Conversioni in legge e codici della strada (I modifica)

Le leggi, si sa, le fanno ormai i governi, cioè il potere esecutivo, ma i decreti legge subiscono il vaglio del potere legislativo, in omaggio, penso, alla rivoluzione francese. E’ a questo punto che i deputati, entro i sessanta giorni della loro conversione in legge della Repubblica, possono apportare la modifiche ai decreti.

Intendo sottolineare tre modifiche del codice della strada, la prima divertente, la seconda caritatevole, la terza curiosa.

Ricordo che la legge 9 novembre 2021 n. 156 ha per oggetto ‘disposizioni urgenti in materia di investimenti e sicurezza delle infrastrutture, dei trasporti e della circolazione stradale’. Le modifiche riguardano il dl del 10/9/21

Prima modifica:

Il disegno di legge di Alessandro Zan, come è noto, è stato recentemente fermato al senato. Bloccato sulla porta è rientrato dalla finestra, aggiungendo all’art. 23 del Codice della strada comma 4, che riguarda caratteristiche e limiti della pubblicità stradale, i commi 4bis ter e quater.

4 bis: E’ vietata sulle strade e sui veicoli qualsiasi forma di pubblicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi o messaggi lesivi del rispetto delle liberta’ individuali, dei diritti civili e politici, del credo religioso o dell’appartenenza etnica oppure discriminatori con riferimento all’orientamento sessuale, all’identita’ di genere o alle abilità fisiche e psichiche.

Ora, non ho nulla da permettere o vietare a chi entra dalla finestra quando la porta è chiusa, ma obietto che questa finestra è situata troppo in alto nel cospicuo palazzone del codice della strada. L’articolo 23 si preoccupava sostanzialmente della sicurezza stradale, vietando, per esempio, cartelloni dotati di illuminazione notturna, che potrebbero esser scambiati per l’approssimarsi di un autotreno.

Qui invece siamo nell’ambito dell’opinabile. Oppure è possibile che uno ‘stereotipo di genere’ mandi un conducente offeso a sbattere contro un platano o contro il cartellone medesimo?

Mi preoccupa in buona parte il comma 4-ter che affida all’autorità di Governo per le pari opportunità, sia pure di concerto con il Ministro delle infrastrutture e il Ministro della giustizia, di stabilire modalità di attuazione delle disposizioni del comma 4-bis.

Che cosa dovrebbero attuare? E’ la premessa per costituire comitati di tecnici (giuristi, politologi, psicologi, sessuologi, ecc.) che si dedichino a vietare o autorizzare la pubblicità stradale? Magari con un minimo obbligatorio di membri per tutte, chessò, le ‘città metropolitane’?

Scendiamo al concreto: immaginiamo un cartellone che raffiguri un bimbo (jeans e capelli corti) e una bimba (gonna e cappelli lunghi) che guardano entusiasti un nuovo panino Mac Donald e sotto la scritta: ‘piace a tutti’. Questo è solo obsoleto e banale. Ma se a entrambi facciamo uscire dalla bocca un fumetto (‘mi piace’) questo diventa uno stereotipo di genere, perché il genere (gendre) sta al sesso come la mente al corpo e bimbo e bimba non includono certo tutti.

Non intendo, incompetente come sono, diffondermi sul tema. Ma esprimo un dubbio, a caso: se fosse passato il ddl Zan al senato, avrei potuto rivedere su Rai Movie il film ‘Mani di Fata’ con Renato Pozzetto (appena trasmesso) o verrebbe cassato come omofobo? Adesso, potrebbe esser vietato un cartello che promuovesse lo stesso film?

La finestra è anche troppo ampia: un bacio saffico o due donne e un uomo nello stesso letto non saranno osceni e pornografici, come sostiene Vittorio Sgarbi, ma non sono forse lesivi di qualche credo religioso? Temo insomma che il ROC (Range Of Canceling) sia troppo ampio.

E nello stesso tempo troppo stretta. E’ curioso che il ddl Zan sia stato definito, perorato e dibattuto soltanto come transomofobo.

Questo mi induce a una ultima riflessione. Nell’ottocento, giustamente, filosofi liberali come John Stuart Mill, mettevano in guardia contro le dittature della maggioranza.

Ora, forse, si dà il problema di dittature delle minoranze. In che modo? LGbT è una coalizione di minoranze e con le aggiunte QIAP rappresenta la totalità degli esseri umani. Ma è chiaro che la ‘cittadinanza attiva’ (per usare un termine che ho appena appreso) è formata dalle prime 4 sigle che, coalizzandosi, promuovono una nuova interpretazione dello slogan sessantottino ‘fate l’amore e non la guerra’, assai più coinvolgente e imprevedibile.

Adesso, se- Sgarbi accusa di pornografia la pubblicità di Dietorelle, finirà in tribunale?

Conversioni in legge e codici della strada (II modifica)

In più occasioni nei miei articoli ho scritto, desolato, che la nostra Repubblica, più che fondata sul lavoro, sembra fondata sui morti ammazzati. Questa modifica, per quanto caritatevole, sembra confermare la mia idea.

Art. 7-bis (Istituzione della Giornata nazionale “Per non dimenticare”). –

1. Al fine di promuovere la sicurezza dei mezzi di trasporto con riguardo alla tutela dell’incolumità delle persone e dei beni coinvolti nelle operazioni di trasporto dei passeggeri, la Repubblica riconosce il giorno 8 ottobre come Giornata nazionale “Per non dimenticare …”.

2. La Giornata nazionale di cui al comma 1 non determina gli effetti civili di cui alla legge 27 maggio 1949, n. 260, non comporta riduzioni dell’orario di lavoro negli uffici pubblici né, qualora cada in giorno feriale, costituisce giorno di vacanza o comporta riduzione di orario per le scuole di ogni ordine e grado, ai sensi degli articoli 2 e 3 della legge 5 marzo 1977, n. 54.    (come passato da terzo a secondo.

3. In occasione della Giornata nazionale di cui al comma 1, le istituzioni che hanno competenza nel settore dei trasporti nonché le scuole di ogni ordine e grado, anche in coordinamento con le associazioni e con gli organismi operanti nel settore, possono organizzare cerimonie, iniziative e incontri al fine di ricordare le vittime degli incidenti e di sensibilizzare l’opinione pubblica in relazione alla sicurezza nel trasporto, alla centralità  del passeggero, al rispetto della dignità umana e del valore della vita di ciascun individuo.

    4. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica».

Istituire il giorno 8 ottobre come Giornata nazionale “per non dimenticare…” potrà in alcuni casi consolare persone che abbiano avuto parenti o amici morti o gravemente feriti in un incidente stradale, ferroviario o aereo.

