sfiorano soltanto la questione storica, per altro proposta da Putin in molti altri discorsi, se la sua prospettiva è ‘russo centrica e discutibile’ non vedo perché non debba essere discussa e, se confutabile, confutata.

Difatti, la ricostruzione di Ferrari dimostra al contrario che la storia dell’Ucraina è assai diversa dalla storia russa. Per esempio, la struttura delle città stato lungo il corso del Dniepr e del Principato che ha origine nella figura leggendaria di Rurick non ha alcuna delle caratteristiche autocratiche che caratterizzano la Russia di Ivan il terribile e della ‘Terza Roma’, della dinastia del Romanoff, tantomeno le caratteristiche della Russia di Pietro il Grande o di Caterina ii, che tanto si è impegnata nella sottomissione dei territori imperiali.

Si deve aggiungere che quando lo Zar nel febbraio del 2017 abdicò, le prime nazioni che proclamarono la loro indipendenza furono l’Ucraina e la Lituania.

Altri, come Corrado Augias e Alessandro Barberi, considerano almeno triplice la gestazione di quella che Augias chiama l’anima russa. In un video discorrono agevolmente sul tema, non senza scivoloni. Alessandro sostenendo che la repressione di Pinochet fu condannata solo a posteriori, Corrado attribuendo alla Russia una spiritualità, presente anche in Putin, visto che in Guerra e pace le armate dello Zar si inginocchiano di fronte al quadro della Madonna esibito dal Patriarca.

Perciò mi sento autorizzato anche io a qualche divagazione. Il periodo rivoluzionario, tanto nel caso della Rivoluzione francese, quanto della Rivoluzione russa, è un lasso di tempo estremamente limitato. La Rivoluzione francese dura non oltre sei anni. Prima e dopo la Francia non cambia carattere. Anzi si può dire che Napoleone Bonaparte interpreta assai meglio di Luigi XIV la concezione dello Stato come entità suprema che non è disposta a condividere il potere.

Quanto alla Rivoluzione russa, il periodo propriamente rivoluzionario, in cui è incerta la vittoria di uno qualsiasi dei contendenti, dura al massimo quattro anni. Ma si può dire che dopo quattro anni, i tre determinatissimi fanatici, Lenin a Pietroburgo per controllare le alterne vicende della Duma, Stalin a sedare qualsiasi moto antirivoluzionario nella Russia, Trotskij a rincorrere zaristi e menscevichi nei territori a occidente della Russia, l’estensione della Russia Sovietica coincide con l’estensione della Russia dello Zar.

Punti Fermi

Diciamo la verità: la guerra in Ucraina non ci voleva a noi italiani. Avevamo appena finito di litigare sui vaccini e assaporato la fine delle restrizioni che arriva Volodymyr Zelenski a romperci le scatole. E siccome le disgrazie non arrivano mai sole, avevamo appena celebrato la vittoria nel campionato Europeo che la Macedonia del Nord ci scaccia dai prossimi mondiali.

Adesso il morale è a pezzi e la confusione agli estremi. Si va da Massimo Cacciari, che dice che siamo sulla soglia dell’abisso e invoca una nuova Jalta, a Luciana Littizzetto, che sciorina cartelli su cartelli a Tempo che fa, per dire che le guerre fan tutte schifo (quindi anche questa). Tragici o comici, gli italiani vogliono una sola cosa, la pace ad ogni costo, costi quel che costi (agli altri).

Punti Fermi era il titolo che Giovanni Spadolini dava ai suoi editoriali quando dirigeva il Resto del Carlino di Bologna. Manifestava l’intenzione di stabilire principi e fatti incontrovertibili, mentre ospitava personalissime opinioni del direttore.

Spero perciò che si capisca il carattere ironico del titolo, visto che mi è venuta voglia di dire come la vedo io, dal momento che tanti in pubblico e, immagino, tanti di più in privato, ne parlano.

Comincerò da qualche mia opinione geografica. Una legittima ragione di Vladmir Putin per invadere l’Ucraina, è che, si dice, non sopporta l’idea di missili balistici a 380 chilometri da Mosca.

Mi sbaglierò, ma Mosca è a 700 chilometri da Karchiv e 850 da Kiev, giusto il doppio, ciò che dovrebbe dimezzare l’angoscia di Putin. Mentre se l’Ucraina ritorna sotto l’influenza di Putin, sarà l’Italia a essere a 950 chilometri dai missili.

Aggiungi che non saranno i missili di Zelenski, ma quelli supersonici di Putin. In qualche articolo passato mi mostravo un po’ preoccupato sulle strisce pedonali, perché sfrecciano silenziosissime, come i missili di Putin, biciclette contromano. Ora sono un po’ più sereno, perché con Putin non c’è rischio che finisca in ospedale.