Tuttavia mi sfugge come questa iniziativa possa promuovere la sicurezza dei mezzi di trasporto e giovare all’incolumità delle persone e dei beni (le valigie?) nel trasporto dei passeggeri. Penso tra l’altro che la centralità del passeggero non abbia bisogno di essere ricordata, visto che è l’unico che possa pagare il biglietto e assicurare la sopravvivenza economica di detti mezzi.

Posso certamente immaginare illustri dirigenti ferroviari intenti l’otto ottobre a deplorare gli incidenti occorsi nell’anno, corredando di opportune statistiche il loro cordoglio.

D’altra parte, il rispetto della dignità umana e il valore della vita di ciascun individuo dovrebbe sostanziare l’impegno quotidiano degli insegnanti e non la sola giornata dell’otto ottobre.

Ricordavo che esiste già una settimana nel mese di maggio dedicata alle vittime della strada dal personale ospedaliero e sapevo che in paesi stranieri l’educazione al rispetto delle regole della circolazione occupa settimane dell’intero corso di studi, non solo con insegnamenti teorici, ma persino mediante prove pratiche su percorsi istituiti per l’occasione.

Ma a questo punto mi sono reso conto che la giornata nazionale ha un carattere esclusivo, riguarda soltanto le vittime dei mezzi di trasporto. E, allora, mi chiedo, le assai più numerose vittime della strada, pedoni, ciclisti, motociclisti, avranno le loro giornate nazionali?

Papa Wojtyla, se non sbaglio, fece al suo tempo un riordino dei santi festeggiati nel calendario, non pensando certo che i santi siano soltanto 365.

Tempo fa, un amico mi ha propinato un lunghissimo elenco delle giornate nazionali e internazionali, con ricorrenze davvero peregrine. I più sanno solo che, alla festa della donna o della mamma, si sono aggiunte quelle del papà e dei nonni.

Ci sono sempre nel nostro parlamento legislatori con una spiccata inclinazione funeraria, ma la maggioranza ha voluto soprattutto precisare che la giornata non consente giorni e neppure ore di vacanza, né oneri per la finanza pubblica.

Conversioni in legge e Codici della strada (III modifica)

Tra le novità del codice della strada segnalate dalla stampa quotidiana è sembrata la più importante quella relativa all’attraversamento pedonale. E’ obbligatorio fermarsi non solo quando il pedone attraversa la strada, ma anche quando è ancora sul marciapiede.

Poiché sulle strade italiane le strisce pedonali non offrono alcuna garanzia di sicurezza e spesso sono il luogo su cui si riscontrano morti e infortuni gravissimi, vale la pena di valutare bene la novità del codice e quale impatto possa avere per garantire maggiore sicurezza delle infrastrutture, oggetto della legge presente.

Prima domanda: è veramente una novità? Seconda domanda: raggiunge veramente lo scopo?

Nell’articolo 191 del Codice della strada, il comma 1 è sostituito dal seguente:

Quando il traffico non è regolato da agenti o da semafori, i conducenti devono dare la precedenza, rallentando gradualmente e fermandosi, ai pedoni che transitano sugli attraversamenti pedonali o si trovano nelle loro immediate prossimità. I conducenti che svoltano per inoltrarsi in un’altra strada al cui ingresso si trova un attraversamento pedonale devono dare la precedenza, rallentando gradualmente e fermandosi, ai pedoni che transitano sull’attraversamento medesimo o si trovano nelle sue immediate prossimità, quando a essi non sia vietato il passaggio. Resta fermo per i pedoni il divieto di cui all’articolo 190, comma 4;

Questo era prima il comma1:

Quando il traffico non è regolato da agenti o da semafori, i conducenti devono fermarsi quando i pedoni transitano sugli attraversamenti pedonali. Devono altresì dare la precedenza, rallentando e all’occorrenza fermandosi, ai pedoni che si accingono ad attraversare sui medesimi attraversamenti pedonali. Lo stesso obbligo sussiste per i conducenti che svoltano per inoltrarsi in un’altra strada al cui ingresso si trova un attraversamento pedonale, quando ai pedoni non sia vietato il passaggio. Resta fermo il divieto per i pedoni di cui all’articolo 190, comma 4.

Il comma 1 dell’art. 191 è già presente nel Codice della strada del 1992. Ho indicato in corsivo la proposizione aggiunta, già presente comunque nel 2010, si veda http://www.giudicedipaceroma.it/categoria/codice-della-strada-2010. (Quasi impossibile scoprire, consultando le GU, l’anno esatto di qualsiasi modifica)

Come si vede, l’unica reale novità è la sostituzione ai pedoni che si accingono ad attraversare l’espressione si trovano nelle sue immediate prossimità.  Inoltre all’espressione all’occorenza, si sostituisce gradualmente.

Prima conclusione: non c’è nessuna novità, ma solo ignoranza delle regole, visto che il pedone, prima come ora, aveva la precedenza anche quando si trovava sul marciapiede. Semmai accingersi ad attraversare era più preciso di trovarsi in prossimità.

Un pedone può passare vicino alle strisce senza la minima intenzione di attraversare, e la prossimità è un concetto vago, (un metro, tre metri, ecc.?-irrilevante il riferimento al comma 4 dell’art. 190) Semmai all’occorrenza lascia aperta alla valutazione del conducente l’obbligo di fermarsi; gradualmente tuttavia è pleonastico (che si fa altrimenti: si inchioda?) come, in buona parte tutto, il nuovo comma.

Tralascio per ora ogni commento sulla seconda parte del comma che non comporta differenti variazioni. Ma, come al solito, al legislatore distratto, e alla stampa che lo segue pedissequa, faccio notare che, sebbene l’idea di fermarsi mentre un pedone attraversa non meriterebbe neppure un comma del codice della strada (e che altro? lo dovrebbe accoppare o storpiare?) l’idea che sulle strisce pedonali il pedone abbia la precedenza sulle vetture è quella da salvaguardare, se si vuole in veramente migliorare la sicurezza delle strade.

E allora ha davvero poco senso sventolare come una grande novità l’idea che la precedenza inizia fin dal marciapiede, quando il codice della strada non garantisce in alcun modo la stessa visibilità delle strisce pedonali.

E’ da un pezzo che deploro il fatto che in Italia, diversamente da quel che accade nei paesi civili, non si propone alcun divieto di sosta in prossimità delle strisce pedonali.

Eppure, il Codice della strada, questo mostro in continua evoluzione metastatica, come tutti i Codici italiani, – ho scoperto solo di recente – propone il divieto di sosta prima delle strisce pedonali, e ne disegna anche la segnaletica (art. 145, comma 4):

Purtroppo l’articolo lascia a chi fa le strade la facoltà di utilizzare o meno il divieto (cari sindaci italiani, forse avete qualche morto sulla coscienza!). Inoltre, limita il divieto di sosta soltanto allo spazio precedente a destra della direzione di marcia, mentre dovrebbe valere da entrambi i lati, e forse da ogni lato o direzione, visto che ormai i sensi unici non sono veramente tali.

Quanto alla segnaletica, sarebbe meglio disegnarla sul bordo del marciapiede come fanno in Inghilterra. Ma qui si aprirebbe una lunga parentesi, dato che le strisce pedonali diventano invisibili quando piove; sono spesso semi-cancellate (per esempio, nella più stretta prossimità all’ombelico, o fallo, di Bologna: la Torre degli Asinelli). Grazie al Led, chi si inventa la segnaletica, avrebbe cento diversi modi per rendere le strisce davvero visibili.

Aggiungo che, qualora la misura fosse adottata per ogni striscia pedonale, l’attenzione e il rispetto della precedenza del pedone diverrebbe un’abitudine per ogni automobilista, come accade nei paesi civili.

Circa la seconda proposizione del comma osservo soltanto che, almeno nella città di Bologna, il verde sincrono per auto e pedoni è diventato un criterio talmente diffuso, da consentire alle auto solo una falsa partenza, proprio come alle olimpiadi.

Infine, il comportamento di motociclisti e ciclisti merita un articolo a parte.

Basta Bugie

Basta Bugie

Basta Bugie, questo giornaletto cattolico dal titolo ardito, tra gli argomenti trattati, ha anche una rubrìca in cui vengono raccontate le vite dei Santi.

Traggo dall’articolo sulla vita della Santa Maria Maddalena de’ Pazzi  (1566-1607) il seguente brano relativo alla sua vestizione:

‘La sua vita consacrata fu immediatamente contrassegnata da doni mistici incomparabili. Nei quaranta giorni successivi alla professione religiosa, Gesù, anche più volte al giorno, la rapiva in estasi. Le fece più volte ammirare la bellezza della Sua Santissima Madre, le tolse il cuore e lo nascose nel suo Cuore, le affidò come maestro lo Spirito Santo e le diede come consiglieri sant’Agostino, santa Caterina da Siena, la beata Maria Bagnesi e il suo angelo custode’.

Chiaramente gli editori di Basta Bugie hanno tratto di peso la vita di questa suora da un libretto devoto di epoche passate. Tuttavia, un giornale che si intitola Basta Bugie, non dovrebbe pubblicare la vita di una santa nello stile fiorito e metaforico dell’epoca d’oro della Controriforma. Qualche devoto potrebbe prenderlo alla lettera e pensare che Gesù operasse già dei trapianti.

La santa è famosa per il suo stile di vita penitenziale e la sua ricerca della sofferenza estrema. Un fenomeno assai diffuso in quel periodo in cui si voleva rimediare allo stile di vita piuttosto epicureo o mondano di tanti monasteri maschili e femminili.

Proprio a due passi da casa mia, c’è un palazzo antico con una targa in cui si dice che, in una cappellina sulle scale, trascorse in preghiera l’intera sua vita il Beato Lodovico Bormioli (1433-1485) . Ora, passare quasi ogni giorno per quello stradellino (Via Dal Luzzo, Bologna) e leggere la targa mi crea un po’ d’angoscia.

Per fortuna mi colpì in gioventù l’affermazione di un ardente discepolo di Cristo, secondo cui si può diventare santi anche spegnendo le candele dell’altare maggiore con il lancio di noci da distanza adeguata. Idea alquanto peregrina, ma che ebbe su di me un effetto liberatorio.

Mentre, che lo stile di vita dei Santi e la tipologia dei Miracoli siano determinati dalla specifica età storica, non è affatto un’ idea peregrina.

Ripensandoci tuttavia, così com’è, quel testo, tenuto conto della distanza storica, si armonizza perfettamente con il tono e il fervore odierno del giornale: la vita del cristiano non è mica una roba da codardi.

 A me conferma l’idea che ogni religione abbia i suoi talebani.

Elezioni comunali

Perché, per la prima volta, non vado a votare.

Da un pezzo ho smesso di scrivere articoli su questo sito. Se faccio una eccezione, è perché stiamo per vivere una bella pagina di democrazia, come direbbe, (e ridirà) un cinico a tutti noto. Appena si è affacciato Matteo Lepore, un anno fa, e si è capito che era il candidato ufficiale del PD, si è anche capito come andava a finire.

Per le recenti elezioni del Presidente della regione, ho votato davvero Matteo Salvini, per sfottere gli amici preoccupati, tanto ero sicuro che tra Stefano Bonacini e Lucia Borgonzoni ci sarebbero stati almeno 10 punti di scarto. Ma davvero qualcuno pensa che il più longevo partito comunista d’Europa possa finire come per incantesimo?

Davvero qualcuno ha pensato che Lucia Borgonzoni potesse essere un’alternativa possibile?  Una che iniziava la sua campagna elettorale ossequiando il Buon Governo del PD?

Il mito del Buon Governo:

Cominciamo da qualche grande opera: la nuova stazione dedicata all’alta velocità. Chi la utilizza è impressionato dalla altezza/profondità dell’opera. Eppure, il livello percorribile dalle auto è talmente basso da impedire l’ingresso dei vigili del fuoco e da obbligarli a un presidio permanente.

L’idea della ciclabile riservata, contraria al senso unico di Via Carracci, è insensata (con la valigia sulla canna?) e ha impedito un percorso a due corsie. Via Carracci è soggetta a un traffico intenso e vien da ridere, perché i taxi o le auto in uscita dalla stazione vengono bloccate a ridosso del semaforo del Ponte di Galliera. Mentre non c’è alcuna rientranza di fronte all’ingresso per salire o scendere dalle auto.

La nuova stazione non è opera del Comune, ma certamente nulla è stato fatto senza il suo consenso.

L’idea di buon governo che anima da decenni i governanti di Bologna è che la soluzione al traffico cittadino consista nello scoraggiare con qualsiasi mezzo l’uso dell’automobile. Un capolavoro in questo senso è la sistemazione della piazza Medaglie d’oro, con il carosello delle auto di fronte all’ingresso principale della stazione ferroviaria.  E se qui, nonostante tutto, possono transitare auto, autobus e taxi, è solo perché il Buon governo non ci ha messo le mani.

Ricorderò qualcuna delle numerose soluzioni destinate a scoraggiare l’uso delle auto. Tra i tragitti a imbuto, il percorso che da Piazza dei Martiri conduce alla stazione è davvero esilarante: sempre più stretto e attraversato da passaggi pedonali conduce, prima a un parcheggio sempre pieno, poi a una strettoia per immettersi sui viali di circonvallazione a Porta Galliera.  Altrettanto stretto e accidentato è il loro attraversamento per le auto da via Indipendenza al Ponte di Galliera.

Certamente si tratta di un incrocio complesso. Ma perché, allora, complicarlo ulteriormente con l’idea assolutamente balzana di un tram, con costruzione di corsia riservata, da Corticella a Piazza dei Martiri? Solo perché sono arrivati i soldi da Roma si vogliono far lavorare le cooperative di riferimento?