Ma c’è una mia opinione geografica personalissima, visto che, non solo la vispa Lilli Gruber, ma tutti i pro Putin, trovano naturale che la Russia si prenda il Don Bass per raggiungere la sua Crimea.

Eppure, mi sarò distratto, ma proprio nessuno, neanche Paolo Mieli, Mario Calabresi, oppure il sempre presente e paziente Lucio Caracciolo, direttore e fondatore della rivista Limes, ha mai obiettato che la Crimea dista solo 20 chilometri dalla Russia, e ci si arriva in treno come in macchina o in autotreno.

Difatti Putin nel 2014 s’è preso la Crimea, nel 2016 ha cominciato a costruire il ponte e nel 2018 l’ha inaugurato. Se si pensa che la Crimea è poco più grande della Sicilia e ha circa 2 milioni di abitanti, la velocità è stata encomiabile, nella costruzione di un’autostrada di 22 metri di larghezza e una ferrovia, benché assai facilitata dalla lunga isola che quasi chiude il Mar d’Azof.

Al ponte di Crimea si accede dal Krasnodar Kraij , uno dei nove kraj della Russia, un territorio che costeggia il Mar Nero con una buona reputazione turistica. La città omonima ha circa 900 mila abitanti e si classifica spesso tra le 5 città della Russia con il migliore tenore di vita.

Talk Shows 1

LA7 è un canale televisivo privato italiano di proprietà del gruppo Cairo Communication. Detto più alla buona è una Tv commerciale che, sapendo come sia difficile far concorrenza alla Rai senza almeno tre canali televisivi, si dedica soprattutto a televendite, intervallate da Talk shows di argomento politico, che sono addirittura più economici di certi programmi di intrattenimento dedicati alla cucina o alla moda.

Limitandomi ai dibattiti televisivi che allietano la sera di La 7, vorrei indicare alcune caratteristiche di questi programmi. Durano circa tre ore e oltre. Un aspetto non trascurabile, perché è probabile che chi si dispone a questa faticata sia lui stesso un politico di professione, un giornalista, un opinionista, se invitato abituale.

 In ogni caso gli aspetti più attraenti del programma, purtroppo quelli in cui la pubblicità è più densa e aggressiva, vengono riservati alla prima ora e sono dominati dalla ferrea regola dell’audience. Comincerei da Propaganda Live trasmesso il venerdì.

Propaganda Live è uno dei pochi programmi per cui vale la pena guardare la tv. Ma anche di spegnerla. E poi c’è il conduttore: Diego Bianchi, in arte Zoro. C’è chi lo adora, e sono molti. E chi cambia canale appena lo vede, e sono anche di più.
Propaganda Live è l’unico programma dove ti puoi ritrovare a ridere e a piangere nella stessa serata. E non è detto sia una cosa positiva.
Zoro e i suoi lo scriviamo senza ironia sono fantastici. E chi non lo pensa è un salviniano ignorante populista sovranista sessista bianco omofobo meloniano neocolonialista e potenziale stupratore. Sono tre citazioni che rubo da un ottimo articolo di Luigi Mascheroni, docente di scienze della comunicazione, e che tutti dovrebbero leggere pubblicato il 28 giugno 2021 sul Giornale. Si adatta perfettamente anche la serata di venerdì  5 marzo che mi sono imposto di vedere per intero.

Chiaramente impegnato nel recupero di voti da parte del PD o comunque della sinistra è il talk show Di martedì diretto da Giovanni Floris. Esemplare, per esempio, è stato l’intervento, acuto ed elegante come sempre, di Pier Luigi Bersani: si apre con un consenso all’invio di armi dettato dalla congiuntura di governo più che da personale convinzione; difatti si affretta a sostenere che non va demonizzata la posizione di chi è contrario, e che comunque non si tratta di una posizione né-né.

Aggiunge che è troppo comodo star seduti in poltrona a guardare la guerra in Ucraina, e qui la logica gli fa difetto, perché è fin troppo facile ritorcere l’argomento sugli avversari. In breve: una posizione con-con, che svicola dall’evento bellico per tornare al tema del lavoro e alle abituali lenzuolate, se la sinistra vuole migliorare i sondaggi. La mimica e le evoluzioni tonali della loquela emiliana aiutano ampiamente l’applauso.

Contraria mi pare Concita de Gregorio che, con l’aiuto di Davide Parenzo, considera dominante la posizione né-né e aggiunge che, malgrado il tanto discutere, non ci si capisce niente. Il loro talk show  In onda, sostituisce il sabato e domenica, in modo riflessivo e arioso, il martellante Otto e mezzo dei giorni feriali.