Tra gli imbuti geniali mi piace sottolineare sui viali di circovallazione, in direzione nord sud, il passaggio da 3 a 2 corsie all’incrocio di Via San Vitale. Ma è una zona piena di sorprese. Chi proviene da Porta Santo Stefano, deve entrare in Via San Vitale, dopo aver sostato ai semafori: 1) Strada Maggiore, 2) Ospedale Sant’Orsola, 3) porta San Vitale, 4) arresto per svolta a U, 5) incrocio di Via Belmeloro, 6) Porta San Vitale. Totale: 9 minuti di sosta per l’unico ingresso al centro storico nel quadrante sud-est.

In direzione contraria, sempre all’incrocio di Via San Vitale, un’auto privata che voglia entrare, alla successiva Porta Zamboni, in via Irnerio, deve prima allontanarsi per Via Zanolini raggiungendo la ex Stazione della Ferrovia Veneta per poi riavvicinarsi attraverso la Via Malaguti.

La soluzione ha costretto, ovviamente, a deviare anche le auto che da Via San Donato intendono entrare in Via Irnerio. All’ultima rotonda di Via San Donato le si fa allontanare da Porta Zamboni verso Nord (verso Porta Mascarella) per riaccoglierle sui viali, in direzione opposta, centinaia di metri più a Nord.

Per essere più chiari e sintetici, le auto che dai viali potrebbero semplicemente voltare a sinistra per entrare nel centro storico a Porta San Vitale e a Porta Zamboni, debbono farlo da destra dopo un lungo giro, per un totale di un paio di chilometri.

Naturalmente, l’ampia Via Enrico Berlinguer che dalla rotonda di Via San Donato conduce alla Via Malaguti è riservata alla circolazione degli autobus. Questa strada ha una storia ragguardevole: ricavata dall’interramento dei binari della Stazione Veneta, hanno cominciato a costruirla da entrambi i lati. Sarà lunga al massimo trecento metri, eppure, a strada terminata e asfaltata c’era, a metà, un dislivello di 10 centimetri! Hanno rimediato? Macché, sempre per farci ridere, hanno lasciato il dislivello nell’asfalto, segnalando il salto con un pittura a scacchi per chi sale, ma invisibile per chi scende. Povero Berlinguer!

Non dico una parola su Via Irnerio, Via dei Mille e Via Marconi, un tempo grandi vie di scorrimento del traffico, oggi conciate per le feste.

Sicuramente lo scopo è stato raggiunto, senza per questo ridurre code e intasamenti. Meno auto, stesso caos.

elezioni comunali 2

(continua da elezioni comunali)

Ma da 5/10 anni a questa parte i bolognesi, almeno quelli sotto i 50/60 anni, hanno trovato una diversa soluzione: la moto, la bici, e infine il monopattino. 

La soluzione ha scoraggiato ancora di più gli automobilisti, perché ormai le moto sfrecciano a destra e sinistra di ogni vettura, senza qualsiasi rispetto per il codice della strada. D’altra parte, i semafori, tutti, durano 90 secondi (in compenso solo 3 secondi per il giallo). I motociclisti ne approfittano per portarsi avanti – come si dice oggi – scavalcando auto, taxi e segnaletica orizzontale.

Per di più sono diventati piuttosto aggressivi. Suonano il clacson all’impazzata, se ritengono che qualcuno rallenti la loro marcia a 50 all’ora attraverso il centro storico. D’altra parte, almeno da tre anni, le moto sono dotate di nuove marmitte o nuove cilindrate producendo un chiasso infernale, visto che l’inquinamento acustico è ignoto al legislatore italiano.

Ma a tutto c’è un compenso. Infatti le biciclette sono assolutamente silenziose (una volta esisteva il campanello) e il senso unico per loro non esiste: schizzano contro mano e sotto i portici come frecce, fanno lo slalom intorno ai pedoni sulle strisce pedonali, oppure, senza rallentare, le attraversano perpendicolarmente (ogni tanto ne muore qualcuno). Credo che, proprio tutti i ciclisti, ignorino il codice della strada che gli intima di fermarsi, quando il pedone attraversa sulle strisce.

Come ho già scritto in passato, Stefano Bonaccini ha una responsabilità particolare per questa situazione, e non solo a Bologna, ma in tutta Italia.

Il PD di Bonaccini che fa? Li adora tutti, ma soprattutto i motociclisti. Loro rappresentano la soluzione del traffico cittadino, e, dappertutto,  si sono moltiplicati i loro parcheggi a pettine, rubando spazio alle auto e persino ai pedoni.

Il centro storico il sabato e la domenica assomiglia ormai a Casoria nel giorno dello strusscio, patria del sindaco Virginio Merola. Happy hours, ristoratori improvvisati, dehors sono la soluzione alla disoccupazione giovanile, e soltanto le due ruote la consentono. Matteo Lepore, da parte sua, promette nuove piccole isole pedonali a macchia di leopardo qua e là, visto che non bastano i ristoranti aperti in mezzo alle strade o sotto i portici.

Ed ecco l’ultima trovata del PD. Provate a girare il centro storico e non troverete l’ombra di un vigile urbano. D’altra parte, è già imbarazzante (e forse anticostituzionale) che siano giovanotti assunti da TPER a fare le multe per divieto di sosta; non possono mica dargli una divisa per sostituirsi ai vigili. Chissà, col tempo forse.

Passiamo ora da una partecipata all’altra, e parliamo di Hera. Qui la grande opera da segnalare sono i nuovi strumenti per la raccolta dei rifiuti. Da molti anni per spiegare a qualche ospite come funziona Bologna, dicevo che è una città lacustre. Il lago non c’è, ma è il centro storico, (una volta dicevano che era il più grande d’Europa, oggi lo dice il PD di Torino) e quindi per attraversare la città si può solo girarci attorno, come se fosse Como o Lugano.

Hera, invece, immagina il centro storico come fosse una nave e l’ha riempita di stive sotterranee e boccaporti. Lo si poteva prevedere, dopo i fumaioli costruiti in Piazza Carducci.

Per essere brevi, le piazzole dedicate al vetro e all’organico sono un insulto permanente all’estetica, all’igiene, ad Archimede, all’intelligenza, e alla pazienza dei cittadini. In aggiunta, macchine mastodontiche per il loro faticoso svuotamento, opere di disinfezione, pedali di apertura che si rompono una settimana sì e una no. Ma, per la raccolta del vetronon funzionavano meglio le campane pre-esistenti? E, visto che è stato aggiunto un cassonetto per l’indifferenziata, tanto valeva proporre due cassonetti.