Tuttavia anche Concita, che come conduttrice si propone sotto tono e sotto voce – e questa è una novità positiva – manifesta con decisione la sua targa politica, se l’ospite è Giulio Tremonti, come è successo il 19 marzo 22.

Entrando in un dettaglio, tuttavia non trascurabile, del bisticcio con Tremonti, lasciare alle regioni l’adozione o meno dell’energia nucleare è stata ed è una idea talmente bislacca e insensata che, anche se (per assurdo) fosse una scelta imposta dalla Costituzione, sarebbe un buon motivo per modificare la Costituzione, che diventa sacra soltanto in funzione di chi la maneggia. Ed è incredibile che il Pd, tanto nemico del sovranismo in Europa, lo appoggi e lo pratichi nelle regioni in Italia.

Talk shows 2

Quasi a rimediare al caos del martedì, in cui Giovanni Floris finisce sommerso dall’eccessivo numero di invitati, provvede, di lunedì, Non è l’arena.

In apertura, sull’enorme fondo scuro di una vasta piazza ucraina colma di detriti, emerge e si ingrandisce lentamente la figura di Massimo Giletti, a cui mancano soltanto le fondine ed Ennio Morricone, per suggerire al pubblico chi comanda il Talk Show e i duelli alla pistola che seguiranno. Aggiungo, dopo l’ultima puntata, che, alla faccia di Bersani, ha diretto il talk show dall’Ucraina.

Corrado Formigli – è scritto nella biografia – è un giornalista e un autore di programmi televisivi che non appartiene a nessun partito politico. E’ scrupoloso nel manifestare questa imparzialità nel suo talk show. Però…

Ammetto che, tra i tanti stimoli a pubblicare qualcosa, le comparse della filosofa Donatella Di Cesare a Piazza Pulita sono state le più impellenti. Apprendo dalla rete che è professoressa di filosofia teoretica alla Sapienza Università di Roma, e che ha trascorso circa venti anni in Germania a studiare Heidegger.

Invitata tre volte a Piazza Pulita per spiegarci le ragioni dell’altro, ha esordito così ‘la pace vien prima della guerra’. Più appassionato di Hume che di Heidegger, non ho compreso la verità recondita e profonda della sentenza, se non dall’aria ispirata della filosofa (occhi chiusi e labbra serrate in circolo, come quando si fischia) e mi sono subito detto. ’vero, verissimo, tanto è vero che la pace viene anche dopo la guerra’: pace-guerra-pace, insomma è come il problema dell’uovo e della gallina. Guido Crosetto ha purtroppo sommerso i suoi interventi.

Ostinato, Corrado Formigli la terza volta l’ha fatta sedere a tavolino con alleato Alessandro Orsini, professore alla Luiss ed esperto di organizzazioni terroristiche. Di rimpetto I giornalisti Paolo Mieli e Mario Calabresi. La questione è, se si deve aiutare con armi o soldi l’Ucraina di Volodymyr Zelensky, oppure no.

 Esordisce Paolo Mieli con un breve discorso sulla guerra in Ucraina. Risponde Donatella: mi meraviglio che lei faccia delle semplificazioni, ci sono due nazioni in conflitto tra loro. No, dice Mieli, una ha invaso l’altra. Questa è propaganda, ribatte lei, al che Mieli si inalbera e la prende come offesa personale.

Imperterrita lei: ‘sono due paesi indipendenti in conflitto con due eserciti regolari, …veramente c’è una formazione paramilitare dell’Ucraina di cui sappiamo poco, chi sono? chi la finanzia? che cosa vuole? …..

Ancora Mieli: è giusto che gli ucraini cerchino di resistere. Donatella: lei parla di Resistenza, ma la Resistenza era una guerra civile (io concordo) invece qui c’è un conflitto fra due stati, sono appena tornata dalla Germania e lì nessuna parla di Resistenza (e che dovrebbero fare, il harakiri?)

Conclude alla fine: bisogna che Zelensky risponda di tutto questo … che è il responsabile di questa guerra. In breve il quesito non è stato neppure affrontato, ma mi ha fatto ridere. Se Donatella non fosse a Roma, ma in una cantina di Mariupol, penserei a una variante della Sindrome di Stoccolma.

In ogni caso la questione non è accantonata e non è un caso che la puntata si sia conclusa con gli interventi di Alessandro Orsini e Alberto Negri. Alberto Negri, giornalista del Manifesto, molto gettonato a Piazza Pulita come a Rai Tre, la prima volta che ha parlato di Ucraina ha detto pressappoco: ‘però gli ucraini sono piuttosto loschi, basti pensare che hanno mandato ai lager un milione e quattrocentomila ebrei’.