Per finire:

L’idea, comune a tutti i leader del PD, che, se a Bologna vincesse la destra, la democrazia sarebbe in pericolo in Italia, è l’ennesima speculazione sulla Resistenza. La più infame. Da Carlo Marx fino a Putin e Xi Jinping, passando per Lenin, Stalin e Mao Tse-tung, il comunista è stato sempre un partito autoritario e totalitario.

Sul fenomeno delle Sardine non mi ripeto. Ma a Mattia Santoro voglio dire: ammesso e non concesso che la tassa per chi possiede due auto sia una bella idea, sarebbe equa soltanto se fosse estesa a chi possiede un’auto e una moto.

In realtà le autonomie regionali, per i loro sistemi elettorali, la pletora di finti candidati, rappresentano una minaccia autoritaria. 

In proposito, vorrei ricordare che l’Italia ha avuto una Camera dei deputai ridotta a 400 eletti soltanto durante il fascismo, dal 1929 al 1943.  Prima ne aveva oltre 500, con una popolazione che non era neppure la metà dell’attuale. Eppure, il PD ha promosso e votato la nuova riforma delle camere.

Per finire davvero, propongo due riforme che costerebbero assai poco ai futuri sindaci:

Impedite le soste a ogni mezzo, pubblico o privato, almeno 30 metri prima delle strisce pedonali, con segnaletica orizzontale evidente e sanzioni ragguardevoli e veloci. Badate, è l’unico modo per rendere le strisce pedonali davvero sicure e funzionanti. Nei paesi civili, quando un pedone mette un piede sulle strisce, si fermano pure gli autotreni.

In Emilia come in Toscana, ma forse solo a Bologna e Pisa, a ogni crocevia vengono indicati con apposite targhe e pali di sostegno i nomi delle vie laterali. Ma quasi sempre manca il nome della strada che si stapercorrendo. Di solito è la strada principale. Ed è frustrante sia per l’automobilista che la sta percorrendo, sia per il povero ciclista o pedone che, venendo da una strada laterale, non può sapere se ha imboccato la via giusta.

Perlomeno a Roma, sono sicuro che i palazzi d’angolo tra due strade recano sempre sui muri una bella targa con entrambi i nomi delle strade. Una soluzione assai meno costosa.

Una puntata insolitamente interessante

Più volte ho ricordato, polemicamente, che l’Italia sembra essere più che una repubblica fondata sul lavoro, una repubblica fondata sui morti ammazzati.

E può darsi che prima o poi mi decida a proporre un articolo brutale, e persino crudele, dedicato esclusivamente alla raccapricciante speculazione che la propaganda politica compie sul numero e le modalità delle morti almeno da settanta anni  nel nostro paese.

La Rai è oggi impegnata a celebrare il 40° anniversario del terremoto dell’Irpinia, il terremoto più grande riscontrato in Italia negli ultimi 120 anni, dal tempo del terremoto di Messina, per numero di morti, quasi 3 mila, numero dei feriti oltre 8mila, numero delle case distrutte oltre 250mila.

Molto opportunamente Paolo Mieli ha voluto dedicare la puntata odierna della sua rubrica quotidiana ‘Passato e Presente’ al terremoto dell’Irpinia.  E la puntata si è rivelata tra le migliori che Paolo Mieli ci ha proposto su argomenti affrontati dal punto di vista storico sul passato recente.

Osservo che non sempre le puntate mi sono sembrate felici proprio sugli argomenti più recenti. Ci sono anche lacune sorprendenti. Che io ricordi, non una sola puntata è stata dedicata alla rivoluzione francese in un periodo in cui in Italia si è approvata con referendum la riduzione del numero dei parlamentari e si sta discutendo alla camera la riforma del parlamento.

Il merito principale della puntata odierna va allo storico interpellato  Giovanni De Luna, il quale ha esordito con due fondamentali osservazioni: la prima, che proprio nelle grandi catastrofi si rivela il carattere e la condizione politica di un paese, la seconda, che ogni terremoto italiano ha avuto una propria storia specifica.

Da questo punto di vista il terremoto dell’Irpinia ha rivelato innanzitutto l’estrema povertà, insieme alla grande solidarietà della sua popolazione.

La prospettiva è subito servita a contraddire un luogo comune proposto da Paolo Mieli, e cioè che lo Stato italiano sia sempre più sollecito a intervenire nel settentrione, come era accaduto nel terremoto del Friuli, che nel meridione.

In proposito, alcuni aspetti sono stati appena sfiorati o suggeriti dalle immagini: la posizione assolutamente impervia del paese, la fragilità delle sue strutture edilizie, la mancanza di vie di comunicazioni che in parte spiegano la differente situazione.

L’intervento di Sandro Pertini nelle zone terremotate, il suo duro attacco alla maggioranza politica che in dieci anni dalla costituzione della Protezione civile non aveva fatto nulla per renderla operativa  sono stati ricordati.

Ma si è detto anche che si deve a Pertini il cambiamento di ruolo e di importanza della Presidenza della Repubblica in Italia. In quella circostanza non mancò di assestare un duro colpo alla democrazia cristiana, di cui anche Enrico Berlinguer cercò di trarre profitto.

Mieli ha osservato che vennero aperte 137 inchieste da parte della magistratura, da cui peraltro nel  2002 tutti uscirono assolti, colpa della prescrizione secondo Mieli, mai della magistratura. Ha difeso però il povero Ciriaco De Mita attaccato da destra e da sinistra, essendo il principale boss democristiano dell’Irpinia.

Paolo Mieli ha ricordato che Oscar Luigi Scalfaro aveva organizzato e presieduto la commissione parlamentare sugli scandali derivati dal terremoto, ma non ha sottolineato abbastanza che quella funzione gli valse la presidenza della Repubblica, sia pure grazie anche al supporto ricevuto da Marco Pannella (il quale si è scusato per le ingiuste accuse mosse al Presidente Giovanni Leone, ma mai si è scusato per il secondo abbaglio).

Giovanni De Luna ha anche insistito sull’entità dei miliardi (30 o 50) dedicati alla ricostruzione, sottolineando tuttavia, da un lato, che in nessun modo si era provveduto a dotare la zona di strutture industriali capaci di fornire sostentamento alle popolazioni rimaste, dall’altro, che la zona beneficiata si era enormemente allargata fino a comprendere non  solo il salernitano ma anche l’intera Napoli.

E’ proprio da questi interventi assistenziali che si è avvantaggiata e rafforzata la camorra, dopo essere enormemente cresciuta, al pari di Mafia, Ndrangheta, ecc., negli anni sessanta e settanta del boom edilizio italiano.

Una piccola testimonianza in proposito: anche il Vomero negli anni sessanta e settanta ha subito un enorme sviluppo edilizio.  Fino al 1980 tuttavia dominavano ancora intonaci scrostati dei vecchi edifici, crepe e degrado nelle nuove costruzioni. Dopo il terremoto dell’Irpinia il suo patrimonio edilizio si è completamente rinnovato.