Dello stesso parere sono del resto gli israeliani, risentiti recentemente, e e giustamente, del paragone proposto da Zelensky tra l’Ucraina e l’Olocausto. Tuttavia se gli ucraini sono loschi per questo motivo allora sono loschi anche polacchi, olandesi, francesi, italiani.

 Del resto,  almeno dall’Ottocento,  nei paesi danubiani i pogrom erano una sport tanto diffuso quanto oggi il calcio in Europa.  Mi diverte però l’idea che i giornalisti del Manifesto sono bravi a fare le copertine, ma, dopo aver lasciato il Partito per protesta contro i carri armati in Piazza San Venceslao, sono rimasti gli unici comunisti italiani.

L’orientamento di Alberto Orsini è troppo noto per richiedere un commento. Tuttavia i suoi argomenti variano di volta in volta: l’ho sentito una volta sostenere che Putin è caduto in una trappola geniale di Joe Biden, una seconda volta che l’Europa è come un corpo umano in cui l’Italia ha la funzione di ospitare tutti i bambini scampati dall’Ucraina, una terza volta, dopo gli insulti di Biden, che non bisogna demonizzare Putin, ma umanizzarlo, riconoscerlo come persona, altrimenti ‘disperato ci sventra tutti’.

Talk shows 3

Tante parole solo per dire che Corrado Formigli è un subdolo. Ma c’è una caratteristica che lo accomuna con Lilli Gruber e preferisco parlare di lei, perché è più diretta. Non si può dire che Otto e mezzo manchi di ritmo.

 Lilli Gruber è famosa perché non solo fa ai suoi ospiti le domande, ma fornisce anche le risposte. E’ del resto così sicura di come stanno le cose, e in questo assomiglia al suo beniamino Marco Travaglio, che il suo Talk Show è in realtà un monologo e gli ospiti sono lì per garantirlo.

Questo da sempre, ma in questo frangente è ansiosa e come ossessionata dalle trattative per la soluzione della guerra. Così quando ha invitato nientemeno che la vice di Zelensky, Iryna Vereshchuk, la interroga così: ‘Sono accettabili queste condizioni …Crimea e Donbass alla Russia e una neutralità internazionale?’

 L’ospite, chiaramente irritata, dice pressappoco: vorrei vedere con che faccia Zelensky potrebbe presentarsi agli ucraini con una proposta del genere. Al che Lilli, rivolgendosi sconsolata ai suoi ospiti: sarà difficile trovare un compromesso.

Qualcuno dovrebbe fare a Lilli Gruber la seguente domanda: Signora Gruber, ci dica per favore di che colore sono oggi le sue mutande? E’ una domanda inopportuna, idiota, indecente?

 Sicuro, ma non è più idiota o indecente che pretendere una risposta dalla vice di Zelensky sui possibili accordi per la pace. Invece la Gruber (e Formigli) si comporta come se stesse lei al tavolo delle trattative, proprio come le quote rosa pretese da Laura Boldrini e Luciana Littizzetto.

Termino con Atlantide storie di uomini e di mondi, il programma in onda il Mercoledì, dal 2017 diretto da Andrea Purgatori . Non è un Talk Show, ma piuttosto un programma di approfondimento culturale. Le puntate dedicate rispettivamente a Zelensky e a Putin sono state eccellenti dal punto di vista dell’informazione.

Altrettanto lodevole è Presa Diretta diretto da Riccardo Iacona, in onda su Rai 3 il lunedì sera, spesso riproposto la domenica. Terribili come i video della Crimea, infatti, sono quelli che provengono dal sud del Madagascar. Gli abitanti, tra i più poveri del pianeta sono tormentati tanto da alluvioni, quanto da una siccità che ha distrutto le coltivazioni, e costringe a ricercare l’acqua potabile scavando nel letto del fiume a secco.

 Ma anche le spiagge e le ricche dimore di Miami sono destinate a sparire sotto l’oceano nel giro di qualche decina d’anni. Ne saranno testimoni quanti sono nati intorno al duemila.

P.S. Lilli Gruber supera se stessa. Questa sera ha intervistato giuliva l’eccellente negoziatore di Zelensky Alexander Rodnyansky. Contrariata come al solito che gli ucraini non vogliano rinunciare alla integrità territoriale (mentre, secondo Lilli, va da sé che Germania e Italia non rinuncino al gas russo) chiede alla fine quanto tempo dovranno durare i negoziati.