Per tornare alla premessa di questo articolo cito una dichiarazione del 19 novembre: “O i Benetton se ne vanno o va revocata subito la concessione. Se ne discuta nel prossimo consiglio dei ministri”. “Il governo ha una responsabilità davanti ai cittadini. Il Movimento 5 stelle ha preso degli impegni con le famiglie delle vittime del Ponte Morandi e li vuole rispettare”.

Qualunque sia la responsabilità della famiglia Benetton e della concessionaria autostrade, trovo grottesca questa dichiarazione del ministro degli esteri Luigi Di Maio, questo modo di fare politica, e condivido tutto  il disagio che ha dimostrato di recente il Presidente della Campania, Enzo De Luca, nei confronti di questo ‘ducetto’.

Netflix 3

NETFLIX 3

1 Tra le serie americane ricordate in Netflix 2 ho dimenticato di segnalare Sex Education (2 stagioni) ed è un peccato, perché è molto divertente.

Può capitare che, tra liceali, nel difficile approccio sereno e ragionevole alle relazioni amorose, lo studente più inibito, diciamo pure terrorizzato dalle proprie pulsioni sessuali, possa diventare il confidente di compagni e compagne, con tanto successo da fornire consigli a pagamento?

Certo che no! Ma capita in questa serie in modo esilarante, a spese della psicologia, degli psicologi e di tutti i consiglieri scolastici dei licei americani.

2 Penso che i sudcoreani stiano diventando veramente bravi nel vasto campo delle arti visive. Ho visto da poco un film che si chiama in inglese Seoul Searching. Dal tempo della guerra di Corea e anche prima è avvenuta una fuga di massa dalla Corea nelle forme più disparate.

 Nel 1986, in un esperimento vero se non erro, il governo sudcoreano ha organizzato dei campi estivi per indurre i ragazzi coreani figli di rifugiati a ritrovare le proprie radici culturali. L’inizio è catastrofico: perché questi ragazzi non hanno nulla, ma proprio nulla, di coreano, e del resto l’oblio è stata spesso una condizione per la sopravvivenza.

Il film è divertente, ma anche i suoi momenti toccanti e ha il grandissimo pregio di narrare un tema non solo coreano, che riguarda tutti gli emigrati della terra. Un esempio per i tanti: può un ragazzo totalmente Punk scoprire che la severa educazione che sta ricevendo in Inghilterra da suo padre non è una manifestazione d’odio, ma di affetto?

3 Nel mondo asiatico, in India come in Cina, il matrimonio non è il (presunto) coronamento di una vicenda amorosa come nel nostro mondo, ma un affare di famiglia. Nei ceti benestanti coreani, per dirla tutta con franchezza, è un business, in cui non entrano solo prospettive economiche, ma anche livelli di prestigio sociale.

Se dell’India conosciamo il tema delle spose bambine e dei matrimoni combinati dai genitori, in Corea il problema è affrontato più tardi, diciamo dopo i sedici anni. One spring night racconta di una ragazza fidanzata, e in procinto di sposarsi, che incontra per caso uno splendido ragazzo in una farmacia notturna. La loro vita ne è sconvolta, perché il rapporto è problematico anche per il farmacista.

 Ciò che rende superlativa la serie è la lotta tra l’intimo innamoramento della coppia e le rigide regole della vita matrimoniale e prematrimoniale coreane. Non sono regole esterne, ma interiorizzate da tutti i bravissimi attori della serie.

Un incauto recensore italiano ha trovato esagerati gli ostacoli affrontati dalla coppia. Ma un’amica coreana mi ha spiegato, almeno quindici anni fa, che esiste una vera pressione ambientale, al punto che una ragazza di 24 o 25 anni che non sia sposata è considerata una zitella, come forse accadeva da noi un secolo fa, e che la lingua coreana contempla parole diverse per indicare l’arredo della stanza del padre da quella dei figli.

Cito solo un esempio, che si potrà facilmente trovare in Internet. Mentre noi abbiamo un solo termine per designare un cognato, i coreani ne hanno ben tredici che precisano la relazione di parentela; ciò che implica quindi una concezione ben più ampia e complicata della famiglia.

In breve, non ci sono soltanto Montecchi e Capuleti in grado di rendere immortale un amore. Le vicende di questo innamoramento è un’autentica gara ad ostacoli e di bellezza fra i due protagonisti – se per bellezza intendiamo, come oggi, quella che si suggerisce parlando di una ‘bella persona’. In un ambiente per di più ricco di solide amicizie.

Un’amica non solo ha sentito il bisogno, dopo qualche episodio, di ringraziarmi vivamente per averle segnalato la serie; a serie conclusa suo marito mi ha poi telefonato preoccupato, perché la moglie vorrebbe trasferirsi in Corea.

Scherzi a parte, a mio avviso c’è un filo immaginario che collega una serie perfetta come questa al modo esemplare con cui i sudcoreani hanno affrontato il coronavirus. Al punto che mi sento razzista alla rovescia: invidio questi 51 milioni di sudcoreani che vivono in fondo a una penisola estesa come un terzo dell’Italia, con una densità demografica che supera di un quinto quella dell’affollata Lombardia.

Francamente, nel confronto, mi vergogno non poco di essere italiano: per il governo che ho e per la gente che ho intorno.

Netflix 2

Ho detto che Netflix ha un buon numero di serie coreane, cinesi, giapponesi. Personalmente ho apprezzato serie romantiche con protagonisti giovani. Potranno sembrare piuttosto sdolcinate, ma a me piace il loro ritmo e anche la loro particolare concezione estetica, della natura come delle persone. Potrei sbagliarmi del tutto, ma ho come l’impressione che le serie siano tutte condizionate, in senso positivo, dalla tradizione teatrale cinese o giapponese, quasi che gli eventi vadano narrati rispettando rigide regole formali, come quadri da ammirare, ma anche su cui meditare.

Tra le prime che ho apprezzato è Meteor Garden: i protagonisti sono ragazzi e ragazze che frequentano l’università. Anche qui, come nelle analoghe serie americane, ci sono ragazzi o ragazze più o meno adorati o idolatrati dalla maggioranza, ma i fighi americani sono spesso bulli atletici e sprezzanti, qui invece, in apparenza schizzinosi e distanti, rivelano le migliori qualità umane. E’ una sola stagione, ma di 49 episodi.

In questo momento sto guardando una serie dal titolo strano, ma azzeccato: It’s okay to not be okay. Anche qui c’è una lunga storia di innamoramento che avanza lentamente tra molti ostacoli. Ma l’ambiente è quello di un piccolo ospedale psichiatrico, il cui direttore non ha nulla di convenzionale. La protagonsita è una scrittrice di favole per bambini di grande successo; è molta bella, ma dispotica ed egocentrica; le sue favole contraddicono le più note favole della tradizione, come significato e come illustrazione.

Tutta la vicenda è all’insegna della contraddizione, non solo rispetto all’universo della fiaba, ma anche rispetto all’universo della malattia mentale. Ha una sua lentezza e non permette il binging, va gustata a piccole dosi. Ma solo in una serie asiatica potrete vedere amanti o aspiranti tali, guardarsi in volto immobili per lunghi minuti, e riproposti, alla fine di ogni episodio, in momenti significativi della vicenda.

Assai più mosso nel suo ritmo è Crash landing on you. Narra di una ricca, giovane e lanciatissima stilista, appasionata di deltaplano. Piuttosto temeraria, si ostina a volare malgrado l’imminenza di un uragano, che la porterà a varcare la soglia del 42° parallelo e atterrare tra le braccia di un solerte capitano che vigila con la sua pattuglia su eventuali ingressi di spie sudcoreane.

I momenti divertenti sono tanti, ma l’aspetto più apprezzabile è la garbata ironia con cui si descrive la vita quotidiana dei poveri nord coreani; a cominciare da una paradossale parata di donne che vanno al lavoro inneggiando al comunismo. Nel seguito non mancano le critiche e le ironie sullo stile di vita sudcoreano.

Un grandissimo successo spagnolo, che in molti modi risente della lezione almodovariana, è la Casa di Carta. La rapina del secolo consiste nell’occupazione della Zecca di stato, con ladri che possono stampare moneta assolutamente legale. Ricca di colpi di scena, non è solo una serie di azione. Vi renderete conto seguendola che è anche una descrizione di tante e diverse vicende amorose.

Una deliziosa serie francese è Emily in Paris. Una neolaureata americana non perde l’insperata occasione di uno stage presso una casa francese di promozione di moda. Non conosce una parola di francese, eppure si lancia ostinata nei tentativi di trovare clientela per la ditta, pur essendo snobbata da tutto il personale, in particolare dalla caporeparto a cui è stata affidata, che non la sopporta e non digerisce i suoi successi fortunosi nell’acquisire nuovi clienti. Il meglio della commedia francese in questa serie.

Ovviamente abbondano e sono molto varie le serie degli Stati Uniti.

Tredici non è certo allegro, visto che 13 sono le ragioni mostrate in altrettanti video (ed episodi) da una studentessa che, prima del suicidio, lascia in eredità ai suoi compagni. Ce ne è abbastanza per essere tutti lacerati dai sensi di colpa, persino il ragazzo perdutamente innamorato di lei, anche se la ragione non è neppure dalla parte di lei; in ogni caso il racconto non è moralistico, né banale.

Anche Skins mostra ragazzi di una scuola superiore americana, i loro drammi e il loro disagio. Ci sono ragazzi di tutte le specie, bulli predatori come un ragazzo talmente coscienzioso, da dover guarire dalla pretesa di aiutare tutti.

Riverdale è un’altra serie di scuola superiore americana, ma inserita in una cittadina in cui esistono rivalità sociali ed economiche tra gruppi di abitanti, che rendono la convivenza assai più drammatica.

Pretty Little Liars, narra soprattutto segreti di ragazze liceali assai meno innocenti di quanto non appaiano sulle prime.

E a proposito di segreti e pettegolezzi, prima a scuola, poi a livello universitario, propongono molti colpi di scena le stagioni di GossipGirl, il titolo del giornale scolastico che ama rivelare particolari inquietanti di questi adolescenti. Ma la serie merita interesse perché descrive la distanza economica e sociale tra una elite estremamente ricca, ma anche moralmente disinvolta, e il resto della società sostanzialmente onesto, ma continuamente attratto (e respinto) da quella elite.

In tempi di elezioni presidenziali, consiglio anche The politician (2 stagioni) che ha per protagonista un ragazzo che, fin da bambino, si è messo in testa di diventare presidente degli Stati Uniti, una pretesa meno assurda e pretestuosa di quanto appare se si tien conto dello spirtito competitivo americano. Tappa obbligata è diventare rappresentante degli studenti liceali.

 La competizione è serrata e gli inganni e le trappole che si tendono gli aspiranti sono esilaranti. E’ come una estensione, garantita dallo spettacolo audiovisivo, del racconto di Edgar Alan Poe in cui, in un dialogo, uno deve rispondere in modo inatteso da parte dell’altro. Ma siccome l ‘altro è altrettanto furbo e si attende una risposta spiazzante, il primo è indotto a proporre la risposta più ovvia. Ma anche l’altro può ripercorrere il ragionamento e …così via.

 Qui quello che ne esce fuori con le ossa rotte è il discorso pubblico dei politici americani, insieme al loro political correct, e al linguaggio di condivisione di cui parla a vanvera, scimmiottando, il nostro Zingaretti.   La stagione seconda è dedicata alla seconda tappa del Politician, diventare senatore nello stato di New York, una guerra ancora più insidiosa, tanto più che persino la madre, dai gusti erotici molto sofisticati, è impegnata dall’altra parte del paese in California nella medesima impresa.

NETFLIX

La pandemia ci costringe a casa soprattutto a sera e dopo cena. Tanto vale parlare di un’ottima risorsa. Mi rivolgo soprattutto a quelli che non ne sanno ancora nulla e sono tanti.

Non so che cosa ne pensino gli altri, ma io divento sempre più indisposto verso programmi televisivi colmi di pubblicità. E’ una perversione insopportabile proporre un film decente, senza interruzioni per 20/30 minuti, colmarlo progressivamente di inserti pubblicitari, via via che ci si avvicina alla fine.

La Rai in particolare è colpevole di sadismo. Qualche esempio: aggiungere in  Rai play inserti pubblicitari non è giustificabile, visto che trasmette programmi archiviati; proporre a Rai2 episodi di serial polizieschi, nei tre quarti d’ora che precedono il Telegiornale della sera, dedicando 30’ minuti all’episodio di turno e 15’ minuti alla pubblicità. Non aggiungo altro, perché non vedo altro.

Tra l’altro, gli inserti pubblicitari sono anche regrediti dal punto di vista della novità e dello stile. L’ultimo davvero sorprendente e piacevole che io ricordi è stato proposto da Air France: in un vasto salone nobil donne d’altri tempi si dondolavano su numerose altalene collocate molto in alto, al suono di una musica rilassante. Geniale, perché suggeriva volo, conforto, piacere e persino privilegio. Persino colto, visto che nel Settecento l’altalena era un rimedio all’isterismo e non poteva mancare nei giardini signorili. Ben presto, purtroppo, è stato rovinato sostituendo ragazzotti d’oggi alle dame belle ed eleganti. Una idea sciocca, probabilmente di manager preoccupati per la concorrenza dei voli low cost.

Già altrove ho suggerito che, rispetto alla riduzione del numero dei parlamentari, un risparmio assai più significativo si sarebbe potuto ottenere per tutti gli italiani, abolendo il canone Rai, non giustificato neppure dalla qualità e imparzialità del servizio pubblico.

Dunque, è da qui che vorrei cominciare: Netflix propone ore di intrattenimento vario e piacevole e niente pubblicità. A che prezzo? Attualmente è un po’ cresciuto, 12 euro al mese, 144 all’anno. Più caro, dunque dei 108 euro della Rai? Niente affatto, perché un solo abbonamento è fruibile da tre famiglie diverse abitanti anche a distanza, se non sono cambiate le regole.

Il prezzo è basso, perché, soprattutto in America, c’è molta concorrenza tra PayTV: Hulu, Disney, Prime Video, CBS, e le nuove HBO Max, Peacock della NBC, per citarne alcune.

Quindi, se ci si abbona a Netflix, si dimostra anche impegno politico e civile, perché automaticamente si abbassa l’audience della Rai.

Per chiarire che ‘non mi manda Netflix’, avverto subito che non apprezzo, invece, la proposta di abbonarsi a Skai e Netflix per soli 19 euro al mese. Attenzione a quel che non vien detto, ma è scritto: ‘per il primo anno’. Sono trappole!

Tra i pregi di Netflix metterei al primo posto la capacità di acquistare o produrre serie o film in ogni parte del mondo. In questo modo con Netflix apriamo i nostri orizzonti. Mentre molte serie americane sono state acquistate e noleggiate dalla Rai, per esempio, il mondo asiatico ci è quasi completamente sconosciuto.

Netflix ha cura di proporre film e serie dei singoli paesi, soprattutto europei: cinema spagnolo, francese, inglese, tedesco, italiano, come, ovviamente, divisi per genere: horror, poliziesco, d’azione, romantico, commedia, dramma, per famiglia, ecc. Film e serie sono doppiate o sottotitolate nella lingua selezionata dall’utente.

Anzi, per la precisazione, il programma chiede, automaticamente, il nome della persona, nel gruppo degli utenti relativo all’abbonamento, che vuole connettersi a Netflix; prima di tutto per distinguere bambini e adulti, ma anche perché conserva memoria dei gusti di ciascuno, suggerendo spesso titoli di ‘altri contenuti simili’.

Dedico spesso la serata dopo cena agli spettacoli di Netflix. Ne segnalo alcuni, cominciando dalle serie che ho apprezzato particolarmente. naturalmente, in base ai miei gusti e alle mie idiosincrasie.

Nelle riviste americane, come Time, si trovano spesso recensioni di bingeworthy shows (può darsi anche in quelle italiane, ma non le compro). Intanto spiego il neologismo: spettacoli degni di binging.

Il binging è il passatempo di chi, per esempio il sabato o la domenica, non guarda soltanto uno o due episodi di un serial, ma persino una intera stagione, ore e ore di visione. Un uso un po’ perverso, si dirà, ma diffuso e particolarmente gradito in tempo lockdown.

Come prima serie, segnalo Stranger things, apprezzata da tutti, con una bambina protagonista di una bravura incredibile e un’ambientazione notturna tra i boschi assolutamente particolare. La disperazione dipinta sul viso della bimba e la tristezza di un bosco disadorno si riverberano l’una nell’altro e forniscono lo sfondo della vicenda.

La storia contempla una risorsa datata della fantascienza, quello degli universi paralleli. Ma, lo dico soprattutto per chi non ama la fantascienza, non è una serie di fantascienza. Solitudine, paure, sfruttamento di bimbi, ma anche nuove amicizie e solidarietà, è quanto riserva la serie.

Aggiungo che questo titolo, più di ogni altro, dimostra che la narrazione a episodi è spettacolo assolutamente diverso dal film, dal teatro, dal teleromanzo in TV, determinato innanzitutto dalla sua durata, che è sempre arbitraria e connessa alla qualità della sceneggiatura, del regista, degli attori.

Il romanzo ottocentesco sta alle puntate pubblicate in precedenza nei magazzini popolari, come la stagione di un serial sta agli episodi trasmessi in TV. L’unità della narrazione è data dalla stagione, la durata è variabile, ma spesso si aggirano tra 8 e 16 episodi, di 30/50 minuti ciascuno.

La critica impietosa e talvolta persino radicale della democrazia, dei pregiudizi, del costume, delle storture della vita americana è quasi esclusivamente affidata al cinema americano, e credo che spesso sia il mezzo più efficace per cambiare giudizi e atteggiamento dei suoi cittadini.

Questa premessa per segnalare una serie di grande successo Orange is the new black. Se non sbaglio il titolo significa che l’arancione, il colore dei detenuti, è il nuovo nero, cioè il nuovo orrore. Val la pena di ricordare che in un paese di 330 milioni di abitanti, i detenuti sono 2 milioni e trecentomila.  Una percentuale analoga richiederebbe in Italia 420 mila detenuti.   L’ambiente è quello delle carceri femminili di minima sorveglianza, assai spesso private.

Protagoniste sono le detenute americane, spesso afroamericane o immigrate ispaniche, in competizione etnica, ma sempre proposte come persone con una personalità definita. C’è chi sostiene che, fin dalla prima stagione, questo mondo di donne emarginate ha cambiato l’intera TV americana. Ovviamente la polizia penitenziaria non ci fa una bella figura, peggio ancora quanti speculano sulla detenzione carceraria.

Dicono che la serie italiana della Piovra abbia cambiato l’atteggiamento di molti italiani nei confronti della mafia. L’arancione è il nuovo nero potrebbe cambiarlo nei confronti della reclusione carceraria. Per dire, durante il lockdown di questo inverno l’interruzione sine die dei colloqui con familiari, amici, avvocati – l’evento più importante e più atteso dai carcerati – apparirebbe per quello che è veramente stato: una stupida e incivile iniziativa autoritaria di governanti sprovveduti.

Personalmente ho visto in TV persone lamentarsi della chiusura delle RSA. Non mi pare che qualche marito o moglie, figlio o figlia di detenuto sia riuscito a esprimere il proprio disagio in TV. Ho visto piuttosto scene raccapriccianti di repressione, richieste indignate di raddoppiare le pene di quanti hanno partecipato alla rivolta violenta e distruttiva, nessuna protesta per reazioni assolutamente prevedibili.

Eppure, l’Italia è stata richiamata più volte da autorità europee per condizioni di vita inaccettabili nelle nostre carceri, persino per detenuti di mafia; l’indifferenza della maggior parte degli italiani dovrebbe far riflettere sul nostro livello complessivo di inciviltà: gente che non sopporta la mascherina sul viso, o la restrizione della propria libertà di movimento o di frequentazione, non si è mai fermata un secondo a considerare la vita quotidiana di un recluso.

Forse nessun’altra serie ha tanta potenzialità di progresso civile per gli spettatori. Disegna senza moralismi e buonismi, in modo crudo ma coinvolgente, una realtà che ci è estranea e indigesta.